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Paolo VI: un conclave breve ma non facile

Il pontificato di Paolo VI (1963-1978) fu molto originale, fin dal fatto di iniziarsi a Concilio appena aperto e di accompagnare e portare a compimento la stessa assise conciliare. Fu un periodo caratterizzato dalle novità maggiori nella storia della Chiesa contemporanea. Egli fu il primo papa a compiere un pellegrinaggio nella Terra di Gesù, a intraprendere viaggi pastorali transcontinentali e quindi fu il primo papa a poter mettere piede in Asia, America Latina, Africa e Oceania; il primo ad usare l'aeroplano e l'elicottero e a concedere interviste a quotidiani. Fu il primo a proclamare donne dottori della Chiesa avviando una vera considerazione nuova della donna in ambito cattolico. Fu il papa che riformò il Sant'ufficio, cambiandogli anche il nome, e abolì l'Indice dei libri proibiti. Diede inizio, qualche settimana dopo la sua elezione, alle udienze generali settimanali: configurando così la principale forma ordinaria del magistero pontificio. Inaugurò forme quasi rituali nuove, come quella di baciare la nuda terra nei paesi che visitava, e ripristinò la Via Crucis al Colosseo.

Si legano a Paolo VI e al suo pontificato le grandi riforme conciliari, accompagnate da alcuni suoi gesti di potente simbolicità. Se Montini non avrebbe convocato il Concilio, Roncalli, probabilmente, non sarebbe riuscito a concluderlo, o almeno non così felicemente: in questo caso uno scambio di tempi e ruoli, a parti invertite, non avrebbe, sicuramente, dato gli stessi risultati. Né il papa né i Padri conciliari avrebbero potuto immaginare, all'apertura del Concilio, la qualità e la quantità dei documenti approvati alla fine.

Grande risonanza ebbe il commosso ricordo di papa Giovanni che il cardinal Montini tenne, il 7 giugno, alla messa di suffragio a Milano, con un esplicito segnale della sua volontà, quanto meno come arcivescovo e Padre conciliare, di raccogliere l'eredità roncalliana e di proseguire il concilio. Questo fa pensare che il suo personale consenso, alla vigilia del Conclave, si orientasse verso un esponente della maggioranza conciliare: il card. Suenens, con il quale vi era una decennale amicizia. Anche se è da credere che Montini non ambisse al Pontificato, egli, in ogni caso, aveva molte frecce al suo arco per la vicina elezione: i tanti anni trascorsi accanto a Pio XII lo avevano fatto conoscere, e quasi sempre positivamente, da molti prelati ora cardinali. Ottimi erano i suoi rapporti personali con i francesi ma anche con gli americani e con gli “orientali”. Era ritenuto l'erede quasi “designato” dallo stesso Roncalli. Nessun altro italiano e nessun altro esponente della maggioranza conciliare avrebbe potuto ottenere più suffragi di lui.

Solo 2 eventi potevano bloccare una sua elezione: o una resistenza a oltranza di una minoranza in grado di impedire il raggiungimento del quorum o una rinunzia spontanea di Montini stesso. Queste eventualità potevano diventare probabili nel caso di un protrarsi del Conclave: uno svolgimento di “slancio” non poteva che condurre a Montini: ed è quello che avvenne, anche se ci fu uno scontro vero.

Montini arrivò a Roma il 17 giugno, per l'ultima celebrazione dei “novendiali”. Giancarlo Zizola, che è stato uno dei maggiori vaticanisti italiani del '900, ha parlato di un incontro riservato a Frascati il 18 giugno, organizzato presso il convento dei cappuccini, con la partecipazione di cardinali della maggioranza conciliare. Sempre Zizola ha dato una sua ricostruzione delle votazioni del Conclave, apertosi la sera del 19 Giugno, con la partecipazione di 80 cardinali: nella prima e nella seconda Montini fu in testa con 30 voti; Ildebrando Antoniutti e Lercaro ne ebbero 20. La candidatura di Montini appariva non solo in testa ai suffragi, ma anche centrale. Nel primo pomeriggio, alla terza votazione, i voti di Lercaro si trasferiscono su Montini che arrivò a 50, quindi a soli 4 voti dalla maggioranza richiesta. In questo momento, la sua candidatura, assumeva un senso filo-conciliare e innovatore. Anche Francesco Roberti, cardinale di Curia, ebbe qualche voto, quasi come lancio di una possibile candidatura di mediazione. Si pensava che Montini fosse giunto al massimo dei consensi. L'opposizione era compatta ma in realtà non era saldissima: al quarto scrutinio, ultimo del 20 giugno, Montini guadagnò ancora 1-2 voti.

Qui si inserisce un mistero. Il giorno dopo, 21 giugno 1963, al mattino, si ebbe la fumata bianca, segno dell'elezione avvenuta. Ma dopo quante votazioni? Secondo Zizola, il 21 ci fu una quinta votazione senza esito, e infine nella sesta votazione Montini ottenne 57 voti e fu eletto, avendo superato di 3 voti il quorum richiesto e prese il nome di Paolo. C'era dunque incertezza su quante votazioni c'erano state al mattino del 21. L'orario della fumata bianca, abbastanza prima della fumata nera del mattino precedente (che si riferiva a 2 votazioni), farebbe pensare ad un'unica votazione: dunque elezione al quinto scrutinio. Ancora oggi biografie e studi recano alcuni l'indicazione di quinto scrutinio e alcuni di sesto.

Possiamo dire che non è vero che Montini ebbe subito 30 voti o poco più e non è vero che dal terzo scrutinio Lercaro fece convergere circa 20 voti su di lui, consentendo alla sua candidatura di toccare la cinquantina di consensi negli scrutini pomeridiani del 20 giugno. In realtà, la progressione dei voti fu molto più lenta e faticosa. Comunque, verso le 12 del 21 giugno, Paolo VI comparve dalla loggia della Basilica di S. Pietro, con il card. Tisserant alla sua destra e con altri cardinali e prelati, per la benedizione del popolo.

23 cardinali non lo avevano votato: questi rappresentavano non solo un'opposizione anti-conciliare, ma un'opposizione anti-montiniana. Tuttavia, la vittoria non larghissima e la cospicua minoranza di cardinali non riassorbita, rappresentarono, sul piano psicologico, il rischio di una debolezza costitutiva del governo montiniano: da un lato la necessità di dover dimostrare di essere non di parte ma al di sopra delle parti, dall'altra il dover manifestare la propria magnanimità, cioè far vedere di non aver rancori o peggio voglia di vendetta da “conclave”, favorendo di più proprio coloro che fino alla fine avevano contrastato la sua candidatura. Il criterio di comportamento di Paolo VI fu l'unità della Chiesa, ovvero scegliere sempre la soluzione che potesse portare alla più ampia unità possibile. La modalità con cui questo criterio fu attuato, fu quella della riservatezza: una modalità più da grande Diplomatico che da grande Pastore. In realtà, però, i 2 piani si scindevano: non c'era un unico ministero pontificio diplomatico-pastorale, ma l'esercizio diplomatico del potere del papa era a servizio del suo ministero pastorale.

All'opinione pubblica, soprattutto italiana, parve un conclave dagli esiti scontati e la sua brevità confermò questo giudizio. Paolo VI mandò segnali di continuità con il pontificato roncalliano. Confermò, pertanto, Segretario di Stato il card. Amleto Cicognani. Confermò, a tempo indeterminato, la Commissione coordinatrice del Concilio e confermò il Segretario generale Pericle Felici, il Consiglio di Presidenza e tutti gli organismi conciliari già istituiti. Per una significativa indicazione delle personalità che Paolo VI sentiva più vicine si devono considerare coloro che egli invitò a predicare a sé e ai suoi collaboratori gli esercizi spirituali quaresimale e che si possono dividere in 2 serie. La prima è quella dei suoi autori, prevalentemente in relazione agli anni precedenti il pontificato. La seconda serie si potrebbe quasi considerare come di coloro che Montini, in qualche modo, sentiva come suoi eredi spirituali.

Il 22 giugno, nel suo primo radiomessaggio, papa Montini dichiarò il suo intento di proseguire e portare a termine il Concilio. Espresse 3 punti programmatici: Concilio, Giustizia e Pace, Ecumenismo. Dunque, al primo posto il Concilio, concentrato sulla Chiesa, senza dimenticare il rinnovamento delle sue strutture. Comunque nel contesto conciliare, era poi indicato l'impegno verso la promozione della giustizia, della fraternità e, soprattutto, della pace, in collaborazione con tutti gli uomini di buona volontà. L'accenno ai “paesi in via di sviluppo, in cui il livello di vita spesso non è degno di persone umane” e allo “studio volenteroso su scala universale per il miglioramento delle condizioni di vita” già indicava quell'attenzione che avrebbe portato alla Populorum progressio.

Il Concilio, dunque, continuava e il 27 giugno il papa faceva sapere che la seconda sessione si sarebbe regolarmente aperta in settembre: il 29, con 2 settimane di ritardo rispetto a quanto precedentemente disposto. Il 30 giugno, giorno dell'incoronazione, egli parlò di una chiesa libera e povera, che doveva avere la virtù pastorale del rispetto, della comprensione, della pazienza e anche dell'invito cordiale verso coloro che non erano figli suoi.

In quell'estate Montini si concentrò, oltre che nella preghiera, in uno studio delle questioni relative al Concilio, confrontandosi con p. Bevilacqua. Il 2 luglio ricevette in udienza il presidente degli Usa John Kennedy; il 25 novembre, in San Giovanni in Laterano, si celebrò un rito funebre in suffragio del presidente americano, assassinato in circostanze non chiare. In effetti in quel momento storico sembrò improvvisamente crollare quel triumvirato simbolico della distensione: con la morte di papa Giovanni, con l'omicidio di Kennedy, e infine con l'estromissione di Krusciov. Quegli anni, fino alla conclusione del Concilio, non prefiguravano una ripresa della guerra fredda. Furono anni di speranze per l'andamento positivo dell'economia mondiale, per l'avanzata della decolonizzazione in Africa, per lo sviluppo di significativi fermenti democratici negli Usa. In Italia si consolidò l'alleanza tra democristiani e socialisti nei governi di centro-sinistra.

Il 9 luglio Paolo VI tenne un significativo discorso al Consiglio episcopale Latino-americano e alla Pontificia Commissione per l'America Latina: da una parte indicò la necessità di una spoliticizzazione dell'azione pastorale della Chiesa e, dall'altra, spinse verso un impegno sociale. Emergeva qui l'impostazione essenziale e profonda della visione di Montini, con l'idea di raggiungere tutti gli strati della società. La chiesa latino-americana era invitata a spingere verso programmi di azione sociale cristiana. In coerenza con l'annunciata attenzione verso la pace, il 5 agosto Paolo VI inviava un telegramma di sostegno al Segretario generale dell'Onu e ai leader dei Paesi firmatari del Trattato contro gli esperimenti nucleari.

Preghiera e studio del Concilio, assorbirono tutte le energie del papa. Lo stile di vita di Montini, continuò nello stesso modo e quasi si intensificò da pontefice. Dallo studio dei dossier conciliari, dal confronto con Bevilacqua e con Colombo e da una fitta rete di contatti e di consultazioni, Paolo VI pervenne ad alcune importanti decisioni. Creò la categoria degli “uditori” conciliari, per invitare anche alcuni laici. Lavorò nel senso di prevenire le opposizioni e di smussare o disinnescare quelle che già erano emerse nel primo periodo. Blandì la curia romana alla quale parlò il 21 settembre, cercando di eliminare ansie e nervosismi interni, annunciando che sarebbe stata essa l'artefice della propria riforma, ma chiedendo anche la piena collaborazione del Concilio. Più severo fu con il maggiore centro intellettuale delle posizioni più tradizionalistiche e cioè l'Ateneo del Laterano, che aveva attaccato con polemiche accuse l'Istituto Biblico.

La decisione più importante che segnò la svolta decisiva dei lavori conciliari, aprendo la strada al vero avvio del Vaticano II, si ebbe il 14 settembre 1963 con l'istituzione dei “moderati del Concilio” e con la nomina a tale funzione di 4 figure: Agagianian, Dopfner, Lercaro, Suenens. Gli ultimi 3 erano ordinari diocesani ed esponenti illustri della maggioranza conciliare. Il primo era un prestigioso uomo di Curia e schierato con la minoranza. Al di là della capacità effettiva di questo nuovo organismo a dirigere i lavori conciliari, fu decisivo il messaggio che Papa VI, con la sua istituzione, mandava: il Concilio era affidato alla maggioranza, la minoranza era chiamata a collaborare con lealtà. Da allora il Vaticano II poteva effettivamente decollare.

I moderatori chiesero a Dossetti, consigliere privato di Lercaro, di fungere da segretario. Egli mise a disposizione la sua esperienza di Costituente italiano e perciò del lavoro di un organismo assembleare che doveva stendere un testo-chiave.

La ripresa del Concilio: seconda sessione

Il 29 settembre 1963 Paolo VI apriva la seconda sessione del Vaticano II, che si sarebbe chiusa il 4 dicembre. Montini proponeva una visione: cristocentrismo, cristo totale. Ecco il primo compito del Concilio: approfondire l'auto-coscienza della Chiesa, per un pieno e consapevole sensus Ecclesiae, fondato sulla riforma spirituale interiore di tutti i battezzati. Paolo VI indicava le figure bibliche principali più cristologiche: sposa di cristo e corpo di cristo.

Secondo compito: la riforma della Chiesa. In tutto il pontificato Montiniano questo compito rimase ben attuoso, ancorché subordinato al primo. Al terzo posto Paolo VI poneva l'unità della Chiesa, cioè l'ecumenismo: la principale consegna del pontificato roncalliano.

Quarto e ultimo punto: il rinnovamento cristiano della società; Paolo VI, consapevole della frattura e della separazione che si era venuta a produrre tra chiesa e mondo, parlava della necessità di stabilire un ponte tra cristianesimo e civiltà moderna: verso, cioè, una civiltà cristiana moderna. L'immagine del ponte manteneva, in realtà, la distinzione: sarebbe stato così per tutta la prima parte del pontificato, solo negli ultimi anni questo paradigma sarebbe stato dimesso. In ogni caso la tensione verso la pace e la giustizia nel mondo, saranno sempre il segno personale caratteristico del pontificato montiniano.

Dal 30 settembre al 25 ottobre si ebbe la discussione dei primi capitoli dello schema De Ecclesia. Tale schema, presentato dal card. Ottaviani, era stato rielaborato dal teologo belga Philips. Vi erano diversi punti caldi: i vescovi dell'America latina chiedevano il ripristino dell'antico diaconato permanente, anche per uomini sposati. La questione più delicata di tutte fu quella relativa alla precisa focalizzazione dei rapporti tra papa e vescovi, cioè tra primato papale e collegialità episcopale: da una parte i vescovi novatori spingevano verso una prospettiva più comunitaria e comunionale, dall'altra i tradizionalisti non volevano attenuazioni alla struttura verticistica e di assolutismo monarchico papale, come si era andato consolidando nell'età piana. Nella discussione Ruffini criticò la presentazione della chiesa come sacramento e notò che così si esprimeva il modernista George Tyrrell: era l'angoscia dei tradizionalisti, che cioè il Concilio riabilitasse il modernismo. Ci fu un botta e risposta tra Alfrink e Ruffini sulla collegialità, a favore della quale tenne un applaudito intervento il giovane vescovo ausiliare di Bologna Luigi Bettazzi.

Quello della collegialità appariva un tema controverso: per evitare il rischio di ostruzionismi, discussioni preliminari, Dossetti propose di formulare un questionario, in modo da conoscere l'orientamento dei Padri conciliari. Questa proposta non passò facilmente: ci furono molte opposizioni. Paolo VI approvò la consultazione e fece in modo che non ci fossero poi discussioni successive su scorrettezze regolamentari.

Nelle more della decisione finale sulla scheda per la consultazione, il 29 ottobre si votò se inserire lo schema sulla Beata Vergine Maria nello schema De Ecclesia o se considerarlo come base per un documento mariano separato e specifico: i vescovi novatori erano a favore della prima ipotesi, che poteva dare una cornice teologica ed ecclesiologica alla mariologia, i tradizionalisti invece erano per la seconda opzione, che andava verso l'esaltazione mariana degli ultimi dogmi definiti dai papi. La votazione mostrò un Concilio spaccato in 2, la tesi conclusiva dei novatori prevalse per pochi voti. Paolo VI, sulla base di una devozione personale per la Madonna, operò per eliminare abusi e incertezze nel culto mariano, riconducendolo al cristocentrismo ed evitando i rischi di “mariolatria”.

Gli esiti della votazione del 29 ottobre potevano generare preoccupazione per la consultazione sulla collegialità, che si tenne il giorno dopo. Il 30 ottobre, i padri votarono e il risultato fu clamoroso: la maggioranza a favore della collegialità fu così ampia da far dubitare che avesse senso parlare di minoranza. Ma, la forza di quel voto, incrinò le relazioni personali e inasprì la minoranza, che cominciò a paventare forzature da parte dei moderatori, rischi di sbandamenti dottrinali, predominio di logiche indebite di assemblearismo: aumentò così la pressione privata sul papa.

Gli interventi di maggiore importanza di Paolo VI, nel corso dell'intero Concilio, furono 3: la nomina dei 4 moderatori, la lettera a Larraona e la Nota praevia. Il suo maggior sforzo fu esercitato con le allocuzioni generali, con il magistero extra-conciliare e con alcuni grandi gesti che rappresentavano una rottura, un nuovo inizio, una mentalità ecclesiale rinnovata, una spiritualità più aperta e più evangelica e perciò contribuivano a dare la forma al volto moderno della Chiesa cattolica, che il Concilio stava ridisegnando.

La discussione sul De Ecclesia proseguì, poi il 5 novembre si cominciò a esaminare...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher letiziadr91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia culturale dell'educazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia o del prof De Giorgi Fulvio.
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