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Il regno di Nicola I (1825-1855)

Nicola I era il fratello del precedente zar, Alessandro I, ma aveva ben poco in comune con quest’ultimo: diede prova di determinazione, fermezza di propositi e ferrea volontà in contrasto con le incertezze del predecessore. Egli rimase sempre un militare devoto alle sue truppe e con la pretesa di ordinare e organizzare con minuziosa precisione tutto ciò che lo circondava. Duratura passione di Nicola I fu l’ingegneria militare, soprattutto la costruzione di opere difensive. Egli fu allevato non nell’epoca illuministica come il fratello, ma nel periodo delle guerre antinapoleoniche e della reazione. L’ala russa della reazione europea rappresentata da Nicola I trovò espressione ideologica nella dottrina della “nazionalità” articolata in tre principi: autocrazia, ortodossia, nazionalità. Autocrazia significava affermazione e mantenimento del potere assoluto, ortodossia come la religione della chiesa ufficiale russa e il suo importante ruolo nella società; infine nazionalità come la particolare natura del popolo russo che ne faceva un sostegno della dinastia e del governo. Nicola I era ben deciso a difendere l’ordine costituito e soprattutto l’autocrazia.

Il "sistema" di Nicola

La ribellione dei decabristi all’inizio del regno di Nicola I non fece che rafforzare lo zar nelle sue convinzioni di combattere a spada tratta contro la rivoluzione e aumentando la sua diffidenza nei confronti della nobiltà e anzi verso ogni tendenza all’iniziativa indipendente da parte di qualsiasi suddito. La preoccupazione per i pericoli di sovversione lo accompagnarono per tutto il suo regno; lo zar si circondò di soldati. In realtà l’intera macchina dello stato finì per essere permeata dallo spirito militare fatto di ordini diretti, assoluta obbedienza e precisione, nonostante ciò, di fondo continuavano a regnare corruzione e confusione.

Finché fu sul trono, l’importanza del comitato dei ministri, del consiglio di stato e del senato diminuì notevolmente: l’imperatore sempre più spesso si affidò a speciali espedienti burocratici intesi a dare pronta attuazione ai suoi intenti ma restando al tempo stesso sotto il suo immediato e completo controllo: egli fece uso estensivo dei comitati speciali ad hoc composti perlopiù da suoi fedeli assistenti. Il primo e più importante rimase in funzione dal 1826 al 1832 ed era presieduto dal conte Kočubej. Il minuzioso lavoro di quel selezionato gruppo conservatore portò a risultati trascurabili, facendo soprattutto modifiche di minor conto. La cancelleria personale di Sua Maestà si rivelò più efficiente dei comitati speciali nel trattare le questioni che esigevano la partecipazione personale del sovrano, divisa in diverse sezioni in base alla competenza: sezione dedicata a sovraintendere l’applicazione degli ordini del sovrano, codificazione delle leggi, amministrazione dei corpi dei gendarmi…

La terza sezione era nota come la polizia politica, e fu l’arma principale dell’autocrate contro la sovversione e la rivoluzione; per controllare il comportamento e assegnare punizioni e ricompense. Essa controllava la produzione letteraria e combattevano ogni traccia di infezione rivoluzionaria. Ma la febbrile attività dei poliziotti sembrava in realtà priva di scopi, litigando con altri enti governativi e affidandosi troppo spesso a informatori che riportavano notizie infondate, per cui si dovette anche procedere a punire alcuni di essi. Il desiderio di controllare nel dettaglio vita e pensieri del popolo e soprattutto di prevenire la sovversione guidava anche le iniziative del ministero dell’istruzione pubblica, soprattutto in fatto di censura.

Il problema delle riforme

Tuttavia gli sforzi dell’imperatore e del suo governo diedero scarsi frutti, e ciò apparì evidente a proposito della questione della servitù della gleba. Nicola I disapprovava tale istituzione, notando le miserie e le sofferenze di cui era fonte anche nelle file dell’esercito, ed era preoccupato del pericolo di insurrezione, ma gli sembrava che mettervi mano in quel momento avrebbe comportato un male ancora più disastroso. Durante tutto il suo regno lo zar temette due diverse rivoluzioni: il pericolo che la nobiltà mirasse ad ottenere una costituzione qualora il governo decidesse di privare i proprietari terrieri dei loro servi e una sollevazione popolare generale provocata dal cambiamento all’ordine costituito dato dall’emancipazione. Alla fine poco fu fatto e le nuove leggi affidarono il cambiamento alla discrezione dei rispettivi proprietari terrieri. Soltanto i contadini legati alle terre occidentali ottennero cospicui vantaggi, ma solo perché il governo tendeva a servirsene nella sua lotta contro l’influenza polacca.

Gli ultimi anni

Dopo il 1848, spaventato dalle rivoluzioni europee, Nicola I divenne reazionario. Ai russi fu proibito di recarsi a lavorare all’estero, misura che colpì soprattutto insegnanti e studenti. La libertà delle università venne ulteriormente limitata, con l’abolizione dal programma didattico di materie come legge costituzionale e filosofia e altre materie anche se non vennero abolite, si stabilì dovessero essere insegnate da un docente di teologia. La censura toccò vertici grotteschi con la comparsa di nuovi uffici, tra cui quello della “censura dei censori”, che cancellò addirittura da un manuale di fisica l’espressione “forze della natura”. La letteratura e il pensiero vennero soffocati e fu in questa atmosfera che la Russia subì la dura sconfitta della guerra di Crimea.

La politica estera di Nicola I

La disfatta di Crimea costituì la logica conclusione della politica estera del regno di Nicola I, ma fu un fenomeno difficile da comprendere: innanzi tutto l’imperatore russo non aveva intenzione di scendere in campo contro altre potenze, anzi, era deciso a mantenere l’ordine costituito in Europa così come era convinto di dover preservare l’autocrazia nella sua Russia. In un periodo in cui la rivoluzione non accennava a morire, e si manifestò a più riprese nel 1830 e 1848 lo zar Nicola I si assunse la responsabilità di “gendarme d’Europa”. Poco dopo l’avvento di Nicola I al trono ci fu la guerra con la Persia per la contesa della Georgia, che si concluse con la sconfitta della Persia, dal 1826 al 1828.

Poco dopo aver terminato la guerra con la Persia, Nicola I ne avviò una con la Turchia, come culmine di una crisi internazionale che cominciata con una ribellione dei greci nel 1821. Se da un lato l’imperatore simpatizzava con i greci ortodossi ed era per tradizione ostile ai turchi, d’altra parte era impegnata a sostenere lo status quo in Europa. Nicola I tentò dapprima di frenare la Turchia e appianare il conflitto balcanico. La vittoria da parte della Russia fu costosa ma decisiva e lo stato ottomano nel 1829 fu costretto a sottoscrivere il trattato di Adrianopoli. Nonostante la vittoria l’imperatore agì con moderazione in campo internazionale: Nicola I non cercò di distruggere l’avversario, considerando la Turchia un importante elemento di equilibrio di potere in Europa.

Un grave trauma fu inflitto dalla rivoluzione parigina nel 1830. Mentre il regime di Luigi Filippo venne accettato senza esitazioni dagli altri governi europei, lo zar ritardò il proprio riconoscimento ufficiale e poi riservò al sovrano francese un trattamento scostante e cortese. Nel 1830 scoppiò anche la rivoluzione polacca: gli abitanti della Polonia non si sentivano soddisfatti della spartizione avvenuta nel 1815. I patrioti polacchi erano ostili a qualsiasi legame con la Russia e speravano di riconquistare i vasti territori lituani, bielorussi e ucraini sui quali la Polonia aveva un dominio prima di essere smembrata. La tensione fu esasperata dalle rivoluzioni del 1830 e Varsavia si sollevò. Ben presto la Russia perse il controllo della Polonia e ci volle una vera e propria guerra per riconquistarla, giacché i polacchi possedevano un vero e proprio esercito permanente che si schierò con la causa nazionale. Benché ci vollero 9 mesi per entrare a Varsavia e altri mesi per sedare la rivolta, i nazionalisti polacchi non riuscirono mai a vincere in quanto non avevano saputo assicurarsi il valido sostegno dei contadini. Fu un’ennesima tragedia per la Polonia la cui costituzione del 1815 fu sostituita dallo statuto organico del 1832, che faceva del paese una parte indivisibile dell’impero russo. La Polonia venne amministrata con modi brutali, soprattutto verso i nazionalisti: le proprietà degli insorti vennero confiscate, gli istituti superiori chiusi e la Polonia costretta sempre più ad adeguarsi ai modelli russi, con la lingua russa obbligatoria in amministrazioni locali e scuole e la censura di opere polacche ritenute sovversive.

Una russificazione ancora più profonda che in Polonia ebbe luogo nelle province occidentali: Nicola I aveva preso iniziative in modo da rendere ancora più saldi i legami di quei territori con la Russia vera e propria. Avvenne una insurrezione negli anni 1830-31 in Bielorussia e Ucraina che fu soppressa più duramente di quella Polacca: ai ribelli venne rifiutata l’amnistia concessa ai polacchi e riorganizzando il servizio di stato per cui alcune famiglie indigenti della piccola nobiltà furono riclassificate come appartenenti alla categoria dei contadini e forzosamente trasferite nel Caucaso.

Nuovi disordini si verificarono nel Levante, da parte dell’Egitto per non aver ricevuto come compenso per la partecipazione alla guerra Turca, la Siria. Sarebbe stato utile per Nicola I sconfiggere definitivamente i Turchi schierandosi dalla parte degli Egiziani, tuttavia egli riteneva il capo degli egiziani un ribelle prima di ogni cosa quindi le sue convinzioni legittimiste lo bloccarono. Nel 1833 la Russia giunse ad un patto con la Turchia, che comportava consultazioni e reciproco aiuto in caso di attacco da parte di terzi e la Russia avrebbe dovuto impedire il passaggio dei Dardanelli a tutte le navi da guerra straniere.

Gli eventi del 1830-1831 resero Nicola I certo della necessità di una stretta collaborazione con le potenze conservatrici, e anche Austria e Prussia sembravano avere le stesse necessità. La Russia giunse ad una completa intesa con l’impero asburgico soprattutto per ciò che riguardava la lotta comune contro il nazionalismo e il desiderio di mantenere la Turchia come dominatrice del Levante.

La rivoluzione del 1848 in Francia inaugurò un nuovo capitolo nella lotta fra il vecchio ordine e le sorgenti forze nel mondo moderno dell’Europa ottocentesca. L’autocrate russo reagì immediatamente e violentemente alle notizie provenienti da Parigi. Sebbene felice per la caduta di Luigi Filippo che odiava quale usurpatore e traditore del legittimismo, lo zar non poteva tollerare una rivoluzione, perciò ruppe l’alleanza con la Francia e radunò le truppe. La rivoluzione tuttavia si diffuse velocemente anche in Prussia e Austria e l’intero ordine costituito cominciò ad andare in pezzi. Nicola I si rivelò come difensore del legittimismo in Europa. Le rivoluzioni del 1848 fallirono pienamente e questo si spiega soprattutto alla luce delle specifiche condizioni politiche sociali ed economiche dei paesi coinvolti, ma è certo d’altra parte, che il sovrano russo fece di tutto per far pendere la bilancia dalla parte della reazione. Così per esempio egli concesse un prestito all’Austria.

La posizione di predominio che la Russia stava sviluppando a causa del fallimento delle rivoluzioni del 1848 non durò tuttavia a lungo perché la posizione dello zar di “gendarme d’Europa” era più forte in apparenza che in realtà. Liberalismo e nazionalismo anche dopo le fallite rivoluzioni non erano affatto morte, e i paesi non vedevano di buon occhio lo zar che interferiva nei loro interessi. D’altra parte Nicola I fu portato dai suoi successi a divenire ancor più rigido e autoritario di prima.

La guerra di Crimea

Alla ripresa delle ostilità fra Egitto e Turchia, Nicola I si mostrò pronto a collaborare con gli altri stati, in particolare collaborando con la Gran Bretagna per mantenere in vita lo stato turco. Ma l’accordo di Nicola I con la Gran Bretagna aveva in realtà carattere illusorio: i due punti principali, il mantenimento in vita e la spartizione della Turchia, si contraddicevano, la forma stessa dall’accordo era interpretato in modi differenti: per Nicola I era un preciso accomodamento di importanza fondamentale, per la Gran Bretagna era invece più che altro uno scambio segreto di opinioni.

Nel 1850 ebbe il via una disputa in Terra Santa fra cattolici e ortodossi circa diritti su alcuni santuari della cristianità. Contrapponendosi a Napoleone III, Nicola I inviò un proprio principe delegato a Costantinopoli, che spinse al riconoscimento dei diritti della vasta popolazione ortodossa in Terra Santa, proclamando che dovevano essere gli ortodossi a vincere la controversia. È indubbio che le azioni precipitose dello zar russo accelerarono lo scoppio della guerra. Tuttavia dopo le fasi iniziali della controversia il governo russo agì in maniera conciliante e furono invece Turchia, Francia e Gran Bretagna, la responsabilità del conflitto in questa fase fu di Turchia, Francia e Gran Bretagna che continuarono a rivolgere richieste sempre più esigenti alla Russia.

Gli scontri fra Russia e Turchia iniziarono nel 1853; dopo poco tempo Gran Bretagna e Francia si schierarono apertamente con la Turchia e l’anno dopo al loro fianco ci fu anche il Regno di Sardegna. L’Austria invece si astenne limitandosi a forti pressioni diplomatiche ai danni della Russia.

L’atteggiamento aggressivo della Russia nei confronti della Turchia può essere spiegato alla luce delle esigenze economiche dell’impero zarista, come la necessità di proteggere le rotte del grano attraverso il Mar Nero o di procurarsi mercati nel Medio Oriente o ancora con l’imperativo strategico del controllo degli stretti. La guerra di Crimea sembra in realtà in conflitto con la politica legittimista di Nicola I, ma in realtà la sua conclusiva decisione dello smembramento Turco può essere interpretata come una sua previsione che l’impero Turco non fosse in grado di sopravvivere nel mondo moderno e che i principali stati europei dovessero provvedere a un’adeguata redistribuzione onde evitare anarchia e guerre. Inoltre un altro fattore era l’ortodossia: durante tutto il suo regno Nicola I provò sentimenti contrastanti per il sultano, da un lato egli ammise la sua legittimità, ma continuò a sentirsi a disagio nei confronti dell’enorme stato musulmano che oltretutto opprimeva i numerosi sudditi ortodossi.

A parte la Crimea, combattimenti si ebbero anche nel Caucaso, dove i russi ottennero qualche successo. Le sofferenze e gli eroismi della guerra di Crimea ebbero come cronista d’eccezione Lev Tolstoj, all’epoca ufficiale di artiglieria nell’assediata Sebastopoli (che resistette quasi un anno) nei Racconti di Sebastopoli. Quel conflitto, fu inoltre reso tragico dal tifo e da altre epidemie che causarono più decessi che non i combattimenti veri e propri.

Nicola era morto nel 1855, poco prima che Sebastopoli era stata evacuata, al suo posto Alessandro II, che insieme agli altri stati d’Europa era pronto a fare la pace. La Russia rinunciò ad ogni pretesa di protettorato sugli ortodossi dell’impero ottomano. Il trattato di Parigi segnò un netto declino della posizione russa nell’Europa e nel Medio Oriente.

Osservazioni conclusive

Nicola I non impartì una nuova svolta al divenire della Russia, anzi rimase disperatamente attaccato al vecchio sistema. L’autore della teoria della “nazionalità ufficiale” congelò la Russia per circa mezzo secolo mentre il resto dell’Europa stava cambiando.

Gli sviluppi economici e sociali della Russia nella prima metà del XIX secolo

La seconda metà del XVIII secolo segnò l’acme dell’economia di tipo feudale e dell’agricoltura basata sulla servitù della gleba in Russia. Dai possedimenti interni un numero via via superiore di prodotti venne avviato ai mercati, interni ed esteri avendo la Russia meridionale avviato il commercio di granaglie attraverso il Mar Nero. Il continuo aumento demografico comportò un forte e perdurante aumento dei prezzi della terra. Anche se le prospettive apparivano favorevoli, l’agricoltura russa poteva evolversi in senso capitalistico solo in misura limitata e con alti costi umani ed economici, condizionata com’era dalla struttura sociale e dalle istituzioni del paese.

I proprietari erano totalmente impreparati alla concorrenza o ad avviare una produzione valida a causa dell’educazione ricevuta e del modo di vedere le cose. Nella prima metà del XIX secolo il numero di proprietari non appartenenti alla nobiltà si accrebbe, nonostante fosse ad essi proibito di possedere servi della gleba. La servitù della gleba costituiva il fulcro della produzione agricola prima della riforma. Ma il lavoro servile non offriva soluzioni al problema dell’ottenimento di una produzione efficiente e migliore: i servi della gleba erano infatti analfabeti, non qualificati e disinteressati, ben scarsi produttori soprattutto perché mancavano loro gli incentivi e l’iniziativa. Il risultato fu che dalla metà del secolo in poi l’obrok (tributo feudale personale, barščina...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/21 Slavistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher HelderRoze di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura russa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Calusio Maurizia.
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