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CAPITOLO 1

NASCITA E AFFERMAZIONE DELLA PSICOLOGIA CLINICA

Che cosa significa ‘’APPROCCIO CLINICO’’

clinica KLINE

Il termine deriva del greco LETTO e indica le attività che il medico

svolge al letto del malato. Fin dal suo etimo, la psicologia clinica fa riferimento alla

malattia e alla sofferenza, e al fatto di dare aiuto col ricorso a conoscenze e metodi

finalità: l’operare dello psicologo

psicologici. Il primo tratto costitutivo è dato da tale

clinico è ispirato dall’intenzione di porgere aiuto e rispondere alla dimensione

psicologica di una sofferenza che ha luogo immediatamente davanti a lui .

approccio clinico

Nella storia della medicina ha significato centralità

dell’osservazione diretta al letto del malato, in contrapposizione a una medicina che

né spogliava né toccava il malato, ma faceva diagnosi e terapia per assiomi e

sillogismi sostituendo l’osservazione con dotte citazioni e rimandi all’autorità dei

grandi del passato.

APPROCCIO CLINICO al contrario, ha sempre indicato il primato dell’osservazione e

del riscontro empirico a fronte della teoria e del principio d’autorità: un atteggiamento

poco incline alle meditazioni epistemologiche e alle dispute teorie, ma in presa diretta

con i problemi concreti e le urgenze di una persona sofferente. Approccio clinico è

venuto a significare pure osservazione prolungata e minuziosa, in

contrapposizione a una medicina che presta fiduciosa attenzione a leggi e principi

generali. l’ottica del

Il secondo tratto costitutivo della psicologia clinica è dato dall’approccio:

particolare, lo studio intensivo e l’approfondimento del singolo caso e delle sue

specificità.

PSICOLOGIA CLINICA E PSICOLOGIA DI BASE

Quale rapporto ha la psicologica clinica con la psicologia di base (memoria,

sensazione, percezione, apprendimento, motivazione etc)? Nella cultura italiana esse

sono state spesso presentate come discipline tra loro separate e diverse se non

contrapposte: bassamente applicativa la prima, nobilmente speculativa la seconda.

Oggi è chiaramente palese la continuità tra psicologia di base e lavoro clinico.

Possiamo descrivere quello tra psicologia di base e psicologia clinica come un rapporto

SCIENZA APPLICATA

senza soluzione di continuità: psicologia clinica come , diretta

emanazione e applicazione del corpus di conoscenze e delle metodologie sviluppate

dalla psicologia di base nelle sue varie branche ciò che contraddistingue un

clinico è l’atteggiamento clinico – che non l’interesse per argomenti e tecniche

particolari.

DEFINIZIONI

Gli psicologi clinici non si occupano solo di disturbi mentali, però sono coloro, tra gli

psicologi, che studiano e si occupano specificatamente di disturbi mentali; in larga 1

misura, perciò, lavorano in servizi e strutture di salute mentale.

L’American Psychological Association, fu la prima a dare vita una sezione di

psicologia clinica:

‘’La psicologia clinica integra scienza, teoria e pratica sia al fine di capire, predire e

alleviare disadattamento, disabilità e disagio sia al fine di promuovere l’adattamento

umano e lo sviluppo personale. La psicologia clinica si concentra sugli aspetti

intellettivi, emotivi, biologici, psicologici, sociali e comportamentali del funzionamento

umano lungo tutto l’arco di vita, nelle varie culture e a tutti i livelli

socioeconomici ’’.

Una definizione italiana data dal Collegio dei professori universitari e dei

ricercatori di Psicologia clinica delle Università italiane:

‘’La psicologia clinica è un settore della psicologia i cui obiettivi sono la spiegazione,

la comprensione, l’interpretazione e la riorganizzazione dei processi mentali

disfunzionali o patologici, individuali e interpersonali, unitamente ai loro correlati

comportamentali e psicobiologici.

La psicologia clinica è identificabile con le metodiche psicologiche volte alla

consulenza, diagnosi, terapia o comunque di intervento sulla struttura e

organizzazione psicologica individuale e di gruppo, nei suoi aspetti problematici, di

sofferenza e di disadattamento e nei suoi riflessi interpersonali, sociali e

psicosomatici.

La psicologia clinica è altresì finalizzata agli interventi atti a promuovere le condizioni

di benessere socio-psico-biologico e i relativi comportamenti, anche preventivi, nelle

diverse situazioni cliniche e ambientali. La psicoterapia nelle sue differenti strategie e

metodiche costituisce l’ambito applicativo che più caratterizza la psicologia clinica,

come punto di massiva convergenza tra domanda, conoscenze psicologiche

disponibili, fenomeni indagati e metodi utilizzabili .’’

Quando si parla di psicologia clinica, si delinea dunque un insieme scientifico e

professionale centrato sulla psicoterapia, ma ben più ampio della sola psicoterapia.

Psicodiagnostica, psicopatologia, neuropsicologia clinica, psicofisiologica clinica,

psicosomatica psicoterapia sono le componenti nelle quali si sottoarticolata

tradizionalmente la psicologia clinica; a esse si devono aggiungere prospettive

emergenti come la psicologia della salute e antiche pratiche venute in auge, come la

riabilitazione e la consulenza (counseling).

TAPPE DI UN PERCORSO

La psicologia clinica trae origine, a cavallo tra ‘800 e ‘900, dalla confluenza di due

diverse tradizioni e professioni:

1. La pratica dei REATTIVI MENTALI per la valutazione dei bambini

intellettivamente deficitari, che nei decenni successivi si allargherà all’età

adulta e a test di personalità

ipnosi

2. La pratica dell’ nel trattamento dell’isteria, che presto cederà il passo

alla grande lezione freudiana e alla lunga egemonia psicoanalitica. 2

Le matrici culturali sono europee, pià precisamente franco-tedesche, e fanno

riferimento a una serie di personalità fra cui Binet, Janet, Freud, Jung. Eppure la

psicologia clinica ha avuto il suo sviluppo maggiore negli Stati Uniti; le ragioni vanno in

parte riportate alla diaspora indotta dall’antisemitismo nazista, ma soprattutto

all’estremo dinamismo economico e sociale che caratterizzava la società americana

già a inizio ‘900.

Lo si voglia o no, i momenti di maggiore espansione, non solo professionale, per la

psicologia clinica furono i due conflitti mondiali, dove forte fu la richiesta sociale di

collocare con test mentali e attitudinali alla selezione dei militari e di prodigarsi

nell’opera di reinserimento e sostegno di mutilati e reduci di guerra.

CAPITOLO 2

PSICODIAGNOSTICA

L’ESAME PSICODIAGNOSTICO

Secondo una formula molto citata, che risale agli anni 50 e allo psicologo americano

Murray, ogni uomo è sotto certi aspetti:

-Come tutti gli altri uomini

-Come alcuni altri uomini

-Come nessun altro uomo

L’ottica dello psicologo clinico è, come abbiamo detto, l’ottica del particolare: più che

guardare la foresta o il bosco, egli guarda il singolo albero, magari nelle relazioni che

esso eventualmente intrattiene con altri alberi. Nel continuum molare-molecolare

molecolare

si trova sbilanciato nella direzione del .

Ne consegue che le classificazioni personologiche, psicopatologiche e nosografiche

non sono mai un punto di arrivo. Ciò non toglie che esse possano (e spesso debbano)

essere un punto di passaggio intermedio nel corso dell’esplorazione psicodiagnostica:

come alcuni altri uomini.

sono parte degli aspetti indicati al livello

L’esame psicodiagnostico può essere descritto come un complesso processo di

raccolta, analisi ed elaborazione di informazioni (rilevanti) volto a rispondere ad uno

dei tanti quesiti di pertinenza della psicologia clinica: le indicazioni relative

all’opportunità di un trattamento psicoterapeutico, la valutazione delle condizioni

psicologiche per gravi provvedimenti, l’accertamento delle componenti psicologiche di

una condotta criminosa, l’integrazione di accertamenti di carattere medico

diagnostico. successione

La struttura formale dell’esame psicodiagnostico è costituita da una

sistematica e

intelligentemente organizzata di approfondimenti successivi . Spesso l’esame

psicodiagnostico viene descritto come un imbuto che va via via restringendosi. Quanto

più ampia è la base di conoscenza della ricerca scientifica e di esperienza dello

psicologo, tanto più ampio è il ventaglio di ipotesi alternative che prende in esame (≅

imbuto). Via via che progredisce l’esame psicodiagnostico, diminuisce l’incertezza

circa le varie ipotesi psicodiagnostiche, circa il decorso probabile di sintomi e

manifestazioni psicopatologiche, circa le evoluzioni più probabili o più preoccupanti di

una situazione problematica, circa le possibilità di intervento più idonee nel caso in

esame.

L’esame psicodiagnostica non è una passiva raccolta di informazioni, ma un processo

attivo, 3

problem-solving decision-making

sostanzialmente simile ad un processo di e : un

complesso processo di raccolta e di elaborazione di informazioni relative al soggetto in

questione.

Psicologo → elaboratore di informazioni, si pone domande secondo una logica di tipo

ipotetico-deduttivo, genera ipotesi, le controlla ed eventualmente le rigetta.

L’esame psicodiagnostico è più di una diagnosi: non opera nell’ottica della

classificazione nosografia, ovvero della semplice categorizzazione del soggetto

dell’approfondimento e

all’interno di una determinata malattia, ma nell’ottica

dell’analisi del singolo caso e delle sue peculiarità . L’obiettivo è l’acquisizione di

una conoscenza più approfondita del soggetto lungo molteplici dimensioni

psicologicamente rilevanti. Spesso include la formulazione di una diagnosi di disturbo

mentale che però non esaurisce l’esame psicodiagnostico.

COLLOQUIO CLINICO

Unità minima e asse portante dell’esame psicodiagnostica è il colloquio clinico. Esso

ha come

finalità fondamentale l’esame del problema che porta il paziente a rivolgersi ad uno

psicologo clinico; sta allo psicologo collocare tale problema all’interno di un reticolo di

elementi costituiti dalla storia personale del soggetto, dall’insieme delle sue

caratteristiche personologiche, dalla rete di relazioni familiari e sociali.

Il colloquio clinico non è una procedura passiva di ascolto e di registrazione di

informazioni, ma un

processo di ricerca attiva ed intelligente delle coordinate che danno un senso

psicologico a quanto il

paziente propone. Va al di là del semplice livello dell’ascolto empatico e rappresenta

un’attività

tecnica che si avvale di una competenza professionale specialistica.

Il colloquio clinico utilizza, in primo luogo, materiale verbale ed esplora il cosiddetto

sistema

cognitivo-verbale: ciò che il paziente pensa e ciò che il paziente dice di sé. In

secondo luogo, il

colloquio rappresenta un setting di osservazione specifico e strutturato (osservazione

del

comportamento del paziente in una situazione data). In terzo luogo, il colloquio

costituisce un

esempio di comportamento interpersonale significativo: consente perciò l’analisi delle

variabili di

relazione che si stabiliscono nell’interazione tra paziente e psicologo.

Infatti, se è vero che il colloquio ha come sua prima finalità l’esame del problema del

paziente, è altrettanto vero che esso ha, come sua seconda finalità, quella di stabilire

una relazione di fiducia e collaborazione nella diade paziente-psicologo.

Prima finalità = esame del problema del paziente.

Seconda finalità = stabilire una relazione di fiducia e collaborazione nella diade

paziente-psicologo. fase dei preliminari

- Il primo colloquio prende avvio con alcuni limitati convenevoli ( )

cui fa

seguito:

L’apertura

- vera e propria, in genere con una domanda molto aperta del tipo “Di che

problemi

parliamo?” (i termini “disturbo” e “malattia” sono evitati).

-Lo psicologo cerca di ottenere un’ampia e precisa descrizione del problema lamentato

4

fase del

attualmente: attenzione sul presente, su quanto la persona pensa e prova (

problema

iniziale ).

- Il colloquio tenderà ad individuare variabili che influenzino aspetti del problema

in esame (es. l’umore disforico del mattino migliora nel corso della giornata, peggiora

il sabato e la domenica, diviene intollerabile durante le festività).

- Il colloquio risalirà poi al primo insorgere del problema e lo ripercorrerà nel tempo

fino al storia del problema

momento attuale ( ).

- Una volta esaurita l’esplorazione del problema iniziale, lo psicologo allargherà

l’esame agli

ulteriori problemi presenti attualmente al di là di quello proposto inizialmente

allargamento

( ).

- Un ampio spazio sarà poi dedicato alla storia personale; questa fase del colloquio

mette tra

parentesi gli elementi problematici o francamente patologici, che hanno dominato fin

qui il colloquio,

per ripercorrere la storia della persona nei suoi elementi e nei suoi avvenimenti

fase del

“normali” (

profilo complessivo).

- Infine, nelle sue fasi conclusive, il colloquio ritornerà su quanto il paziente si

aspetta dallo analisi delle aspettative

psicologo clinico e dall’esame psicodiagnostica in corso ( ).

Il colloquio clinico che conclude l’esame psicodiagnostico non è più volto a raccogliere

informazioni,

ma a dare informazioni. Lo psicologo richiama il filo logico che ha guidato il colloquio o

i colloqui

intercorsi e fornisce ampie informazioni sui risultati dei vari test, esami e tecniche

psicodiagnostiche

che possono avere integrato i colloqui. Spiega nel modo più semplice e trasparente

quanto l’esame

psicodiagnostica ha messo in luce .

IL MODELLO MULTIDIMENSIONALE

Per condurre l’esame psicodiagnostica, lo psicologo ha la possibilità di utilizzare una

mole estesa di

informazioni. Queste informazioni sono state classificate in “classi” a seconda del

“canale” dal quale

provengono; tradizionalmente si distinguono almeno tre classi principali.

1. La prima classe è data dalle informazioni che provengono da un canale

verbale. Sono le informazioni dunque che un soggetto fornisce nel corso di un

colloquio clinico, durante un’intervista strutturata, davanti alle tavole di

Rorschach, nella compilazione di un questionario o di un inventario, in un diario.

Naturalmente queste informazioni non sono neutre – sono anzi in diverso grado

soggettive: sono influenzate da variabili legate al contesto, dalle variabili

connesse alla relazione interpersonale, dalle variabili proprie allo psicologo in

causa e a suoi bias idiosincratici.

2. La seconda classe è data dalle informazioni che provengono da

un’osservazione diretta del comportamento della persona: le

informazioni offerte dal comportamento non verbale nel corso di un colloquio 5

clinico, dalla somministrazione di un reattivo psicologico, di un role-playing, di

un’interazione col coniuge o con i propri familiari, di un’osservazione sul campo.

Neppure queste informazioni sono neutre, poiché sono anch’esse influenzate

dalle variabili di contesto, di relazione, da quelle connesse all’osservatore, ecc.

3. La terza classe di informazioni che, in particolari contesti attrezzati, lo psicologo

può raccogliere è rappresentata dalle registrazioni strumentali

dell’attivazione psicofisiologica dell’individuo: le informazioni ricavabili

dalla registrazione delle risposte elettrodermiche, dell’attività elettromiografica,

dalla temperatura periferica cutanea, della frequenza cardiaca, dalla frequenza

respiratoria, dall’attività cerebrale ecc.

Fin dai suoi albori la psicologia ha utilizzato questi 3 principali canali di informazione (e

altri ancora) sia nella pratica psicodiagnostica sia nella ricerca clinica. L’impiego

contemporaneo di una pluralità di fonti di informazione corrispondeva a un

(giustissimo) desiderio di completezza e all’ovvia forza del buon senso; si collocava

però all’interno di una concettualizzazione unidimensionale dei costrutti considerati.

L’idea era che una pluralità di fonti potesse attenuare le distorsioni che potevano

avere informazioni (o misurazioni) raccolte con l’uno o l’altro metodo.

In passato l’idea era quella che una pluralità di fonti potesse attenuare le distorsioni

che potevano

avere informazioni raccolte con l’uno o l’altro metodo.

l’idea che indici provenienti da diversi

Negli anni ’70 è stata messa in crisi

canali d’informazione

descrivessero comunque i medesimi fenomeni e i medesimi costrutti e

cogliessero, semmai,

angolature differenti di una realtà indiscutibilmente unitaria . Quindi, misure

relative all’uno o all’altro

canale non sono interscambiabili tra loro, non possono essere considerate come

misure di uno stesso

fenomeno o costrutto: vanno invece considerate come valutazioni di dimensioni tra

loro connesse ma

relativamente indipendenti .

Una valutazione multidimensionale, dunque, cerca di integrare informazioni e

misurazioni provenienti

da diversi piani, come il piano delle emozioni, quello dell’osservazione esterna, quello

delle relazioni

familiari, quello storico, ecc.

L’esame psicodiagnostico si avvale dunque di una pluralità di tecniche; inizieremo a

prendere in esame le tecniche psicodiagnostiche di natura psicofisiologica.

‘’ASSESSMENT’’ PSICOFISIOLOGICO

L’assessment psicofisiologico è i

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher adele.massa di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Colloquio di psicologia clinica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Cagliari o del prof Carta Stefano Mariano.
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