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dell'eterogeneità delle prestazioni che di asimmetrie informative. Il consumatore può non essere in grado di

valutare, e tradurre in un prezzo, la qualità del servizio. Ciò pone un problema di carattere più generale: la qualità di

beni e servizi può migliorare ma può anche peggiorare. La possibilità di un peggioramento della qualità diventa

ancora più concreta quando si consideri un indice del costo della vita: a questo riguardo si consideri ad esempio la

qualità delle nuove case costruite rispetto a quelle più vecchie o a una radiografia effettuata con vecchie

apparecchiature rispetto a una con apparecchiature più recenti.

1.2. L'indice del costo della vita

1.2.1. Gli indici statistici

L'indice dei prezzi al consumo, sopra analizzato, è un indice di Laspeyres: il paniere di riferimento è quello dell'anno

base. L'indice dei periodi successivi (t = 1, 2, .... ) è calcolato in rapporto al paniere q0 dell'anno base. Più

precisamente l'indice di Laspeyres, PL, calcolato nell'anno 1 è pari a: PL=p1*q0/p0*q0.

L'indice di Laspeyres è quindi uguale alla somma ponderata del rapporto fra il prezzo dell'anno corrente (i = l, 2, ... ) e

l'anno base e w rappresenta il peso per il bene i nell'anno iniziale di riferimento: la somma di tutti i pesi è

naturalmente uguale a 1. Le distorsioni dell'indice dei prezzi del tipo Laspeyres derivano dal fatto che i pesi dell'anno

base rimangono costanti, mentre in realtà variano nel tempo: tale indice è a base fissa (l'anno zero) con

ponderazione fissa (WO). Il vantaggio decisivo dell'indice di Laspeyres, ancora più rilevante in sistemi economici

basati sull'informazione, è la sua tempestività. Infatti per calcolare l'ultimo dato sull'inflazione è semplicemente

necessario aggregare i prezzi più recenti dei beni che compongono il paniere, rilevati secondo un prestabilito piano

di campionamento. Un modo alternativo per misurare l'indice dei prezzi al consumo può quindi essere quello di

considerare come riferimento l'anno corrente anziché l'anno iniziale. L'indice calcolato in questo modo si chiama

indice di Paasche e risponde alla domanda di quale sia il valore di reddito necessario per acquistare il paniere di oggi

nell'anno iniziale. Tale indice è a base fissa (l'anno zero) ma con ponderazione variabile: Pp=p1*q1/p0*q1.

L'indice di Paasche è quindi uguale alla somma ponderata del rapporto fra il prezzo dell'anno corrente (i = 1, 2 .... ) e

l'anno base, essendo w il peso per il bene i nell'anno corrente: la somma di tutti i pesi è naturalmente uguale a 1. La

differenza cruciale rispetto all'indice di Laspeyres è data dal fatto che i pesi w variano ogni anno. L'indice di

Laspeyres e l'indice di Paasche possono essere fra loro collegati per ottenere un indice di valore: più precisamente

un indice di valore può essere espresso come prodotto fra un indice di quantità a prezzi costanti, cioè un indice

Laspeyres, e un indice dei prezzi con pesi variabili. Questo è il modo con cui si procede alla costruzione di molti

aggregati di contabilità nazionale a prezzi costanti. L'indice di Paasche che si ottiene dividendo l'indice di valore per

l'indice di quantità è anche chiamato deflatore implicito e rappresenta una differente misura del tasso di inflazione.

Il deflatore implicito, calcolato come indice di Paasche, non può tuttavia essere concatenato da un anno all'altro per

il fatto che variano da un anno all'altro i pesi di riferimento: ciò è invece possibile con l'indice di Laspeyres. In molti

casi tuttavia la contabilità nazionale può seguire il cammino opposto e cioè dividere l'indice di valore per un

appropriato indice dei prezzi in modo tale da giungere a un indice di quantità. Un modo per conservare le qualità di

entrambi gli indici è stato proposto da Fisher, il quale ha proposto un indice dei prezzi calcolato come media

geometrica dell'indice di Laspeyres e Paasche. L'indice di Fisher è quindi definito come: Pf=radice(Pl*Pp).

1.2.2. L’indice economico del costo della vita

Gli indici statistici fin qui descritti sono quelli più diffusi e utilizzati, in quanto stabiliscono limiti o approssimazioni

all'indice “vero” del costo della vita, che si basa invece sul concetto economico della spesa minima necessaria per

raggiungere un dato livello (non osservabile) di utilità. L'indice del costo della vita, anche chiamato indice di Konus,

Pk, è misurato attraverso la funzione di spesa e (p, u) che risolve il problema di minimizzazione della spesa necessaria

per raggiungere un dato livello di utilità. L'indice di Laspeyres, che è misurabile, rappresenta un limite superiore

dell'indice del costo della vita rispetto a una variazione di prezzo, che invece non è direttamente misurabile. Il

confronto dei due rapporti consente di concludere che la spesa del consumatore in corrispondenza dell'indice di

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Laspeyres è superiore alla spesa in corrispondenza del «vero» indice del costo della vita Pk, misurato sulla base dei

nuovi prezzi per un livello di utilità costante. Se le preferenze sono omotetiche ciò rappresenta una condizione

necessaria e sufficiente perché l'indice di Laspeyres sia superiore all'indice di Paasche. L'ipotesi di omoteticità delle

preferenze implica che la proporzione di spesa dedicata a ciascun bene rimanga costante al crescere del reddito, il

che rappresenta un'ipotesi poco plausibile. Konus ha tuttavia dimostrato un risultato di maggiore interesse anche se

meno forte. Si può infatti dimostrare che se le preferenze non sono omotetiche e Pp è minore o uguale a Pl esiste un

paniere intermedio, media ponderata dei due panieri di riferimento, per il quale vale ugualmente la precedente

relazione. È possibile fornire una dimostrazione analoga se, viceversa, Pp è superiore a Pl. Ciò equivale ad affermare

che se si verifica empiricamente la disuguaglianza.

1.2.3. Costo della vita e mercati: Stati Uniti, Unione europea e Italia

Consideriamo con un esempio empirico il problema della misurazione del livello dei prezzi e del costo della vita. La

precedente analisi può essere estesa al confronto dei prezzi per il medesimo bene in una data area geografica: il

problema è di particolare rilevanza quando i prezzi sono espressi nella medesima moneta, come avviene negli Stati

Uniti e nell'Unione europea con l'introduzione dell'euro. Gli organismi ufficiali che, come l'ISTAT o il Bureau of Labor

Statistics, raccolgono i dati elementari sui prezzi di ciascun bene sono regolati da leggi e regolamenti del potere

politico che, di regola, pongono come obiettivo la raccolta e la divulgazione del numero indice su cui si basa il calcolo

del tasso di inflazione. Fra gli obiettivi indicati dal Parlamento non rientra, almeno attualmente, la rilevazione

elementare relativa ai prezzi del medesimo bene in diverse località: esistono tuttavia elaborazioni e studi che

consentono di fornire indicazioni su questo cruciale aspetto del meccanismo di mercato. La questione è rilevante per

almeno tre considerazioni: 1. l'equilibrio di mercato corrisponde a una distribuzione di prezzi e non a un singolo

prezzo parametrico, assegnato esogenamente. La teoria economica risolve il problema con l'espediente di

ridenominare ciascun bene sulla base della qualità, la localizzazione e la data: il medesimo bene in due luoghi diversi

viene considerato come due beni diversi e ciò vale analogamente per il tempo e la qualità. Si tratta di un’ipotesi

plausibile che ha tuttavia un'implicazione sul significato dei prezzi: il prezzo di un dato bene in un tempo e una

località prefissati può associarsi a un numero molto limitato di soggetti economici e di scambi. In tal caso il prezzo

riflette un potere di mercato e non può più essere considerato come parametrico. 2. la distribuzione di prezzi

corrispondente a ciascun bene fornisce una indicazione sulle caratteristiche del mercato sottostante. Nel caso

teorico di un mercato di perfetta concorrenza la distribuzione di prezzi collassa a un solo prezzo, che corrisponde al

prezzo parametrico di mercato. Nel caso del monopolio occorre distinguere fra due casi limite. Se il monopolista non

discrimina e pratica un prezzo unico, nel mercato si osserva un solo prezzo, superiore a quello di un mercato

concorrenziale. Se il monopolista è in grado di praticare una discriminazione perfetta dei prezzi, la distribuzione dei

prezzi che si osserva sul mercato corrisponde alla distribuzione della disponibilità a pagare dei consumatori. Mercati

di concorrenza monopolista e oligopolio, cioè le forme prevalenti di mercato, rispecchiano l'interazione fra potere di

mercato e la distribuzione congiunta di caratteristiche e reddito; 3. la distribuzione dei prezzi in euro nell'Unione

europea rappresenta un indicatore importante del grado di integrazione, concorrenza e mobilità delle risorse

all'interno dell'Europa. Un punto di riferimento analogo è rappresentato dalla distribuzione dei prezzi che si osserva

per prodotti analoghi negli Stati Uniti: in linea teorica lo spazio di confronto e arbitraggio in Europa dovrebbe essere

superiore, data la minore estensione geografica dell'attuale Unione europea a 11 rispetto agli Stati Uniti. L'indice del

costo della vita (ACCRA) sulla base dei dati più recenti (1996) evidenzia valori stabili nel tempo, con un coefficiente di

variazione uguale al 1993. La città più costosa degli Stati Uniti è New York, con un indice pari a 224: Los Angeles, sulla

costa Ovest, è invece, fra le grandi metropoli, un'area molto meno costosa con un indice pari a 120. A parità di altre

condizioni il costo della vita nel Sud degli Stati Uniti tende a essere inferiore rispetto al Nord. Si osserva una

situazione analoga nel caso dell'Italia, dove il costo della vita al Nord è mediamente superiore rispetto al Sud:

un'analisi del sistema dei prezzi per le principali città consente di concludere che Milano è l'area con il più elevato

costo della vita, superiore del 20-30% rispetto alle principali città nel Sud. Si tratta di un divario analogo a quello

registrato sull'intero territorio degli Stati Uniti (la media più o meno una deviazione standard): ciò rispecchia quindi

una minore concorrenzialità dei mercati e una più ridotta mobilità delle risorse in Italia rispetto agli Stati Uniti.

2. Inflazione, produttività e distribuzione del reddito

2.1. La misurazione della produttività Pag. 24 di 61

2.1.1. La produttività del lavoro

Dopo aver analizzato la misurazione del livello dei prezzi e del suo tasso di variazione, cioè il tasso di inflazione, ci

poniamo il problema di analizzare quali siano le principali forze economiche che influenzano quest'ultimo.

Consideriamo l'influenza sul tasso d'inflazione di due forze, cioè la produttività e l'offerta di moneta: In questo

paragrafo affrontiamo l'analisi del rapporto fra inflazione e produttività, esaminando le implicazioni per quanto

riguarda la distribuzione del reddito. La produttività è il rapporto fra l'input di fattori produttivi e l'output che ne

deriva: consideriamo anzitutto il caso più semplice in cui l'output è un solo prodotto misurabile e l'input è

rappresentato dal solo lavoro, l'unico fattore variabile. In tal caso abbiamo che la produttività del lavoro coincide con

il prodotto medio e, a livello microeconomico, la relazione fra produzione media e quantità prodotta dipende dalle

caratteristiche della funzione di produzione. Nel caso di rendimenti prima crescenti e poi decrescenti il prodotto

medio cresce e poi dopo aver raggiunto un massimo diminuisce. Nel seguito adottiamo l'ipotesi che i rendimenti

siano costanti per il tratto rilevante della capacità produttiva dell'impresa. Con queste qualificazioni possiamo

scrivere: · produttività del lavoro (Z) = prodotto medio del lavoro (PMEL) e produttività del lavoro (Z)= quantità

prodotta (Q)/ lavoratori (N) oppure le ore lavoratore (H). Il rapporto con le ore lavorate fornisce una misurazione più

precisa della produttività del lavoro ed è quindi da preferire, quando possibile: è solo per semplicità espositiva che

nel seguito utilizziamo il rapporto con il numero di lavoratori. La produttività a livello di impresa può essere misurata,

quando possibile, in termini reali. Il confronto dei livelli di produttività ha, come per i prezzi, un significato

economico diverso rispetto al confronto della dinamica della produttività, nel tempo o fra paesi. Il confronto fra

livelli assoluti di produttività, in termini di valore aggiunto per addetto, deve essere omogeneo fra settori: non è

possibile, ad esempio, confrontare il livello assoluto di produttività dell'industria automobilistica e quello

dell'industria delle calzature, poiché si tratta di due strutture produttive e tecnologiche del tutto diverse. L'aumento

dei prezzi che deriva dal potere monopolistico è tuttavia un segnale di inefficienza e non di maggiore produttività. Il

valore aggiunto è l'aumento di valore riconosciuto da un mercato concorrenziale, nazionale e internazionale,

all'attività produttiva svolta dall'impresa: chi acquista riconosce l'aumento di valore privato pagando il prezzo di

mercato del bene o del servizio. Tale aumento è il risultato dell'attività di trasformazione: in condizioni efficienti

l'aumento di valore privato coincide con l'aumento di valore sociale. La produttività, misurata in quantità o in valore

aggiunto per unità di input, presuppone quindi il riconoscimento di un prezzo e di un valore aggiunto unitario da

parte del mercato. Il confronto fra i tassi di variazione della produttività non richiede invece l'omogeneità delle

strutture produttive, ma solo la loro stabilità: ciò rappresenta un'ipotesi plausibile, specialmente nel breve e medio

periodo. Mentre il confronto fra i livelli di produttività di diverse aree economiche non rispecchia solo l'efficienza,

ma anche il settore produttivo, la tecnologia e il sistema dei prezzi, il confronto della dinamica della produttività è

legittimo se ipotizza che questi fattori siano costanti.

2.1.2. La produttività totale dei fattori e la produttività nei servizi

La produttività del lavoro è una misurazione semplice ma incompleta della produttività, sia per l'impresa sia per

l'economia. Il lavoro è solo uno degli input produttivi: è necessario includere altri input fra cui ln particolare il

capitale. In tal caso la produttività è definita multifattoriale, o produttività totale dei fattori (PTF): nella sua

formulazione più semplice la produttività totale dei fattori è misurata come rapporto fra un indice della quantità o

del valore aggiunto e una media ponderata di un indice di quantità del lavoro, n, e un indice di quantità del capitale,

k. Cioè: da cui:

dove k è il tasso di variazione della quantità di capitale. Questo rapporto pone tuttavia almeno due problemi: il

primo riguarda la misurazione del capitale mentre il secondo concerne i pesi da attribuire al lavoro e al capitale nella

costruzione dell'indice aggregato dell'input. Il tasso di crescita della produttività totale dei fattori, quando i fattori

sono lavoro e capitale, può essere invece approssimato da: z = q - (landa*n + (1 - landa)/k) = PTF. L'assegnazione dei

pesi pone complessi problemi teorici e pratici: una soluzione possibile è quella di attribuire pesi corrispondenti alla

quota di salari e profitti nel PIL. L'idea teorica è quella di utilizzare le proprietà di una funzione di produzione

aggregata a rendimenti costanti: le evidenze empiriche indicano tuttavia che in tal modo il ruolo del capitale nel

processo di crescita risulta sottodimensionato. Sono possibili, tuttavia, altre interpretazioni che estendono la

definizione della nozione di capitale. La produttività totale dei fattori, anche chiamata residuo di Solow, è misurata

dalla differenza fra la crescita della produzione e la crescita dell'input complessivo di lavoro e capitale.

2.2. Produttività e distribuzione del reddito Pag. 25 di 61

2.2.1. La relazione salari prezzi e produttività del lavoro

Supponiamo che un'impresa, rappresentativa per l'intera economia, determini il prezzo sulla base del criterio del

mark-up applicato al costo unitario variabile: il costo variabile per unità di prodotto (CVUP) è la somma del costo

del lavoro per unità di prodotto (CLUP) e del costo degli input esterni all'impresa per unità di prodotto (CIUP),

somma dei costi unitari delle materie prime e intermedie, di fonte interna ed estera. Il prezzo è quindi determinato

sulla base della relazione: p = CVUP (1 + k) = (CLUP + CIUP)(1 + k). Il criterio del mark-up determina implicitamente il

valore aggiunto, che si distribuisce fra salari e profitti: la somma di salari, profitti e il costo degli input per unità di

prodotto è, per costruzione, il prezzo del bene o servizio. Per analizzare la dinamica dei salari, produttività e prezzi è

utile considerare il numero indice della precedente formula per il prezzo. Se consideriamo il rapporto fra i prezzi al

tempo 1 e al tempo O otteniamo: P1/P0=CVUP1*(1 + k1)/CVUP0*(1 + k0). Se il mark-up è costante, ed è quindi

costante la quota dei profitti sulle vendite, il tasso di crescita dei prezzi è uguale al tasso di crescita del costo

variabile per unità di prodotto. Se il prezzo cresce in misura superiore ciò significa che aumenta il mark-up e la quota

dei profitti, mentre se il prezzo cresce in misura inferiore ciò significa che il mark-up e la quota dei profitti

diminuiscono. Il costo del lavoro per unità di prodotto è altresì definito come: CLUP=costo totale del lavoro/quantità

prodotta=W*N/Q=W/Z. L'ultima espressione W/Z deriva dal fatto che il rapporto N/Q non è altro che il reciproco

della produttività del lavoro Z (PMEL). Di conseguenza, in termini di tassi di variazione vale la relazione

fondamentale: clup = w – z. La dinamica del clup risulta determinata dalla differenza fra il tasso di crescita del costo

del lavoro e il tasso di crescita della produttività: se le altre componenti di costo rimangono costanti, il tasso di

variazione dei prezzi è governato dalla dinamica di tale differenza. Se la distribuzione delle quote distributive fra

salari e profitti rimane costante allora la relazione fondamentale implica: p = clup cioè il tasso di inflazione è uguale

al tasso di variazione del CLUP (se clup = 0, allora p=0). Supponendo, per semplicità, che il costo variabile per unità di

prodotto corrisponda al costo del lavoro per unità di prodotto, escludendo il costo degli input esterni, possiamo

nuovamente distinguere i seguenti casi, questa volta per l'intera economia: · il clup cresce in misura pari al tasso di

inflazione: in questo caso le quote distributive fra salario e profitto rimangono invariate; · il clup cresce in misura

superiore al tasso di inflazione: se i prezzi rimangono invariati, la quota di profitti diminuisce e la quota dei salari

aumenta; · il clup cresce in misura inferiore al tasso di inflazione: se i prezzi rimangono invariati, la quota dei profitti

aumenta e la quota dei salari diminuisce.

2.2.2. La distribuzione dei benefici del progresso tecnico

Variabili: · il costo del lavoro per lavoratore, definito come somma del salario lordo al lavoratore e degli oneri sociali,

a carico dell'impresa e del lavoratore. Il salario netto del lavoratore è pari al salario lordo al netto dell'imposizione

fiscale; · il numero di lavoratori occupati dall'impresa, che dipende dalla quantità Il prodotta e venduta sul mercato; ·

il costo del lavoro totale, dato dal prodotto fra il costo del lavoro per lavoratore e il numero di lavoratori; · la

produttività del lavoro, definita come rapporto fra quantità prodotta e numero di lavoratori. · il costo del lavoro per

unità di prodotto (CLUP) è definito dal rapporto fra il costo del lavoro totale e la quantità prodotta; · il costo degli

input nazionali ed esteri per unità di prodotto: la somma del costo degli input e del costo del lavoro per unità di

prodotto rappresenta il costo variabile per unità di prodotto; · il mark-up rappresenta la percentuale di ricarico che

l'impresa applica ai costi variabili unitari per coprire i costi fissi e generali non direttamente imputabili al prodotto e

ottenere un prefissato margine «normale» di profitto; · il valore aggiunto per unità di prodotto di un bene è definito

come differenza fra il prezzo di mercato e il costo degli input di materie prime e semilavorati che l'impresa ha

acquistato all'esterno; · il valore aggiunto rappresenta la somma della remunerazione ai fattori produttivi, cioè

lavoro e capitale: il valore aggiunto per unità di prodotto è la somma del costo del lavoro per unità di prodotto

(salario lordo più oneri sociali) e il profitto per unità di prodotto; · il valore aggiunto totale, il costo del lavoro totale e

il profitto totale sono dati dai corrispondenti valori unitari moltiplicati per la quantità prodotta. Supponiamo che la

produttività cresca del 5 %, come risultato di un miglioramento tecnologico: ciò apre uno spazio di scelta per la

distribuzione del beneficio del progresso tecnico. In concreto la produttività cresce nel tempo attraverso oscillazioni,

in parte di natura ciclica: in molti paesi la produttività di breve periodo tende a muoversi nella stessa direzione del

ciclo economico, cioè in modo prociclico. Se i salari sono legati alla produttività allora anch'essi crescono con

oscillazioni legate al ciclo economico.

4. Inflazione e tasso di cambio

4.1. Bilancia dei pagamenti, tasso di cambio e prezzi

4.1.1. Bilancia dei pagamenti e meccanismi di aggiustamento

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Il tasso di cambio valutario è il prezzo di una moneta nei termini di un'altra moneta: se per acquistare un euro sono

necessari 1,1 dollari ciò corrisponde al tasso di cambio dell'euro rispetto al dollaro. Questo modo di definire il tasso

di cambio è chiamato certo per incerto, o quotazione indiretta, cioè una unità certa di moneta nazionale in rapporto

a una quantità variabile di moneta estera: il reciproco di questo tasso di cambio, cioè 0,909 = 1/1,1 rappresenta la

quotazione incerto per certo. L'euro è quotato sulla base del primo rapporto. Se il tasso di cambio dell'euro rispetto

al dollaro aumenta ciò significa che sono necessari più dollari per un euro, ovvero un euro può acquistare più dollari:

di conseguenza un aumento del tasso di cambio rispecchia un apprezzamento dell'euro rispetto al dollaro. In modo

simmetrico una diminuzione del tasso di cambio rispecchia un deprezzamento dell'euro rispetto al dollaro. La

concordanza fra aumento del tasso di cambio nominale e apprezzamento, così come fra diminuzione e

deprezzamento è uno dei motivi per favorire la quotazione indiretta, o certo per l'incerto. La domanda e l'offerta di

dollari ed euro, così come di ogni altra valuta, rispecchiano due fondamentali categorie di scambi economici: gli

scambi di beni e servizi, cioè di flussi, e gli scambi di attività reali e finanziarie, cioè di variazione dello stock di

attività. La bilancia dei pagamenti è lo schema contabile che registra gli scambi di beni, servizi e attività: il criterio di

registrazione è quello della partita doppia, il che rispecchia il fatto che si acquista o si vende un bene in cambio di

moneta, depositi o attività. Il valore del totale dei crediti è per definizione uguale al valore del totale dei debiti: ciò

vale per la bilancia dei pagamenti di ciascun paese e quindi per la bilancia dei pagamenti di tutto il mondo. In

particolare: · le vendite sono registrate con il segno (+): si tratta di transazioni che determinano una domanda di

euro e un incasso da stranieri. È una vendita l'esportazione negli Stati Uniti di autovetture tedesche o la cessione

della proprietà di una impresa europea ad una impresa americana. Alla registrazione della vendita con segno (+) si

accompagna simultaneamente una registrazione contabile con segno (-) in corrispondenza di un aumento delle

attività o una diminuzione delle passività verso l'estero (viceversa per l’acquisto); · gli acquisti sono registrati con il

segno (-): si tratta di transazioni che determinano un'offerta di euro e un pagamento a stranieri. È un acquisto

l'importazione in Europa di computer americani o il diventare proprietari di azioni di una società americana. La

bilancia dei pagamenti si compone di due conti e due soggetti principali. I due conti sono il conto delle partite

correnti e il conto dei movimenti di capitale: le partite correnti registrano lo scambio di merci, di servizi, i redditi da

capitale e lavoro e i trasferimenti unilaterali. Il secondo conto registra i movimenti di capitali, in particolare gli

investimenti diretti, che registrano l'acquisto o la vendita di proprietà di imprese, gli in vestimenti di portafoglio,

riguardanti attività e passività più mobili come azioni e obbligazioni, e i prestiti. I due soggetti principali sono il

settore privato e la banca centrale: gli scambi attribuibili al settore privato, per operazioni «autonome»,

rappresentano ciò che di regola si considera il saldo della bilancia dei pagamenti. Lo schema contabile della bilancia

dei pagamenti consente di evidenziare le seguenti implicazioni di politica economica: · non è possibile che tutti i

paesi del mondo registrino un saldo positivo della bilancia dei pagamenti. Un paese non può registrare stabilmente

un saldo negativo della bilancia dei pagamenti: il tasso di cambio si muoverà per favorire un riequilibrio in direzione

positiva; · nell'ambito della bilancia dei pagamenti, il saldo delle partite correnti è la grandezza centrale di

riferimento. Un paese che registra un disavanzo delle partite correnti “vive al di sopra dei propri mezzi”: ciò può

avvenire solo se il paese vende attività per finanziare le partite correnti, il che tuttavia è una possibilità di breve

durata. Quando il saldo fra lo stock di attività e passività è negativo il paese diventa un debitore netto nei confronti

del resto del mondo; · la posizione patrimoniale netta (o ricchezza estera netta) di un paese rappresenta perciò una

grandezza economica cruciale nel valutare il grado di «affidabilità» di un paese. Le partite correnti sono evidenziate

nell’identità di contabilità nazionale: Y = C + I + G + (EX – IM). Il reddito è dato dalla somma dei consumi, degli

investimenti, della spesa pubblica e delle esportazioni nette. Importante è la seguente relazione: I = S + (T-G) + (IM-

EX). Gli investimenti sono finanziati dal risparmio privato, dal risparmio pubblico e da quello estero.

4.1.2. Valuta di pagamento, ragioni di scambio e tasso di cambio reale

Il tasso di cambio influenza l'attività economica di un'impresa sia come importatrice di beni e servizi, sia come

esportatrice: la Politica dei prezzi dell'impresa è altresì influenzata dalla valuta scelta per la fatturazione. Ad esempio

il prezzo del petrolio è sempre stato quotato, e quindi fatturato, in dollari: se sono necessari più euro per acquistare

un dollaro il costo dell'input europeo aumenta, anche se il prezzo in dollari del petrolio rimane costante. Di

conseguenza la quotazione, e quindi la fatturazione in euro del petrolio, ha l'effetto di ridurre le fluttuazioni del

prezzo dovute solo al tasso di cambio. La politica dei prezzi sui mercati esteri è la sintesi di una molteplicità di

componenti, fra cui, in particolare, l'interazione fra politica dei prezzi all'interno, tassi di cambio e concorrenza

estera. Il potere di mercato nel rapporto fra imprese internazionali determina la distribuzione dei costi e benefici

derivanti dalla fluttuazione dei tassi di cambio. Le ragioni di scambio internazionali sono definite come rapporto fra

prezzo delle esportazioni e prezzo delle importazioni. E’ possibile esprimere il tasso di cambio in termini reali, q,

come la quantità di beni importati che si scambiano in relazione ad una unità di bene esportato. Tale tasso di cambio

reale coincide con le ragioni di scambio: Pag. 27 di 61

4.2. Le parità teoriche di prezzi e interessi

4.2.1. La «legge» del prezzo unico

La «legge» del prezzo unico afferma l'uguaglianza del prezzo del medesimo bene in due paesi diversi quando lo

esprima in base alla stessa valuta. Se consideriamo l'Unione europea e gli Stati Uniti ciò equivale a:

dove Pusa e Peuro sono, rispettivamente, il prezzo del bene i negli Stati Uniti e in Europa.

Consideriamo come esempio il panino «Big Mac» venduto dalla catena McDonald's, diffusa in tutto il mondo: il

settimanale «The Economist» rileva da molti anni le quotazioni di questo panino, in modo da poter confrontare il

tasso di cambio di mercato con quello che deriva implicitamente dal rapporto dei prezzi del panino «Big Mac».

4.2.2. La parità dei poteri di acquisto (PPA) assoluta, relativa e il tasso di cambio reale

Una considerazione analoga vale quando si consideri la generalizzazione di questo argomento a un paniere

rappresentativo di beni: il Principio della Parità dei Poteri di Acquisto nella forma assoluta (PPA) afferma infatti

l'uguaglianza del prezzo del medesimo «paniere» di beni in due paesi diversi, quando il valore dei panieri sia

espresso con la stessa valuta. La PPA può essere espressa in tal modo:

Il prezzo del paniere di beni negli Stati Uniti è uguale al prezzo del paniere in Europa, espresso in dollari. La PPA

assoluta prevede quindi l'uguaglianza fra il livello generale dei prezzi di due paesi, se espressi nella medesima valuta.

In concreto tale uguaglianza non è tuttavia verificata: si osservano infatti significativi divari fra i livelli dei prezzi di

diversi paesi, che stanno alla base di importanti fenomeni economici come il turismo e i flussi migratori. Una migliore

misura del rapporto fra i livelli dei prezzi di due diversi paesi è il tasso di cambio reale, definito come:

La PPA assoluta diventa un caso particolare quando q = 1. La definizione di tasso di cambio reale fornisce altresì una

espressione più generale del tasso di cambio nominale. L'importanza di questa formulazione risiede nel fatto che il

tasso di cambio nominale varia non solo in rapporto al differenziale dei prezzi, causati da fattori monetari, ma anche

come conseguenza di fattori reali, misurati dal tasso di cambio reale q. Il rapporto q è una delle possibili definizioni

del tasso di cambio reale: il tasso di cambio reale è il rapporto fra il prezzo di un paniere di beni «nazionali» rispetto

al prezzo di un paniere di beni esteri, in questo caso americani. I due panieri sono rappresentativi dei consumi

europei e americani e, diversamente dal caso della PPA, sono quindi panieri di consumo diversi. Il tasso di cambio

reale può aumentare o diminuire: se il tasso di cambio reale q aumenta ciò equivale a un aumento del prezzo del

«paniere» di beni europei in rapporto al «paniere» di beni americani. I beni europei diventano più «costosi» rispetto

a quelli americani, e ciò si rispecchia in un apprezzamento reale, in questo caso dell'euro rispetto al dollaro. Se il

prezzo dei beni europei aumenta, relativamente a quelli americani, le esportazioni europee verso gli Stati Uniti ne

risultano svantaggiate: per quanto riguarda le importazioni l'aumento del tasso di cambio reale implica, per

definizione, una diminuzione del valore unitario delle merci estere in termini di merci nazionali; se il tasso di cambio

reale q diminuisce ciò equivale ad una diminuzione del prezzo del «paniere» di beni europei in rapporto al «paniere»

di beni americani. Si tratta perciò di un deprezzamento reale, in questo caso dell'euro rispetto dollaro. Con un

argomento simmetrico a quello precedente si può dimostrare che, di regola, una diminuzione del tasso di cambio

reale migliora il saldo delle partite correnti. Il tasso di variazione del cambio reale è pari a:

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Questa formulazione fornisce una base per l'analisi delle principali determinanti di breve-lungo periodo del tasso di

cambio. Infatti: · se il tasso di cambio reale, q, è costante la precedente relazione stabilisce un legame diretto fra la

variazione del tasso di cambio nominale e il differenziale dei tassi di inflazione: si tratta della PPA relativa. Ne deriva

altresì un legame di lungo periodo fra variazione del tasso di cambio nominale e la crescita dell'offerta di moneta nei

due paesi; · il deprezzamento del tasso di cambio reale avvantaggia le esportazioni e rende più costose le

importazioni: ciò migliora il saldo delle partite correnti del paese che deprezza. Nel breve periodo, tuttavia, il saldo

delle partite correnti può peggiorare anziché migliorare. Il motivo è dato dal fatto che la quantità domandata di

alcuni beni importati, come il petrolio, nel breve periodo non varia e di conseguenza, con un prezzo all'importazione

più elevato, il valore delle importazioni aumenta anziché diminuire. Contemporaneamente è invece necessario del

tempo perché le imprese possano sfruttare il vantaggio di prezzi più bassi per aumentare le esportazioni e le quote

di mercato all'estero. Nel breve periodo il valore delle esportazioni migliora solo di poco. L'effetto congiunto

determina un peggioramento delle partite correnti nel breve periodo: nel medio periodo i consumatori e le imprese

hanno il tempo di sostituire i beni più costosi con quelli meno costosi e di conseguenza le partite correnti migliorano.

Questo processo di aggiustamento viene anche chiamato effetto J, dalla forma della curva delle esportazioni nette

che prima peggiorano e poi migliorano. L'evidenza empirica conferma la rilevanza economica di questo effetto per il

timing della politica economica. · il tasso di cambio reale può variare come risultato di fattori reali, quali la dinamica

della domanda internazionale e il differenziale dei tassi di crescita della produttività. L'implicazione è che il tasso di

cambio nominale di lungo periodo può variare anche in assenza di un differenziale del tasso di inflazione. La

spiegazione del tendenziale apprezzamento dello yen rispetto al dollaro si basa sul fatto che il prezzo dei beni non

commerciabili in termini di beni commerciabili è cresciuto molto più rapidamente in Giappone che negli Stati Uniti, il

che rispecchia un simmetrico differenziale di produttività fra beni commerciabili e non commerciabili è molto più

elevato in Giappone che negli Stati Uniti. · Si tratta di una interpretazione che richiede un approfondimento. L'indice

dei prezzi di un paese è influenzato dal rapporto fra beni commerciabili e beni non commerciabili: i beni

commerciabili hanno un mercato internazionale e il loro prezzo è (quasi) uguale ovunque mentre per i beni non

commerciabili, ad esempio i servizi alla persona come il taglio di capelli, tale vincolo concorrenziale non esiste e i

prezzi nei paesi in via di sviluppo sono molto più bassi che nel paesi sviluppati. La conseguenza è che il potere di

acquisto di un dollaro o di un euro speso in Africa o in India è molto più elevato rispetto agli Stati Uniti o l'Europa.

Questo è il motivo per cui le vacanze «esotiche» sono spesso meno costose delle vacanze in patria. La conclusione è

che, se valgono queste plausibili condizioni: A> A* a = a* Divario di produttività solo per i beni commerciablli; W <

W* w < w* Salari inferiori a causa del divario di produttività; P = P* p < p* Prezzi uguali per i beni commerciabili;

media (p, P) < media (p*, P*) Il livello dei prezzi nazionali è inferiore a quelli esteri; il livello dei prezzi è inferiore nel

paese meno sviluppato rispetto a quello più sviluppato, pur essendo il paniere composto dai medesimi beni. In

concreto questo è ciò che si verifica: infatti possibile osservare una relazione positiva fra il livello del prezzi, espresso

in un'unica moneta, e il reddito pro capite fra diversi paesi. Ciò offre altresì una spiegazione dei fenomeni migratori:

per l'immigrato è vantaggioso lavorare in Europa, con salari europei o anche più bassi, se ciò gli può consentire, con

molti sacrifici, di convertire una parte degli euro guadagnati nella valuta del paese di origine, come il Marocco o la

Thailandia. Un reddito mensile di 500 euro non consente a una famiglia di vivere in Europa, ma consente invece un

netto miglioramento del tenore di vita per la famiglia dell'immigrato, ai prezzi del Marocco o della Thailandia.

Questo è ciò che avviene attraverso il meccanismo migratorio e le rimesse valutarie dei lavoratori immigrati verso i

paesi di origine.

4.2.3. Le parità coperte e scoperte dei tassi di interesse

L'idea che il medesimo bene in due paesi diversi debba avere il medesimo prezzo, se espresso nella stessa valuta,

riguarda altresì i tassi di cambio e i tassi di interesse: l'arbitraggio annulla il differenziale dei tassi di interesse

esistente fra due diverse divise, o valute, e si rispecchia in un equivalente differenziale fra tassi di cambio a pronti e a

termine, come si vedrà fra poco. L’arbitraggio consiste nel «comprare basso» e «vendere alto» una valuta. Nel breve

periodo la dinamica dei tassi di cambio è influenzata più dai differenziali dei tassi di interesse che dai differenziali dei

tassi di inflazione: perché ciò avvenga si richiede l'assenza di vincoli alla circolazione dei capitali, il che rappresenta

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una condizione realizzata in Europa solo a partire dall'inizio degli anni '90. La parità scoperta dei tassi di interesse

stabilisce una relazione fra il divario dei tassi di interesse e il divario dei tassi di cambio: più precisamente il

confronto fra il tasso di interesse di attività nazionali ed estere deve tenere conto delle aspettative sulle variazioni

del tasso di cambio nominale. La PPA fa riferimento alla relazione fra prezzi e tassi di cambio e, quindi, al mercato dei

beni. Nel mercato dei capitali, si parla di parità dei tassi di interesse in riferimento alla relazione che lega il tasso di

cambio al differenziale dei tassi di interesse. Gli investitori, per decidere se detenere titoli nazionali o esteri, devono

prendere in considerazione: - il tasso di rendimento nazionale e quello estero; - il deprezzamento atteso del tasso di

cambio. Difatti, la parità scoperta dei tassi di interesse afferma che il rendimento interno deve essere uguale a quello

estero aumentato del deprezzamento atteso: l’investimento estero comporta un rischio di cambio non assicurato nel

momento in cui si converte la valuta estera in valuta nazionale.

La parità coperta dei tassi di interesse elimina il rischio attraverso l’acquisto oggi della valuta sulla base di un tasso di

cambio a termine (forward):

In conclusione, l’investitore ha due possibilità di scelta: 1) investire nel titolo estero e accollarsi il rischio di un

apprezzamento della valuta nazionale; 2) investire nel titolo estero e stipulare parallelamente un contratto, oggi, per

la cessione, domani, di valuta estera in cambio di valuta nazionale ad un tasso forward.

Concorrenza e mercato capitolo 2

2. mercati internazionali e concorrenza

2.2. Il principio dei vantaggi comparati

2.2.1. I vantaggi comparati come base dello scambio

Il commercio interindustriale dei settori nei quali l'Italia ha una specializzazione internazionale si fonda fra l'altro sui

vantaggi comparati, ad esempio nella produzione di macchine industriali e prodotti tessili. Il principio dei vantaggi

comparati afferma che due paesi possono scambiare con reciproco vantaggio se ciascuno esporta quei beni per i

quali possiede un vantaggio comparato: un paese, ad esempio l'Italia, ha un vantaggio comparato per la produzione

di un bene se il costo opportunità di quel bene in termini di altri beni è minore, in Italia, rispetto al costo comparato

negli altri paesi, ad esempio la Germania. Il principio dei vantaggi comparati implica un intuitivo modello di

produzione e di scambio in base al quale un paese tenderà a specializzarsi a livello internazionale nella produzione di

quei beni per i quali i costi di produzione sono più bassi dati i costi opportunità. Tale principio, originariamente

proposto da David Ricardo, si basa su alcune ipotesi semplificatrici, fra cui in particolare l'esistenza di rendimenti

costanti e la coesistenza di una mobilità del lavoro all'interno di ciascun paese con l'immobilità del lavoro fra paesi.

In base al principio vantaggi comparati lo scambio fra due diversi paesi può essere ugualmente vantaggioso anche

nel caso in cui in uno dei due paesi la produttività sia più elevata in tutti i settori e abbia perciò un vantaggio

assoluto: una maggiore produttività può essere infatti più che compensata da maggiori costi salariali. Il principio dei

vantaggi comparati può fornire una interpretazione del commercio internazionale fra aree economiche, come

l'Unione europea e gli Stati Uniti, così come della specializzazione produttiva all'interno di un'area economica nella

quale la mobilità del lavoro è molto limitata, come nel caso dell'Unione europea. Un paese possiede un vantaggio

comparato nella produzione di un bene se il costo opportunità della produzione di quel bene in termini di altri beni è

minore nel paese considerato rispetto ai paesi stranieri.

Occupazione e reddito capitolo 12

1.1. La questione della popolazione nel pensiero economico

1.1.1. La popolazione: Smith, Malthus, Ricardo

La crescita e le oscillazioni demografiche influenzano il funzionamento dell’economia. In particolar modo, la

dinamica della popolazione rappresenta la variabile centrale che influenza la dinamica dell’offerta di lavoro, del

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prodotto totale e del prodotto pro capite. Adam Smith: la crescita delle popolazione è espressione delle crescita

economica e della prosperità. Salari elevati favoriscono la crescita dei matrimoni, della fertilità e della popolazione.

Malthus: esiste una stretta relazione fra l’aumento della popolazione e mezzi di sussistenza. Quando la crescita della

popolazione eccede le risorse disponibili si attivano freni volti a ristabilire l’equilibrio. Ricardo: la popolazione

aumenta o diminuisce con l’aumento o la diminuzione dell’accumulazione di capitale.

1.1.2. La popolazione: Marshall, Keynes, Hicks, Meade

Marshall: il “vigore” della popolazione è la fonte del progresso. Keynes: la dinamica della popolazione influenza la

domanda di capitale direttamente e attraverso le aspettative economiche. John Hicks osserva come la crescita della

popolazione sia la prima variabile indicata da Keynes e interpreta ciò come una indicazione del fatto che l'aspettativa

di un mercato in continua espansione, dovuto alla crescita della popolazione, è una cosa buona per tenere alto

l'ottimismo degli imprenditori. Meade: individuazione della popolazione ottima rispetto al massimo consumo pro

capite e al reddito di sussistenza.

1.2. Popolazione e attività economica

1.2.1. Transizione demografica e rapporti fra generazioni

La dinamica della popolazione e la sua composizione per classi di età sono legate a due fondamentali fattori e cioè la

crescita naturale della popolazione e la dinamica dei flussi migratori. La crescita naturale è misurata dal saldo

naturale, cioè la differenza fra nati e morti: il rapporto rispetto alla Popolazione definisce il tasso di natalità e il tasso

di mortalità. L'analisi e l'evidenza empirica mostrano che le decisioni di procreazione, da cui il tasso di natalità

dipende, sono di regola il risultato di una scelta, contrariamente alle ipotesi di Malthus, mentre invece il tasso di

mortalità dipende, di regola, da eventi esterni meno controllabili da parte dell'individuo. Dall'analisi della storia

demografica contemporanea dei paesi europei è emersa l'esistenza di una particolare relazione fra tassi di mortalità

e tassi di natalità che va sotto il nome di transizione demografica: la transizione demografica consiste nel passaggio

da un regime di alti tassi di natalità e mortalità a un regime di bassa natalità e mortalità, attraverso un processo in

cui la diminuzione del tasso di mortalità precede quello della natalità. Un modello teorico di transizione demografica

è:

Il processo di transizione demografica viene iniziato da una diminuzione del tasso di mortalità, da collegare a un

miglioramento del tenore di vita, alimentare, abitativo e sanitario: ad esso segue la diminuzione del tasso di natalità,

che rispecchia le decisioni delle famiglie. In concreto molto poco si conosce sui meccanismi decisionali delle famiglie:

indagini sociali recenti hanno posto in evidenza l'importanza del divario, che spesso si osserva, fra numero di figli

desiderati e numero di figli effettivi. In Italia, ad esempio, il numero medio desiderato di figli è di circa 2, mentre il

numero figli effettivi è di poco superiore a 1. Nel processo di transizione demografico descritto dal grafico è utile

sottolineare i seguenti aspetti: 1. il tasso di crescita naturale della popolazione, dato dalla differenza fra il tasso di

natalità e mortalità, è uguale all'inizio e alla fine del periodo: il processo di transizione comporta quindi un

temporaneo innalzamento del tasso di crescita naturale. Alla fine del periodo di transizione la popolazione è

aumentata a un livello assoluto più elevato, ma il tasso di crescita naturale potrebbe rimanere costante. Il tasso di

fecondità totale (TFT) definisce il numero medio di figli per donna durante la sua vita, qualora valgano in futuro gli

attuali tassi di fertilità per classi di età. Il tasso di fertilità completa per generazione è invece calcolato a posteriori e

misura il numero medio effettivo di figli per donna, per ogni generazione che ha superato l'età massima riproduttiva.

Il tasso di fecondità che corrisponde a popolazione stazionaria è pari a 2,1 figli per donna. La speranza di vita è anche

chiamata vita media. La speranza di vita rappresenta un importante indicatore della qualità dello sviluppo, utilizzato

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ad esempio dalle Nazioni Unite per la costruzione dell'indice dello sviluppo umano. 2. alla fluttuazione del tasso di

crescita naturale della popolazione si accompagna una fluttuazione nella struttura per età della popolazione che si

rispecchia nell'indice di dipendenza. L’indice di dipendenza definisce il rapporto fra il numero di persone che non

lavorano e il numero di persone che lavorano o potrebbero lavorare. La crescita dell'indice di dipendenza che si

osserva per molte grandi aree ha una conseguenza economica diretta su due aspetti centrali dell'attività economica:

l'equilibrio fra domanda e offerta nel mercato del lavoro e l'equilibrio finanziario, pubblico o privato, del sistema

pensionistico.

1.2.2. Popolazione e flussi migratori

Il saldo netto di variazione della popolazione di un paese è dato da: saldo netto = (nati - morti) + (immigrati -

emigrati). Il saldo netto è quindi uguale alla somma del saldo naturale più il saldo migratorio: il saldo netto può

crescere anche se il saldo naturale diminuisce, qualora il saldo migratorio aumenti in misura sufficiente da

compensare la diminuzione. L'aumento dei flussi migratori verso l'Europa corrisponde a una fase in cui la crescita

naturale della popolazione è in diminuzione: l'occupazione degli stranieri tende a concentrarsi in particolari settori,

come il metalmeccanico e le costruzioni e il settore dei servizi alla persona. Per considerare i potenziali benefici

dell'immigrazione si consideri la seguente relazione:

prodotto pro capite = produttività del lavoro * tasso di occupazione. La possibilità di mantenere un dato tenore di

vita pro capite dipende dalla dinamica della produttività del lavoro e dal tasso di occupazione, calcolato sulla

popolazione totale: l'aumento della popolazione anziana, e quindi dell'indice di dipendenza, richiede un aumento di

occupazione che, nel breve periodo, può provenire o da un aumento dell'occupazione femminile o da un aumento

dell'immigrazione. Se le posizioni di lavoro richiesto e/o i livelli retributivi non sono tali da aumentare l'offerta di

lavoro femminile nazionale, l'aumento dell'occupazione attraverso un aumento dell'immigrazione rappresenta il solo

modo per mantenere il livello del prodotto pro capite.

3. La distribuzione del reddito

3.1. Il circuito della distribuzione funzionale e personale del reddito

Il Prodotto interno lordo è la somma dei valori aggiunti ai prezzi di mercato dei settori economici dell'economia: la

somma del PIL più i redditi netti dall' estero corrisponde al Reddito nazionale lordo disponibile (RNLD). Il Prodotto

interno lordo ai prezzi di mercato include le imposte indirette: il PIL al netto delle imposte indirette nette

rappresenta il valore aggiunto al costo dei fattori, che di regola rappresenta l'aggregato sulla cui base calcolare la

distribuzione funzionale del reddito. La distribuzione funzionale del reddito è determinata dalle forze di mercato e

riguarda la distribuzione ai fattori produttivi, in particolare il lavoro e il capitale. Nella tradizione classica di Ricardo i

fattori produttivi sono rappresentati da terra, lavoro e capitale, a cui corrispondono tre tonti di reddito, cioè le

rendite, il salario e il profitto e altrettante classi sociali, i proprietari terrieri, i lavoratori e i capitalisti. Il valore delle

merci è determinato dalla quantità di lavoro impiegata sulla terra che non fornisce rendita: il salario reale è fissato al

livello di sussistenza compatibile con una popolazione stazionaria. Il profitto, infine, è il residuo che rimane ai

capitalisti dopo aver dedotto le rendite e i salari. La rendita economica è il rendimento di un fattore fisso per l'intera

economia, come le risorse naturali e la terra, sia per usi agricoli, come per la rendita ricardiana, sia per usi abitativi e

industriali. La figura sociale del «rentier», o redditiero, corrisponde a chi spende per consumi improduttivi gli

interessi sul capitale di cui è proprietario: Keynes auspicava la graduale ‘’eutanasia dei rentien’’ attraverso una

politica di bassi tassi di interesse che consentissero di realizzare un maggiore volume di investimenti. Se i profitti

sono percepiti solo dai capitalisti, che realizzano gli investimenti produttivi, esiste una relazione diretta fra

propensione al risparmio dei capitalisti e investimenti privati: tuttavia, nelle società moderne, i profitti sono percepiti

anche dalle famiglie dei lavoratori, oltre che dai capitalisti. La teoria economica neoclassica interpreta la

distribuzione funzionale del reddito in modo differente: in condizioni di perfetta concorrenza walrasiana i fattori

produttivi vengono remunerati sulla base della loro produttività marginale. Il meccanismo diventa tuttavia più

complesso e indeterminato quando si considerino le caratteristiche di una economia con potere di mercato,

asimmetria informativa, mercati incompleti e rendimenti crescenti. La distribuzione funzionale del reddito, anche

chiamata distribuzione primaria, rappresenta il punto di partenza di un complesso processo di distribuzione e

redistribuzione attraverso cui il reddito ai fattori si ricompone in reddito a soggetti istituzionali, in particolare le

famiglie, le imprese e lo Stato o Amministrazioni Pubbliche. In tal modo la distribuzione funzionale del reddito si

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ricompone nella distribuzione personale e familiare. Le Amministrazioni Pubbliche effettuano trasferimenti monetari

alle famiglie. Il profitto che si forma nel mercato viene distribuito alle imprese (ai capitalisti), alle famiglie che

dispongono di attività finanziarie e reali e allo Stato sotto forma di imposte. Le famiglie spendono per i consumi

privati, beneficiano dei consumi collettivi forniti dalle Amministrazioni Pubbliche e risparmiano. Le imprese, sulla

base del risparmio aggregato disponibile, realizzano gli investimenti privati.

3.2. La distribuzione del reddito nel ciclo di vita

3.2.1. Il reddito permanente

Una delle più importanti e utili distinzioni della teoria economica del consumatore è quella fra reddito permanente e

reddito transitorio: il consumo delle famiglie, e più in generale il loro comportamento economico e sociale, dipende

dalla composizione del reddito complessivo fra reddito permanente e reddito transitorio. Il reddito permanente è il

flusso futuro di reddito atteso con certezza o scarsa variabilità, mentre viceversa il reddito transitorio è casuale,

come una vincita occasionale al Lotto. È plausibile ipotizzare che le famiglie pianifichino le loro decisioni rilevanti,

come l'acquisto di una abitazione, sulla base del reddito permanente e non del reddito transitorio. La distinzione fra

le due categorie di reddito è determinata da valutazioni soggettive: il fatto che un aumento di reddito sia

considerato permanente o transitorio dipende ad esempio dalle aspettative sul futuro. Il reddito derivante da un

rapporto di lavoro occasionale, o a termine, è probabilmente considerato un reddito transitorio, mentre un reddito

derivante da una posizione stabile di lavoro è da considerare un reddito permanente. Per la concessione di un mutuo

o di una carta di credito le banche fanno riferimento al reddito considerato come permanente e trascurano i redditi

occasionali o troppo volatili. Una considerazione analoga riguarda il reddito derivante dalle attività finanziarie: per

un portafoglio diversificato, che rispecchi il mercato, il rendimento medio di lungo periodo può essere considerato

come permanente, mentre possono invece essere considerate come transitorie le oscillazioni di breve periodo. Di

conseguenza, una modificazione della composizione del reddito fra reddito da lavoro e reddito da capitale può

implicare, a parità di reddito, una modificazione del livello di consumo. Un ulteriore elemento di incertezza, nella

pianificazione delle decisioni di consumo, riguarda la vita attesa: è possibile che gli individui siano molto avversi al

rischio e di conseguenza adottino un criterio conservativo, al limite di tipo maximin, piuttosto che il valore di utilità

attesa.

4. Disuguaglianza economica e Stato sociale

4.1. La misura della disuguaglianza

4.1.1. La distribuzione lognormale

In tutti i paesi avanzati, la distribuzione del reddito è caratterizzata da una distribuzione asimmetrica in cui

moda<mediana<media. Una buona approssimazione è fornita dalla distribuzione lognormale

4.1.2. La curva di Lorenz Pag. 33 di 61

La distribuzione del reddito può essere rappresentata anche in un altro modo, che consente un legame fra

rappresentazione geometrica e un indice di concentrazione. La rappresentazione geometrica è la cosiddetta curva di

Lorenz che mostra il legame esistente fra la percentuale cumulata delle famiglie in ordine crescente di reddito e la

corrispondente percentuale di reddito cumulato. La medesima rappresentazione può essere proposta per la

distribuzione della ricchezza, così come di molti altri fenomeni economici. La curva di Lorenz per la distribuzione del

reddito consente di leggere che il 50% delle famiglie con il reddito più basso percepisce il 25% del reddito

complessivo: la retta OQ rappresenta la curva di Lorenz nel caso il reddito totale sia distribuito in modo uguale fra

tutte le famiglie. Quanto più il reddito è distribuito in modo diseguale, tanto più la curva di Lorenz si allontana dalla

retta di perfetta uguaglianza. La curva di Lorenz per la distribuzione della ricchezza è più distante dalla retta di

uguaglianza, rispetto alla curva di Lorenz per la distribuzione del reddito: se sovrapponiamo i due grafici la curva di

Lorenz per la distribuzione del reddito giace al di sopra, e all'interno, della curva di Lorenz per la distribuzione della

ricchezza. In questo caso si dice che la curva di Lorenz del reddito domina la curva di Lorenz per la ricchezza: se una

curva di Lorenz è uniformemente più elevata rispetto a un'altra ciò rispecchia un minor grado di disuguaglianza. Il

confronto fra curve di Lorenz è quindi basato su un criterio di dominanza, come nel caso del criterio di Pareto: ciò

implica che vi sono casi in cui non è possibile affermare quale sia la distribuzione più egualitaria. Se le curve di Lorenz

si intersecano il confronto fra diverse distribuzioni non è possibile: quindi l'ordinamento basato sulle curve di Lorenz

è un ordinamento incompleto. Una risuddivisione delle famiglie frequentemente utilizzata nelle analisi empiriche è

quella per decili.

4.1.3. Il coefficiente di Gini

La distribuzione del reddito e della ricchezza può essere misurata anche attraverso il coefficiente di Gini: quanto

maggiore è il suo valore e tanto maggiore è la disuguaglianza nella distribuzione.

4.2. Lo Stato sociale

4.2.1. Stato sociale e redistribuzione del reddito

L'Amministrazione Pubblica redistribuisce risorse alle famiglie e alle imprese secondo politiche scelte che

rispecchiano il meccanismo elettorale: la distribuzione del reddito familiare viene modificata attraverso i

trasferimenti monetari, in particolare le pensioni, e i consumi collettivi, come l'istruzione e la sanità. L'effetto

redistributivo della spesa pubblica può essere agevolmente misurato nel caso dei trasferimenti monetari, ma solo

stimato nel caso dei consumi colletti utilizzati in misura maggiore dalle famiglie con più basso reddito. Nel complesso

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l’attesa teorica è che la spesa pubblica tenda a diminuire la disuguaglianza nella distribuzione del reddito: ciò

tuttavia emerge come risultato netto di spinte opposte, sia verso una maggiore sia verso una minore disuguaglianza.

Il pagamento degli interessi sul debito pubblico tende ad aumentare la disuguaglianza nella distribuzione del reddito,

data la elevata concentrazione nella distribuzione della ricchezza. La spesa per la sicurezza sociale, riconducibile al

cosiddetto Stato sociale, tende invece a diminuire la disuguaglianza. Il termine di Stato sociale traduce quello inglese

di Welfare State: sotto il medesimo termine di Stato sociale si raggruppano una pluralità di differenti programmi di

assistenza e sicurezza sociale. L'origine storica, e teorica, dello Stato sociale in Europa è da individuare nell'esistenza

di rischi individuali non assicurati o non assicurabili attraverso il mercato privato: lo Stato sociale consente di

soddisfare la domanda di sicurezza che ne deriva attraverso il meccanismo del voto e della democrazia. Il rischio di

disoccupazione o povertà è un esempio di rischio non assicurabile attraverso un sistema di assicurazioni private:

analogamente non esiste un mercato privato per l'assicurazione malattie per le persone anziane e anche quando il

esiste i premi sono troppo elevati rispetto al reddito medio. Lo Stato sociale ha altresì accompagnato la transizione

verso l'economia industriale, garantendo agli anziani un livello minimo di consumo analogo a quello che

condividevano all'interno delle famiglie agricole. Su questa base comune si sono evolute in Europa almeno quattro

forme di Stato sociale: la scandinava, l'anglosassone, i modelli dell'Europa centrale (Germania, Francia e Austria) e

dell'Europa meridionale (Italia, Spagna, Portogallo e Grecia). Le principali differenziazioni fra le diverse forme

riguardano: · il grado di copertura: selettivo o universale; · le regole di accesso: senza o con verifica delle condizioni

di bisogno (means test); · la forma delle prestazioni: attraverso trasferimenti monetari o in natura (in kind); · i canali

di finanziamento: attraverso contributi specifici o la fiscalità generale. Il confronto dell'incidenza della spesa per la

protezione sociale nei principali paesi europei ne evidenzia sia la rilevanza sul piano macroeconomico, sia le

specificità nazionali. L'Italia è caratterizzata da una elevata spesa per le pensioni di vecchiaia; la Germania e la

Francia hanno una maggiore concentrazione nella spesa per la sanità, la famiglia e la disoccupazione, mentre la Gran

Bretagna occupa una posizione intermedia. L'unificazione della Germania ha innalzato in modo significativo la spesa

dello Stato sociale, in particolare per quanto riguarda la disoccupazione e le pensioni di vecchiaia. Una importante

evoluzione dello Stato sociale europeo ha riguardato l'allargamento delle prestazioni sul piano pensionistico: nella

spesa pensionistica è utile distinguere le funzioni di previdenza, che riguardano prestazioni legate all'attività di

lavoro e in gran parte assicurabili anche nel mercato privato, dalle funzioni di assistenza, che corrispondono invece a

motivazioni di solidarietà sociale. Non sempre, tuttavia, la distinzione è semplice. In Italia la previdenza include le

pensioni, le liquidazioni per fine rapporto, le indennità di disoccupazione e malattia = gli assegni familiari: l'assistenza

include invece le pensioni sociali, di guerra, agli invalidi civili, ai ciechi, ai sordomuti, nonché le prestazioni di

assistenza del tipo di asili nido e colonie. Altre riclassificazioni sono tuttavia possibili. Previdenza e assistenza hanno

diversi effetti redistributivi: la previdenza è legata alla carriera contributiva e retributiva dell'individuo, il che si

rispecchia in una distribuzione del reddito da pensioni modellata sulla disuguaglianza dei redditi da lavoro nel

mercato. La distribuzione del reddito da pensioni, attraverso il settore pubblico, può non differire in modo

significativo dalla distribuzione del reddito da pensioni che sarebbe generata da un sistema assicurativo privato. È

quindi possibile che la spesa per la previdenza non riduca la disuguaglianza. La spesa per assistenza contribuisce

invece a ridurre la disuguaglianza della distribuzione del reddito, anche se non necessariamente riduce la

disuguaglianza sul piano dei bisogni e della libertà positiva.

4.2.2. Pensioni, sanità e trasferimenti intergenerazionali

Nel corso degli anni '80 e '90 il finanziamento dello Stato sociale ha incontrato crescenti difficoltà in tutti i paesi a

causa del rapido aumento dell'indice di dipendenza e in particolare dell'invecchiamento della popolazione: la

diminuzione del tasso di natalità ha diminuito il numero di giovani mentre l'aumento della speranza media di vita ha

aumentato il numero di anziani. Rapidi cambiamenti nella struttura per età di una popolazione pongono delicati

problemi di allocazione e flessibilità nella struttura economica e produttiva: se la popolazione invecchia le scuole si

svuotano e gli ospedali si riempiono, ma non è tecnicamente possibile trasformare gli insegnanti esistenti in medici e

infermieri. L'invecchiamento della popolazione pone un problema di trasferimento intergenerazionale di risorse

verso due principali categorie di spesa: la sanità e le pensioni. Il consumo pro capite di risorse sanitarie è

relativamente elevato nei primi anni di vita, diminuisce nel periodo centrale della vita e si innalza rapidamente in

vecchiaia: di conseguenza la popolazione attiva paga contributi sanitari al settore pubblico o premi alle assicurazioni

private che per la gran parte finanziano la domanda di sanità degli anziani. Per quanto riguarda il sistema

pensionistico si distingue fra due possibili meccanismi redistributivi: · il sistema a ripartizione (‘’pay-as-you-go’’) nel

quale i contributi della generazione «giovane» che lavora finanziano direttamente le pensioni della generazione

anziana; · il sistema a capitalizzazione (‘’fully funded’’) nel quale i contributi della generazione «giovane» che lavora

vengono versati a un fondo, privato o pubblico, che realizza investimenti produttivi i cui profitti finanziano il

pagamento delle pensioni. La base del finanziamento di un sistema a capitalizzazione è quindi un: sistema a

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contribuzione nel quale i pensionati ricevono ciò che hanno versato da più il rendimento del capitale accumulato.

Poiché la durata della vita individuale è ignota ciò implica un'ulteriore redistribuzione da chi vive meno a lungo a chi

vive più a lungo. Sul piano teorico il problema del trasferimento intergenerazionale può essere meglio sintetizzato

con un modello a generazioni sovrapposte. In un sistema a ripartizione il pagamento di una pensione dai giovani ai

vecchi prende la forma del riconoscimento di un diritto, che non ha alcun legame necessario con i contributi versati

da giovani: i giovani della generazione G2 riconoscono ai vecchi della generazione G1 il diritto a ricevere una

pensione e ciò può avvenire solo nell’aspettativa che i giovani della generazione G3 riconosceranno ai vecchi della

generazione G2 un analogo diritto. Un sistema a ripartizione, o pay-as-you-go, si fonda su un contratto sociale di

natura politica: una maggioranza parlamentare può sempre decidere di modificare il contenuto di questo diritto

anche se si tende a salvaguardare i diritti acquisiti.

Nel sistema a ripartizione i benefici degli anziani al tempo t sono dati da: bt = benefici anziani al

tempo t; dt = contributi dei giovani al tempo t; (1+n) = rapporto fra la popolazione dei giovani e quella degli anziani.

L’equilibrio intertemporale dei consumatori

Il consumo e il risparmio al tempo t sono uguali alla ricchezza totale al tempo t; il consumo del periodo t+1 è dato

dall’investimento del risparmio (st) al tasso rt+1. La condizione di equilibrio aggregato fra risparmi e investimenti è

data da: . L’investimento è dato dalla differenza fra il risparmio dei giovani e quello degli

anziani. Se poniamo kt=Kt/Nt, Nt+1=Nt(1+n) e dividiamo la precedente espressione, otteniamo la condizione di

equilibrio fra risparmi e investimenti: . Nel caso del sistema a ripartizione i vincoli di bilancio

risultano così modificati: e l’equilibrio sarà: . Nel sistema a capitalizzazione i

giovani versano i contributi in un fondo, pubblico o privato, ricevendo da vecchi il capitale più il rendimento

accumulato nel corso degli anni: . I consumatori diminuiscono il risparmio privato in misura

eguale al risparmio di sicurezza sociale dt e non si ha alcun effetto sul risparmio aggregato e sull’accumulazione di

capitale. L’equilibrio dei consumatori è dato da: . Il livello di equilibrio fra risparmi e investimenti, nel sistema

a ripartizione, si realizza ad un livello inferiore rispetto al sistema a capitalizzazione, essendo: .

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Nella parte superiore è rappresentato il sistema a ripartizione: la spesa per le pensioni e la sanità è finanziata con i

contributi sociali; con i contributi dei genitori che lavorano, lo Stato sociale eroga trasferimenti monetari e consumi

collettivi nei confronti dei genitori anziani e dei figli. Nel sistema a capitalizzazione le famiglie che lavorano stipulano

assicurazioni con società che acquistano azioni o obbligazioni delle imprese in cui le famiglie lavorano.

Crescita e stabilità capitolo 13

Le opportunità di occupazione, libertà e miglioramento del tenore di vita delle persone sono legate al fatto che

l'economia cresca in modo continuo sul piano quantitativo e si sviluppi senza squilibri sul piano qualitativo: per

questo motivo la crescita economica rappresenta un obiettivo prioritario per tutti i paesi. La crescita economica

rappresenta tuttavia un processo ancora poco compreso sul piano teorico e di conseguenza non esiste, purtroppo,

una «ricetta» assoluta da applicare. Di fronte al “mistero della crescita” la Politica economica deve fondarsi sulla

consapevolezza che gli errori sono in parte inevitabili: ciò richiede flessibilità nelle decisioni e rapidità nel rivedere le

decisioni sbagliate. Il processo di crescita economica si accompagna a periodici cicli e fluttuazioni, a volte molto

ampie: la crisi economica mondiale degli anni '30 rappresenta l'episodio più grave nel corso del ventesimo secolo.

L'interpretazione teorica proposta da John Maynard Keynes è ancora oggi influente e si basa sull'idea che il

meccanismo di mercato, anche se di perfetta concorrenza, può incepparsi per lunghi periodi senza alcuna capacità

autonoma di riequilibrio. Il dibattito su questo problema è tutt'oggi centrale ed è probabilmente destinato a

rimanere tale per lungo tempo. La politica monetaria e fiscale rappresentano gli strumenti centrali per una politica

economica diretta a favorire la crescita e ridurre l'ampiezza e i costi sociali delle fluttuazioni economiche: negli anni

più recenti il dibattito sulla politica monetaria e fiscale si è arricchito sul piano dell'analisi delle aspettative e del

rapporto fra Governo, banca centrale e mercato. L'Unione europea apre nuove opportunità di crescita e

stabilizzazione, ma pone anche problemi del tutto nuovi, di cui analizzeremo, in questo capitolo, quelli centrali.

1 I fondamenti teorici della crescita economica

1.1. Imprenditorialità e rendimenti crescenti

1.1.1. Crescita economica e imprenditorialità

La crescita economica rappresenta un fenomeno storicamente recente, associabile con l'inizio della Rivoluzione

Industriale: le molteplici cause, solo parzialmente comprese, sono di tipo economico, politico, culturale, demografico

e istituzionale. Le conseguenze sono anch'esse molteplici e fra queste due aspetti meritano di essere sottolineati: la

potenziale convergenza del livello del reddito pro capite e il conflitto economico e sociale che si accompagna al

processo di crescita. Fra i soggetti istituzionali del processo di crescita economica l'imprenditore occupa un ruolo

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centrale: il ruolo sociale dell'imprenditore è legato alla sua capacità di promuovere innovazioni tecniche,

economiche e sociali, accrescendo così la produttività e il tenore di vita. Il continuo processo di innovazione

promosso dall'imprenditore determina un costante disequilibrio e apre lo spazio per profitti in eccesso, aggiuntivi

rispetto a quelli che remunerano la sua funzione puramente direzionale. Se il profitto a breve termine fosse l'unico

motivo che spinge l'imprenditore all'investimento e all'innovazione sarebbe anche semplice individuare le condizioni

per una crescita economica stabile. In realtà il quadro è molto più complesso e difficile da prevedere: le motivazioni

culturali si intrecciano, e in parte fondano, le motivazioni economiche. In primo luogo l'iniziativa imprenditoriale è

influenzata dal clima di aspettative a lungo termine, il quale dipende dallo stato di fiducia: per questo motivo «lo

stato di fiducia, come dicono gli uomini pratici, è un argomento a cui essi dedicano la più stretta e più ansiosa

attenzione» [Keynes]. Inoltre, altri motivi, accanto a quello del profitto, influenzano l'iniziativa imprenditoriale, nel

quadro di una più articolata psicologia dei comportamenti economici. In questa prospettiva utili spunti provengono

dalla riflessione economica di Schumpeter, Keynes e Weber. Shumpeter individua tre gruppi di motivazioni

imprenditoriali: “vi è il sogno e la volontà di fondare...la volontà di vincere...la gioia di creare.” Keynes ritiene che

l’imprenditore nasca dalla combinazione del calcolo razionale dell’individuo e dagli “animal spirits” intesi come il

vigore animale che sta alla base delle scelte imprenditoriali. Weber spiega la motivazione dell’imprenditore come

“vocazione al lavoro”. Con argomenti diversi ma convergenti, Weber, Keynes e Schumpeter attribuiscono perciò un

ruolo centrale alle motivazioni culturali, oltre che economiche, degli imprenditori.

1.1.2. Crescita, distribuzione del reddito e rendimenti crescenti

L'efficienza di un'economia perfettamente concorrenziale dipende dall'ipotesi di rendimenti costanti di scala: una

funzione di produzione che abbia come input capitale e lavoro è caratterizzata da rendimenti costanti di scala se

raddoppiando l'input di lavoro e di capitale raddoppia anche la scala della quantità prodotta. Più in generale una

funzione è omogenea di grado k se: f(tL, tK) = t^e*f(L, K). Una funzione di produzione con rendimenti costanti

corrisponde quindi ad una funzione omogenea di grado 1, mentre nel caso di rendimenti crescenti l'omogeneità è

maggiore di 1. È possibile dimostrare che se una funzione è omogenea di grado k allora le derivate parziali sono

omogenee di grado (k - 1). Nel caso in cui una economia possa essere rappresentata da una funzione omogenea di

grado 1 il teorema di Eulero consente di esprimere la seguente relazione: y = f(L, K)= PMAL L + PMAK K. Nel caso di

rendimenti costanti la produzione totale è pari alla somma delle quantità impiegate di ciascun fattore produttivo

moltiplicate per il rispettivo prodotto marginale. In un mercato di perfetta concorrenza il lavoro è remunerato sulla

base del suo prodotto marginale, che uguaglia il salario reale: analogamente avviene per il capitale. Di conseguenza,

sulla base dell'ipotesi di mercati perfettamente concorrenziali è possibile scomporre il PIL, misurato come reddito,

nel modo seguente:

Le ipotesi congiunte di perfetta concorrenza e rendimenti costanti consentono di «esaurire» il reddito prodotto

come somma delle remunerazioni ai fattori produttivi, in particolare il reddito da lavoro e il reddito da capitale: nel

caso di una funzione Cobb-Douglas è possibile dimostrare che i coefficienti alfa e (1- alfa) rappresentano le quote

distributive del lavoro, wL, e del capitale, rK. Queste implicazioni teoriche hanno diffuse applicazioni pratiche nella

contabilità della crescita: ad esempio la ponderazione degli input di lavoro e capitale avviene di regola sulla base dei

pesi rappresentati dalle rispettive quote distributive e l'analisi precedente rappresenta una base teorica per questa

procedura. L'ipotesi di rendimenti costanti pone tuttavia un problema di coerenza con il fenomeno della crescita

economica, che implica invece rendimenti crescenti: in presenza di rendimenti crescenti generalizzati, cioè a livello

dell'intera economia, la precedente relazione non è più valida. I rendimenti crescenti spingono verso la concorrenza

monopolistica e i fattori produttivi non sono più remunerati sulla base del loro prodotto marginale. Il pagamento ai

fattori produttivi eccede il prodotto disponibile. Poiché in concreto l'ipotesi di concorrenza perfetta non rispecchia la

realtà economica, si pone il problema di individuare una coerenza teorica fra l'ipotesi concorrenza perfetta e la

crescita della produttività. Alfred Marshall cercò di superare il problema introducendo il concetto di economie

esterne di impresa: una impresa che cresce espande il mercato in cui opera, il mercato locale e l'intera economia e

offre quindi, senza costo, maggiori opportunità alle altre imprese. Le imprese con rendimenti crescenti generano

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esternalità positive legate alla dimensione del mercato, di cui non sono in grado di appropriarsi: si comportano

quindi come se avessero rendimenti costanti. Ciò comporta tuttavia una implicazione di politica economica, discussa

da Marshall, per quanto riguarda l'efficienza di una politica di tassazione differenziata nei settori a rendimenti

decrescenti e costanti, rispetto ai settori con rendimenti crescenti. Marshall argomenta come la tassazione dei beni

prodotti in settori a rendimenti crescenti sia economicamente più dannosa rispetto alla tassazione dei beni prodotti

in settori con rendimenti decrescenti. In un quadro teorico di esternalità le industrie con rendimenti crescenti, che

producono l'esternalità positiva, dovrebbero essere sussidiate dalle industrie con rendimenti decrescenti.

1.2. Le cause dei rendimenti crescenti

1.2.1. Il progresso tecnologico e l'ipotesi della «rincorsa»

L'innovazione, il progresso tecnologico e, più generale, l'accrescimento della conoscenza rappresentano la base della

crescita economica e della produttività: la conoscenza condivide le caratteristiche economiche dell'informazione e

sul piano della crescita economica può essere analizzata lungo quattro dimensioni principali: la forma della

conoscenza, la proprietà, gli incentivi e la forma di mercato: 1. la forma della conoscenza. La nuova conoscenza può

prendere la forma di una idea nuova per l'umanità, di un «know-how» che può essere incorporato in un nuovo

investimento aggiuntivo, di un'idea per un nuovo prodotto o di una capacità aggiuntiva che una persona acquisisce

attraverso l'educazione formale o l'esperienza. Nel primo caso la nuova idea è legata al capitale fisico e

all'innovazione di processo e nel secondo caso è legata all'innovazione di prodotto; nel terzo caso la conoscenza è

associata al cosiddetto capitale umano e riguarda idee nuove per l'individuo, anche se non per la società. Le leggi

della fisica sono una conoscenza acquisita per l'umanità, ma sono invece una conoscenza nuova per l'individuo che le

impara: la moltiplicazione e trasmissione della conoscenza non questo caso senza costo e il sistema educativo svolge

per l'appunto questo compito; 2. la proprietà della conoscenza. La conoscenza ha, di regola, le caratteristiche di un

bene pubblico: si tratta infatti di un bene non rivale nel consumo, di cui il proprietario ha un limitato potere di

esclusione. L'assenza di un diritto di proprietà può tuttavia scoraggiare l'innovazione: il potere di esclusione può

essere rafforzato in molti modi. Il produttore di un nuovo software può proteggere il proprio prodotto con un

brevetto ma ciò può non essere sufficiente a scoraggiare duplicazioni: sono necessari altri strumenti economici,

tecnici o legali. Uno strumento economico è la vendita di licenze sui brevetti o sul prodotto, uno strumento tecnico è

l'introduzione di codici di accesso e uno strumento legale è la effettiva applicazione delle norme. La conoscenza è

quindi non rivale e in molti casi il proprietario può disporre di un potere di esclusione: per quanto riguarda invece il

capitale umano la conoscenza è di tipo rivale e l'individuo possiede un potere di esclusione. Si tratta perciò di un

bene con caratteristiche private e l'individuo può appropriarsi dei rendimenti della sua conoscenza in modo più

agevole e certo rispetto al caso di un software; 3. gli incentivi alla conoscenza. Molte importanti invenzioni che

hanno migliorato l'efficienza e la qualità della vita sono il risultato di scoperte accidentali, come la penicillina: è ciò

che va sotto il nome di serendipità. È altrettanto diffuso il fenomeno di scoperte che risultano incidentalmente dalla

ricerca per un altro scopo: è il caso dell'aspirina. Molte importanti innovazioni sono imprevedibili e non motivate dal

profitto. Ma in pari misura la ricerca moderna è ricerca orientata alla soluzione di specifici problemi, ad esempio in

campo medico o fisico. Nei modelli economici sulla crescita l'innovazione può avere carattere esogeno, sia per le

caratteristiche del modello sia per la natura della conoscenza: l'evidenza empirica indica tuttavia che una parte

importante dell'investimento in ricerca ha in realtà un obiettivo di profitto o di reddito aggiuntivo. Ciò è quanto

avviene con gli investimenti in Ricerca e sviluppo, così come con l'investimento in capitale umano. I modelli di

crescita endogena cercano di spiegare la crescita economica incorporando nella teoria la decisione economica di

investimento nella conoscenza. La decisione di investimento dipende naturalmente dall'appropriabilità del

rendimento che ne può derivare; 4. la forma di mercato. La gran parte dei modelli economici sulla crescita si basa

sull'ipotesi di mercati di perfetta concorrenza. In concreto, tuttavia, gli investimenti privati in Ricerca e sviluppo sono

realizzati da grandi imprese che dispongono di un potere di mercato e producono sulla base di rendimenti crescenti.

I modelli di crescita endogena in mercati di concorrenza monopolistica appaiono quindi più appropriati a

interpretare gli investimenti in conoscenza nelle economie avanzate. Queste caratteristiche della conoscenza

spiegano le potenzialità di convergenza fra il paese leader e i paesi follower sul piano della tecnologia e della crescita

economica: ad esempio fra Stati Uniti e Italia negli anni '50. Infatti i paesi che partono da una base tecnologica più

arretrata hanno la potenzialità di realizzare tassi di crescita temporaneamente più elevati del paese leader

utilizzando solo la migliore tecnologia disponibile e riducendo così rapidamente la distanza economica. Accade

altresì, ma più raramente, che un paese follower diventi paese leader, come è avvenuto per gli Stati Uniti nei

confronti della Gran Bretagna nel ventesimo secolo. Per comprendere la dinamica di questo processo è utile

osservare che la «produttività media di un'industria è una media ponderata delle produttività dei singoli impianti».

L'impresa che entra per ultima nel mercato può godere del vantaggio del ritardatario acquistando l'impianto più

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recente con la produttività più elevata. Se estendiamo questa interpretazione a una intera economia possiamo

osservare che se in un paese è più elevato il volume degli investimenti in rapporto al PIL, cioè il rapporto I/Y, è allora

anche minore l'età media degli impianti e quindi più elevato il livello medio di produttività. L'ipotesi della rincorsa

(catch-up) afferma che un livello arretrato di produttività comporta la potenzialità per una rapida crescita: nel lungo

periodo il tasso di crescita della produttività tende quindi a essere correlato negativamente con il livello iniziale.

Nell'ambito della teoria dell'impresa il concetto di benchmarking è teoricamente equivalente all'ipotesi della

rincorsa: il benchmarking consiste infatti nella individuazione delle imprese che svolgono meglio date funzioni

aziendali in modo tale da poter impostare una strategia aziendale che consenta di recuperare il divario di efficienza.

1.2.2. La divisione del lavoro

La divisione del lavoro è probabilmente la causa primaria della crescita economica e della produttività: Adam Smith

apre la sua opera fondamentale affermando che “da causa principale del progresso nelle capacità produttive del

lavoro, nonché della maggior parte dell'arte, destrezza e intelligenza con cui il lavoro viene svolto e diretto, sembra

sia stata la divisione del lavoro”. La divisione del lavoro è la conseguenza necessaria della natura umana e della sua

inclinazione al commercio e allo scambio: inoltre «poiché la possibilità di scambiare è la causa originaria della

divisione del lavoro, la misura in cui la divisione del lavoro si realizza non può che essere limitata dalla misura di tale

possibilità o, in altre parole, dall' ampiezza del mercato». Nell'analisi proposta da Smith la divisione del lavoro

aumenta la produttività per tre ragioni: a) l'accrescimento di abilità del lavoratore che si specializza in un particolare

compito; b) il passaggio da un compito a un altro richiede tempo e costi, assimilabili a costi di impianto iniziale (set-

up), che la divisione del lavoro riduce o elimina; c) il lavoratore che si specializza in un dato compito è spesso colui

che promuove l'innovazione tecnologica o organizzativa che consente di svolgere una data funzione in tempi più

ridotti. Tutte e tre queste ragioni appaiono presenti anche nel mondo economico moderno.

1.2.3. Learning-by-doing

L'apprendimento attraverso l'esperienza rappresenta una fondamentale causa di innovazione e crescita della

produttività: Arrow ha formalizzato questa idea in un modello di learning-by-doing, formulando l'ipotesi che

l'apprendimento e l'accumulazione di esperienza siano in funzione dell'investimento cumulato, cioè dello stock di

capitale [Arrow 1962]. Ciò può essere formalizzato nel modo seguente:

La funzione di produzione di un'impresa Yi dipende dall'input di capitale Ki e dall'input di lavoro Li moltiplicato per un

indice di apprendimento e conoscenza Ai. La funzione di produzione è caratterizzata da rendimenti di scala costanti e

produttività marginale decrescente per ogni input. In base all'ipotesi di Arrow la conoscenza Ai è misurata dallo stock

totale di capitale esistente nell'economia, K: di qui la seconda espressione. La conoscenza di ciascuna impresa Ai si

propaga istantaneamente all'intera economia: di conseguenza la conoscenza di cui ogni impresa dispone

rappresenta un bene pubblico di cui tutte le altre imprese beneficiano a un prezzo pari a zero. Se K e Li sono costanti

la produttività marginale del capitale, Ki è decrescente: tuttavia se ogni impresa aumenta Ki il capitale aggregato

nell'economia, K, cresce di conseguenza e produce uno spillover, cioè una esternalità positiva, per tutte le altre

imprese. La seconda funzione di produzione è invece omogenea di grado 1 rispetto a Ki e K, dato Li: ciò significa che

esistono, rendimenti di scala costanti a livello aggregato se Ki e K aumentano simultaneamente, con L costante. In

questo modello, di conseguenza, un raddoppio del capitale implica un raddoppio del prodotto, a parità dell'input di

lavoro: la produttività aumenta perciò come conseguenza del maggior livello di apprendimento. Si tratta perciò di un

modello di crescita endogena che esemplifica una caratteristica comune a questi modelli e cioè il fatto che la crescita

economica dipende dall'esistenza di adeguati rendimenti positivi rispetto al capitale. Il modello di learning-by-doing,

oltre a risolvere il problema di rendere compatibili i rendimenti crescenti con un modello di perfetta concorrenza,

propone implicitamente una politica economica di rilievo: perché si abbia crescita economica è necessario che gli

individui imparino dall'esperienza. La relazione fra apprendimento e crescita è centrale per una appropriata

comprensione sia della crescita della produttività che dell'evoluzione della domanda: è possibile individuare

nell'apprendimento un criterio di comportamento alternativo rispetto a quello di massimizzazione. La curva di

apprendimento-esperienza rappresenta un concetto interpretativo rilevante a livello di impresa, oltre che di intera

economia. La curva di apprendimento che ha ispirato il modello di Arrow deriva da un'osservazione empirica in

un'impresa aeronautica: un ingegnere, Wright, osservò che il costo medio del lavoro diminuiva del 20% con il

raddoppiare del numero di aerei costruiti. Questa relazione può essere formalizzata come: .

Dove CMEN è il costo medio per la produzione di N unità e CME1 è il costo per la produzione della prima unità: la

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riduzione del 20% dei costi per ogni raddoppio di produzione implica un coefficiente ex pari a 0,322. Una indagine

empirica proposta dal Boston Consulting Group ha proposto la seguente regola dell'85%: per ogni raddoppio della

produzione il costo medio unitario è pari all'85% del costo precedente, cioè con una diminuzione del 15 %. Ulteriori

verifiche empiriche hanno confermato la validità della relazione fra costi unitari e volume di produzione per

numerosi settori: la regola dell'85 % in realtà varia al variare del settore ed è pari al 70% per i componenti elettronici.

Si tratta di una relazione rilevante per la formulazione della politica dei prezzi dell'impresa.

1.2.4. Feedback positivi, complementarità e massa critica

L'analisi dei processi che determinano o accompagnano la crescita economica e i rendimenti crescenti ha portato in

evidenza alcuni importanti fenomeni, fra loro intrecciati: 1. i meccanismi di feedback positivi e auto-organizzazione

dei sistemi possono spiegare una varietà di fenomeni economici, come l'emergere e il perdurare di standard

tecnologici, i processi di localizzazione e concentrazione di alcune attività produttive in determinate aree o la fase di

decollo della crescita economica di un paese. Anche se con differenze di approcci queste dinamiche sono state

studiate sotto diversi aspetti: i modelli di feedback positivi affrontano il medesimo problema dei modelli di

causazione cumulativa. Un esempio concreto e comune può aiutare a comprendere la natura di tali processi. Uno

studente con un mediocre curriculum decide che è ora di un cambiamento radicale e si impegna perciò molto

seriamente per superare l'esame successivo: l'esame viene superato e lo studente acquista così un grado di fiducia e

sicurezza che aumentano la probabilità di superare l'esame successivo. Così avviene, il che rappresenta un feedback

positivo, e di esame in esame lo studente capovolge il suo mediocre curriculum iniziale fino al conseguimento di una

brillante laurea; 2. l'analisi dei processi di crescita pone in evidenza l'importanza delle complementarità come base di

rendimenti crescenti: dalla complementarità fra i fattori produttivi alla complementarità dei comportamenti, cioè le

complementarità strategiche. La dinamica dei processi di crescita appare altresì caratterizzata da soglie critiche, da

masse critiche e proprietà emergenti: la crescita economica di un'impresa, di un settore o di una economia può

essere una proprietà emergente nel senso che spesso emerge improvvisamente e con rapidità al di là di una data

soglia critica. Dal punto di vista della competizione fra imprese ciò si traduce nel vantaggio comparato dell'«essere i

primi», anziché gli ultimi, come nell'ipotesi del ritardo. L'esistenza di complementarità e masse critiche è la base

teorica di politiche economiche basate su «grandi spinte» iniziali, ad esempio con forti investimenti infrastrutturali.

Consideriamo due modi per formalizzare alcune di queste intuizioni. Il primo modo per caratterizzare ciò che

abbiamo definito proprietà emergenti è legato alla dinamica dei processi di diffusione: una particolare modalità o

comportamento, ad esempio l'adozione di una tastiera del tipo QWERTY o QZERTY, si evolve a partire da eventi

casuali che si perpetuano nel tempo, e permangono anche se, in un momento successivo, non sono più efficienti. E

questa l'idea che la «storia conta», la cosiddetta «path-dependence»: l'implicazione è che per comprendere la

situazione presente di un sistema, e quindi anche le sue possibili inefficienze, dobbiamo ricostruire tutto il suo

passato. Dal punto di vista della strategia di impresa l'implicazione è che esiste un vantaggio decisivo e duraturo

nell'essere i primi a proporre lo standard di riferimento per il mercato e la società: è questo il caso degli standard

tecnologici, come ad esempio la tastiera dei computer, così come i «browser» per Internet, ma anche per abitudini e

«norme sociali» che rappresentano un equilibrio di comportamento comunemente condiviso. L’intuizione del

processo che regola questa dinamica è quella delle cosiddette urne di Polya. Si consideri un'urna di capacità infinita

contenente palline rosse e bianche: si estrae una pallina si prende nota del suo colore e si inserisce nuovamente la

pallina nell'urna insieme a una pallina in più del medesimo colore. A ogni estrazione la probabilità che la pallina sia

rossa (bianca) è uguale alla frequenza di palline rosse (bianche): se partiamo con un'urna con una pallina bianca e

una rossa la probabilità iniziale di una pallina bianca è pari a 1/2. Se si estrae una pallina 2/3. Se nuovamente si

estrae una pallina bianca la probabilità sale a 3/4. Questo processo rappresenta una variabile casuale con

distribuzione uniforme fra 0 e 1. E’ possibile formulare una generalizzazione di tale processo, con palline di più colori

e una funzione di probabilità qualsiasi: il processo di diffusione che ne emerge è non lineare e rappresenta numerosi

fenomeni economici, come ad esempio L'adozione di una tastiera europea QZERTY.

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Un semplice modello teorico, basato su queste ipotesi, dimostra che se la quota di tastiere supera il 72 % vi è

l'aspettativa che una quota ancora maggiore di produttori adotterà questo tipo di tastiere. La diffusione raggiunge

un massimo del 98%: rimarrà comunque una piccola percentuale di produttori che utilizzeranno tastiere diverse,

perché più innovative o efficienti.

1.2.5. Proprietà evolutive dei grafi casuali

Il secondo modo per caratterizzare una proprietà emergente si basa sulle proprietà di connessione dei grafi.

L’emergere di un mercato come «rete» di comunicazione e flussi informativi può essere infatti caratterizzato sul

piano evolutivo come un grafo casuale. È possibile immaginare un grafo casuale come un organismo vivente che

evolve nel tempo. Tale organismo «nasce» con N vertici isolati e si sviluppa aggiungendo, in modo casuale, uno

spigolo in ciascun periodo. Ci si pone il problema di analizzare a quale stadio dello sviluppo è probabile che emerga

una data proprietà: la particolare proprietà a cui siamo interessati è la connettività, che misura «quanto è connesso»

un dato grafo G. Più precisamente la connettività per spigoli, landa(G), rappresenta il numero minimo di spigoli la cui

rimozione sconnette un grafo connesso, mentre la connettività per vertici K(G), rappresenta il numero minimo di

vertici la cui rimozione sconnette un grafo. Questo processo evolutivo e la nozione di connettività possono ben

rappresentare l'evoluzione di un mercato, nel quale i «posti di contrattazione» rappresentano altrettanti vertici: la

connettività del mercato può essere interpretata come la soglia minima di collegamenti necessari per il suo

funzionamento. Nel caso del mercato dei cellulari la connettività per vertici può invece rappresentare una misura

della «massa critica» minima necessaria per lo sviluppo del mercato. È possibile dimostrare come questo semplice

processo evolutivo presenti caratteristiche sorprendenti. In particolare la connettività è una proprietà emergente

che non si sviluppa in modo graduale, ma appare invece improvvisamente secondo un movimento regolato da una

funzione di soglia caratteristica di ogni proprietà. Il grafo illustra il caso di un mercato connesso con 4 vertici, o «posti

di scambio»: per rendere sconnesso questo grafo di mercato è necessario rimuovere almeno due spigoli, come nella

figura. Di conseguenza diciamo che questo mercato ha un grado di connettività pari a 2:

Si immagini un mercato caratterizzato da N vertici che rappresentano altrettanti posti di scambio, collegabili

attraverso una rete di comunicazione: l'aumento dei collegamenti fra i posti di scambio aumenta il numero di

collegamenti fino al punto in cui la connettività emerge improvvisamente come proprietà che caratterizza il

collegamento fra gli N vertici assegnati.

2. Modelli formali della crescita economica

2.1. Il modello di Solow Pag. 42 di 61

2.1.1. Il modello di Solow senza progresso tecnico

Un modello teorico di crescita, come quello di Solow, consente di individuare: · lo stato stazionario dell'economia:

un'economia è in stato stazionario quando tutte le quantità del sistema crescono a un tasso costante. Ad esempio il

prodotto pro capite è definito dal rapporto fra PIL e popolazione: se il reddito pro capite è al suo livello di stato

stazionario ciò implica che il PIL e la Popolazione crescono al medesimo tasso e quindi il livello del prodotto pro

capite rimane ovviamente costante. · la dinamica di transizione dell'economia: se il livello del reddito pro capite di

un'economia è inferiore al suo livello di stato stazionario, esso può convergere verso di esso. Nel processo di

transizione verso il livello di stato stazionario il tasso di crescita del prodotto pro capite può essere

temporaneamente maggiore (o minore) del tasso di crescita corrispondente allo stato stazionario: il tasso di crescita

converge a quello dello stato stazionario dell'economia; · i fattori della crescita: nella versione elementare del

modello di Solow il livello del prodotto pro capite in stato stazionario è costante, ma ciò non è quanto si osserva

nella realtà. In concreto il reddito pro capite cresce, ma attraverso meccanismi solo in parte compresi e conosciuti: i

paragrafi precedenti hanno analizzato una molteplicità di possibili fattori, non sempre suscettibili di formalizzazione.

Un modello teorico che spieghi adeguatamente la crescita economica deve essere in grado di fornire una spiegazione

delle principali cause di aumento della produttività. Il modello di Solow è una teoria semplice, ma generale, del

processo di crescita di un'economia di mercato in perfetta concorrenza: il modello si compone di due equazioni

fondamentali. La primi rappresenta la funzione di produzione aggregata e la seconda descrive la dinamica del

processo di accumulazione del capitale. La funzione di produzione aggregata che utilizziamo è, per semplicità, una

funzione Cobb-Douglas del tipo:

dove Y è il prodotto, A il livello della tecnologia, K il capitale, L il lavoro e 0 < alfa< 1. Possiamo dividere l'espressione

per L e ottenere: Y/L=... dove y = Y/L rappresenta il reddito pro capite: le variabili in carattere minuscolo

rappresentano, anche in seguito, grandezze pro capite. Nel caso di assenza di progresso tecnico poniamo A = 1. Il

processo di accumulazione del capitale è definito da:

In questa formulazione la variazione di capitale è uguale all'investimento lordo meno il deprezzamento delta del

capitale, l’investimento è uguale al risparmio e la propensione al risparmio è una costante. È possibile ampliare il

modello in modo da rendere endogena la decisione di consumo e risparmio delle famiglie. Dividendo la precedente

espressione per L otteniamo: K/L=… Con qualche passaggio otteniamo la seguente espressione per l'accumulazione

del capitale:

Tale espressione indica che l’accumulazione del capitale è determinata dal risparmio al netto del tasso di crescita

della popolazione e del deprezzamento del capitale. Pag. 43 di 61

Questa versione del modello fornisce le seguenti indicazioni: 1. Lo stato stazionario corrisponde alla condizione 0= sy

- (n + delta)k: k* è il capitale per occupato in stato stazionario e in questo modello è un valore costante; in

corrispondenza di k* le grandezze Y, K, L crescono al medesimo tasso n di crescita della popolazione. In

corrispondenza del valore k* la funzione di produzione indica un valore di y* per il prodotto per occupato in stato

stazionario, anch'esso costante. L'investimento uguaglia il risparmio e la differenza rispetto al prodotto k* è il valore

del consumo. Per ogni data propensione al risparmio s, esiste un unico valore k* di stato stazionario, per il quale il

consumo è dato da c* = (1 - s) f(k*): ci si può porre il problema di individuare il valore della propensione al risparmio

per il quale è massimo il consumo pro capite, c*. Quando il consumo pro capite c* è massimo un'economia è

efficiente sul piano dinamico: questa condizione di efficienza dinamica si realizza in corrispondenza di un unico tasso

di risparmio s*. La regola di accumulazione del capitale in base alla quale il consumo pro capite c* è massimo e

definita regola aurea:

dove x rappresenta il tasso di crescita della produttività, analizzato nel paragrafo seguente. Se l'economia segue la

regola aurea ciò garantisce che le future generazioni non abbiano un consumo pro capite inferiore a quello della

generazione presente. Solo per coincidenza il tasso di risparmio dell'economia è pari a quello corrispondente alla

regola aurea ed è quindi possibile che il risparmio aggregato sia «troppo» o «troppo poco»: ciò corrisponde a una

sovraccumulazione o sottoaccumulazione di capitale e l'economia è quindi in una situazione di inefficienza dinamica.

Nel caso di questo modello il criterio della regola aurea non è rilevante perché la propensione al risparmio è data

esogenamente: la regola aurea è tuttavia un risultato molto robusto perché vale anche nel caso in cui la propensione

al risparmio sia invece endogena. La possibilità di eccesso di risparmio, cioè S > SAUREO, e quindi di eccesso di

accumulazione del capitale e inefficienza dinamica, può essere teoricamente dimostrata in un modello a generazioni

sovrapposte in cui le famiglie scelgono il livello di risparmio ottimale. In concreto è possibile calcolare se l'economia

segue la regola aurea, confrontando la produttività marginale del capitale, al netto dell'ammortamento, con il tasso

di crescita dell'economia; 2. la dinamica di transizione rispecchia il movimento dell'economia al di fuori del sentiero

di crescita di stato stazionario. In particolare: 2.1. un aumento (diminuzione) della propensione al risparmio sposta

verso l'alto (il basso) la curva sy = sf(k) e, dato l'equilibrio fra risparmio e investimenti, ciò aumenta (diminuisce) il

valore del capitale per occupato, k*, in stato stazionario: a ciò corrisponde un analogo aumento di y*. Nella fase di

transizione dal vecchio al nuovo equilibrio di stato stazionario il capitale per occupato e il prodotto per occupato

crescono ad un tasso positivo: nel passaggio da y* a y** il tasso di crescita è positivo e ritorna zero quando il

prodotto pro capite raggiunge il nuovo livello di stato stazionario y**. Il tasso di crescita di y* e y** è zero, il che

corrisponde tuttavia a un tasso di crescita pari a n di Y e L :

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2.2. un aumento (diminuzione) del tasso di crescita della popolazione sposta verso sinistra (destra) la retta (n +

deta)k e di conseguenza diminuisce (aumenta) il valore del capitale per occupato, k*, in stato stazionario. Nella fase

di transizione dal vecchio al nuovo equilibrio di stato stazionario il capitale per occupato e il prodotto per occupato

diminuiscono (aumentano) a un tasso superiore a quello di stato stazionario. L'equilibrio della dinamica di

transizione dipende dal fatto che il prodotto medio del capitale, Y/K, diminuisce al crescere di k = K/L: il valore di

PMEk tende a zero e ciò garantisce l'intersezione con la retta (n + delta). Se tutte le economie hanno il medesimo

livello di stato stazionario del capitale per occupato, k*, le economie con un più basso livello di capitale per occupato

registreranno anche il più elevato tasso di crescita. Ciò va sotto il nome di ipotesi di convergenza assoluta;

3. i fattori della crescita sono, in questo modello, il tasso di risparmio e di investimento e il tasso di crescita della

popolazione: in condizioni di stato stazionario le differenze del livello di prodotto pro capite e del capitale pro capite

dipendono dalla diversità del tasso di risparmio e di investimento, e del tasso di crescita della popolazione. In questo

semplice modello un paese «povero» ha, in stato stazionario, un capitale (e un reddito) pro capite più basso rispetto

a quello di un paese «ricco» perché il tasso di crescita della popolazione è più elevato e/o perché il tasso di risparmio

e investimento è più basso. Per spiegare le differenze fra paesi «ricchi» e paesi «poveri» è necessario tenere conto

dei due diversi livelli di stato stazionario e quindi anche dei fattori istituzionali che lo determinano. È questa l'ipotesi

di convergenza condizionata. La dinamica di transizione non implica più, necessariamente, una relazione inversa fra

tasso di crescita e livello del prodotto pro capite di partenza: il livello del reddito pro capite può rimanere

stabilmente più basso perché il tasso di crescita della popolazione è «troppo» elevato e/o il tasso di risparmio e

investimento è «troppo» basso. Il problema centrale di questa versione semplificata del modello di Solow è

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rappresentato dal fatto che esso non è in grado di spiegare resistenza di una crescita stabile delle grandezze pro

capite: questo è il passo in avanti che si realizza con l'inclusione del progresso tecnico.

2.1.2. Il modello di Solow con progresso tecnico

L'introduzione del progresso tecnico nel precedente modello consente di superare questo limite: in presenza di

progresso che cresce nel tempo i valori del capitale pro capite, del prodotto pro capite e del consumo pro capite

crescono al tasso di crescita del progresso tecnico. Una funzione di produzione con queste caratteristiche è la

seguente:

Il progresso tecnico è rappresentato con un parametro moltiplicativo del lavoro: il lavoro moltiplicato per l'indice

della tecnologia A(t) è anche chiamato lavoro effettivo. La funzione di produzione Cobb-Douglas può essere riscritta

in termini di valori pro capite, dividendo entrambi i membri per il lavoro effettivo, A(t)L:

Con passaggi analoghi a quelli precedenti il processo di accumulazione di capitale è descritto da:

La dinamica di transizione è analoga a quella precedente. Nel modello di Solow con progresso tecnico tutte le

variabili pro capite crescono al tasso x, mentre le variabili di livello, cioè Y, K e C crescono al tasso (x + n). Il progresso

tecnico determina il tasso di crescita x ma non rappresenta una variabile di politica economica. Come nel caso

precedente possiamo considerare la dinamica di un processo di aggiustamento, ad esempio come conseguenza di un

aumento del tasso di risparmio e investimento. Il reddito pro capite cresce al tasso x: un aumento del tasso di

risparmio aumenta temporaneamente il tasso di crescita al di sopra di x. Al termine del processo di aggiustamento

tutte le variabili pro-capite continuano a crescere al tasso x.

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2.2. Modelli di crescita e politica economica

2.2.1. La crescita endogena: il modello AK

Nel precedente modello il progresso tecnico è esogeno, cioè al di fuori della capacità interpretativa del modello

stesso. In un modello teorico di crescita endogena l'obiettivo è quello di spiegare l'aumento di produttività

all'interno del modello stesso: ciò rappresenta la base per una politica economica della crescita che consideri

ulteriori fattori oltre al risparmio e alla popolazione. Il risultato centrale di questa indagine teorica è il seguente: se si

ipotizza un mercato di perfetta concorrenza, e quindi con rendimenti di scala costanti, il solo modo per spiegare

l'esistenza di rendimenti crescenti è quello di ipotizzare una forma di esternalità diffusa, come il learning-by-doing.

Se invece si intende analizzare il ruolo di fattori come gli investimenti in Ricerca e sviluppo è necessario abbandonare

l'ipotesi di perfetta concorrenza e sviluppare interpretazioni teoriche basate sull'esistenza di potere di mercato. In

questo senso è utile distinguere fra: · fattori non intenzionali di crescita, come nel caso dell'effetto di learningy-

doing determinato dal processo di accumulazione del capitale: in un mercato di perfetta concorrenza le imprese che

investono producono una esternalità positiva che determina rendimenti crescenti. · fattori intenzionali di crescita,

come nel caso degli investimenti in capitale umano, in Ricerca e sviluppo, o in infrastrutture di mercato. Questi

fattori di crescita rispondono, in modo differenziato, agli incentivi economici di mercato e di conseguenza anche la

crescita economica dipende da un appropriato sistema di incentivi. La proprietà chiave, sul piano formale, dei

modelli di crescita endogena è l'assenza di rendimenti decrescenti rispetto al capitale: il prodotto medio del capitale

(Y/K) tende a un valore positivo e non a zero. Un prototipo elementare del modello di crescita endogena è il modello

«AK» che è caratterizzato da una funzione di produzione del tipo:

il modello AK corrisponde quindi alla funzione Cobb-Douglas quando alfa = 1. La dinamica di transizione corrisponde

a: k=… con il prodotto medio del capitale che tende a un valore positivo e non a zero:

In questo modello non esiste un equilibrio di stato stazionario; pur in assenza di progresso tecnico il tasso di crescita

dell'economia è stabilmente superiore al tasso di crescita della popolazione più l'obsolescenza del capitale: sA > (n +

delta). Il modello AK non permette processi di convergenza: questo problema può essere tuttavia facilmente

superato ipotizzando ad esempio che s, la propensione media al risparmio, sia una funzione decrescente di k oppure

che n e delta siano funzioni crescenti di k. Nel primo caso si avrà una pendenza negativa della curva sA mentre nel

secondo caso la pendenza della curva relativa al deprezzamento del capitale diverrà positiva. Nel modello AK, così

come nelle sue estensioni, è centrale l'ipotesi di rendimenti costanti rispetto al capitale in un mercato di perfetta

concorrenza. Tuttavia, si potrà avere convergenza nel caso in cui s, la propensione

media al risparmio, sia funzione decrescente del capitale k oppure nel caso in cui n e delta siano funzioni crescenti

del capitale k Pag. 47 di 61

Ciò' tuttavia rappresenta una ipotesi piuttosto restrittiva: l'ipotesi di concorrenza monopolistica, più adeguata alla

realtà dei mercati, può fornire una spiegazione più convincente del processo di crescita e della possibilità di un

mancato coordinamento. In questo quadro è necessario fornire un fondamento formale a fattori quali

l'imprenditorialità, le complementarità e i feedback positivi in economie potere di mercato.

2.2.2. Crescita economica, ambiente e sviluppo sostenibile

Il processo produttivo utilizza lavoro e capitale per trasformare risorse naturali, o prodotti intermedi, in un prodotto

rappresentato da beni e servizi finali: la distinzione fra lo stock di capitale e il flusso del prodotto o del reddito non è

sempre chiara. Un utile criterio è la definizione di reddito nel senso proposto da Hicks. Secondo Hicks lo scopo del

calcolo del reddito nelle questioni pratiche è quello di fornire una indicazione del reddito che le persone possono

consumare senza diventare povere. Seguendo questa idea sembra che dovremmo definire il reddito di un uomo

come il massimo valore che egli può consumare durante una settimana, nell'aspettativa che alla fine della settimana

stia altrettanto bene come all'inizio. Di conseguenza quando una persona risparmia, egli pianifica di stare meglio nel

futuro; quando spende al sopra del suo reddito pianifica di stare peggio. Ricordando che lo scopo pratico del reddito

è quello di servire da guida per un comportamento prudente, penso che sia abbastanza chiaro che questo sia il suo

significato centrale [Hicks]. Con questa definizione, il reddito è costante se alla vendita di una attività finanziaria o

reale corrisponde un acquisto di un'altra attività per il medesimo valore. Questa definizione di reddito può essere

estesa in molte direzioni: così come una famiglia che spende più del suo reddito pianifica di stare peggio,

analogamente e per estensione una famiglia che decumula il suo capitate o si indebita per consumare un paniere di

sussistenza è definibile a rischio di povertà. Con questa definizione se una famiglia vende parte del suo capitale per

sopravvivere, ciò che ne ricava deve essere conteggiato come una perdita di capitale anziché un reddito. Il medesimo

approccio può essere esteso al rapporto fra risorse naturali e crescita economica. Le risorse naturali come la terra o il

petrolio, rappresentano un fattore produttivo fisso per l'intera economia: la rendita economica è definita come la

remunerazione di un fattore produttivo che eccede quella minima necessaria per disporne e può essere considerata

come il prezzo di affitto di un terreno o di un campo petrolifero. In concreto la differenza fra il prezzo di mercato del

petrolio e il suo costo di estrazione rappresenta una rendita economica. La differenza positiva fra prezzo di mercato

del petrolio e costo marginale crescente al tempo t definisce la rendita dinamica di Hotelling: la rendita è pari cioè a

P(t) - CMA(t). La regola di esaurimento ottimale dello stock di una risorsa naturale esauribile e omogenea identifica

la quantità marginale in corrispondenza della quale l'impresa è indifferente fra l'estrarre la risorsa o il lasciarla

inutilizzata: si tratta in sostanza di una regola di (non) arbitraggio. Il criterio di arbitraggio consiste nell'uguagliare la

rendita al tempo t aumentata del tasso di interesse di mercato, con quella al tempo (t + 1): P(t + 1) - CMA(t + 1) = (1 +

r)[P(t) - CMA(t)]. In altre parole, lungo il sentiero di sfruttamento ottimale delle risorse naturali non rinnovabili, la

rendita di Hotelling deve crescere al tasso r [Hartwick 1989]. Un altro modo, ancora più semplice, di esprimere la

precedente espressione consiste nel supporre che il costo marginale sia uguale a zero, e in tal caso abbiamo: P(t +

1)/P(t)=(1+r). Lungo il sentiero di sfruttamento ottimale il prezzo della risorsa naturale cresce in base al tasso di

interesse di mercato r. Ciò rappresenta altresì la condizione di efficienza intertemporale che va sotto il nome di

regola di Hotelling così definita: il prezzo ombra di una unità di risorsa non estratta, cioè una unità di stock, deve

crescere a un tasso pari alla produttività marginale del capitale riproducibile, pari al tasso di interesse r. La regola di

Hartwick deriva da ciò la seguente implicazione di politica economica: è efficiente investire in beni capitali

riproducibili la rendita di Hotelling derivante dalla vendita di risorse non rinnovabili. Questa politica implica che lo

stock di risorse rinnovabili e non rinnovabili rimanga costante: la rendita di Hotelling uguaglia l'investimento netto in

capitale riproducibile [Solow 1986]. La regola di Hartwick fornisce perciò una definizione di sviluppo sostenibile e il

tipo di politica economica necessaria: lo sviluppo economico è sostenibile se lo stock di risorse del pianeta, fisiche e

naturali, rimane costante e di conseguenza lo stock di risorse naturali non rinnovabili cambia semplicemente forma

trasformandosi in un equivalente stock di risorse rinnovabili. La definizione di stock di capitale è in questo caso

equivalente al concetto di reddito proposto da Hicks. Ciò pone un problema di misurazione del PIL, in particolare per

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i paesi in via di sviluppo con una dotazione di materie, come il petrolio: la rendita petrolifera non dovrebbe essere

calcolata come PIL, ma essere invece registrata nel conto capitale. Una modificazione della contabilità nazionale,

estesa a una contabilità ambientale, può produrre cambiamenti sostanziali: nel corso degli anni '80 e '90 il risparmio

effettivo, corretto per il consumo di risorse naturali, è stato molto basso, e a volte negativo, in molti paesi in via di

sviluppo [World Bank].

Capitolo 3

3. Le imprese

3.2. Proprietà e incentivi

3.2.2. Il rapporto principale-agente

Nella teoria economica il problema del potenziale conflitto fra amministratori e azionisti, e più in generale fra

mandante e mandatario, viene analizzato come rapporto fra principale e agente: nel caso di una società il principale

è rappresentato dagli azionisti e l'agente dagli amministratori e i manager. Sul piano economico un rapporto

principale-agente si realizza in ogni situazione in cui il principale può realizzare il suo obiettivo solo con la

collaborazione dell'agente: l'agente ha, di regola, una funzione obiettivo diversa da quella del principale e ciò, in

presenza di asimmetria informativa, può condurre ad un conflitto di interessi. Il problema economico del principale è

quello di individuare uno schema di incentivi, e più in generale un contratto, in base a cui l'agente sia incentivato a

scegliere volontariamente un comportamento che corrisponda all'interesse del principale. In un rapporto di lavoro

dipendente ciò corrisponde ad uno schema contrattuale in cui il lavoratore, cioè l'agente, sia incentivato a

comportarsi «come se» fosse il proprietario, cioè il principale: il «come se» racchiude tutta la problematica del

rapporto principale-agente e, di riflesso, del sistema più appropriato di incentivi che consente di avvicinarsi a questo

obiettivo. Se esiste un contratto che realizza questo obiettivo esso risolve anche il conflitto di interessi fra principale

e agente: la «mano invisibile» del mercato è sostenuta dalla «mano legale» di un contratto personalizzato che

riconcilia l'interesse del principale con quello dell'agente. Nel caso del rapporto fra azionisti e manager di una grande

impresa un possibile meccanismo di incentivazione che sembra avvicinarsi al problema del «come se» si basa

sull'Economie Value Added, o EVA. Si tratta di un meccanismo di incentivazione per il management che si muove

nella direzione di riconciliare gli interessi potenzialmente divergenti nel rapporto fra principale e agente. Il rapporto

principale ne ha rilevanza centrale in un mondo economico organizzato intorno alla divisione del lavoro, e nel quale,

quindi, l'attività economica di ciascuno richiede, sia nella produzione sia nel consumo, la cooperazione di altri

soggetti. Questo rapporto assume una crescente rilevanza con l'aumentare della domanda di servizi su base

personalizzata, come nel caso delle prestazioni mediche e sanitarie, in cui la qualità assume un ruolo centrale: nel

rapporto medico-paziente il paziente è il principale e il medico l'agente. L'inadeguatezza degli incentivi monetari nel

garantire le condizioni del «come se» è testimoniata dall'esistenza di codici etici e implicitamente un limite a

comportamenti motivati esclusivamente dal profitto. Un codice di deontologia ha il vantaggio di coprire le evenienze

non previste in un contratto stipulato fra principale e agente. Se tuttavia il rapporto fra principale e agente è

esclusivamente regolato da un contratto, senza alcun sostegno di un codice deontologico, tale contratto deve avere

la caratteristica di prevedere tutte possibili situazioni e di non comportare costi per la sua stesura. In realtà un

contratto completo di questo genere è, quando esiste, difficile da scrivere.

Capitolo 5 Informazione

2. Mercati e rilevazione dell’informazione

2.1. L'informazione privata

2.1.1. Rischio morale e selezione avversa

Nonostante la crescita esponenziale della quantità di informazioni disponibili nelle economie moderne l'asimmetria

informativa, e cioè la situazione in cui una parte è più informata dell'altra, continua a rappresentare la caratteristica

normale dello scambio. Se ad esempio una delle due parti nello scambio possiede informazioni più precise sulla

disponibilità a pagare dell'altro, cioè sul suo prezzo di riserva, l'asimmetria informativa si riflette nel potere di

influenzare a proprio favore il prezzo e la distribuzione del reddito. Per quanto l'informazione sia diffusa, esiste

sempre e comunque una sfera di informazione privata che è conosciuta solo all'individuo, come le sue idee e

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Corso di laurea: Corso di laurea in economia e gestione aziendale (MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Stecatt di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Politica economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Campiglio Luigi.

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