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La teoria psicoanalitica, Freud—>Secondo Freud, alla base del comportamento interpersonale

sono le esperienze infantili: le persone assumono nelle situazioni di vita adulta atteggiamenti

appresi nella prima infanzia. Si dice regressione il meccanismo attraverso il quale, all’interno di

situazioni adulte, gli individui ritornano comportamentalmente a stadi di sviluppo precedenti. I

processi regressivi tendono a essere più probabili nelle situazioni in cui l’interazione è informale e

non strutturata.

Quando l’interazione tra individui si protrae nel tempo, si sviluppano tra di essi degli insiemi di

aspettative stabili rispetto al comportamento reciproco. Si parla in questo senso di sviluppo di

ruoli. Esistono ruoli formali e ruoli informali. Si dicono formali i ruoli “ufficiali” sui quali si fonda la

struttura sociale: sacerdote, donna d’affari, coniuge, elettore. Si dicono informali i ruoli sviluppati al

di fuori delle cornici ufficiali: il capro espiatorio, lo scemo del villaggio, l’amicone sono tutti esempi

di ruoli informali. Attraverso il loro esercizio nel tempo, i ruoli tendono a farsi sempre più stabili e

cristallizzati. E, complementarmente, i ruoli stabili e cristallizzati diventano progressivamente più

difficili da ridiscutere e superare (sia da parte di coloro che interpretano il ruolo, che da parte dei

loro interlocutori).

Uno dei meccanismi basilari, attraverso cui il comportamento delle persone viene strutturato, è la

partecipazione a gruppi. Secondo Merton un gruppo è: “un insieme di individui che interagiscono

secondo determinati modelli, provano sentimenti di appartenenza al gruppo, vengono considerati

parte del gruppo dagli altri membri”. La prima caratteristica fondamentale dei gruppi è che

l’interazione al loro interno è strutturata a partire da modelli caratteristici del gruppo medesimo.

La seconda caratteristica fondamentale è che esiste, da parte dei membri, una forma di senso di

appartenenza al gruppo. La terza caratteristica fondamentale è il riconoscimento reciproco di

appartenenza al gruppo da parte dei membri.

Gruppi primari e secondari

Posto che tutti i gruppi presentano delle caratteristiche “di fondo” (interazione strutturata, senso di

appartenenza, identità di gruppo), è possibile distinguere tra gruppi primari e gruppi secondari.

I gruppi primari sono costituiti da un piccolo gruppo di persone, che interagiscono direttamente e

intrattengono rapporti, che coinvolgono numerosi aspetti della loro personalità. I sociologi parlano

di gruppo primario, a fronte di gruppi con le seguenti caratteristiche:

stretti legami personalizzati

• ruoli non specializzati

• obiettivi indifferenziati

I gruppi secondari sono costituiti da persone, che hanno scarsi vincoli emotivi tra loro e

interagiscono per ottenere obiettivi specifici. Nei gruppi secondari le persone contano come ruoli e

non come individui.

I gruppi primari nella società contemporanea

Molti sociologi hanno parlato di declino dei gruppi primari nella società industriale contemporanea.

Ma di fatto ancora oggi i gruppi primari svolgono un importante ruolo di mediazione tra individui e

ambiti più ampi della società. All’interno delle organizzazioni, ad esempio, il fatto che i lavoratori si

costituiscano in gruppi primari consente spesso di migliorare le prestazioni, definire rituali

organizzativi, migliorare il clima complessivo. Nelle situazioni estreme, come per esempio le

catastrofi, il ricomporsi di gruppi primari (con i familiari o gli amici) consente di affrontare in modo

più efficace le situazioni. Inoltre, il richiamo ai gruppi primari consente di esercitare un robusto

controllo sociale sugli individui e mobilitarli rispetto a scopi collettivi.

Perché si formano gruppi?

La vita in gruppo è di importanza vitale per i singoli esseri umani, oltreché per la riproduzione della

specie complessivamente intesa. I gruppi però, assolvono molte altre funzioni:

Funzione strumentale: molti gruppi si formano per raggiungere un obiettivo specifico, che

• sarebbe inattingibile per i singoli individui al suo interno;

Funzione espressiva: ci sono gruppi che si formano per soddisfare il bisogno di accettazione,

• stima e indipendenza dei propri membri;

Funzione di supporto: le persone possono riunirsi in gruppi anche per dare sollievo a dei

• sentimenti negativi, che non riuscirebbero magari ad affrontare da soli.

Talvolta all’interno di uno stesso gruppo trovano espressione funzioni differenti; ad esempio, la

funzione fondamentale di una brigata militare è di tipo strumentale, ma all’interno del gruppo

trovano spesso spazio anche dimensioni espressive e di supporto.

La struttura dei gruppi

I sociologi si sono interrogati a lungo su quali fattori influenzino maggiormente la struttura dei

gruppi. Tra le dimensioni rilevanti sono state privilegiate la dimensione, la comunicazione e la

distribuzione del potere. La dimensione è un carattere di importanza decisiva per i gruppi,

soprattutto quelli piccoli. Al loro interno, l’aggiunta o l’allontanamento anche di un solo membro

possono produrre effetti molto rilevanti. Al variare delle dimensioni del gruppo, variano anche la

distribuzione di potere e la possibilità di comunicare tra membri, oltreché tra membri e leader del

gruppo. Negli anni Cinquanta, per primo, Leavitt ha proposto una schematizzazione dei modelli di

comunicazione tra membri di un gruppo primario.

Le dinamiche di gruppo

Si dicono dinamiche di gruppo le “sequenze di eventi rilevanti per il gruppo che tendono a

ripetersi”. Tra di esse vi sono la pressione al conformismo e la distribuzione dei ruoli di leadership.

I componenti di un gruppo tendono naturalmente a sviluppare attitudini e modi di comportamento

affini (conformismo). Tale fenomeno si acuisce quando il gruppo subisce molte pressioni o critiche

dall’esterno.

In ogni gruppo, secondo Bales e Slater tendono a emergere due figure complementari di leader, la

cui presenza consente il successo collettivo. I due leader sono rispettivamente:

Il leader strumentale, che propone soluzioni operative e guida il gruppo al raggiungimento di

• obiettivi esterni;

Il leader espressivo, che polarizza le valutazioni positive del gruppo e attraverso le sue azioni ne

• alimenta il benessere emotivo.

Capitolo 6

Le organizzazioni sono gruppi sociali costituiti per raggiungere scopi specifici. È solo di recente

che le organizzazioni, sono arrivate a dominare la vita sociale: si nasce in ospedale, si frequentano

nidi, scuole primarie, secondarie, università, si lavora in aziende e pubbliche amministrazioni, si

invecchia nelle case di riposo. Un tempo assistenza medica, istruzione e cura degli anziani erano

compito della famiglia o di altri membri della comunità.

Le organizzazioni costituiscono uno dei principali tipi di gruppo secondario , ossia quei gruppi

strutturati per raggiungere scopi specifici—> i loro componenti hanno ruoli strettamente definiti e

legami emotivi reciproci poco intensi.

Spesso il confine tra gruppi primari e organizzazioni non è sempre netto. Alcuni gruppi si formano,

ad esempio, per raggiungere determinati obiettivi, come diffondere una fede religiosa, ma hanno

una struttura che ricorda quella dei gruppi primari. È il caso dei gruppi carismatici—> si formano

attorno ad un leader portatore di carisma, una capacità per cui una persona è ritenuta dotata di

capacità sovrumane, o almeno eccezionali, e trattata di conseguenza. I membri di questo tipo di

gruppi hanno una sorta di venerazione per il proprio leader, cui dedicano gran parte delle proprie

energie. Caratteristiche essenziali di questi gruppi sono:

L’instabilità: i membri non occupano posizioni specifiche e svolgono compiti solo in funzione dei

• loro rapporti con il capo. Mancano regole e procedure standardizzate;

La dipendenza dal leader: questi gruppi tendono a durare soltanto fino a quando il loro leader

• conserva il primo carisma.

Si dice istituzionalizzazione del carisma il processo denominato da Weber, secondo cui un

gruppo carismatico, dopo aver perso il leader originario, sviluppa un corpo di norme e procedure

per darsi continuità nel tempo.

Le associazioni volontarie sono presenti in ogni parte del mondo e investono i più svariati campi

d’azione: esistono associazioni professionali, sanitarie, religiose, legate ad interessi specifici. Le

principali caratteristiche delle associazioni volontarie sono:

1. sono costituite per promuovere un interesse comune dei membri;

2. L’appartenenza da esse non è obbligatoria né acquisita per nascita.

Le associazioni volontarie si trasformano spesso in organizzazioni complesse dotate di una

burocrazia.

Le istituzioni totali, al contrario delle istituzioni volontarie, si formano per promuovere l’interesse

della società così come viene definito imperativamente dallo stato, da organizzazioni religiose o da

altri detentori di autorità. I membri che ne fanno parte vivono in isolamento dal resto della società e

sono spesso soggetti alla sorveglianza di guardiani, la cui autorità si estende a numerosi aspetti

della vita. Goffman che ha coniato il nome di tali istituzioni, ha definito queste organizzazioni in

varie classi:

Istituzioni atte ad ospitare persone ritenute incapaci di badare a sé (ospedali, case di riposo);

• Istituzioni atte ad ospitare persone ritenute pericolose per la società (prigioni, campi di

• concentramento);

Istituzioni atte ad ospitare persone investite di compiti specifici (caserme, navi, convitti);

• Istituzioni atte ad ospitare persone che si isolano dalla società (conventi, monasteri, eremi);

Spesso la separazione dal mondo viene imposta al nuovo arrivato con rituali elaborati e brutali,

che hanno lo scopo di sottolineare la netta rottura con la vita precedente e la sottomissione

dell’individuo all’istituzione. Questi disagi e umiliazioni condivise dagli arruolati creano un grande

legame, forse l’unica arme di cui dispongono per proteggersi dall’oppressione.

Imprese, pubblici uffici, sindacati e università sono tutte organizzazioni che non fanno parte né di

istituzioni volontarie né di quelle totali. Queste organizzazioni rientrano piuttosto nella più vasta

categoria della burocrazia. Parlando di burocrazia bisogna rifarsi a Max Weber; il sociologo vide

nella burocrazia uno degli aspetti fondamentali della tendenza alla razionalizzazione nel mondo

moderno. Per descriverne i tratti utilizzò il concetto di tipo ideale, una sorta di modello che non

corrisponde ad alcuna situazione storica specifica, ma è tuttavia utile per analizzare i fenomeni

sociali.

Il tipo ideale di burocrazia proposto da Weber comprende almeno le seguenti caratteristiche:

Una divisione del lavoro chiaramente definita e stabile;

• Una struttura gerarchica all’interno della quale ogni soggetto ha un superiore ed è a sua volta

• superiore di altri;

Procedure formalizzate di selezione del personale;

• Una carriera imperniata sull’impiego stipendiato a tempo pieno;

• Regole scritte prestabilite che stabiliscono le procedure da seguire nello svolgimento del lavoro,

• garantendo il massimo di standardizzazione e il minimo di arbitrarietà;

Fedeltà all’organizzazione e segreto d’ufficio.

Nel loro insieme queste caratteristiche conferiscono prevedibilità al comportamento delle persone

che lavorano in una burocrazia e ne consentono il coordinamento da parte di un’autorità.

Prevedibilità e coordinamento sono le caratteristiche che determinano efficienza e produttività.

Le burocrazie tendono a fare la loro comparsa con la formazione di stati nazioni caratterizzati dalla

pace interna e da una crescente richiesta di ordine sociale. Ma ciò non vuol dire che la burocrazia

sia un fenomeno esclusivamente moderno: già nell’antico Egitto, in Cina e nella Roma Imperiale

esistevano forme di organizzazione burocratiche. Tuttavia è nei secoli XVIII e XIX, e in particolare

durante la Rivoluzione industriale, che si sviluppano una quantità di organizzazioni burocratiche

private (fabbriche) e pubbliche (uffici statali potenziati).

Lo sviluppo della burocrazia genera nuova burocrazia—> questo perché, generando

specializzazione e segmentazione nei compiti, la burocrazia genera la necessità di ulteriori

organizzazioni atte a formare gli specialisti. In ambito pubblico, d’altra parte, lo sviluppo di grandi

organizzazioni private genera la necessità di organizzazioni regolative e di controllo.

Le ragioni della burocrazia

Produttività—> la burocrazia sostituisce il lavoro specializzato al lavoro generico, garantendo

precisione, rapidità, chiarezza, continuità e produttività operative. Inoltre riduce i margini di

incertezza dell’agire umano, attraverso la garanzia d compiti chiari e precisi, nonché sistemi di

regole operative standardizzate. Infine la presenza di regole certe consente ai superiori un maggior

numero di sottoposti in modo più efficace.

Potere—> La burocrazia prevede meccanismi ad hoc per il controllo e la gestione dei conflitti: si

tratta dei sistemi di regole, della catena di comando standardizzata, del sistema di ruoli.

Secondo i teorici del conflitto, proprio la presenza di tali meccanismi è tra le ragioni fondamentali di

successo della burocrazia. In assenza di tali meccanismi, il conflitto potrebbe diventare costante e

quindi ingestibile. Secondo Crozier, la chiave per il controllo di una burocrazia è l’accesso alle

informazioni. La burocrazia è configurata in modo da dare a ogni membro tutte e solo le

informazioni di cui ha bisogno; solo i ruoli apicali hanno consapevolezza di tutte le informazioni e,

attraverso tale consapevolezza, mantengono il proprio potere.

Funzioni delle regole—>Le regole sono simili agli ordini, ma sono meno personali e dirette.

Gouldner ha individuato altre funzioni delle regole burocratiche:

Comunicazione: le regole indicano ai dipendenti ciò che la direzione si aspetta da loro;

• Controllo a distanza: le regole permettono ai dirigenti di controllare i propri dipendenti a tutti i

• livelli dell’organizzazione, senza necessariamente la presenza fisica;

Legittimazione a distanza: le regole forniscono criteri astratti, in base ai quali vengono valutati

• bassi rendimenti e infrazioni e forniscono mezzi impersonali per impartire sanzioni positive e

negative;

Discrezionalità: le regole offrono ai superiori uno spazio di negoziazione con i sottoposti: i primi

• possono allentare le regole in cambio di cooperazione da parte dei secondi.

I lati deboli delle organizzazioni

Incertezza—> Gli studiosi hanno individuato varie forme di incertezza nel funzionamento delle

burocrazie. Thompson ha esaminato i modi con cui possono essere incerte le relazioni

organizzative mezzi-fini, ha individuato quattro tipologie di combinazioni tra di essi:

Obiettivi certi e mezzi certi: riguarda le burocrazie che hanno chiari gli obiettivi e i mezzi per

• raggiungerli, in generale attraverso l’impiego di semplici tecnologie;

Obiettivi certi e mezzi incerti: sono le burocrazie che hanno chiari i propri obiettivi, ma non i

• mezzi per raggiungerli. In questo caso è essenziale la discrezionalità dei manager;

Obiettivi incerti e mezzi certi: sono le burocrazie che hanno chiari metodi e procedure, ma non

• sanno combinarli e attribuire priorità. In questi casi si procede spesso per compromessi;

Obiettivi incerti e mezzi incerti: in questi casi le decisioni sono molto difficili.

La maggior parte delle organizzazioni ha obiettivi multipli e spesso contrastanti tra loro. Inoltre, non

tutte le tipologie di risorse sono manipolabili e disponibili in egual misura.

Vulnerabilità, complessità, patologia—> I sociologi hanno spesso osservato come un rilevante

fattore di debolezza delle organizzazioni burocratiche sia la loro vulnerabilità alle influenze ed

esigenze dell’ambiente. Le burocrazie dipendono dal “di fuori” per il reperimento di risorse

materiali, immateriali, simboliche, e questo limita la loro libertà di azione.

Spesso, il funzionamento delle organizzazioni diventa progressivamente più difficile al crescere

della complessità interna. Questa è a sua volta funzione di: dimensioni, grado di sostituzione del

lavoro umano con tecnologia, ambiente, quota di professionisti all’interno.

Una volta creata, una qualsiasi burocrazia resiste a qualsiasi tentativo di cambiamento e

soprattutto di estinzione. Ciò limita l’adattabilità e la sostituibilità della struttura. Si parla in questo

senso di patologia delle burocrazie.

Obbedienza cieca—> La burocrazia, attraverso il proprio apparato di regole e procedure, è in

grado di esercitare sui soggetti una pressione notevole. Come dimostrato dagli esperimenti di

Milgram, uno dei fattori chiave per la cieca disponibilità al comando è la spersonalizzazione. Dal

momento che le attività vengono scomposte in porzioni parcellari molto piccole, gli attori che

agiscono in ciascuna di tali porzioni non si sentono più responsabili per quel che accade. Un altro

fattore individuato da Milgram è il ruolo di divise e uniformi. Quando vestono divise e uniformi, gli

individui sono il proprio ruolo, non se stessi; quando d’altra parte svestono l’uniforme, essi si

spogliano delle azioni compiute. In questo senso, le divise creano una distanza psicologica dal

compito.

Conflitto—> Il funzionamento di qualsiasi tipo di burocrazia produce naturalmente conflitto. Tale

conflitto può però essere di natura diversa:

Conflitto irrazionale: è il conflitto derivante da problemi e ostilità personali dei membri, come

• accade, ad esempio, nel caso di attori organizzativi animati da una personalità autoritaria;

Conflitto razionale: è il conflitto collegato in modo più diretto al funzionamento della macchina

• burocratica. Entro ogni burocrazia si realizzano conflitti sia tra coloro che lavorano insieme entro

un dato reparto e competono per risorse finite, sia tra membri di reparti differenti che competono

tra loro indirettamente, sia ancora tra livelli differenti della scala gerarchica.

Talvolta il conflitto può essere gestito attraverso un irrigidimento del controllo. Più spesso la

strategia vincente passa per l’allargamento del processo decisionale alla parte insoddisfatta. Tale

processo prende il nome di cooptazione. Altro mezzo efficace può rivelarsi la ristrutturazione

organizzativa.

Disuguaglianze tra i membri—> Struttura e dinamiche di funzionamento delle organizzazioni

riflettono i caratteri della società che le circondano: differenze di accesso al potere, al denaro e alle

altre ricompense sociali.

Il fatto che elementi come genere ed etnia possano portare a differenze di trattamento rilevanti tra i

vari membri è spesso motivo di fortissima insoddisfazione e ostilità all’interno della struttura

burocratica.

Capitolo 9

Disuguaglianza, stratificazione e classi sociali sono da sempre al centro dell’interesse dei

sociologi:

La disuguaglianza è la condizione in cui si trovano individui che, rispetto ad altri, non godono delle

stesse possibilità di accesso a ricompense sociali come denaro, potere e prestigio;

La stratificazione è il risultato della trasmissione delle disuguaglianze di generazione in

generazione, con la conseguente formazione di veri e propri strati sociali;

La classe sociale è un gruppo il cui accesso a ricchezza, potere e prestigio è diverso da quello di

altri gruppi; a volte, in base alla comune posizione sociale, le classi si trasformano in gruppi politici.

Ma la disuguaglianza è inevitabile? La disuguaglianza esiste in tutte le società, anche nelle più

primitive e comunitarie. Gli antropologi hanno trovato tracce di disuguaglianza in tutte le società

pre-letterate, che assegnano status differenziati in base alle caratteristiche reputate prioritarie da

ciascuna: bellezza, coraggio, conoscenza della religione. Le differenze di status sono

rappresentate in vari modi: le società primitive tendono a usare segni sul corpo, quelle più

complesse decorazioni o uniformi. Alle persone che possiedono caratteristiche considerate

altamente desiderabili Vine quasi sempre accordato maggiore rispetto.

Lenski ha tentato di confrontare le società in base alle forme di disuguaglianza:

Nelle società di caccia e raccolta la disuguaglianza è limitata—> la divisione del lavoro è operata

• semplicemente sulla base dell’età del genere;

Nelle società orticole la disuguaglianza cresce—> l’eventuale surplus agricolo viene ripartito tra

• tuti i membri a partire da decisioni di un singolo individuo con modalità non sempre egualitarie;

inoltre se il surplus è costante alcuni individui si specializzano in compiti diversi dell’agricoltura

ed emergono ruoli differenziati di leader politico, commerciante, sacerdote;

Nelle società agricole si riscontra il più elevato livello ddi disuguaglianza—> la disponibilità di

• tecniche di coltivazione raffinate consente di coltivare aree più ampie; si sviluppano così forme di

concentrazione della terra nelle mani di individui o famiglie; i ruoli specializzati godono di poteri

più crescenti;

Nelle società industriali democratiche la disuguaglianza è minore—> il potere tende ad essere

• meno concentrato e quindi la disuguaglianza è minore rispetto alle società agricole; allo stesso

tempo essa permane nel tempo in modo invariato.

La natura della diseguaglianza

La teoria funzionalista, Durkheim: Durkheim propone una prima spiegazione funzionalista della

disuguaglianza a partire da due aspetti:

1. Ogni società stabilisce gradi di importanza differenti per le diverse funzioni sociali; esse

possono dunque essere ordinate gerarchicamente;

2. Gli individui hanno capacità individuali diverse e ogni società tende, per il proprio benessere, a

premiare e privilegiare gli individui che possiedono capacità superiori.

La disuguaglianza si spiega con il fatto che, indipendentemente dalle loro diverse configurazioni,

tutte le società tendono ad affidare ricompense superiori a coloro che controllano alcune funzioni

strategiche, coem, ad esempio, quelle del governo, die servizio della religione, di presidio della

tecnologia necessaria alla collettività per sopravvivere e prosperare.

La teoria conflittualista: i conflittualisti non concordano con la tesi secondo cui la disuguaglianza è

il modo naturale in cui la società assicura la propria sopravvivenza; essa è dovuta al fatto che chi

controlla le risorse sociali più importanti è generalmente in grado di conservare i propri privilegi.

Secondo Marx la storia umana può essere divisa in fasi caratterizzate da diversi modi di

produzioni; a seconda del rispettivo modo id produzione, in ogni società una classe dominante

controlla i modi di produzione e, con essi, le condizioni di vita di una classe subordinata esclusa

dalla proprietà di tali mezzi. Secondo Marx, inoltre, il rapporto tra classe dominante e classe

subordinata in ogni fase della storia umana è fondato sullo sfruttamento, la cui forma è determinata

dal modo di produzione.Il sistema capitalista è cosi chiamato perché i suoi mezzi di produzione

caratteristici assumono la forma di capitale (fabbriche, macchine, risorse finanziarie). I detentori del

capitale acquistano dagli operai forza-lavoro che, applicata alle materie prime, consente la

trasformazione di queste in merci. Attraverso il loro lavoro, gli operai creano un plusvalore, che

viene appropriato dai capitalisti attraverso la vendita delle merci a un prezzo superiore a quello di

produzione. Secondo Marx, a un certo momento nell’evoluzione storica, gli operai si rendono conto

di essere sfruttati. Il peggiorare progressivo delle loro condizioni di vita porta a una rivoluzione

globale e alla sostituzione del sistema capitalistico con un regime socialista. A oggi, le previsioni

marxiane non si sono realizzate e anzi il “proletariato” tradizionale appare frammentato.

MIchels fa propria l’idea marxiana del conflitto tra classi, ma rigetta l’idea che la base di tale

conflitto sia da ricercarsi nelle relazioni economiche. Michels sostiene che quando

un’organizzazione supera una certa dimensione si sviluppa al suo interno un’oligarchia; questo

principio definito appunto legge ferrea dell’oligarchia. Tale tendenza alla concentrazione del potere

è in gran lunga determinata dalla struttura dell’organizzazione.

Secondo Dahrendorf la legge ferrea dell’oligarchia vale vale per tutti i tipi di organizzazione, e non

solo per quelle economiche; esso sostiene che il conflitto di classe non deriva dalle relazioni

economiche, ma dalla distribuzione diseguale dell’autorità.

La teoria di Weber: secondo Weber la stratificazione sociale è spiegabile a partire da tre

dimensioni, tra loro distinte ma interrelate:

1. La posizione di mercato—> che non coincide con il controllo dei mezzi di produzione; gli

individui si distinguono, e formano classi, a partire dalle capacità e credenziali professionali che

possono spendere sul mercato del lavoro;

2. Lo status—> gli individui si differenziano a seconda del grado di stima, onore e prestigio dei

quali godono a livello sociale; le persone portatrici di uno status simile tenderanno ad esibire

stili di vita simili e formeranno raggruppamenti sociali, detti ceti sociali;

3. Il potere—> Weber definisce potere la capacità di un individuo di far valere la propria volontà a

fronte dell’opposizione dei suoi interlocutori.

La teoria di Warner: questa teoria è unica nel suo genere, in quanto è basata sulla posizione

sociale attribuita da altri; la teoria di Warner è basata sul modello reputazionale, che determina

l’appartenenza di una persona a una particolare classe in base alla posizione assegnatale da altri

membri della comunità. Warner identificò sei diverse classi sociali:

upper-upper

Upper class lower-upper

upper-middle

Middle class lower-middle

upper-lower

Lower class lower-lower

Tutte le teorie esaminate uno ad ora prendono la disuguaglianza come punto di partenza e

proseguono poi per strade diverse. Le divergenze più profonde si riscontrano tra le tesi

funzionaliste, che vedono la disuguaglianza come il prodotto di un processo razionale, e quelle

conflittualiste, secondo le quali essa scaturisce dall’azione dei gruppi dominanti per tutelare i propri

interessi mantenendo lo status quo.

L'appartenenza a diverse classi porta con sé precise conseguenze per gli individui in termini di

speranza di vita, vita familiare e uso del tempo libero:

Aspettativa di vita: con l’avvento della rivoluzione industriale, i tassi di mortalità relativi delle

• classi superiori e inferiori presero a divaricarsi molto—> le classi inferiori avevano accesso ad

alloggi, cibo e cure mediche molto più scadenti rispetto a quelli delle classi superiori. Oggi, in

Occidente, la divaricazione è minore, ma le differenze permangono.

Vita familiare: la classe di appartenenza influenza i modi di interpretare la vita familiare—> i

• membri della classe media mostrano maggiore propensione verso la comunicazione e la

manifestazione dei sentimenti rispetto ai proletari; organizzano la propria vita intorno agli amici

piuttosto che intorno alla famiglia. Inoltre, i maschi della classe media valorizzano maggiormente

la fedeltà coniugale, rispetto i proletari;

Tempo libero: gli appartenenti alle classi superiori coltivano spesso interessi culturali più

• sviluppati e approfonditi e praticano una varietà di discipline sportive, alle quali talvolta i proletari

non possono accedere.

Quando, incontrandosi, due estranei si osservano, ognuno formula sull’altro un giudizio, per il

quale utilizza una specie di “lista da spuntare” relativa allo status. Alcuni ricercatori, tra cui Nock e

Rossi, propongono una ricerca relativa ai caratteri a cui ci affidiamo nel valutare gli altri: i due

ricercatori distinguono tra caratteristiche acquisite e caratteristiche ascritte; essi osservano che, in

generale, i tratti ascritti hanno meno importanza di quelli acquisiti, ma influenzano nondimeno i

giudizi sociali. In una coppia, inoltre, il lavoro e il livello di istruzione del marito hanno

un’importanza doppia rispetto a quella della moglie, a anche questi ultimi possiedono un loro peso

rispetto alla collocazione sociale della coppia.

Per mobilità individuale si intendono i cambiamenti nella posizione di un individuo all’interno del

sistema di stratificazione. Tali cambiamenti possono avvenire in seguito a processi diversi:

Mobilità orizzontale o verticale: la mobilità orizzontale indica un cambiamento nella posizione di

• un individuo che NON influisce sul suo status sociale; la mobilità verticale indica invece un

cambiamento per cui un individuo viene a trovarsi in una posizione sociale superiore o inferiore a

quella originaria. Il raggiungimento di una posizione più elevata è definito mobilità ascendente, il

suo contrario mobilità discendente.

Riorganizzazione della struttura sociale: la struttura di una società può cambiare in modi che

• offrono maggiori opportunità di mobilità. Ci sono periodi storci in cui la struttura sociale evolve,

nel senso di offrire agli individui maggiori opportunità di mobilità sociale. In generale si osserva

nelle società sviluppate un incremento delle persone nei servizi e una corrispondente riduzione

di quelle che svolgono lavori manuali nell’industria.

Introduzione di un nuovo sistema di stratificazione: le situazioni rivoluzionarie sono in grado di

• modificare in modo radicale i sistemi di stratificazione preesistenti. Talvolta più cambiamenti sono

cruenti e reperti, mentre in altri casi sono più graduali.

Per Marx il conflitto di classe è il risultato inevitabile dello sfruttamento di una classe da parte di

un’altra. Inoltre, inizialmente gli operai sono solo poco coscienti della loro posizione di classe, col

tempo invece, si consolida la coscienza di classe—> i lavoratori minacciano il sistema capitalista

e finiscono per sovvertirlo con una rivoluzione violenta. Anche se la rivoluzione mondiale

profetizzata da Marx non si è avverata, i sociologi hanno individuato alcuni indicatori della

coscienza della classe. Esistono anche all’interno dellefsocietà contemporanee precisi indicatori di

coscienza di classe dei soggetti—> per esempio i membri delle classi superiori tendono a

privilegiare politici più conservatori, mentre i lavoratori si concentrano del loro preferenze su

candidati più progressisti. Tuttavia il rapporto tra appartenenza di classe e orientamento politico

non è sempre diretto e lineare; tende ad indebolirsi nelle società contemporanee caratterizzate da

un grado crescente di pluralismo, che accresce il condizionamento esercitato sulla coscienza di

classe da fattori ideologici, culturali, ideologici, religiosi, etnici e di categoria.

Esistono due modi di definire la povertà:

Si parla di povertà assoluta quando una persona non è in grado di provveder ai propri bisogni di

• base, cioè necessità essenziali quali cibo, vestiario e alloggio. I governi e altre istituzioni possono

stabilire una linea della povertà ufficiale che individua uno standard fisso di sussistenza.

Si parla di povertà relativa, invece in relazione al benessere di altri, cioè ad un standard variabile

• nel tempo; è povero chi può contare su risorse significativamente inferiori a quelle di cui

dispongo in media gli latri membri della società in cui vive. Al crescere del tenore di vita medio

dunque, cresce anche la linea della povertà relativa. In Italia l’Istat calcola le linee della povertà

assoluta e relativa in base alla spesa mensile familiare per consumi: la povertà assoluta viene

calcolata in riferimento al valore monetario di un paniere di beni e servizi essenziali; la povertà

relativa viene calcolata in riferimento al consumo medio pro capite.

I poveri non soffrono soltanto della mancanza di denaro, ma anche della stigmatizzuaizone che

induce a considerarli come inetti e indolenti.

Capitolo 10

Il significato dell’espressione gruppo etnico è poco chiaro—> possiamo definire un gruppo etnico

come un segmento di una società più ampia, i cui membri sono considerati e si considerano

appartenenti ad una cultura comune e si impegnano in attività nelle quali tale cultura è il fattore

principale. La definizione di un gruppo etnico può essere dunque articolata in tra punti principali:

1. Il gruppo è considerato diverso a causa di uno o più caratteri condivisi come il luogo di origine,

la lingua, la storia, la religione le usanze;

2. Per gli stessi motivi gli appartenenti al gruppo si considerano diversi dal resto della società;

3. I membri del gruppo prendono parte ad attività che traggono spunto proprio dalle comuni origini

e caratteristiche distintive, tra cui l’interazione con i propri “simili” e la celebrazione di particolari

ricorrenze.

Un gruppo razziale, invece, può essere definito come un gruppo contraddistinto da una

combinazione di caratteri biologici ereditari, che includono tipicamente il colore della pelle, i tratti

somatici, la statura. Oggi la maggior parte degli studiosi riconosce che i gruppi razziali sono più un

prodotto della percezione sociale che non un dato di fatto biologico—> un gruppo razziale quindi

nasce dall’attribuzione di caratteri biologici (veri o presunti) ad un insieme di individui che viene poi

trattato come diverso da altri gruppi. La razza però on è sempre stata considerata un esito della

percezione sociale: fino a non molto tempo fa le razze venivano distinte rigidamente.

A smontare la tesi sulle differenze razziali contribuisce, anche, rilevanza statistica dei matrimoni

misti, che nel tempo hanno sbiadito le differenze percepibili tra i gruppi.

Generalmente, per i gruppi minoritari all’interno di un contesto sociale, si impiega il temine

minoranza. Wirth definisce la minoranza come un gruppo di persone che, a causa di

caratteristiche fisiche o culturali, sono isolate dagli altri membri della società in cui vivono vengono


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DETTAGLI
Esame: Sociologia
Corso di laurea: Corso di laurea in servizio sociale
SSD:
Docente: Stagi Luisa
Università: Genova - Unige
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher matib.97 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Stagi Luisa.

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