Estratto del documento

Incidenti di percorso

Indice

  • Parte prima – Incidenti
  • Parte seconda – Ricordi
  • Parte terza – Percorsi

Adele Massa

Dopo aver indagato madonne e veggenti, apocalissi, miracoli e sonnambule, in incidenti di percorso, utilizzando gli strumenti dell’antropologia, Clara Gallini viaggia, accompagnata dalla fida badante Abilia, nel proprio corpo malato. Riporta aneddoti, oggetti sacri e profani e soprattutto ipotesi, con la curiosità e l’allegria che sempre si accompagnano alla paura di invecchiare alle scoperte. Un libro potente, esatto e scanzonato sulla malattia del nostro tempo.

Introduzione

La copertina del libro rappresenta alcuni gradini in discendenza su cui posa una donna, in discendenza anche lei. Sono il particolare di una versione della cosiddetta "scala della vita", stampa popolare pugliese. I gradini sono nove, sovramontati sempre da una figura femminile. Dalla destra iniziano con una bambina col suo pallone, via via salgono fino a un centro elevato a esibire una donna in tutta la sua pienezza, con tanto di tette esuberanti e un gran mazzo di fiori, e poi a sinistra discendono a farci vedere donne sempre più magre, rugose e inappetibili. Si giunge infine alla figura centrale che sta sotto un arco fatto di gradini. È una vecchia decrepita. Con una mano si appoggia a un bastone e con l’altra a letto, al suo fianco vi sono due vasi da letto.

Oltre alla versione al femminile, ne possedeva una al maschile, ma si è rotta. Dice: "sono sola a raccontarvi la storia della mia discesa fino all’ultimo gradino. Vecchia e malata, con i postumi di vari interventi salvifici che mi hanno lasciata lucida e smemorata."

Il titolo del libro invece ha un’altra storia, lo devo ad Abilia, badante delle cui virtù saranno spiegate in seguito, che definì come "incedente di percorso" il fatto che la figlia fosse rimasta incinta fuori dal matrimonio.

Due percorsi si sono incrociati – il mio e quello di Abilia – e nell’incrocio hanno dovuto modificarsi entrambi, adattandosi nelle reciproche posizioni. Devo anche a lei la ragione di quanto ho cercato di ricordare: i primi e gli ultimi viaggi. I primi viaggi che mi hanno portato fuori da Crema e l’ultimo – quello nella malattia – che sto ormai compiendo fino al suo termine. Basti per ora chiedersi che cosa intendiamo per percorso e per incidente. E poi guardarci dentro, come obbligo morale, che è anche il succo di quanto sto provando a scrivere.

Al termine percorso diamo un valore programmatico, di progetto per il futuro, con quello di incidente usiamo invece indicare l’episodio – magari spicciolo – che si è venuto a intromettere nel nostro programma, rendendolo difficile se non addirittura impossibile.

A ben guardare, tutta la nostra vita è marcata, passo passo, da incidenti, accidenti o eventi, i quali in tal modo vengono a comporla e a farla così com’è. Per dirla in breve: dove, come e quando? Sono le domande che mi pongo. Questo libro non sarà una biografia con un capo e una coda, ma il tentativo di analisi di un processo che ho dovuto, per forza, cambiare di forma, riorientando la sua stessa natura.

La storia di un viaggio in un corpo malato. Non si tratterà neppure di descrivere una specifica malattia, per quanto tale ce ne possa magari anche apparire l’esordio: ma i sensi, che a essa possono venire attribuiti, non pensandola solo come fatto semplicemente naturale ma anche come incidente culturale.

L’autrice si propone di percorrere un viaggio in corpo malato, entrandovi con un occhio antropologico, per raccontarlo con parole che comincino ad affrontare il tema del disagio fisico considerandolo in termini culturali. Prenderò a esempio un caso specifico: sarà dunque un esame che terrà conto degli attori che si muovono attorno a un corpo sofferente, creando con esso il ruolo di malato.

È nata nel 1931, il 19 giugno, a Crema (morta a Roma il 21 gennaio 2017), in una famiglia relativamente colta e abbiente. Nelle mie attuali condizioni ho dovuto fare i conti con una nuova compagna, io che, da almeno 50 anni, avevo considerato una conquista il vivere da sola, in un’autonomia che credevo piena ed eterna. Ora che devo ricorrere a una badante, le cose e i pensieri sono molto cambiati, in un rapporto tutto da costruire… due percorsi si sono incrociati.

Questo scrivere, dalla parte pensante della mia testa, mi vengono fuori tutte le scoperte – o piuttosto le verifiche fondamentali, che credo siano arrivate a maturazione durante la malattia e il processo di scrittura.

  • Verifico che la vecchiaia e una malattia possono anche essere considerate occasioni positive, per un radicale ripensamento di se stessi.
  • Verifico che, in sua occasione, fai un duplice viaggio, nel corpo e nella memoria degli eventi che sono stati fondamentali per la formazione della tua persona.
  • Verifico l’artificialità di ogni costruzione che separi corpo e anima.
  • E infine la verifica per me più decisiva: che la tua persona si viene formando non pensandosi come essere singolo, circoscritto da un orizzonte "chiuso", ma come essere la cui "autonomia decisionale" sia frutto di un processo aperto, rinnovabile sempre nel rapporto con le altri classi di persone.

Sic transit… (così passa).

Parte prima

Incidenti

Igienici oggetti d'amore

Vecchia e malata. Racconta di come nella vita è stata più volte sottoposta a diverse operazioni. Ma mai grave quanto l’ultima concernente il cervello, e mai avrebbe immaginato che l’apertura dello stesso non avrebbe migliorato le cose. Ha perso gran parte della memoria, e di conseguenza ha perso diversi ricordi nel raccontare, infatti spiega come via via i discorsi si fanno meno dettagliati. Spiega la sua condizione (malata) e il suo statuto (anziana). Statuto che non è sola a conferirsi ma lo fanno tutti gli altri. E di entrambi, condizione e statuto cercherà di parlarci, cominciando una riflessione. L’esperienza della malattia l’ha portata a ragionare sulle modalità attraverso le quali viene costruito il personaggio del "paziente" e sull’importante ruolo che in tale costruzione è giocato dalla clinica, come centro di pratiche e di discorsi che non sono solo "medici" ma anche e soprattutto sociali. In tutto questo lei sta a Roma, già da parecchi decenni.

Papa Ratzinger

Racconta e accenna, i giorni passati in una clinica da ricchi e le sue convinzioni di come denaro sia uguale a maggiori probabilità di successo di operazione. D’altronde chi ha denaro, lo spende, soprattutto per curarsi. Racconta delle sue visioni a causa della convalescenza postoperatoria e dei giorni in terapia intensiva.

Il decoro azzurro

Il blu era il colore dominante della clinica (tazze da tè, la "divisa" camicione della paziente, i piatti) escludendo chiaramente tutto ciò che concerneva gli oggetti del mondo medico. Racconta come è la sua stanza, e i rapporti che si istauravano al suo interno, in particolare il rapporto paziente, corpo sofferente, e chi con delicatezza e professionalità se ne prendeva cura. "In questo quadro, avrei esercitato quella che nell’etnologia americana si chiama con il nome di 'osservazione partecipante' e che Ernesto de Martino mi aveva insegnato a praticare, mettendo sotto osservazione critica le mie stesse categorie giudicanti. E poi il più nuovo concetto di 'resistenza' – oggi oggetto di una critica da me non condivisa – avrebbe guidato tale osservazione."

Per il mio bene

Racconta di come alcune richieste anche dal parte del paziente risultino illegittime, e come esse vengano giustificate con "l’abbiamo fatto per il tuo bene" o "è per una questione di igiene". Ciò che è bene o male, o ciò che è pulito o sporco però, fa notare, non sono da tutti in egual modo condivise. In mezzo ci sta come posta in gioco, l’autonomia della persona, bene grande ma anche e soprattutto, per gli uni e per l’altra, tappa da raggiungere attraverso resistenze e confronti.

Il letto a sbarre

Facile, possibile, magari non voluta, era la riduzione a infante. Infatti la misero in un letto a sbarre per la sua incolumità. Ma non solo cucirono anche il fondo del camicione, perché non agitasse le gambe. Racconta inoltre di come i suoi oggetti riposti nell’armadio fossero spariti. Infatti la fecero uscire dalla clinica con un maglione rosso, sarà stata una carineria, ma non rispecchiava lei né nel passato né nel presente. Questo perché vestiva sempre di nero o comunque con colori tenui, e infatti de gustibus, soprattutto in vestiti e soprattutto ancora nei vestiti da indossare nel grande giorno del rilascio.

Domestiche sostituzioni

Racconta di come, una volta tornata a casa, qualcuno con mani amorevoli e soccorrevoli, in sua assenza aveva apportato delle modifiche, per lei molto significative.

Badedas e Orogel

Racconta di come in compenso delle sparizioni trovò molti nuovi oggetti. Frutto del consumismo, e delle Regole Assolute a lei imposte, verdure surgelate, detergenti intimi, lenzuola sterili e così via. La sua casa era diventata ai suoi occhi mostruosa e inondata dal Consumo (prodotti di consumo).

Domestiche sparizioni

Racconta ancora delle sparizioni dalla sua casa a Roma.

Un rito di passaggio

Spiega come tutte le sparizioni e il reinserimento di oggetti nuovi e di consumo, abbiano segnato in lei un rito di passaggio, sì una locuzione vecchia ma pur sempre comoda. Hanno segnato l’inizio di un nuovo mondo, l’inizio della sua malattia, l’inizio del suo viaggio nel corpo malato. E spiega inoltre che la salute sia un principio da salvaguardare ma ancora di più l’autonomia decisionale, che a lei stava via via sfuggendo dalle mani.

Visioni

Antropologia

L’esperienza delle visioni non interessò i medici, questo esulava dal loro compito ovvero quello che l’operazione fosse andata bene. Per lei invece ogni visione era indicativa di un Percorso, difficilmente generalizzabile, ma anche tutto da comunicare ad altri. Se ne acquistava consapevolezza, infatti, in ognuna di esse avrebbe scoperto l’uso di un linguaggio metaforico, in un intimo lavoro di decifrazione e di costruzione dell’io osservante e dell’oggetto osservato. Il linguaggio della visione viene da essa comparato a quello del MITO. In entrambi, a parlare sono le parole assieme alle immagini.

La prima Visione

Racconta la sua prima visione, della morte del Papa e dovevano fare un documentario poi compare una sua collega di nome Carla, antropologa demartiniana come lei. Questa Carla disse: ce la faccio, per ben tre volte. E per Clara questo voleva dire una caparbia volontà di resistenza. Resistere doveva al male, e più che al male, a un nuovo "senso" che già mi trovavo addosso. Ebbe diverse visioni per i due giorni seguenti.

Nuovi interventi

È stata operata nuovamente al cervello, esattamente un anno dopo. Una rifinitura, che è stata fatta non chirurgicamente ma con i raggi gamma.

Dentro la Visione

Ma lo stesso distacco, che costruisce assieme me e l’oggetto, si sarebbe realizzato per fasi.

Il viaggio

Racconta la sua ultima visione, di lei che fa un viaggio che guarda dall’alto e rimane in qualche modo estraniata da quello che vede. Qui infatti fa notare come le visioni dell’anno precedente fossero qualitativamente diverse, un anno fa lei era soggetto agente nel senso che partecipava all’azione in qualche modo, mentre adesso è come se fosse estraniata è come se viaggiasse e guardasse dall’alto, era un passaggio rapido e vedeva immagini già viste. È stata l’ultima visione e da lì in poi non ne avrebbe più avute. Ogni lotta era finita. Accettazione e divertimento furono gli assi di un viaggio, che forse le aveva indicato una strada per adattarsi alla sua condizione.

Sul dolore

Le parole del dolore

Racconta di aver avuto tre interruzioni nel racconto...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher adele.massa di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia medica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Cagliari o del prof Cossu Tatiana.
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