Antropologia medica
Giovanni Pizza
Saperi, pratiche e politiche del corpo
Indice
- Introduzione
- Figure del corpo
- Salute e malattia: una coppia ambigua
- Medicine e istituzioni: saperi, pratiche, politiche
Introduzione
Antropologia medica
L’antropologia medica è tra le più importanti specializzazioni delle scienze antropologiche. Nata con l’obiettivo di indirizzare la ricerca antropologica sui modi e le forme in cui nelle diverse società gli esseri umani vivono, rappresentano e fronteggiano la sventura e la malattia, l’antropologia medica ha in seguito cercato di coniugare l’interesse per l’esperienza del corpo, della salute e della malattia con la ricostruzione di processi sociali, culturali, politici e istituzionali storicamente determinati.
All’interno di tali coordinate essa ha ridefinito le stesse nozioni di ‘’corpo’’, ‘’salute’’ e ‘’malattia’’, rimettendo in discussione il loro presunto carattere ‘’naturale’’ e osservando piuttosto le modalità storica attraverso le quali il concetto di ‘’natura’’ è stato culturalmente costruito sulla base di assunti ideologici considerati come ovvii e non criticabili. L’antropologia medica oggi non lavora più alla raccolta di un ampio catalogo di credenze e pratiche mediche primitive, ma è una scienza critica, sperimentale e dialogica, che produce ricerche etnografiche ed elabora riflessioni teoriche specifiche sui modi in cui il corpo, la salute, la malattia sono definiti, costruiti, negoziati e vissuti in un continuo processo dinamico, osservabile nella trasformazione storica con una metodologia comparativa attenta alla variabilità dei contesti culturali, sociali e politici.
Nella sua impresa conoscitiva, l’antropologia medica, come l’antropologia in generale, attribuisce un ruolo centrale alla ricerca sul campo, condotta a diretto contatto con le realtà nelle quali l’antropologo lavora: essa entra direttamente nei mondi di esperienza del corpo, del dolore e della sofferenza, nei più diversi contesti umani (esattamente il discorso fatto sulla ricerca sul campo nel manuale).
Le ricerche di antropologia medica
Le ricerche di antropologia medica hanno attraversato diversi passaggi:
- In una prima fase, corrispondente ai successi che le scienze biologiche e la stessa biomedicina andavano riscuotendo nell’Europa dei primi decenni del Novecento, l’antropologia medica si caratterizzò per un certo ‘’biologismo’’ cioè una forma di subalternità al paradigma positivista delle scienze biologiche, facendo proprio un modello interpretativo che finiva per ‘’ignorare o comunque per sottovalutare largamente i fattori extrabiologici – quelli cioè storico culturali – che intervengono nella condizione umana con un peso altrettanto significativo di quello dei fattori biologici, intrecciandovisi peraltro inestricabilmente’’.
- Successivamente le ricerche di antropologia medica si andarono rifondando sul concetto di cultura: alle ideologie scientifiche dominanti, che definivano, il corpo, la salute e la malattia come indiscutibili realtà biologiche totalmente naturali, gli antropologi contrapposero l’idea del carattere culturalmente costruito della corporeità, osservando le diverse forme culturali attraverso le quali i soggetti umani esprimono la sofferenza, le emozioni, il dolore.
- Più recentemente gli antropologi, dopo aver esplorato i vantaggi dell’approccio culturale allo studio dei processi di salute-malattia, hanno incominciato a svelarne anche i limiti. Un difetto, cioè, di questo approccio è stato quello di separare le società umane in due campi: un ‘’noi’’ occidentale e razionale contrapposto a un ‘’loro’’ non occidentale e non razionale. Per rompere tale dicotomia si è andata progressivamente affermando un’esigenza di critica al concetto di ‘’cultura’’ che svelasse il carattere astratto.
Le ricerche sono strettamente riflessive nel senso che l’antropologo sul campo non può definirsi ingenuamente neutro, e la riflessività sta proprio nel porre sotto critica il proprio stesso sguardo. In tal modo l’antropologia medica è portata a riflettere su se stessa, consapevole che anche l’antropologo è dotato di un corpo che non è possibile estromettere dalla scena conoscitiva.
Un utile ossimoro
Il fatto che l’espressione ‘’antropologia medica’’ indichi un settore specifico dell’antropologia non vuol dire che questo ambito di studi sia omogeneo e contrassegnato da un’identità di vedute. Come accade per tutti i campi disciplinari, non è possibile concepire questa branca degli studi antropologici come unitaria. Per dare conto della loro varietà e dei loro percorsi occorrerebbe ricostruire una storia della disciplina, che dovrebbe riflettere non solo sulla genesi e lo sviluppo degli studi, ma anche sulle diverse ‘’scuole’’, sui gruppi, le reti, le accademie e soprattutto sulle loro differenziazioni interne.
Infatti, anche se l’espressione ‘’antropologia medica’’ è oggi prevalente nel campo scientifico e accademico internazionale delle antropologie specialistiche, non tutti gli studiosi concordano sull’uso di questa denominazione e sul senso da attribuire ad essa. L’antropologia medica introdotta da Tullio Seppilli nell’Università degli studi di Perugia nel 1992, attualmente, in seguito alla riforma universitaria, questa antropologia specialistica è insegnata in molti atenei italiani. Ma anche in Italia non manca un dibattito sulla denominazione della disciplina, fra studiosi che propongono di definirla come ‘’antropologia dei saperi medici’’ o ‘’antropologia della salute’’.
Questo dibattito è utile perché segnala e ricorda il carattere arbitrario delle etichette disciplinari; il fatto, cioè, che la scelta di affiancare un aggettivo alla parola ‘’antropologia’’, per delineare i confini di un campo specialistico (come nel caso dell’antropologia economica, religiosa, visuale), è una convenzione motivata da diversi ordini di ragioni, a partire dalle motivazioni scientifiche e accademiche e tante altre.
Elaborate motivazioni scientifiche, accademiche, organizzative e politico-culturali, tali distinzioni subdisciplinari restano comunque destinate soprattutto a indicare il campo tematico sul quale si sperimenta la ricerca antropologica, nella consapevolezza, in gran parte condivisa, che ciò non vuol dire separare in settori non comunicanti le aree del sapere prodotto degli antropologi, ma anzi.
In altri casi il dibattito solleva diverse problematiche come il rapporto fra l’antropologia e la biomedicina. Poiché alcune correnti influenti dell’antropologia medica statunitense hanno sviluppato una pratica etnografica a diretto contatto con la prassi clinica della biomedicina, si è visto nell’adozione di queste espressioni il rischio per l’antropologia di subire un’influenza teorico-metodologica da parte di discipline basate su un approccio naturalistico. Ma questo punto controverso potrebbe in realtà essere interpretato anche come una sfida avvincente.
Ad esempio, uno dei più influenti studiosi in questo campo, lo statunitense Byron Good, ha di recente fatto notare che la nozione ‘’antropologia medica’’ potrebbe essere vista come un ‘’ossimoro’’, una contraddizione in termini: l’ ‘’antropologia’’ appartiene al campo delle scienze umane fondate su una sensibilità storicistica, e sembrerebbe difficile che possa coniugarsi con l’aggettivo ‘’medica’’, che rimanda invece al campo delle scienze biologiche. Ma proprio per questo stesso motivo, sostiene Good, questo campo di riflessione e di ricerca può svolgere un’utile funzione, lavorando ai confini disciplinari ed esaltando il compito dialogico dell’antropologia, senza temere di mettere in discussione la propria identità.
Un dialogo per la verità già attivo nella pratica etnografica, quando medici e antropologi sono fianco a fianco per lunghi periodi, e tanto più efficace quando entrambi si rendono disponibili a ridefinire i concetti e il vocabolario che orienta le loro rispettive scienze e a mettere in discussione le partizioni disciplinari che le separano.
Le specializzazioni non devono essere considerate come una frammentazione del campo antropologico, una negazione del progetto intellettuale della disciplina. Anzi non possono essere separate da altre specializzazioni perché per esempio per studiare il pellegrinaggio è necessaria, l’antropologia medica, religiosa ed economica, per farne un esempio.
L’antropologia medica cerca di far rientrare nel dibattito scientifico e in quello pubblico saperi e pratiche implicitamente ed esplicitamente prodotti intorno all’esperienza del corpo, della salute, della malattia, che emergono dai diversi contesti umani ma che in genere sono ignorati dalle discipline più ‘’disciplinate’’.
Questo libro non è un ‘’manuale’’
Si tratta di un testo a carattere introduttivo, che riflette un percorso personale, di studio, ricerca e didattica, all’interno di un campo disciplinare specialistico. Il libro nasce dall’esperienza dell’insegnamento di Antropologia medica svolto presso le facoltà di Lettere e Filosofia e di Medicina e Chirurgia dell’Università di Perugia. Esso pertanto non è rivolto unicamente agli studenti di antropologia.
Il testo è strutturato in 3 parti in cui in ognuna ci sono 3 capitoli per un totale di 9 capitoli.
-
Nella prima parte intitolata Corpo salute e malattia: esperienze e rappresentazioni, affronto il problema della ridefinizione antropologica delle figure del corpo, della coppia salute e malattia, e dell’esperienza del dolore.
- Nel primo capitolo, figure del corpo, ho inteso mostrare come il contributo antropologico sia quello di liberare la nozione di ‘’corporeità’’ da un’esclusiva concettualizzazione biologica fornendogli strumenti per una ‘’denaturalizzazione’’ di quelli che appaiono oggetti ‘’naturali’’: corpo, salute e malattia non appartengono a una dimensione di natura ritenuta autonoma dai contesti storici, sociali, culturali e politici. Il corpo è osservato come un prodotto storico. A partire dalle nozioni di tecnica del corpo e di incorporazione. Si tratterà anche della separazione di mente e corpo.
- La questione di una maggiore problematicità del rapporto fra le nozioni di ‘’salute’’ e di ‘’malattia’’ è sviluppata nel secondo capitolo: Salute e malattia: una coppia ambigua. Attraverso riflessioni ed esemplificazioni etnografiche, mostrerò come l’antropologia tenda a mettere in questione anche questa opposizione.
- Nel terzo capitolo, l’esperienza del dolore, affronterò la complessa questione della difficoltà di accedere all’esperienza individuale del dolore. Lo farò mostrando come tale difficoltà investa sia la biomedicina sia l’antropologia medica, e come essa venga affrontata nei due ambiti.
- La seconda parte, medicine e istituzioni: saperi, pratiche, politiche, è dedicata ai processi di istituzionalizzazione dei saperi relativi al corpo, alla salute e alla malattia. Ho scelto questa strategia di confronto endotico e non esotico, cioè di un confronto interno all’Europa, perché in tal modo mi sembra che risulti più visibile la dinamica di interazione fra la biomedicina e le cosiddette ‘‘medicine popolari’’.
Parte prima
Corpo, salute e malattia: esperienze e rappresentazioni
Corpo, salute e malattia non sono gli oggetti di studio dell’antropologia medica; sono piuttosto parole che vanno a costituire un dispositivo in cui l’esperienza reale della vita viene iscritta. Corpo, salute e malattia possono essere considerate come ‘’macchine’’ concettuali che tentano di catturare l’esperienza vivente in una definizione o rappresentazione astratta. Le nozioni di ‘’corpo’’, ‘’salute’’ e ‘’malattia’’ operano, quindi, come figure concettuali che agiscono simbolicamente e materialmente sui corpi viventi e pertanto non sono separabili dai campi sociali e dalle forze storiche che intervengono attivamente alla loro definizione.
Da un punto di vista antropologico il corpo non è un oggetto naturale ma un prodotto storico, cioè una costruzione culturale che pertanto varia a seconda dei contesto storico-culturali. Non tutte le culture umane, infatti, hanno elaborato una nozione astratta per definire il corpo come un’entità biologica individualizzata, e la stessa soglia fra ‘’salute’’ e ‘’malattia’’ è variabile. A tal proposito, l’antropologia medica, contestualizza i processi percettivi e di conoscenza del rapporto tra il corpo e il mondo e contribuisce a sviluppare una certa riflessività sulla concreta esperienza del vivere in società.
In questi tre capitoli di questa prima parte affronto tre argomenti di base:
- Figure del corpo: mi soffermo sui modi di costruzione sociale e culturale del corpo, cercando di mostrare come il corpo stesso diventi un laboratorio privilegiato per ripensare, quali specifiche produzioni storiche, sia la separazione mente/corpo sia l’opposizione salute/malattia. A tal fine, un punto centrale è la nozione di incorporazione, che definisce le modalità attraverso le quali gli esseri umani vivono l’esperienza del corpo nel mondo e ne producono la rappresentazione.
- Salute e malattia: una coppia ambigua: considero queste due nozioni nella loro problematica variabilità culturale, storica e politica, in rapporto alle definizioni di normalità e anormalità; la coppia salute-malattia è definita ‘’ambigua’’ in quanto non può essere considerata come un’opposizione, ma come una dialettica, un processo che svolge un ruolo centrale nella vita sociale, nella produzione culturale e nei rapporti di potere.
- L’esperienza del dolore: mostra il carattere paradossale della separazione fra corpo e mente: come e più di altre esperienze corporee, il dolore fa vacillare i dispositivi interpretativi della biomedicina e dell’antropologia medica spingendo questi due campi di studio e di ricerca a sperimentare nuovi strumenti concettuali e nuovi spazi di dialogo.
Capitolo 1
Figure del corpo
Sono un corpo, ho un corpo. È questa l’ambiguità costitutiva della corporeità: l’oscillamento fra la sua esperienza di corpo vissuto, la sua oggettivazione come organismo biologico, il suo essere uno schema di riferimento che adottiamo per produrre modelli di ordinamento e di classificazione del mondo che ci circonda.
In diverse riflessioni filosofiche e antropologiche è stata spesso operata una dicotomia fra esperienza e rappresentazione del corpo: da un lato la vita vissuta, dall’altro l’idea che ne costruiamo. Nel primo caso si è parlato di un approccio fenomenologico, nel secondo di un approccio cognitivo. Il primo approccio si fonda sull’esperienza ‘’corporea’’ della percezione, il secondo sull’esperienza ‘’mentale’’ della cognizione.
L’esperienza del corpo che sono è il corpo vissuto dal soggetto, la rappresentazione del corpo che ho fa riferimento al corpo così come viene oggettivato, cioè razionalizzato, pensato, descritto, raccontato, nei diversi contesti culturali, compreso quello delle scienze biomediche. A tale riguardo l’esperienza corporea si configura come un discorso del corpo, mentre la rappresentazione del corpo è un discorso sul corpo.
Nella vita reale però queste separazioni sono tutt’altro che nette e definite. Come mostreremo, la distinzione fra rappresentazione ‘’mentale’’ ed esperienza ‘’corporea’’ è una finzione filosofico-scientifica la cui storia si radica nella dicotomia fra la mente e il corpo.
Nella vita quotidiana noi siamo ‘’corpi pensanti’’, perché non soltanto abbiamo un corpo, che chiamiamo appunto ‘’corpo’’ e di cui possiamo parlare oggettivandolo o facendocene un’idea ma al tempo stesso siamo corpi facendo del nostro corpo il vero soggetto conoscente il mondo: la nostra esperienza e la nostra conoscenza sono incorporate.
La nozione di ‘’incorporazione’’ considera il soggetto e l’oggetto della rappresentazione e dell’esperienza del corpo inscindibili: è il corpo che conosce il mondo, pertanto se fingo di ignorare la dimensione corporea di questo rapporto, la conoscenza stessa risulterà falsificata. La produzione culturale di rappresentazioni del corpo, del mondo, della realtà naturale e sociale, infatti, è opera umana, cioè fatta da persone in carne ed ossa. Così come, nella percezione, quando tocco una mano con l’altra sono al tempo stesso il toccante e il toccato. Esperienza e rappresentazione del corpo sono dunque indissociabili.
La difficoltà di superare tali dicotomie risiede nell’effetto di ‘’naturalizzazione’’ che il corpo produce. Quando la ricerca etnografica ha cominciato a mostrare come le rappresentazioni del corpo si trasformino a seconda dei diversi contesti culturali, allora si sono andate elaborando in campo antropologico anche nuove nozioni, in un percorso storico che va dai primi anni 30 del secolo scorso agli studi contemporanei: dalle tecniche del corpo all’incorporazione.
Le tecniche del corpo: un sapere incarnato
L’espressione ‘’tecn
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Appunti per sostenere l'esame di Antropologia Medica con Tatiana Cossu
-
Argomenti per l'esame di Antropologia Medica con Tatiana Cossu
-
Concetti fondamentali di fisica
-
Diritto penale - concetti