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Fondamenti di urbanista

Concetti generali di urbanistica

Il concetto di organizzazione urbana e di città è molto antico, la disciplina urbanistica inizia a riflettere attorno a questi temi a partire addirittura dalla rivoluzione neolitica. In questa fase storica, per la prima volta territorialmente parlando si assiste ad una enorme rivoluzione culturale e dei comportamenti: la specie umana inizi a considerare possibile e realizzabile un tipo di organizzazione territoriale fondata sull’agricoltura, con l’abbandono dunque del concetto di nomadismo, iniziando la sua trasformazione in essere stanziale.

L’agricoltura comporta quindi la nascita delle prime agglomerazioni urbane e le prime forme di organizzazione territoriale. Nella letteratura scientifica il passaggio da nomadismo a stanzialità viene detto rivoluzione urbana; Vere Gordon Childe nella sua opera The Urban Revolution sottolinea come si debba iniziare lo studio della storia dell’urbanistica a partire da antiche civiltà nelle quali era possibile riconoscere l’avvenimento di questo processo. Childe individua nel Vicino Oriente i primi fenomeni di questa natura.

La fondazione della città e il modello ippodameo

Con la nascita dei primi insediamenti possiamo identificare anche i primi tentativi di organizzazione delle aree urbane, differenziate in base all’uso. Alcune zone si caratterizzano per un prevalente uso pubblico, altre per un prevalente uso privato. Il modello di organizzazione spaziale che venne utilizzato per primo nell’antichità è quello a griglia ortogonale di matrice ippodamea. In esso la distinzione d’uso delle zone è evidente e facilmente leggibile, tuttavia questo fenomeno è presente anche nelle città che non sfruttano questo modello di organizzazione, per esempio a causa di una condizione orografica più cogente.

Il tentativo di pianificazione ante litteram dello spazio è quindi sempre presente, con la distinzione in zone in base all’uso, anche quando non viene utilizzato il modello a griglia ortogonale. La griglia ortogonale esprime una specifica volontà di dividere lo spazio in parti uguali da parte di chi, all’interno della comunità, detiene il potere. L’organizzazione spaziale nella forma ippodamea coincide con la volontà di una élite di mantenere il potere ottenuto all’interno della comunità insediata, utilizzando la sua forza per realizzare il piano.

La griglia ippodamea rappresenta il primo tentativo di divisione e organizzazione dello spazio urbano, si compone di particelle collocate una in successione all’altra, ciascuna delle quali ospita spazi precisi. Questi in particolare possono essere spazi collettivi, come piazze e servizi per la comunità, o privati/individuali, tipicamente i lotti residenziali racchiusi della rete stradale. Dalla griglia ippodamea nasce anche il concetto di isolato, che indica lo spazio edificato racchiuso dalla rete stradale.

La griglia è quindi strettamente legata al concetto di zonizzazione. L’introduzione di questo modello, secondo Aristotele, sarebbe da attribuire ad Ippodamo da Mileto. Egli sarebbe inoltre stato il primo a tentare di delineare la costituzione migliore, pur non occupandosi per professione di politica. Questo concetto è particolarmente importante perché associa la politica alla pianificazione urbana.

L’ordinamento spaziale si lega strettamente a quello costituzionale per Ippodamo, egli suggerisce la divisione della popolazione in tre classi sociali attraverso al quale si sarebbe ordinata e organizzata la città stessa. Questa dovrebbe contare circa diecimila abitanti, divisi in agricoltori, artigiani e guerrieri, il territorio a sua volta si organizza in tre aree distinte, una con una funzione prevalentemente sacra, una pubblica e una privata. Le rendite della popolazione devono sostenere tutte le spese della città, con un mutuo scambio di pratiche all’interno della società costituita, che mantiene e sostenta il processo di zonizzazione.

Aristotele indica la zonizzazione come un processo sostanzialmente democratico, tant’è che questo impianto anche nei secoli successivi è stato identificato come quello alla base dell’organizzazione democratica, essendo in particolare basato anche sul principio del mutuo sostegno economico da parte di tutta la comunità, nonostante la divisione in classi sociali. Una società fortemente classista come quella greca comprende che il territorio è una risorsa non rinnovabile e alla quale deve tutto il suo sostentamento.

Le città fondate su un impianto ortogonale sono numerosissime, il modello greco in particolare venne assimilato dalla civiltà romana che lo impiegò in maniera sistematica. Spesso la griglia viene adattata in funzione dell’orografia del sito di fondazione, con esiti differenti nei vari casi.

In un passo successivo della Politica, nel VII libro, Aristotele cita nuovamente Ippodamo e l’organizzazione spaziale della griglia, confrontandoli con il modello tortuoso. Evidenzia in particolare i vantaggi estetici della griglia ippodamea ma sottolinea come l’integrazione del modello della griglia con i tracciati tortuosi, che si generano per la mancanza di una volontà ordinatrice dello spazio, risulta essere più vantaggioso per ragioni di sicurezza. I tracciati tortuosi infatti disorientano eventuali invasori che nella griglia ippodamea possono muoversi invece agilmente conquistando la città con minori difficoltà.

La scelta dell’impianto quindi non è indifferente ma si lega alla volontà politica di prediligere certe funzioni e caratteristiche a discapito di altre, come per esempio la sicurezza della città a svantaggio del suo pregio estetico.

Per concludere, possiamo definire l’impianto ippodameo come un archetipo in cui avviene l’identificazione tra spazio e diritto: il diritto spaziale si fonda nel momento in cui lo spazio viene regolato attraverso delle funzioni. Questo concetto sarà anche alla base della fondazione del diritto nel mondo romano. Gli esiti storici hanno prodotto una serie complessa di condizioni e confini spaziali, che non sono altro che espressioni sul territorio di un conflitto tra i membri della società: le relazioni sociali conflittuali delle diverse comunità si sono espresse storicamente attraverso la delimitazione continua dello spazio, l’usurpazione continua dello spazio a vantaggio di alcuni e a svantaggio di altri.

La griglia ortogonale disconosce questa realtà e introduce una razionalità fondata sul diritto, davanti al quale tutti diventano uguali in quanto tutti possono possedere una determinata porzione di spazio, secondo quella che può essere definita come democrazia spaziale. La griglia quindi è caratterizzata da valori non solo estetici, ma anche politici.

Il modello della fondazione di Roma

Il tema della divisione può essere ritrovato anche in un secondo archetipo: quello della fondazione di Roma. Secondo la tradizione mitologia la città di Roma venne fondata da Romolo attraverso l’azione di tracciare un segno fisico sul territorio che individua il confine tra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori, tra città e campagna, tra i cittadini del mondo romano e gli stranieri.

Sono molto numerosi gli autori che hanno riflettuto su questo archetipo, tra di essi possiamo citare Rykwert e Bloch. Il primo afferma che la cultura fa coincidere sé stessa con qualche “atto primordiale del separare”. Bloch invece parla di “solco primordiale”. All’interno di questo primo solco, la città si organizza poi tramite un tracciato di altri segni che dividono lo spazio urbano in relazione alle varie funzioni.

La letteratura antica ha narrato ampiamente la vicenda della fondazione di Roma e da una sua analisi è possibile dedurre alcune riflessioni importanti. Sia nella narrazione di Plutarco che in quella di Tito Livio emergono tre elementi centrali nella narrazione: il solco, lo scherno e il fratricidio. La successione degli eventi prevede l’azione di tracciare il segno da parte di Romolo, lo scherno di Remo nei confronti del fratello e l’attraversamento del confine e, infine, il fratricidio.

Il solco rappresenta il tracciato che divide il dentro e il fuori, l’azione di individuare nel territorio indifferenziato lo spazio definito della città. Il solco è lo strumento di appropriazione dello spazio attraverso la denominazione, cioè attraverso la distinzione di ciò che c’è dentro e ciò che c’è fuori. Definisce lo spazio del potere, all’interno del quale è valida una certa gerarchia.

L’atto di varcare questo solco comporta la messa in discussione del potere che Romolo ha costituito tracciando il solco. Il potere infatti è rappresentato dal solco e la sua messa in discussione comporta inevitabilmente la nascita di un conflitto che si conclude con il fratricidio.

Se il mito di Ippodamo ha un carattere solare e astratto, nel mito di Romolo la dimensione tragica e violenta del dividere prorompe senza mediazioni. Il solco non rappresenta più la razionalità benefica che viene imposta sul territorio e che supera la spontaneità occasionale e confusa, il solco di Romolo è l’atto di imperio che disegna una cultura per istituire un potere, potere che si dà nel momento in cui lo spazio è diviso. Cultura e potere si instaurano attraverso la violenza, un processo di differenziazione che traccia i suoi segni sulla terra, si insedia sulla terra tracciando confini, limiti e reticoli. Il disegno del territorio produce differenze, differenze di diritti e di cittadinanza, quindi differenze politiche. I confini e i reticoli sono l’impronta del nostro agire politico sulla terra.

Tra le prime forme di diritto ad essere state scritte si può ricordare il codice teodosiano che esprime dei primi ragionamenti attorno a quelle che sono le condizioni di protezione dello spazio zonizzato: si parla di salvaguardia degli spazi comuni, di regolamentazione delle nuove costruzioni in relazione al patrimonio architettonico preesistenze, si regolano le terme provate per evitare abusi in un’ottica di rispetto della proprietà altrui. Il codice teodosiano è la base del corpus iuris civilis, a sua volta base del diritto occidentale. Si indicano delle prescrizioni per evitare degli abusi e sono spesso condizioni ancora oggi alla base dei nostri regolamenti edilizi.

Tipo e modello, tipologia e architettura civile

Il tipo e il modello rappresentano degli strumenti importanti per l’urbanistica e l’architettura. Nell’ambito della formazione del concetto di isolato, base del ragionamento per capire come si organizza la città e come funziona l’organismo urbano, modello e tipo sono fondamentali. Per modello possiamo intendere un insieme di teorie che descrivono un fenomeno in modo obiettivo, lo scopo è quello di realizzare un’operazione di razionalizzazione della realtà fenomenica, con la descrizione del fenomeno in maniera oggettiva.

Il tipo invece può essere definito come una classe di oggetti ordinati secondo le categorie che li contraddistinguono, attribuendo alle categorie il significato inteso da Aristotele. Può anche essere inteso come l’applicazione del modello nei differenti contesti urbani e culturali, con le conseguenti differenze e peculiarità che lo caratterizzano.

Per tipologia invece possiamo intendere quella branca del sapere tecnico che studia le possibili associazioni di elementi per giungere ad una classificazione per tipi degli organismi architettonici. Sono diversi gli architetti e studiosi che in epoca illuminista si sono impegnati in questa disciplina arrivando alla definizione di molti prototipi: Boullée, Ledoux e Lequeu fra tutti. Essi hanno dato il primo contributo alla precisazione dei prototipi, intendendo con questo termine i primi esemplari di un certo tipo.

I primi prototipi nati tra fine Settecento e primi dell’Ottocento costituiscono molte delle attrezzature necessarie per lo sviluppo economico ed estinate ad un gruppo sociale nascente, cioè quello borghese. L’architettura civile è in questa fase una delle principali branche in cui si divide l’attività architettonica e urbanistica ed è uno dei campi specifici di applicazione degli ordini architettonici, così come sono tramandati dai trattati vitruviani.

I prototipi nati grazia all’architettura civile a partire dal XVIII secolo sono numerosi e si ispirano sempre agli ideali vitruviani di simmetria, euritmia e convenienza (ciò che è bene costruire nella città per la comunità insediata). Le attrezzature fisiche della città, che prendono il nome di servizi, nasceranno in primo luogo grazie all’impegno della borghesia. Un prototipo di un edificio civile diventa modello per la realizzazione di altri che ne imitano le caratteristiche, andando in tal modo a definire un tipo. Spesso gli edifici pubblici vengono divisi in base alla loro funzione, Francesco Milizia per esempio individua le funzioni di sicurezza (caserme e prigioni), di utilità (università e biblioteche), di ragione pubblica (tribunale, zecca e borsa), di abbondanza pubblica (piazze, macelli e forni) di salute (ospedali, lazzaretti e cimiteri), di magnificenza (archi, colonne, obelischi), di spettacolo (circhi e teatri) e infine di edifici per la maggiore sublimità (chiese).

Ledoux nella sua opera L’architecture considérée sous le rapport de l’art introduce un ulteriore concetto, ovvero che la costruzione di questi edifici rappresenta un’opportunità per stabilire parametri nuovi che, collegati fra loro, ne individuino una forma diversa e del tutto nuova, ciò porta la definizione delle funzioni con la loro rappresentazione e il rapporto con il tessuto urbano.

Il rapporto modello-tipo ha dei limiti storici che costituiscono dei problemi e che in parte ne limitano la forza e la potenza di poter attuare delle trasformazioni in un determinato territorio. I confini tra modello e tipo infatti saranno spesso assai labili e la tipologia edilizia inizia ad essere strumento indispensabile di progettazione, e quindi di realizzazione, non tanto come metodo di analisi delle necessità, quanto come catalogazione di prototipi che hanno già definito e risolto quelle necessità stesse.

In altre parole, dopo il Settecento, quando i modelli e tipi rappresentavano in maniera efficace le attività organizzate sul territorio, quando via via ci si specializza nella definizione di queste attività, l’esercizio sui tipi e modelli diviene, almeno parzialmente, nulla di più di una sterile ripetizione e catalogazione.

Un autore particolarmente importante per i nostri studi e per comprendere il concetto di tipologia è Quatremère de Quincy, di epoca illuminista. Egli introduce, nella sua opera Encyclopédie méthodique-architecture, la formulazione teorica dei concetti di tipo e modello. In particolare, intende il modello “secondo l’esecuzione pratica dell’arte”, esso è un oggetto che si deve ripetere tale quale è. Il tipo invece, al contrario, “è un oggetto secondo il quale ognuno può concepire delle opere che non si rassomiglieranno tra loro”. Tutto è preciso nel modello, tutto è più o meno vago nel tipo.

Questo autore ebbe modo di seguire da vicino le trasformazioni morfologiche del tessuto urbano di Parigi sia durante l’epoca illuminista che durante quella Napoleonica ed offre questa definizione di modello e tipo come concezione generale da fornire a tutti gli architetti illuministi. Nel pensiero di Quatremère de Quincy l’architettura civile non è più soltanto quella non religiosa e non militare, ma rappresenta gli apparati della città nuova, che non sono sempre edifici ma anche strade, ponti, illuminazione e tutti i servizi per la popolazione. I confini tra tipo e modello rimangono labili, il prototipo diventa frequentemente il modello da confermare nelle diverse realizzazioni, soprattutto nella loro diffusione dalle città capitali a quelle minori e provinciali.

Gli autori illuministi sottolineano l’aspetto di cogenza di queste architetture. I trattati teorici ribadiscono la classificazione precedente dei tipi ponendo in rilievo la necessità che essi, sempre più riferiti alla funzione che devono assolvere, anziché al contenuto che devono esprimere, cioè la forma, forniscano regole di facile assimilazione (momento operativo) e sempre trasmissibili (momento didattico).

Durand, allievo del Boullée, propone una metodologia chiara e precisa per applicare e realizzare edifici secondi i tipi che vengono classificati nei trattati. Lo scopo è quello di realizzare delle opere che seguano i principi di convenienza ed economica, essi devono cioè essere solidi, comodi, facili da utilizzare nonché di forma semplice e simmetrica. La bellezza infine è data dalla disposizione, cioè dalla combinazione virtuosa di tutti gli elementi presenti.

È evidente che gli strumenti da utilizzare vengono dedotti dalla trattatistica di Vitruvio. La trasmissione di questi concetti, soprattutto nell’illuminismo, assume una valenza di tipo didattico. L’esperienza dei trattati di architettura è quindi anche e soprattutto un’esperienza didattica che si rifà al concetto secondo il quale il sapere deve essere sempre trasmissibile.

È evidente che in questa fase la tipologia edilizia diviene uno strumento fondamentale di progettazione e di realizzazione, nonché di trasmissione del sapere. I trattati successivi all’epoca illuminista non faranno altro che ribadire la classificazione precedente, ponendo in rilievo però il fatto che i tipi edilizi, sempre più riferiti alla funzione che devono assolvere, forniscano regole facilmente assimilabili. Le scuole politecniche che nascono in questa fase esaltano questo aspetto e...

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Ingegneria civile e Architettura ICAR/21 Urbanistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher 0fiorina990ca di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di urbanistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Cagliari o del prof Colavitti Anna Maria.
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