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Politica economica internazionale

Globalizzazione e economie di mercato aperto

Globalizzazione implica economie di mercato aperto e integrato. In politica economica, iniziamo ipotizzando l'esistenza di economie chiuse, non aperte all'estero: il governo di quel determinato paese è quindi onnipotente in politica economica e le politiche scelte esercitano il loro effetto solo all'interno di quel paese. Vengono quindi influenzati solo cittadini e imprese del paese considerato. Oggi nessun paese può ignorare ciò che avviene nel resto del mondo.

Fuga di capitali: gli investitori non trovano conveniente usare soldi nel paese A, ma ritengono di doverli portare nel paese B.

Spread: è la differenza del tasso di interesse tra titoli tra il paese A e il paese di riferimento (di solito Germania). 300 pt = 3% di differenza.

Vantaggi dell'economia aperta: vedi il moltiplicatore che comprende le esportazioni.

Elementi del corso di economia politica

  • Moltiplicatore
  • Elasticità
  • Curva IS/LM
  • Bilancia dei pagamenti

Libro di testo: Acocella Nicola, Politica Economica e Strategie Aziendali, 2011 (Carocci editore), Cap: 1,3, 4, 5, 11, 12, 13, 15, 16, 17, 18, 19, 20

Esame: scritto + eventuale integrazione orale

Manca lezione del 2.10 e 17.10.013

Fallimenti macroeconomici del mercato

Il prezzo che si forma sul mercato perfettamente concorrenziale è il prezzo che bilancia le richieste di domanda ed offerta. Chi non riesce a coprire i costi di vendita uscirà di conseguenza dal mercato: è una visione che si basa sulla possibilità di riallocare le risorse tra i diversi attori. O cambio mercato o cambio tecniche di produzione.

In realtà esistono imprese più grosse che monopolizzano il mercato, per cui lo stato intervien con misure anti-monopolistiche. Ad esempio:

  • USA, rottura del monopolio petrolifero della Standard-Oil;
  • USA, rottura del monopolio del tabacco dell’America Tobacco Company;
  • UE, rottura del monopolio Microsoft.

Noi ci occupiamo delle politiche di breve periodo, causate dai fallimenti del mercato. I fallimenti economici del mercato derivano dal fatto che esso in quanto istituzione non è né onnisciente, né onnipotente. Questo vale sia per il discorso macro che microeconomico.

I beni pubblici vengono finanziati attraverso la tassazione: per evitare la regola della "Mela bacata", lo stato obbliga a pagare tutti secondo una certa ripartizione (solitamente a seconda del reddito). In Italia il 70% dei lavoratori dipendenti paga il 90% delle tasse totali!

Lo stato può usare i proventi della tassazione per aprire un'asta e dare al miglior offerente la gestione di un certo ambito (privatizzazione): non è detto che sia direttamente lo stato quindi ad offrire il servizio.

Fallimenti microeconomici

Un grande caso di fallimento microeconomico è quello delle esternalità: il fatto che attività economiche abbiano effetti esterni di cui non pagano i costi (inquinamento) o da cui non traggono i dovuti benefici.

Fallimenti macroeconomici

I fallimenti macroeconomici invece sono di tipo diverso:

  • Instabilità delle economie di mercato: esse non crescono in maniera costante nel tempo, bensì ciclica. Che la fase di decrescita si trasformi in crisi non è quindi automatico.
  • Disoccupazione
  • Inflazione: assieme al precedente. Ci occupiamo soprattutto di questi dato che sono i tipici casi trattati dalle politiche economiche di breve periodo.

Mancano qua argomenti come il bilancio dello stato o lo spread. Non sono trascritti poiché l’economia è interessata al benessere della popolazione: a noi non cambia niente se il debito si alza o si abbassa, almeno finché non dobbiamo pagarlo. Ciò che è rilevante è che cosa si fa col debito: se lo stato finanzia posti di lavoro c’è beneficio; ma se lo stato decide di tagliare il debito allora avremo taglio dei posti di lavoro e creo un peggioramento.

In Italia oggi il reddito nazionale è al livello del 2005 con i consumi pari al livelli del 1997-99. L’incertezza porta le famiglie a risparmiare per paura del domani: decresce quindi la domanda di beni e la crisi si accentua non solo quindi per la caduta dei redditi. Sono piccoli esempi per cui la razionalità privata non necessariamente porta a razionalità pubblica.

Stesso discorso per l’impresa: perché produrre se la domanda cala? È un circolo vizioso per cui il reddito si abbassa. Il bilancio dello stato quindi non è citato dato che va ad influenzare solo indirettamente il benessere dei cittadini: non è un obiettivo delle politiche, ma un quasi-obiettivo o obiettivo intermedio.

Analizziamo le tre categorie

Instabilità delle economie di mercato

L’economia non riesce a convergere in una posizione di equilibrio, ovvero stabilità, in cui tutte le parti sono soddisfatte (prezzo stabile, risorse pienamente utilizzate). L’economia molto raramente funzionerà in corrispondenza del suo massimo teorico. Ma equilibrio non significa raggiungere il massimo, bensì progredire in maniera stabile e non soggetta a sbalzi (Domanda ed offerta procedono di pari passo).

Un’altra ragione è l’evoluzione attraverso sentieri non-efficienti. In Italia è così: siamo il peggior paese dell’area UE/OCSE in produttività del lavoro. Con l’introduzione dei contratti atipici, le imprese non investono, ma assumono giovani per poi scartarli in poco tempo, con l’economia che diviene poco competitiva. La giustizia economica e commerciale poi non funziona.

C’è poi mancanza di equità. Negli anni ’60 l’Italia era uno dei paesi più equi ed equilibrati. Oggi siamo ad altissimi livelli di iniquità (reddito, distribuzione della ricchezza, opportunità, mobilità). Ciò porta ad un irrigidimento del mercato del lavoro. Il grosso del consumo proviene da classi medio-basse, con quelle ricche che preferiscono investire all’estero. Aumento delle disparità distributive in Italia è solo un fenomeno negativo.

Poi abbiamo la trappola della povertà e del sottosviluppo: riguarda i paesi in via di sviluppo che non riescono a crescere e fare investimenti, entrando in un circolo vizioso.

Disoccupazione

È di diversi tipi e bisogna indagarne cause e natura:

  1. Volontaria: è la non occupazione dovuta al fatto che una certa persona non è disponibile ad accettare le condizioni vigenti per l’entrata nel mercato del lavoro. Tale persona si sostenta probabilmente con altre fonti di reddito e calcola che non sarebbe conveniente iniziare a lavorare.
  2. Involontaria: è quel caso in cui la persona ha le qualifiche necessarie per un lavoro, è disposta ad accettare il salario, ma non viene assunta per mancanza di posti. È oggetto della politica economica, è una problematica sotto diversi punti di vista (economico, sociale).
  3. Frizionale: è la disoccupazione teorica, quindi non preoccupante, se non per il messaggio che manda circa l’efficienza del mercato del lavoro. È presente quando si passa da un lavoro ad un altro o finita un’esperienza (Università) si cerca lavoro. Più lungo è il tempo necessario per trovare un posto di lavoro, meno efficiente è il mercato del lavoro. Quindi questa è in buona parte una questione di assetti istituzionali in economia: fino al 3% è considerata un bene, poi è un problema.
  4. Tecnologica: sono le macchine che sostituiscono il lavoro. È un discorso tuttavia più raffinato: c’è disoccupazione tecnologica, ma dobbiamo chiederci se tale processo oltre a togliere posti, non ne abbia creati in altri settori (es: meno segretarie, ma più tecnici informatici). Non ci sono ragioni per credere che nel lungo periodo ci siano problemi derivanti da questa disoccupazione; semmai i problemi sono nel breve periodo.

Oggi quel 40% di disoccupazione giovanile è quasi totalmente involontaria (e frizionale). Poi vanno contati i disoccupati scoraggiati, quelli che non hanno più fiducia nel mercato del lavoro: è indice della crisi.

Perché la disoccupazione involontaria è una problematica dal punto di vista economico?

  • Perdita di efficienza statica: il lavoratore perde competenze nel frattempo;
  • Perdita di efficienza dinamica: il lavoratore può essere sostituito da macchine o lavoratori più allenati, quindi essere meno interessante da assumere. Chi sta sul lavoro mantiene le conoscenze ed impara;
  • Ineguaglianza distributiva: il disoccupato arretra nella scala del reddito, quindi deve diminuire i consumi causando un peggioramento per l’intera società;
  • Costi economici e non economici: i primi sono che il disoccupato ha diritto ad un’indennità, può frequentare corsi di aggiornamento o lavori socialmente utili (ergo, un costo per lo stato); i secondi sono quelli sociali e psicologici.

In Italia le manovre di politica economica hanno causato disoccupazione: ma era obiettivo per il rimborso del debito pubblico! Ma la crisi fa aumentare il debito pubblico: quindi aumento delle tasse e di pari passo aumento della spesa pubblica.

Inflazione

Critica degli economisti alle politiche di USA e Giappone che hanno introdotto nel mercato grandi quantità di denaro per cercare di far uscire le loro economie dalla crisi: non si sono avuti grandi effetti, se non quello di bloccare un crollo probabilmente più pesante, ma tutti gli attori economici sono rimasti in una sorta di posizione di stallo aspettando di agire. Prima o dopo però i diversi attori si rimettono in moto, ma tutto questo denaro in circolazione può provocare inflazione se tutti gli attori economici si mettono in marcia.

Breve periodo: quel periodo in cui gli investimenti appaiono come elementi della domanda. Si spende, ma non si aumenta la capacità produttiva.

L’obiettivo dell’investimento è però quello di aumentare la capacità produttiva: quando questo investimento comincia a far vedere i suoi effetti, siamo entrati nel Lungo periodo. In sostanza nel BP consideriamo solo l’effetto di domanda.

Supponiamo che quell’investimento “scoppi” in un anno preciso e solo per un anno: tra gli investitori e consumatori si crea entusiasmo. Ma se i soldi sono in eccedenza creo inflazione, poiché offrirò il mio bene ad un prezzo superiore rispetto al precedente. Questo è quello che si aspettano gli economisti: appena l’economia si mette in moto, scatta l’inflazione.

Come si ripaga il debito statale?

  • Chi ha il potere sovrano dà il monopolio dell’esazione fiscale. Chi ha prestato i soldi al sovrano di turno, che non ha di che ripagare, ottiene in cambio il monopolio dell’esazione fiscale: il grosso rimane al monopolista.

Ad esempio, la classe dirigente giapponese fino alla seconda guerra mondiale veniva finanziata dai commercianti.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/02 Politica economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Koa di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Politica economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Trento o del prof Dallago Bruno.
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