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Appunti presi in Aula di Metodologia della ricerca pedagogica - prof. Emma Gasperi Appunti scolastici Premium

Appunti di Metodologia della ricerca pedagogica, lezioni impartite dalla prof.ssa Emma Gasperi, docente dell'Università di Padova, nel mio caso al CUR di Rovigo. Appunti essenziali per superare l'esame! Io ho preso una votazione di 30/30!
Gli appunti contengono :
- Introduzione alla materia con spiegazione dei termini più importanti per favorirne la comprensione della stessa
-... Vedi di più

Esame di Metodologia della ricerca pedagogica docente Prof. E. Gasperi

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ESTRATTO DOCUMENTO

PIANO METODOLOGICO DIDATTICO = è l’arte dei metodi di insegnamento, ovvero come

insegnare e quindi come applicare un metodo didattico.

PIANO METODOLOGICO DELLA RICERCA = Non ci spiega solo i criteri che dobbiamo utilizzare in un

determinato metodo, ma ci fa capire se il metodo utilizzato è dentro la pedagogia, se è adeguato a

quel sapere e quindi consono all’educazione.

Baldacci e Orlando sostengono che non si può parlare di un unico metodo di ricerca scientifica.

Francesco Bacone (1561 – 1626) viene considerato il padre della scienza modernamente intesa. Il

metodo utilizzato da Bacone era il metodo induttivo, ovvero un processo logico contrario alla

deduzione che va dal Particolare arrivando al Generale, ovvero dai fatti risale ai principi, dagli

effetti alle cause. Bacone viene anche considerato il madre dell’Epistemologia, che è il discorso

sulla conoscenza scientifica, da non confondere con la Gnoseologia, cioè il discorso sulla

conoscenza, intesa come conoscenza umana in sé. L’epistemologia possiamo dire che si interroga

su oggetto, punto di vista, obiettivo, linguaggio, metodi, strumenti, tecniche della conoscenza

scientifica, non entra nello specifico di una scienza in particolare. Interrogarsi sullo stato

epistemologico di un sapere vuol dire chiedersi se quella scienza è AUTONOMA (ha cioè un suo

oggetto, un suo punto di vista etc…). La Gnoseologia (attenzione, in inglese tradotta con

“epistemology”) si occupa dell’analisi dei fondamenti, dei limiti e della validità della conoscenza

umana. Il metodo sperimentale nasce con Bacone nel ‘600, che diceva che la scienza moderna è

superiore rispetto quella degli antichi, in quanto si basa su un metodo, che secondo lui gli antichi

non avevano o ne avevano uno sbagliato. Ad appoggiare il pensiero di Bacone ci sono anche

Cartesio e Galileo Galilei. Secondo Bacone, Aristotele utilizzava un procedimento logico errato,

ossia il ragionamento Deduttivo (dal generale al particolare), il ragionamento considerato ottimale

era invece il “Metodo induttivo sperimentale”, secondo cui per sapere la causa di un determinato

fenomeno dovevamo intanto osservarlo, poi ordinare le nostre osservazioni su delle tavole, le

tavole Baconiane. Le tavole Baconiane erano tre :

 Tavola delle presenze = Sulla quale disponiamo tutti gli oggetti che presentano il

fenomeno, ad esempio il calore. (Sole, meteore, fulmini).

 Tavola dell’assenza in prossimità = Sulla quale disponiamo oggetti simili a quelli della prima

tavola, che pensiamo producano calore ma invece non è così. (Raggi di luna).

 Tavola dei gradi o della comparazione = Sulla quale disponiamo gli oggetti in modo

decrescente, in questo caso dal più caldo al meno caldo, segnando anche quando il calore

aumenta e quando diminuisce.

Dopo aver ordinato gli oggetti si creava un’IPOTESI, il secondo passo era la SPERIMENTAZIONE.

Bacone sosteneva che tra i vari esperimenti ce ne sarà sicuramente uno cruciale, che ci dirà

con certezza se la nostra ipotesi è vera o falsa.

Come spiega Diega Orlando Cian nel suo libro, il metodo sperimentale non è stato inventato

nel ‘900, bensì è stato introdotto in quegli anni in ambito pedagogico. Ricordiamo che

Francesco Bacone sosteneva che nella ricerca scientifica è congeniale utilizzare il metodo

sperimentale induttivo, ideato da lui nel ‘600. Agli inizi del ‘900 i neopositivisti iniziarono a

sostenere che è scientifico solo ciò che è riconducibile al procedimento deduttivo (es.

matematica) o al procedimento induttivo sperimentale (es. fisica). Orlando dice inoltre che non

è vero che esiste solamente UN metodo sperimentale, e riprende questo concetto da Scheffler

dicendo che : “il metodo sperimentale pretenderebbe di fornire un sapere oggettivo”. Questa

possiamo chiamarla “pretesa oggettiva della scienza”, cioè le descrizioni della realtà colte

attraverso un “io categorizzante” che legge la realtà avvalendosi di determinate categorie, cioè

di una concezione della realtà stessa. Che vuol dire? Nel momento in cui osserviamo la realtà

partiamo sempre da una teoria, da delle categorie che magari sono implicite e di cui non siamo

consapevoli. Noi viviamo in una realtà fatta da vari elementi, da persone, animali, paesaggi; ed

entrando in contatto con questi elementi, non ci limitiamo a registrarli in maniera asettica

(distaccata, fredda) ma li registriamo in maniera soggettiva e questo accade perché ci

rapportiamo col mondo grazie a un sistema chiamato sistema percettivo. Il sistema percettivo

è condizionato da vincoli neurologici, ma viene soprattutto influenzato da aspetti culturali.

Riportiamo un esempio abbastanza utile : degli studiosi che si sono recati in Africa per delle

ricerche hanno notato e scoperto che una popolazione del luogo non percepiva la terza

dimensione, questo vuol dire che hanno sempre osservato il mondo in modo bidimensionale e

su questo hanno ovviamente costruito la loro cultura. Questo ci fa capire che ci rapportiamo al

mondo in maniera soggettiva, e non in modo tutto uguale.

Altri studiosi hanno sottolineato l’importanza del metodo dialettico, ossia raggiungere il vero

attraverso la contrapposizione di argomenti antitetici. Il metodo sperimentale viene

considerato limitativo, perché consiste nell’isolare delle variabili e a partire dall’esame di

quest’ultime, sviluppare un’ipotesi. Il problema è che non è possibile separare una parte dal

suo tutto, secondo alcuni sociologi non è possibile prendere in considerazione solo un aspetto

della società, ma è giusto considerare la globalità per arrivare a dei risultati ottimali. Habermas

e Adorno pensano che la sociologia studia la società perché ha un obiettivo, ovvero introdurre

dei cambiamenti che portino al miglioramento e per questo non basta solo un sapere

descrittivo, ma bisogna avere chiare delle regole concrete per portare qualcosa di positivo.

Orlando dice inoltre che è scienza non solo il sapere esatto (matematica) o quello sperimentale

(fisica, chimica) ma che è scientifico tutto il sapere critico e giustificato, ottenuto grazie a un

procedere rigoroso, basato sulle riflessioni (in questo senso critico). Possiamo dedurre inoltre

che i metodi di ricerca scientifica sono tanti e li possiamo distinguere a livello concettuale, ma

a livello pratico, siccome i problemi nella società sono tanti, è bene usare più metodi e

intrecciarli tra di loro.

La ricerca

Il termine ricerca deriva dal latino e sta a significare “girare intorno”. Esistono tre modi diversi

di riferirsi alla ricerca, esposti da personalità rilevanti.

Orlando (personalista) Secondo Orlando la ricerca scientifica è un insieme di ipotesi o di

progetti, non formulati a caso ma riguardanti dei problemi e per chiarirli si scelgono dei metodi

o dei linguaggi rigorosi, fondati su dei criteri che ci consentono di pervenire a una certa

verifica, una convalida, una conferma o certezza.

Trinchero (sperimentalista) Secondo Trinchero la ricerca scientifica è un’indagine dotata di

rigore metodologico, volta a risolvere dei problemi che rispettino dei criteri di validità

intersoggettiva. 

Baldacci (problematicista) Secondo Baldacci la ricerca scientifica è una pratica dotata di

rigore, che può essere intesa in differenti modi : scrupolosità, severità, adeguatezza.

Notiamo che tutti e 3 gli studiosi concordano su un fatto, ovvero che la ricerca scientifica è una

pratica dotata di rigore.

La ricerca possiamo distinguerla in due tipi : Quantitativa e Qualitativa.

La ricerca Quantitativa è orientata alla spiegazione dei fenomeni, la spiegazione ha come

obiettivo quello di arrivare a dei principi generalizzabili utilizzando dei dati quantitativi per

cercare di confrontare diverse realtà sulla base di scale di grandezza. (ad esempio stabilire

l’andamento delle matricole di scienze dell’educazione paragonandolo a quelle dell’anno

precedente due realtà diverse).

La ricerca Qualitativa è orientata alla comprensione, si cerca la relazione tra più fattori e i dati

ottenuti vengono confrontati tra loro per cercare di comprendere meglio il fenomeno. Nella

ricerca qualitativa capita di partire da dei dati quantitativi, ma se successivamente utilizziamo

un metodo differente, ad esempio quello autobiografico, individuiamo degli elementi per

comprendere meglio il fenomeno e per arrivare ad una soluzione che serva a migliorare la

condizione di quelle persone.

La ricerca orientata alla spiegazione ha un approccio nomotetico, invece quella orientata alle

comprensione un approccio idiografico. L’approccio nomotetico si basa su procedure

quantitative, è caratterizzato dalla ricerca di leggi generali che sono in grado di spiegare certi

fenomeni, cioè delle uniformità empiriche (ciò che accomuna i fenomeni). Invece l’approccio

idiografico si basa su procedure qualitative ed è contraddistinto dall’intento di comprendere il

“singolo caso”, quindi non coglie le uniformità, ma la specificità dei singoli casi cogliendo il

significato da ciò che è specifico, unico e irripetibile (Baldacci).

Riassumiamo in uno schema i termini chiave e il loro significato :

 

Epistemologia discorso sulla conoscenza scientifica (in generale, qualcosa di più

ampio e meno specifico)

 

Metodologia discorso sul metodo (è più specifico, lo studio è legato a una

determinata scienza. Esempio : metodologia sociologica)

 

Metodica arte del metodo (si pone questioni di carattere pratico, ci espone le

procedure per applicare al meglio il metodo)

 

Metodo strada che la ragione percorre

 

Strumenti, tecniche questionario, intervista, osservazione partecipante (gli

strumenti (intervista ad esempio) possono essere applicati con diverse tecniche,

l’intervista può essere infatti strutturata, semi-strutturata, in profondità etc.

I TRE PIANI DELLA RICERCA SCIENTIFICA

Questi piani della ricerca scientifica sono stati esposti da Trinchero, essi sono dei piani rintracciabili

in tutte le scienze, noi li tratteremo in riferimento alla pedagogia.

1. PIANO TEORETICO ha a che fare con la teoria, dal greco Theoréo, formato da Theà

(spettacolo) e Horàn (osservare), cioè guardare uno spettacolo. Questo piano ci porta a

ragionare e riflettere sulla realtà. La ricerca quando si colloca sul piano teoretico usa il

metodo argomentativo o quello ermeneutico. Lo scopo della ricerca sul piano teoretico è

quello di analizzare e problematizzare i fondamenti dell’educazione.

2. PIANO STORICO E COMPARATIVO si studiano le concezioni, i modelli pedagogici che si

sono succeduti nel tempo o che sono presenti nello stesso tempo, ma in contesti diversi.

Possiamo fare una differenza tra il termine sincronico (nello stesso tempo) e il termine

diacronico (attraverso il tempo). Sul piano sincronico si vanno a paragonare contesti diversi

(ad esempio l’educazione in Italia e in Giappone) mentre sul piano diacronico si

considerano elementi dello stesso contesto, ma in tempi diversi (come si faceva

educazione in Italia nel ‘700 e come si fa adesso). Trinchero sostiene che la ricerca

scientifica se si muove sul piano comparativo considera metodi, strategie e punti di vista

sia del piano diacronico che sincronico. 

3. PIANO DESCRITTIVO E SPERIMENTALE può essere orientato alla spiegazione dei

fenomeni o alla loro comprensione.

Diega Orlando sostiene che questa distinzione dei piani ideata da Trinchero in pedagogia è

impossibile. Per la Orlando l’ambito della metodologia della ricerca pedagogica non è solo la

pedagogia (scienza teorico-pratica) ma bensì un binomio : sia la pedagogia che l’educazione e la

formazione. Ella sostiene che il pedagogista utilizza metodi scientifici con fini diversi da quelli

dell’educatore. Esempio : se un pedagogista fa una ricerca d’archivio su Rousseau e trova un

documento che ribalta la pedagogia di Rousseau, per lui può essere una grande scoperta, ma può

non esserlo per l’educatore. Per lei c’è sempre stata distinzione tra pedagogia ed educazione, ma

ci sono stati anche dei legami. Freire, ad esempio, era sia un pedagogista che un educatore. Tutto

questo per dimostrare che in pedagogia una netta distinzione tra teoria e pratica è impossibile. La

pratica, a sua volta, è capace di procurare nuova teoria. Possiamo definire questo come una

 

relazione circolare : PEDAGOGIA (teoria) EDUCAZIONE E FORMAZIONE (pratica)

Esiste quindi un rapporto tra formazione ed educazione? La Orlando dice che nell’antica Grecia

educazione e formazione erano indistinguibili e rientravano nella PAIDEIA. Nella Paideia

l’educazione si realizza attraverso un processo formativo (dare forma) prendendo ad esempio i

modelli che offre la cultura. C’era una sorta di MIMESI (imitazione), questo vuol dire che ognuno

imitava il modello, non diventando identici, ma dandosi una propria forma.

Nel 1970 la pedagogia è andata via via indebolendosi e la formazione è diventata l’oggetto

dell’Andragogia. La pedagogia si riferisce al “condurre il fanciullo”, mentre l’andragogia si riferisce

al “condurre l’adulto”. La Orlando dice che si potrebbero trovare delle distinzioni tra Andragogia e

Formazione : 

- L’età studiata la pedagogia e l’educazione si riferiscono all’infanzia e l’adolescenza

mentre l’andragogia all’età adulta.

- L’ambito l’educazione e la pedagogia studiano il soggetto in tutti i suoi aspetti, mentre

l’Andragogia riguarda la formazione professionale dell’adulto.

Sempre secondo la Orlando la metodologia della ricerca pedagogica non può scindere

l’educazione, la formazione e la pedagogia e aggiunge anche che i fenomeni educativi sono

complessi e richiedono un approccio sistemico, ovvero richiedono che quando si affronta un

problema bisogna considerare che non si può usare solo un metodo, ma è meglio avere più

prospettive e usare più metodi.

LE 5 QUESTIONI CON CUI SI CONFRONTA LA RICERCA SCIENTIFICA E I PARERI DEI DIVERSI

PARADIGMI

Quando si pensa di iniziare una ricerca scientifica ci si deve confrontare con 5 questioni

principali. Il ricercatore può affrontare queste questioni in diverse modalità, questo dipende

dal paradigma di riferimento. Ma cos’è un paradigma? La parola paradigma deriva dal greco,

Parà (accanto) e Deigma (mostrare), esso è praticamente un modello, un esempio. Una

pedagogista di nome Luigina Mortari sostiene che un paradigma è un insieme di affermazioni

fatte proprie dal ricercatore che va a indagare la realtà. Il paradigma è formato da delle

PREMESSE che hanno la funzione di guidare il ricercatore. Queste premesse sono 5 e sono :

 

Ontologiche definiscono il modo che ha il ricercatore di concepire la realtà, l’essere.

 

Gnoseologiche definiscono il modo che ha il ricercatore di concepire la conoscenza.

 

Epistemologiche definiscono il modo che ha il ricercatore di concepire la conoscenza

scientifica.

 

Etiche descrivono quali responsabilità ha il ricercatore.

 

Politiche descrivono quale tipo di ricerca è bene condurre.

Secondo Luigina Mortari queste premesse cambiano in base al paradigma, al modello di

riferimento. La Mortari e Trinchero hanno individuato 3 paradigmi :

- Il realismo ingenuo (o positivismo)

- Il realismo critico (o post-positivismo)

- Costruttivismo (o interpretativismo)

I paradigmi se guardiamo bene sono solo due, quello del realismo e del costruttivismo, solo che

nell’ambito del realismo abbiamo quello ingenuo e quello critico. Le 5 questioni elencate prima

con le quali si confronta la ricerca scientifica sono interconnesse tra loro e vengono affrontate in

maniera intrecciata.

LA QUESTIONE ONTOLOGICA

La domanda è : La realtà che stiamo indagando esiste veramente o è solo una rappresentazione

dell’uomo? Abbiamo 3 paradigmi e quindi tre punti di vista :

1. Realismo ingenuo secondo il realismo ingenuo esiste una realtà oggettiva che è

nettamente separata dall’osservatore che la studia. Grazie a questa separazione tra realtà

e osservatore, il ricercatore può ottenere una conoscenza perfetta, precisa e totale della

realtà. 

2. Realismo critico per il realismo critico esiste una realtà oggettiva separata

dall’osservatore, solo che la realtà può essere conosciuta dal ricercatore solo in modo

imperfetto e quindi non si può ottenere una conoscenza precisa e totale.

3. Interpretativismo o costruttivismo il costruttivismo sostiene che il problema

dell’esistenza o della non esistenza della realtà per l’uomo diventa secondario, l’uomo

cerca di comprendere i fenomeni indipendentemente dal fatto che la realtà esiste o meno.

In poche parole la realtà è solo un riflesso della nostra attività mentale.

LA QUESTIONE EPISTEMOLOGICA

La domanda è : Che rapporto c’è tra ricercatore e realtà? Egli è all’interno di essa o all’esterno?

1. Realismo ingenuo per il realismo ingenuo il ricercatore e la realtà studiata sono

indipendenti. I valori, le opinioni, le idee del ricercatore non hanno nessun effetto sulle

pratiche conoscitive e quindi non influiscono sugli esiti della sua ricerca. Per il realismo

ingenuo il ricercatore identifica delle leggi generali e universali che vanno a governare

l’oggetto studiato, come se questo fosse un meccanismo di precisione.

2. Realismo critico secondo il realismo critico il ricercatore e la realtà sono indipendenti,

solo che è impossibile giungere a una conoscenza perfetta della realtà. Il ricercatore,

infatti, riesce a cogliere solo le disposizioni strutturali che governano l’oggetto studiato. Le

disposizioni strutturali non esprimono dei legami causa-effetto, ma delle possibilità.

Questo vuol dire che il realista critico, al contrario di quello ingenuo, non stabilisce con

certezza qualcosa, ma formula varie spiegazioni e pensa a più possibilità. In poche parole

per il realismo critico esistono delle regolarità tendenziali che possono essere smentite o

confutate e quindi non esistono regole generali. Il nostro modo di appartenere alla realtà

dipende dalla prospettiva con cui la si guarda. Comunque sia, sia realismo ingenuo che

critico hanno lo scopo di fare ricerca orientata alla spiegazione.

3. Costruttivismo secondo il costruttivismo non è possibile separare il ricercatore e la

realtà studiata. La cosa che contraddistingue questo pensiero dal realismo ingenuo e critico

è che la sua ricerca non si colloca sul piano della spiegazione ma sul piano della

comprensione. Nell’ambito del costruttivismo vengono considerati degli aspetti che non

vengono notati dai realismi, ovvero l’INTENZIONALITÀ, che sta alla base dei soggetti umani.

Non ci parla quindi né di leggi generali né di disposizioni strutturali, ma di aspirazioni e

desideri che stanno alla base dei comportamenti umani.

LA QUESTIONE METODOLOGICA

La domanda è : Come possiamo essere certi che l’approccio utilizzato ci aiuta effettivamente a

conoscere la realtà? I criteri con i quali stiamo utilizzando un certo metodo ci permettono di

rispettare l’oggetto, gli obiettivi e i punti di vista di quella scienza?

1. Realismo ingenuo Il ricercatore deve procedere per esperimenti e puntare

sull’osservazione distaccata del fenomeno. Deve considerare le variabili chiamate in causa,

intervenire su alcune di esse per vedere gli effetti sulle altre variabili presenti. Questo

avviene in maniera distaccata, tramite un procedimento induttivo, alla fine si estrapola la

legge generale. 

2. Realismo critico Parte da una teoria, quindi dichiara il suo quadro teorico di riferimento,

fa un’ipotesi e i suoi sperimenti o inchieste, alla fine cerca di FALSIFICARE la sua ipotesi. La

falsificazione delle ipotesi la ritroviamo nel procedimento Popperiano che tende a

mantenere valida un’ipotesi fin quando quest’ultima non viene falsificata. Secondo Popper

infatti è impossibile certificare un’ipotesi in quanto non si può mai avere certezza assoluta

(al contrario del procedimento Baconiano che invece cercava una certificazione).

3. Costruttivismo Non procede per esperimenti, quindi con dati quantitativi, ma

utilizzando dei metodi qualitativi cerca di ricostruire le intenzioni che stanno alla base dei

comportamenti, non si va a vedere cosa determina un fenomeno o le disposizioni, male

intenzioni/motivazioni che stanno alla base.

LA QUESTIONE TECNICO-OPERATIVA

La domanda è : quali strumenti e tecniche sono adeguati alla realtà che il ricercatore va ad

indagare? Come applicarli per ottenere un sapere valido?

1. Realismo ingenuo Data la sua posizione ontologica, tutte le altre questioni sono

irrilevanti, proprio perché per lui la realtà si coglie con un solo metodo, ovvero quello

induttivo sperimentale e quindi il ricercatore si avvale solo di tecniche quantitative di

raccolta dei dati.

2. Realismo critico Il ricercatore si avvale sia di tecniche qualitative che quantitative di

raccolta dei dati, per il realismo critico la realtà può essere colta in svariati modi.

3. Costruttivismo Per il cognitivismo il ricercatore deve avvalersi di tecniche qualitative di

raccolta dei dati, egli va a indagare le relazioni che legano i soggetti in quel determinato

contesto. Va a comprendere desideri, comportamenti, idee degli uomini nelle varie

situazioni.

LA QUESTIONE ASSIOLOGICA

Intanto chiariamo che l’Assiologia (o Axiologia) è il “discorso su ciò che è degno di essere

perseguito”. La domanda è : Com’è giusto intervenire su una determinata realtà?

1. Realismo ingenuo e critico Nemmeno questa volta la questione si pone, in quanto

secondo loro esiste una realtà oggettiva ed è quindi possibile fornire una sola spiegazione

della realtà. Di conseguenza i giudizi di valore non devono entrare in campo, proprio

perché la realtà è oggettiva e non soggettiva.

2. Costruttivismo Nel costruttivismo il ricercatore si domanda com’è giusto agire per

salvaguardare il fine che sta perseguendo.

Occorre ricordare che il realismo ingenuo è un pensiero che non sta in piedi, ma ancora al giorno

d’oggi esistono degli studiosi che pensano che si possano creare delle leggi generali

sull’educazione. (ad esempio che la mortalità universitaria è SEMPRE causata dalla provenienza dei

soggetti da un contesto socio-culturale basso.

IL PARADIGMA UNIFICATORE – DIEGA ORLANDO CIAN

Ricordiamo che per Diega Orlando Cian l’ambito della metodologia della ricerca pedagogica non è

solo la pedagogia, ma anche l’educazione e la formazione. Per la nostra pedagogista il fenomeno

educativo è complesso e di conseguenza bisogna assumere un approccio sistemico, utilizzando

quindi vari metodi di ricerca. Diega Orlando ha ideato il paradigma unificatore, qualcosa di molto

originale : Ella sostiene che tutti i metodi possono essere efficienti, ma nell’applicarli bisogna

tenere conto del paradigma unificatore. Quest’ultimo consente di superare due limiti :

- L’assolutizzazione, a livello educativo/formativo, di singole mete concrete : il P.U. consente

di non focalizzare l’attenzione solo su obiettivi specifici, ma guardare il soggetto nella sua

globalità.

- Evitare di far prevalere un metodo di ricerca o un linguaggio sugli altri : evitare di far

prevalere il metodo sperimentale e il linguaggio descrittivo su altre vie della ragione.

Questa logica viene chiamata “et - et”, ovvero utilizzare sia un metodo che l’altro.

Il Paradigma Unificatore prevede che qualunque metodo si usi per fare ricerca scientifica in ambito

pedagogico devono essere rispettati i 9 criteri di cui il P.U. è composto. Se vengono rispettati,

questo ci permette di fare ricerca in ambito pedagogico – educativo – formativo. Se non seguiamo

i 9 criteri o non stiamo facendo ricerca o la stiamo facendo in un altro ambito (ad esempio

sociologico).

La scienza pedagogica ha :

- Un oggetto Pedagogia (teoria) ed educazione e formazione (pratica).

- Un punto di vista considera l’HOMO EDUCANDUS nella sua globalità.

- Un obiettivo aiutare l’educando a realizzarsi.

Il P.U. ci fornisce i giusti criteri che ci consentono di rispettare oggetto, punto di vista e obiettivo

della scienza pedagogica.

1° CRITERIO

“La spiegazione deve dare luogo alla comprensione”

Se rispettiamo questo primo criterio, allora siamo dentro l’ambito pedagogico. La Orlando dice che

l’imperativo della pedagogia – educazione – formazione è l’imperativo dell’aiuto, cioè aiutare

l’educando a crearsi un percorso esistenziale e dare una spiegazione, una descrizione del soggetto

educando. Questo però non è sufficiente, ad esempio non basta somministrare un test per capire

l’intelligenza di un individuo. Quando facciamo ricerca tendiamo a frammentare la persona in

diversi aspetti della sua personalità, ma Orlando dice che l’uomo non è la somma delle sue parti,

bensì qualcosa in più. Se vogliamo cogliere l’essere umano senza pretendere di farlo totalmente

dobbiamo collocarci dentro una prospettiva della comprensione e non solo della spiegazione.

Quando ci avvaliamo di un metodo sperimentale e quindi otteniamo dei dati statistici, questi dati

devono essere metti in relazione tra loro considerando la soggettività, la singolarità dell’educando

e quindi bisogna comprenderlo : comprendere le motivazioni, i problemi, capire se la soluzione

che io propongo lo aiuta o lo penalizza. Non bisogna utilizzare solo un approccio induttivo, ma

IDIOGRAFICO, cogliendo cioè la specificità dei soggetti. In poche parole la spiegazione mi serve a

farmi capire il perché, e la comprensione per capire come viene vissuto il problema. La spiegazione

non sempre è possibile. L’approccio deduttivo o induttivo che è orientato alla spiegazione deve

essere integrato con un approccio idiografico. La spiegazione è utile, ma da sola non basta, deve

essere accompagnata dalla comprensione.

2° CRITERIO

“Il principio di causa – effetto va sostituito con motivazioni, intenzioni, propositi, volizioni, in

quanto ragioni dell’agire umano”

In ambito dell’educazione si fa riferimento non al fatto che accade, ma al fatto che si vuole fare

accadere. Il guardare al fatto che è accaduto succede nell’ambito delle scienze pure, ad esempio la

fisica o la chimica. Queste due discipline vanno ad osservare il fenomeno mentre si verifica, questo

tipo di logica (del procedimento induttivo e deduttivo) si basa sul principio di causa – effetto, ed è

una logica scorretta se viene affiancata all’agire umano. In educazione l’educatore ha il compito di

aiutare gli educandi a realizzare un proprio progetto, entrano quindi in gioco motivazioni, desideri,

bisogni, quindi qualcosa di soggettivo e le azioni umane non possono essere ridotte a relazioni

causali. Orlando in un suo libro riporta un esempio ripreso da Hempel, il quale ha illustrato il

metodo deduttivo nomologico facendo un esempio : supponiamo che invece di posteggiare la

nostra auto in garage, la lasciamo davanti casa, teniamo presente che il radiatore è pieno d’acqua

e che ci troviamo nei giorni più freddi di gennaio. L’indomani mattina notiamo che il radiatore è

esploso durante la notte. A quel punto facciamo un ragionamento deduttivo : il serbatoio era

pieno d’acqua, il tappo era ben avvitato, non avevo aggiunto alcun liquido antigelo, la temperatura

era bassa, l’acqua diventando ghiaccio ha occupato più volume del previsto. Questi vengono

chiamati antecedenti, che insieme alle leggi della fisica (ovvero il gelarsi dell’acqua) ci avrebbero

permesso di prevedere il fatto accaduto con certezza. Questo procedimento però non regge se

parliamo di azioni umane. Von Wright a proposito della spiegazione di Hempel sostiene che la

spiegazione causale è generalmente orientata al passato, cioè “questo è accaduto perché era

accaduto quello”, egli propone quindi una spiegazione TELEOLOGICA, che vuol dire “discorso sul

fine”, ovvero “questo è accaduto perché potesse accadere quest’altro”, notiamo che in questo

caso è orientato al futuro e non al passato. Facciamo un esempio : supponiamo che in quest’aula

qualcuno si alza e va ad aprire una finestra perché ha bisogno di sgranchirsi le gambe in questo

caso entrano in gioco motivazioni, bisogni, fini… Ma ridurre tutte le azioni dell’uomo alla logica è

una forzatura. Infatti se ci pensiamo non tutte le cose che facciamo fanno capo sempre ad una

logica. Von Wright fa notare che : A intende sgranchirsi le gambe A ritiene che non può farlo se

non apre la finestra A si dispone per alzarsi. Per una “logica dell’azione umana” non esistono

delle leggi generali, la logica dell’azione è formata da una prima premessa che prevede già le

finalità (in questo caso sgranchirsi le gambe) e da una seconda premessa che esprime i mezzi

adeguati per raggiungere lo scopo (alzarsi). Questo modello è molto interessante perché ci fa

capire che entrano in gioco i bisogni e i desideri, ma ingabbia comunque la soggettività umana

entro un ragionamento logico. Il mondo della soggettività umana, in cui è compreso anche l’agire

educativo, non è interamente incasellabile dentro la spiegazione CAUSALE o dentro la spiegazione

TELEOLOGICA.

3° CRITERIO

“La verificabilità o falsificabilità dell’ipotesi deve integrarsi con la confermabilità / validità”

Orlando si chiede “se alla fine di un procedimento non trovo un elemento falsificatore che faccio?”

la risposta è : certifico la mia ipotesi. Di conseguenza sia per la verificabilità che per la falsificazione

di un’ipotesi siamo sempre dentro l’ambito della certificazione. L’oggettività in un lavoro fatto in

equipe è data dal fatto che tutti i membri sono d’accordo riguardo un determinato obiettivo che è

abbastanza valido da essere perseguito (intersoggettività) e che tutti hanno confermato l’ipotesi

iniziale. Il cambiamento dell’educando non si verifica immediatamente, ma ha bisogno di tempo,

ed esso deve essere intenzione sia dell’educatore che dell’educando. La coerenza tra il progetto

dell’educatore e l’educando sta nel fatto che il soggetto deve riconoscersi nel progetto proposto,

deve accettarlo, riuscire a cucirselo addosso, che lo ritenga valido per la sua persona. L’ipotesi

quindi confermata dall’equipe deve integrarsi con l’educando. L’educatore deve creare quelle

condizioni affinchè l’educando possa riconoscersi nel progetto. Anche dove è possibile la verifica

essa deve portare alla conferma, che ha come criterio oggettivo L’INTERSOGGETTIVITÀ, che parte

dall’equipe e consiste in delle regole condivise dai ricercatori, qualunque metodo si utilizzi, e la

CONFERMABILITÀ, in quanto l’equipe si avvale di considerazioni, a partire da questa conferma si

crea il progetto educativo. La confermabilità deve venire inoltre dall’educando, che riconosce

come valido per se stesso il progetto educativo proposto.

4° CRITERIO

“I problemi e i bisogni vanno considerati come un punto di partenza verso la prospettiva delle

risorse di ciascuno, cioè della sua educabilità”

Secondo Orlando, i problemi e i bisogni vanno considerati sempre dentro la prospettiva delle

risorse dell’educando. Questo quarto criterio chiama in causa due condizioni :

- L’uomo edito ciò che la persona è al momento

- L’uomo inedito ciò che l’uomo può diventare, sviluppando le proprie risorse

Di solito gli educandi hanno dei problemi, proprio per questo si inizia a fare ricerca, il problema è

che molto spesso vengono prese in considerazione non le risorse, ma solo i problemi, cioè viene

posta attenzione su ciò che ”manca” a quella determinata persona. Le risorse si rinviano all’uomo

inedito, caratterizzato dalle possibilità che non sono ancora state attuate, che è in rapporto con

l’uomo edito, ovvero l’essere del momento. L’approccio pedagogico si distingue da quello medico

proprio per questo, in quanto cerca di far leva sulle risorse rimaste del soggetto e non su quello

che gli manca (esempio malati di Alzheimer). Di conseguenza sappiamo che i problemi vanno

considerati all’interno delle risorse dell’individuo.

5° CRITERIO

“Il linguaggio tecnico – descrittivo deve intrecciarsi con quello normativo – prescrittivo e con

quello iconico – metaforico”

In ambito educativo – formativo è molto importante il linguaggio comune, Orlando dice a

proposito che il linguaggio comune fa leva sul senso comune. Il senso comune, in ambito,

filosofico e pedagogico, esprime la comune natura intellettuale dell’uomo, questo vuol dire,

secondo Leibniz, che il senso comune consiste in giudizi spontanei attraverso i quali si

manifesta il sentire comune degli esseri umani. Questo ci permette di cogliere le comuni

aspirazioni delle persone, sui quali si fondano i valori che accomunano gli uomini. Secondo

Giambattista Vico il senso comune è la RAGIONEVOLEZZA DELL’UOMO. La ragionevolezza è

l’intreccio tra ragione e fantasia, in questo trova posto un concetto, ovvero quello di

verosimile. Vico dice che il sapere umano si fonda su “il vero è il fatto”, questo vuol dire che la

verità si fonda sui fatti, secondo Vico la conoscenza è scientifica se si può conoscere quello che

“si fa”, e il “fare” deve corrispondere al vero. Se guardiamo la storia dell’umanità possiamo

vedere che il divenire storico si fonda su tre età : l’età degli dei, degli eroi e degli uomini.

- Età degli dei gli uomini venivano dominati dalle passioni, gli uomini vagano come

“bestioni”, e in questo loro vagare personificano i fenomeni naturali che osservano

costruendo così delle divinità e degli altari per ringraziarle. Nasce così il senso del dio.

- Età degli eroi gli uomini venivano dominati dalla fantasia, che usano per identificare i

fenomeni naturali, per inventare miti e semidei. A questo punto gli uomini formano in loro

un primo senso morale, affermando virtù eroiche, come la prudenza, la fortezza e la

temperanza. 

- Età degli uomini gli uomini vengono dominati dalla ragione.

Giambattista Vico sostiene che la storia dei primi popoli dominati dalla fantasia, che si

esprimevano con metafore e similitudini, raccontavano l’attività fantastica, che non è una favola

inventata, ma corrispondeva alla realtà considerata dal punto di vista fantastico. Il verosimile

quindi è il vero considerato da una prospettiva fantastica. Basandosi sul verosimile l’uomo poi ha

iniziato a riflettere e ad agire in base a un senso morale, a partire dal verosimile si è sviluppata la

vita sociale. Il sapere che si avvale della poesia, della comparazione, della similitudine, dice Vico (e

attraverso lui Orlando) è servito per chiarificare i comportamenti e le tendenze degli uomini.

L’agire degli uomini non era determinato dalla ragione, quindi dal vero-logico, ma dal verosimile.

La ragionevolezza è nata dall’intreccio di logica e fantasia. Quando facciamo educazione non ci

basiamo solo su un linguaggio descrittivo, normativo – prescrittivo, ma può risultare utile anche il

linguaggio iconico – metaforico, quindi similitudini e metafore.

6° CRITERIO

“Le antinomie pedagogiche vanno ricomposte in unità”

Intanto chiariamo il termine “antinomie”, esse sono opposizioni binarie (formate da due termini)

di ideali, valori o metodi educativi. Un esempio potrebbe essere : libertà – autorità, autonomia –

dipendenza. Secondo F. Cambi le antinomie pedagogiche rientrano fra i connotati strutturali

dell’esperienza educativa. In poche parole senza antinomie pedagogiche non possiamo fare

educazione. Perché? Le antinomie pedagogiche non sono opposizioni contraddittorie, ovvero non

si escludono reciprocamente. Le opposizioni contraddittorie sono quelle come : vivo – morto,

finito – infinito, sposato – celibe. Romano Guardini definisce le antinomie pedagogiche come

opposti polari, Orlando le definisce opposizioni correlative, ovvero che anche quando uno dei due

concetti è presente in forma massima, l’altro non viene mai escluso completamente. Orlando fa

riferimento all’opposizione correlativa pienezza – incompiutezza. Orlando sostiene che quando

viene raggiunto un obiettivo si aprono inevitabilmente altri fini, siamo compiuti riguardo

quell’obiettivo, ma lontani da quelli che si sono appena aperti. L’antinomia pienezza –

incompiutezza evidenzia l’iscriversi dell’educazione nell’orizzonte della possibilità, questo vuol dire

che l’educazione non termina mai, ci sono sempre nuove possibilità di educazione, si parla infatti

di educazione permanente, ovvero che dura tutta la vita. Per esserci ricerca pedagogica si devono

considerare le antinomie, in quanto non possiamo essere né l’uno né l’altro totalmente. Le

antinomie vanno valorizzate per due cose :

- Comprendere la complessità della realtà umana

- Per permetterci di far emergere quell’ambiguità positiva che coniuga insieme valori diversi

e permette a ciascun soggetto educando di svelare la sua unicità, in quanto ognuno di noi

ha delle sfumature che ci permettono di essere diversi dagli altri.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Metodologia della ricerca pedagogica, lezioni impartite dalla prof.ssa Emma Gasperi, docente dell'Università di Padova, nel mio caso al CUR di Rovigo. Appunti essenziali per superare l'esame! Io ho preso una votazione di 30/30!
Gli appunti contengono :
- Introduzione alla materia con spiegazione dei termini più importanti per favorirne la comprensione della stessa
- La ricerca (definizione secondo Orlando, Trinchero e Baldacci)
- Ricerca quantitativa e qualitativa, approccio nomotetico e idiografico
- I tre piani della ricerca scientifica
- Le 5 questioni con cui si confronta la ricerca scientifica
- Il Paradigma Unificatore di Diega Orlando Cian, con relativa spiegazione di ogni criterio
- La proposta problematicistica di Baldacci
- Il metodo autobiografico
- Story, life story e history
- Intervista narrativa e descrizione della procedura
- 10 regole di Alheit
- Passaggi dell'intervista narrativa
- Validazione dell'intervista narrativa
- Sindrome del buon samaritano
- Classificazione delle interviste di Bichi


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione e della formazione
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher bianca-giacalone di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologia della ricerca pedagogica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Consorzio Università Rovigo - Uniro o del prof Gasperi Emma.

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