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Appunti per esame di storia culturale dell'educazione, testo consigliato Paolo VI, il papa del moderno

Appunti di storia culturale dell'educazione basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof De Giorgi, dell’università degli Studi di Modena e Reggio Emilia - Unimore, facoltà di Scienze della formazione. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Storia culturale dell'educazione docente Prof. F. De Giorgi

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ESTRATTO DOCUMENTO

dando un segnale in favore del documento. Lo schema fu approvato con una maggioranza che sfiorava il 90 % dei

Padri.

Il 21 cominciò la discussione sullo schema, che era stato rivisto, sulla Chiesa nel mondo contemporaneo.

3.2 Davanti a tutte le nazioni riunite

Paolo VI compì la sua storica visita a New York , all'Onu, dal 3 al 5 ottobre, accogliendo l'invito rivoltogli dal

Segretario generale delle Nazioni Unite U Thant. Nel corso della visita ebbe l'opportunità di un breve incontro con

il Presidente Usa Lyndon B. Johnson.

Il 4 ottobre, accompagnato da 6 cardinali delegati del Concilio a rappresentare i diversi continenti, Paolo VI fu

accolto dall'Assemblea delle Nazioni Unite, in quel momento presieduta da Amintore Fanfani, e pronunciò un

discorso che ebbe molte conseguenze. Vi era un riconoscimento solenne dell'Onu da parte della Chiesa Cattolica.

Paolo VI compiva una modificazione: se la Chiesa moderna si era fino ad allora posta sul piano degli Stati, ora la

Chiesa si poneva sul piano dell'Onu, cioè universale sovranazionale, con un'impostazione non più giuridico­

canonistica ma etica e di civiltà.

Ponendosi dunque sullo stesso piano, unico ed universale, dell'Onu, il discorso di Paolo VI raggiungeva i suoi 2

vertici. Il primo con l'indicazione del negativo e il secondo del positivo. Per il primo, che fu quello che ebbe un'eco

maggiore e più duratura, Paolo VI si richiamò a Kennedy.

Dopo essersi soffermato sull'educazione alla pace e aver rilanciato l'appello al disarmo e la proposta di devolvere a

beneficio dei Paesi in via di sviluppo una parte delle economie realizzate con la riduzione degli armamenti, Paolo

VI giungeva al secondo vertice del suo discorso, l'appello al progresso del bene comune. Egli esplicitava questo

progresso parlando dei diritti dell'uomo e perciò della libertà religiosa, della dignità umana, della sacralità alla

vita, alla lotta alla fame, all'analfabetismo, alle malattie. Ma se questi 2 vertici erano riconosciuti nella natura

dell'Onu, il discorso di Paolo VI raggiungeva, nella conclusione, il vertice propriamente suo, quello spirituale e

religioso.

Il 5 ottobre, tornando a Roma, il papa si recò in S. Pietro, dove fu accolto da applausi. I Padri conciliari decisero

che il testo del discorso di Paolo VI all'Onu entrasse negli Acta del Concilio: questo testo montiniano diventò parte

integrante del corpus del magistero conciliare.

Con questo discorso, Paolo VI poneva le basi di un impegno che sarebbe durato per tutto il pontificato, culminando

nella partecipazione della S. Sede alla conferenza di Helsinki.

3.3 La chiusura del Vaticano II

Cominciò in Concilio l'ultima fase del frenetico lavoro delle Commissioni per l'ultima messa a punto dei testi e delle

votazioni.

L'11 ottobre il papa aveva sollevato il Concilio dall'affrontare la questione del celibato ecclesiastico, che rischiava

di non trovare in poco tempo una soddisfacente trattazione. E, dopo la promulgazione dei documenti approvati, il

18 novembre tenne un'allocuzione, in cui cominciò a prospettare la sua visione per l'attuazione delle riforme

conciliari: lavoro degli organismi già costituiti e dei 3 segretariati; convocazione del Sinodo nel 1967; riforma della

Curia, a cominciare dal Sant'Officio. Si chiudeva il lavoro di ricerca innovativa, si apriva il lavoro di ricerca

applicativa ed attuativa. Paolo VI annunciò l'apertura del processo di beatificazione di Pio XII e di Giovanni

XXIII e la celebrazione di un giubileo straordinario, dalla chiusura del Concilio, l'8 dicembre, alla successiva

Pentecoste.

Un ultimo nodo di fondo si ebbe nel lavoro finale per la Gaudium et spes, nella sottocommissione che si occupava

del matrimonio. Il 24 novembre Paolo VI chiese che ci fosse un'esplicita condanna dei contraccettivi. Il Concilio si

doveva esprimere su un tema che il papa aveva già sottratto alla discussione, avocandolo a sé; sulla questione era al

lavoro una Commissione pontificia. Il 26 novembre tutto si sbloccò, perchè il papa fece sapere che i suoi erano

modi, cioè semplici proposte, come quelli di ogni altro padre. Il testo finale quindi non ebbe un'esplicita condanna

ai contraccettivi.

Il Concilio Vaticano II si avviava alla solenne conclusione. Ma il 7 dicembre visse una giornata memorabile. Vi fu

l'ultima votazione sulla libertà religiosa Dignitatis Humanae. Poi vi furono 2 provvedimenti annunciati da Paolo

VI il 18 novembre: il motu proprio Integrae Servandae che riformava il Sant'Officio, cambiandogli nome e

regolamento; la Costituzione apostolica Mirificus eventus che indiceva un giubileo straordinario.

Sempre il 7 dicembre, nella Basilica di San Pietro, Willebrands lesse una dichiarazione congiunta di Paolo VI e di

Atenagora, che ratificava l'annullamento della scomunica reciproca tra chiesa d'occidente e d'oriente, riconoscendo

torti da entrambe le parti e ponendo l'obiettivo della piena comunione tra le 2 chiese.

Nella messa che seguì, il papa tenne un'ultima omelia. Essa aveva 2 grandi arcatre che si incrociavano: per

conoscere l'uomo bisogna conoscere Dio; per conoscere Dio bisogna conoscere l'uomo. Il concilio ne era la chiave.

Da una parte allora il valore religioso del Concilio che giungeva a un umanesimo che si confrontava e dialogava con

il Moderno, con l'umanesimo moderno, segnando così la via dello stile pastorale, dell'atteggiamento profondo, delle

delicate attenzioni e delle modalità di linguaggio, per la Chiesa del post­concilio.

E allora ecco la seconda arcata. Nei piccoli e nei poveri c'è il volto di Cristo e chi vede il volto di Cristo vede il

Padre: dalla centralità dell'uomo sofferente e povero al cristocentrismo al teocentrismo. Dal Concilio derivava una

“pastorale della carità”, che costituiva l'ambito della Chiesa povera e dei poveri per un'ascensione liberatrice.

L'8 dicembre 1965 vi fu la solenne chiusura del Vaticano II, con una messa in Piazza S. Pietro, trasmessa dalla tv

in tutto il mondo. Conclusa la celebrazione si lesse il decreto ufficiale di chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano

II. Vi fu la lettura dei 7 messaggi del Concilio: si trattava di un ultimo significativo intervento “”primaziale” di

Paolo VI al Concilio; questi messaggi erano una necessità del suo cuore; li aveva da tempo programmati, aveva

chiesto aiuto per prepararli, aveva cercato le persone a cui affidarli.

I documenti conciliari partivano dalla Chiesa: volevano una Chiesa più comunitaria, con un maggiore impegno di

vescovi e laici e di tutti i battezzati, con rapporti fraterni tra presbiti e fedeli, nell'universale chiamata alla

santità, cioè alla coerenza evangelica; una chiesa che metteva al centro della sua vita la parola di Dio e che

ritrovava il suo culmine nella liturgia partecipata; una chiesa che riconosceva il buono presente in tutte le

religioni; una chiesa aperta al dialogo con tutti, umile, cordiale, che da aiuto e ne riceve. I messaggi realizzavano

una montiniana svolta antropologica. Vi era l'attenzione ai crinali esistenziali più cristianamente critici, dal

punto di vista del genere (donne), delle generazioni (giovani), della realtà economica (lavori manuali) e sociale

(poveri).

I messaggi indicavano la volontà della Chiesa del Concilio di stabilire un dialogo con i rispettivi destinatari, si

rivolgevano a loro con un annuncio di Cristo ma esprimevano, indirettamente ma chiaramente, un indirizzo

pastorale programmatico preciso: la Chiesa del Concilio doveva essere la Chiesa con un'opzione preferenziale per i

poveri e i sofferenti, compagna dei lavoratori, Chiesa delle donne, Chiesa giovane e dei giovani, Chiesa alla ricerca

della verità e della bellezza, Chiesa della lotta alla giustizia e alla pace nel mondo.

L'ultima stesura della Gaudium et spes, abbatteva dalle fondamenta la Chiesa totalitaria ed eliminava

quell'approccio integralistico della crociata contro il mondo moderno. Il combattimento era quello che l'uomo era

chiamato a sostenere nel proprio cuore, nell'intimo della propria coscienza. La croce e la resurrezione di cristo erano

caparra di vittoria in tale milizia. CAPITOLO QUINTO

PAOLO VI E L'APPLICAZIONE DELLA RIFORMA CONCILIARE (1966­1971)

1. Sensus Ecclesiae

1.1 Sentire con la Chiesa

Poco prima della chiusura del Concilio, Paolo VI tenne, il 7 maggio 1965, un discorso ai Gesuiti riuniti per la 31°

Congregazione generale. Il papa affidò loro il compito di contrastare l'ateismo moderno nelle sue varie forme.

Bartolomeo Sorge, commentando tale discorso ha parlato di “ateismo culturale”, “ateismo pratico” e “ateismo delle

strutture di peccato”. Era questa la visione che papa Montini aveva del contesto storico in cui il Concilio

concludeva i suoi lavori e delle principali sfide che si ponevano alla Chiesa cattolica.

Alla prima sfida si doveva rispondere con un dialogo nella verità che, attraverso formulazioni più moderne,

rendesse comprensibile il dogma all'uomo contemporaneo, immerso nell'ateismo culturale. Il papa sentiva di dover

lavorare perchè l'aggiornamento conciliare fosse reale, ma senza snaturare il “deposito della fede”. Alla seconda

sfida, quella dell'ateismo pratico, si doveva rispondere con un modo nuovo e più autentico di essere Chiesa, con una

riforma interiore e spirituale. La terza sfida, quella dell'ateismo delle strutture di peccato, doveva portare tutta la

Chiesa ad un vissuto che realizzasse l'altro segno messianico: l'annuncio della Buona Novella ai poveri e perciò la

giustizia e la pace. Questo l'insieme di problemi che caratterizzò il pontificato montiniano dal 1966 al 1971.

Poteva sembrare che le sfide configurassero una difficoltà crescente. In realtà fu il contrario. E Paolo VI sentì

come impegno più gravoso la vigilanza sulla dottrina: vi era in lui un residuale orizzonte di cristianità, che gli

faceva credere che la maggioranza degli uomini e delle donne, nei Paesi cristiani, conservassero una fede salda, da

sviluppare. In questo senso, l'aggiornamento poteva vedersi come un'opera che si poteva compiere una volta per

tutte, attraverso una nuova sintesi adeguata al moderno: questa uova sintesi era il magistero conciliare. Gli eventi

mostrarono invece come ogni sintesi si rivelasse debole e che l'insegnamento del Concilio non dovesse intendersi

come un sistema, ma come un metodo.

Vi era sempre, in realtà, nell'animo di Paolo VI, la speranza di una fioritura sociale cristiana, di un mondo

veramente rinnovato evangelicamente e più giusto, attraverso l'opera delle comunità cristiane: un'opera silenziosa,

umile, paziente, piccola ma diffusa dappertutto. Era la piccola via che si ispirava a de Foucauld e che, nella

povertà, raggiungeva le fabbriche e le officine, i quartieri popolari e i villaggi rurali con una presenza mistica.

L turbine della riforma postconciliare travolse questa “piccola via” dell'umiltà e la sua possibilità di fiorire e

imprimere la sua forma alla Chiesa universale. Essa sarebbe, tuttavia, riemersa nell'ultima fase del pontificato.

In ogni caso, la via dell'umiltà come anima spirituale del sensus Ecclesiae, implicava l'umiltà dei fedeli ma anche

dei Pastori, non solo sul piano personale ma nell'intrinseco legame tra ministero e magistero. Ciò rendeva necessario

lo sforzo, da parte dei Pastori, di tenere insieme gli sviluppi della ricerca teologica alta e la sensibilità media dei

fedeli. Questo era richiesto in particolare al papa: non solo una mediazione tra vescovi tradizionalisti o

conservatori e vescovi progressisti o innovatori, in funzione dell'unità della chiesa; non tanto un'attenzione

rispettosa al peso della ex minoranza conciliare, per arginarla e contenerla; quanto una vera mediazione della

valida ricerca teologica con i sentimenti e stati d'animo dei semplici fedeli. Paolo VI mirò ad una sintesi attraverso

una dimensione pastorale del ministero petrino: ciò si rivelò parziale e non sufficiente. Sta qui la debolezza del

pontificato di Paolo VI nei primi, decisivi, anni del post­concilio. Fu una debolezza comunque solo parziale.

Gli anni del post­concilio di Paolo VI furono anni di grandissima creatività teologica. Si condensarono, in quegli

anni, opere teologiche cattoliche fondamentali e di grande spessore, accompagnante da una fitta pubblicistica di

dibattito teologico, in grado di intercettare vasti pubblici di lettori e di entrare nella vita di base della chiesa

cattolica e nella formazione di tanti laici. Basti citare la rivista “concilium” fondata nel 1965.

Si aprirono molti scenari di ricerca, metodi nuovi, cantieri di approfondimento teologico ma prima esplorati. È

necessario tener conto del più grande evento storico rappresentato da questo straordinario sviluppo: che,dopo Paolo

VI , si sarebbe progressivamente spento o sarebbe stato condannato e combattuto da Roma.

La debolezza del post­concilio di Montini fu fu determinata da un eccessivo temporeggiamento e dall'oggettivo

ritardo di alcune scelte. Anche dopo la riforma del Sant'Officio con la Integrae servandae, i teologi di riferimento

della nuova congregazione per la dottrina della fede erano tutti ancora delle vecchie scuole e attestati sulle

posizioni romane preconciliari. L'Università Lateranense rimaneva ancora il centro culturale ispiratore e

sostenitore delle tendenze tradizionaliste.

Tali tendenze prevalevano anche nell'organo incaricato delle decisioni nell'ex Sant'Officio, cioè l'assemblea plenaria

dei cardinali. A dominare era sempre il prefetto Ottaviani e, anche dopo il suo ritiro nel 1968, la sua influenza fu

ancora determinante nella scelta degli apparati e dei consultori. Non era poi chiara la distinzione delle competenze

tra Congregazione romana e le commissioni delle Conferenze episcopali che si occupavano di fede e dottrina. Non

era stabilita una procedura nitida e obbligatoria per gli interventi di ammonizione dei teologi, da parte della

congregazione, in modo da limitare tali interventi alle questioni teologiche di ordine dottrinale. La commissione

teologica internazionale fu istituita l'11 aprile 1969, quando oramai si erano prodotte molte distonie. Tra i vari

casi, fu eclatante quello di mons. Ivan Illich (direttore del Centro Intercultural de documentacion di Cuernavaca e

noto intellettuale, storico e pedagogista), convocato dalla congregazione per la Dottrina della fede nel giugno 1968

per una contestazione inquisitoriale che si esprimeva in una lunga lista di quesiti. La commissione teologica

internazionale aveva un suo Statuto provvisorio, approvato da Paolo VI il 12 luglio 1969, che la poneva presso la

congregazione per la dottrina della fede, con il compito di prestare aiuto non solo alla congregazione ma alla stessa

Santa Sede, cioè al papa, nel vagliare le questioni dottrinali di maggiore importanza.

Il dibattito teologico fu il decisivo scenario di fondo delle vicende ecclesiali cattoliche di quegli anni e dello stesso

intrecciarsi di sentimenti e opzioni pastorali contrastanti.

Si apriva il vasto campo dell'attuazione del Concilio Vaticano II. Che metodo si sarebbe usato? C'era il rischio di

un'attuazione preconciliare del Concilio: tutta guidata da Roma. Non si poteva però immaginare, neppure, un

decentramento tale da affidare totalmente il Concilio alle chiese locali.

La via intrapresa da Paolo VI fu quella di una stretta dialettica tra strumenti a servizio dell'attuazione unitaria

della riforma, predisposti dal centro ma con la partecipazione dalla base, e relazioni personali con le chiese locali.

Tali relazioni si sviluppano attraverso il Sinodo e le visite reciproche ma corroborate dai contatti delle

congregazioni romani e della diplomazia pontificia (che doveva passare da una funzione istituzionale­

amministrativa ad una più pastorale) con le conferenze episcopali nazionali, con le singole diocesi me anche con i

fedeli.

La chiesa cattolica universale che stava davanti a Paolo VI non era una societas perfecta in tutto e dappertutto

uguale,monocromatica e uniforme, così che si potesse ipotizzare un'attuazione conciliare sincronica e all'unisono. Si

potevano invece, distinguere 4 aree differenti.

La prima è quella dei Paesi al Nord Atlantico ( Belgio, Olanda, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania e

Austria) che si potevano immaginare già pronti alla riforma e tali da non richiedere particolari attenzioni: in realtà

erano Paesi in cui la riforma conciliare giungeva quasi in ritardo e il protrarsi della Chiesa totalitaria aveva già

provocato danni, problemi e indebolimenti strutturali.

La seconda area è quella barocca ( Italia, Spagna, Portogallo, America Latina), in cui a un episcopato

conservatore e tridentino corrispondeva una massa di fedeli tenuta in posizione di minorità obbediente, con un

forte analfabetismo religioso. Erano paesi monoconfessionali e in situazione di cristianità, ma in rapido

mutamento sociale e culturale, con evidenti segnali di nuove ed emergenti difficoltà per la chiesa. Poiché la

maggioranza dei cattolici si trovava proprio in questi paesi, in essi, più di tutti, si giocavano le sorti vere del

Vaticano II sul piano storico generale.

La terza area era quella delle “chiese del silenzio”, cioè di quelle chiese che vivevano in paesi a regime comunista. I

problemi delle dinamiche conciliari più che inesistenti erano compressi dalle persecuzioni che erano attuate dai

regimi totalitari e dal loro ateismo di stato. Ne derivava uno spettro diversificato di difficoltà che andavano dalla

chiesa polacca, la più forte e radicata, alla chiesa cinese, di cui non si sapeva quasi nulla e che era spaccata tra la

chiesa clandestina fedele a Roma e la chiesa patriottica, asservita al regime.

Infine vi era la quarta area, quella delle nuove chiese dell'Africa e dell'Asia, in situazione di minoranza e che

vivevano il passaggio della decolonizzazione.

Alle diversità geografiche si devono aggiungere le differenze ideali e di indirizzo, compresenti in quasi tutti i Paesi,

pur con diversi dosaggi. Il monolitismo ecclesiastico della chiesa totalitaria, veniva superato in una diversità di

posizioni e di atteggiamenti verso la riforma voluta dal Vaticano II.

1.2 Fughe in avanti e gattopardismi

Paolo VI si mosse in modo diverso verso le varie aree del cattolicesimo contemporaneo.

Sul piano della delineazione di uno schema conciliare adeguato, l'area più difficile da inquadrare fu la Chiesa

dell'Est. Paolo VI sostenne antitotalitarismo e l'anticomunismo.

Ma la via principale fu un aggiornamento dell'azione di Pio XI verso i totalitarismi: avviare una

diplomatizzazione dei rapporti, per proteggere le comunità cattoliche locali. Montini decise di sviluppare e di

strutturare con metodica consapevolezza una diversa strategia, già inizialmente avviata da Giovanni XXIII nel

1963, confermata da Paolo VI e da lui ratificata il 12 settembre 1965 nel contesto delle catacombe di Domitilla.

Due posizioni diverse emergevano nel post­concilio tra l'area Nord­atlantica e l'area Latino­barocca. I casi furono

quelli dell'Olanda e del Belgio, da una parte, e dell'Italia dall'altra. E poiché i cardinali del Nord erano stati grandi

elettori di Montini, ai cardinali italiani non montiniani il contrasto insorto tra i primi e Paolo VI dovette apparire

un'ironia della sorte.

In Olanda, fin dal 1965, si sviluppava l'idea di convocare un “concilio pastorale” o “consiglio pastorale”. La sua

preparazione indusse qualche preoccupazione in Paolo VI. Ma a far da detonatore alle frizioni con Roma fu la

vicenda del nuovo Catechismo, pubblicato nel 1966 dopo un lavoro di anni e un'ampia consultazione, a cura

dell'Istituto Catechistico Superiore di Nimega. Pensato per adulti, il testo cercava di presentare con linguaggio non

tecnico il messaggio cristiano, dialogando con l'uomo moderno. Ai conservatori parve contrario alla fede ed essi si

appellarono al papa con una lettera. A Roma ci fu un'eccessiva preoccupazione. Per esaminare il testo accusato,

Paolo VI, istituì una commissione di 6 teologi, 3 nominati dalla sacra congregazione del concilio e 3 indicati

dall'episcopato olandese; a proposito di questo, il 3o marzo 1967, il papa indirizzò una lettera al card. Alfrink. La

commissione si riunì nell'aprile 1967, approfondendo le questioni ma senza giungere a conclusioni. Paolo VI così

nominò una nuova commissione, questa volta di 6 cardinali, la quale affidò ad alcuni teologi la formulazione dei

possibili emendamenti. Il 15 ottobre 1968 la Commissione pubblicò una Dichiarazione con i propri rilievi. Si giunse

infine, nel 1969, alla redazione definitiva di osservazioni, che furono stampate in volume a se stante.

Nel catechismo si toccavano anche questioni dogmatiche, in qualche caso in modo ritenuto insoddisfacente. Fu in

relazione a problemi di questo tipo che Paolo VI decise di indire il 22 febbraio 1967 un Anno della fede, a partire

dal 29 giugno successivo e per fare memoria del XIX centenario della morte degli apostoli Pietro e Paolo.

Nella solenne concelebrazione conclusiva di quest'anno di fede, il 30 giugno 1968, il papa terminò la sua omelia

con la proclamazione di un credo (credo di Paolo VI): un testo preparato anche con il consiglio di teologi e filosofi.

Paolo VI temeva che stesse prevalendo, tra i cattolici, un criterio di eccessivo orientamento terreno: non voleva che

ci fosse un potente influsso secolarizzatore che inaridisse la dimensione religiosa e la stessa spiritualità nei cuori

dell'umanità moderna, con gravi conseguenze sul piano della teologia, del vissuto di fede, della comunità cristiana.

Oltre al fronte olandese c'era quello belga. Il card. Suenens, parlando a Graz il 22 ottobre 1968, affermò

l'opportunità di una maggiore partecipazione dell'episcopato al governo della chiesa e di un più ampio

decentramento: si doveva andare, a suo avviso, verso una pluralità di fisionomie ecclesiali nazionali, con diversità

di riti, di teologie, di discipline. Erano le tesi espresse da Suenens che a Paolo VI parvero esagerate ed estremiste.

Intanto il nunzio in Belgio Oddi mandava denunce critiche e così Paolo VI decise di scrivere una lettera al card.

Suenens chiedendogli una maggiore vigilanza rispetto alle deviazioni che si verificavano nella chiesa del Belgio.

Purtroppo questa lettera fu fatta conoscere ai Prefetti del dicastero di Curia prima che allo stesso Suenens, il quale

ne ebbe conoscenza nel marzo 1969, a Roma, dal segretario di stato e ne rimase risentito. Nell'udienza privata del

10 marzo 1969 Suenens rivendicò il diritto di poter dissentire dal papa, non trattandosi di materie di fede, e gli

disse di non condividere il modo in cui Montini dirigeva la chiesa. Paolo VI fu anch'egli molto secco e duro, anche

se si scusò per la divulgazione intempestiva della lettera destinata a Suenens, assicurando che avrebbe preso

provvedimenti.

Il 20 aprile 1967, in un colloquio personale con Suenens, Paolo VI aveva difeso la posizione che, in seno alla

commissione che si stava occupando della regolamentazione delle nascite, la minoranza aveva assunto, né accettò il

consiglio del cardinale belga di rimettere la questione al Sinodo. In una successiva lettera del 9 agosto 1968, il papa

lo informava che, per esigenze del proprio dovere apostolico, egli non aveva creduto di potersi uniformare alle

conclusioni della maggioranza della commissione consultiva. Il 22 gennaio 1969, Suenens lasciò intendere di essere

favorevole all'ordinazione non solo diaconale ma anche presbiterale di uomini sposati.

Poco dopo, ci fu un intervista a Suenens, pubblicata il 15 maggio 1969 sulle “Informations catholiques

internationales”: il cardinale si lamentava per le lentezze nella riforma conciliare della chiesa e criticava il metodo

di governo di Paolo VI perchè non sufficientemente rispettoso della collegialità episcopale. Il papa non rispose a

tali critiche, anche se si sentì aggredito. Risposero, invece, diversi cardinali, sopratutto di Curia. In ogni cosa

nell'udienza personale a Suenens del 17 ottobre 1969, il papa non volle ritornarci sopra e preferì voltare pagina.

Intanto nel corso del 1968­1969 iniziavano e si sviluppavano i lavori del Concilio pastorale olandese. I vescovi

formavano il Praesidium, che formulava l'ordine del giorno e sopraintendeva ai lavori. Roma seguì con trepidazione

lo svolgersi delle discussioni sul celibato ecclesiastico, sulla vita religiosa, sull'autorità nella Chiesa e sulla liturgia,

nel corso di 4 sessioni plenarie. Nell'imminenza della quinta, prevista per gennaio 1970, Paolo VI, il 24 dicembre

1969, scrisse al card. Alfrink e ai vescovi olandesi circa il Concilio pastorale olandese, esprimendo riserve sui

“progetti­rapporto” che l'episcopato aveva ammesso come base per la discussione. Si soffermava sul sacerdozio

ministeriale e sul problema dei religiosi e chiedeva che i vescovi olandesi convergessero sul dettato del concilio, in

accodo totale con la Chiesa universale. Il papa, non soddisfatto dagli esiti di questa quinta sessione, interveniva il

2 febbraio 1970, con una lettera al segretario di stato su dichiarazioni, rese pubbliche in Olanda, circa il celibato

ecclesiastico, parlando di infelici risoluzioni, molto difformi dalle sue posizioni e da quelle dell'insieme della chiesa.

Ma su “Le Monde” dell'11­12 maggio 1970, era Suenens, in un'intervista, che si mostrava aperto su modifiche al

regime del celibato ecclesiastico. Al Sinodo del 1971, Suenens, si pronunciava a favore del conferimento del

sacerdozio ministeriale a persone sposate di provata affidabilità e allora, sempre in un incontro privato e personale,

il papa lo rimprovera gravemente. I rapporti personali sarebbero ritornati buoni quando, negli anni successivi,

Suenens si sarebbe spostato verso un impegno più spirituale.

Un'ultima spia dei disagi e delle difficoltà post­conciliari nell'area Nord­atlantica nonché delle distonie nei suoi

rapporti con Roma può essere considerato il Manifesto che, dopo il Sinodo del 1971 e, precisamente, il 17 marzo

1972, fu diffuso da 33 teologi. Questo documenta la relativa sconfitta e dunque il ripiegamento oggettivo delle

posizioni più radicali. Il Manifesto aveva una prima parte con una denuncia molto severe, ma sofferta e comunque

non pessimistica.

Quasi completamente opposto a quello Nord­atlantico e, in particolare, olandese­belga era il quadro della Chiesa

italiana.

Tra i vescovi italiani vi erano stati alcuni dei grandi protagonisti del dibattito conciliare, sullo stesso livello del

card. Montini. Sopratutto 2: il card. Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna, uomo di punta della maggioranza

innovatrice, e il card. Ernesto Ruffini, arcivescovo di Palermo. Nella minoranza conciliare, aveva un ruolo

significativo mons. Luigi Carli, vescovo di Segni. Siri era il presidente della Conferenza episcopale italiana e

tendeva a proiettare su tutti i vescovi le sue posizioni, presentandole come l'estrema difesa della Chiesa e dello

stesso Concilio dalle insidie degli episcopati del Nord.

In prossimità della riunione della Cei, fissata per il 27­28 agosto 1963, Paolo VI inviò una lettera personale a Siri,

il 22 agosto, che era un richiamo a dismettere ogni politicismo e dare la priorità agli aspetti pastorali e spiritualità.

Ne primi anni dopo il Vaticano II, mentre la diocesi di Bologna sviluppava un proprio percorso “modello” di Chiesa

conciliare, nella stretta collaborazione ideale tra l'arcivescovo Lercaro e don Giuseppe Dossetti, poi divenuto

vicario generale, nella gran parte delle diocesi italiane, il rinnovamento fu sopratutto di facciata. Si usava più il

termine di “comunità”, ma non si costruivano nuove relazioni comunitarie: cambiava la terminologia ma non lo

stile umano e pastorale. Qualche vescovo era uscito dal Concilio “convertito”: Francesco Minerva osservava che il

Concilio aveva rafforzato e non indebolito il ruolo del vescovo.

Davanti ad una situazione grigia, Montini non poteva operare la riforma sostenendo la maggioranza, perchè la

maggioranza era passiva, ma neppure puntando su Lercaro, che appariva molto più radicale degli altri vescovi, i

quali difficilmente lo avrebbero seguito. A Lercaro tuttavia non si poteva non demandare il compito che già aveva

a livello della chiesa universale: quello cioè della forma liturgica. Con l'ausilio del vescovo di Biella Carlo Rossi,

furono emerse precise direttive, fin dal 21 dicembre 1964, e sopratutto il Direttorio liturgico­pastorale per l'uso del

“rituale”.

Il personale disegno di Montini implicava una compaginazione unitaria dei vescovi italiani nella Cei, per poi

poterne condizionare dal centro e dall'alto l'azione, facendo leva sul proprio ruolo di primate. Una volta assicurata

l'unità episcopale, questa si sarebbe dovuta caratterizzare univocamente in senso conciliare e il segno sarebbe stato

il “primato dello spirituale”. Per Montini era un gioco per giocare d'anticipo sull'incombente neopaganesimo o

materialismo pratico, cioè sul secolarismo consumistico e borghese che cominciava a conquistare le mentalità e le

coscienze. La pastorale unitaria del primato dello spirituale aveva due dimensioni attuative: scelta religiosa

dell'azione cattolica e autonomia della Dc, con sua propria capacità di motivare idealmente l'unità politica dei

cattolici italiani attraverso un'alta e sincera politica democratica e sociale.

Il disegno per l'Italia era già disegnato nella mente di Montini fin dal 14 aprile 1964, quando egli concesse

un'udienza all'assemblea plenaria dei vescovi italiani. Era la prima volta che si riunivano con il vescovo di Roma

tutti i vescovi residenziali d'Italia. Paolo VI puntò sulla compaginazione della Cei, inizialmente sotto la

presidenza di Siri.

Dopo aver accennato al ruolo positivo delle Conferenze episcopali, Paolo VI esordiva tenendo conto dell'agenda

tradizionale, ma già indicando che la soluzione non poteva essere una mera pastorale di conservazione,

sostanzialmente tradizionalista. Il problema politico del comunismo non era più ripreso. Invece si sottolineava

l'unità, fondata su un atteggiamento positivo verso il Concilio, che Paolo VI chiedeva ai vescovi italiani in quanto

i più legati al papa.

E dopo aver indicato, secondo punto, la necessità di fare attenzione alla vita morale, insidiata, più che da ideologie

politiche, dal contesto comunicativo e massmediale, Paolo VI affrontava ­terzo punto­ il discorso della maggiore

comunione dei vescovi con il clero, visto come collaboratore e non come mero esecutore, la ricerca cioè di relazioni

improntate al mutuo affetto.

Alcune testimonianze attestano che nei lavori di quell'assemblea il fronte conservatore cominciasse a registrare i

primi dubbi e le prime incrinature. Si poteva sperare in un possibile cambiamento anche se non immediato.

Il 12 agosto, Montini affiancò all'arcivescovo di Genova il vicario di Roma, card. Luigi Traglia, come pro­

presidente della Cei.

In ogni caso, Montini sapeva che questa unità dell'episcopato, attorno al papa ma sotto la presidenza di Siri, non

poteva produrre grandi frutti.

La presidenza della Cei, dal 1 gennaio 1965, er assunta, provvisoriamente, in forma collegiale dal card. Colombo

di Milano, dal card. Florit di Firenze e dal card Urbani di Venezia. Contemporaneamente alla chiusura del

Concilio, si aveva il nuovo statuto della Cei (16 dicembre 1965), ristrutturata secondo gli indirizzi conciliari. Il 4

febbraio 1966 il card. Urbani ne diveniva presidente unico. Si poteva pensare ora, sempre lentamente perchè Siri

contava ancora molto, ad attuare il disegno montiniano.

Così, nell'incontro con i vescovi italiani del 23 giugno 1966, Paolo VI coglieva l'occasione del nuovo Statuto della

Cei per rimarcare quasi un nuovo inizio della vita pastorale in Italia e ribadiva da una parte l'unità e dall'altra il

riferimento al Concilio.

Nel 1967, ribadendo l'indicazione dell'unità e accennando al fenomeno del dissenso, Paolo VI raccomandava ai

vescovi italiani, da un parte l'azione cattolica e dall'altra un approccio positivo alle istituzioni democratiche

italiane, alla laicità, cioè alla distinzione tra Stato e Chiesa, naturalmente con la fiducia del presidio dato

dall'unità politica dei cattolici.

Tra il 1968 e il 1969 il disegno montiniano sull'Italia giungeva a maturazione, ma appunto nel momento del

traguardo entrava in crisi e si dimostrava bisognoso di revisioni profonde. Le forme pastorali montiniane del

primato dello spirituale battevano quelle lercaro­dossettiane, ma non si potevano considerare una soluzione

adeguata e di durevole affidamento: fu una debolezza del disegno montiniano il non essere riuscito a fare sintesi

anche con le posizioni di Lercaro e Dossetti.

Nel 1968 si avevano 2 importanti documenti, di intonazione montiniana, della Cei, su I cristiani e la vita

pubblica e Il laicato nella chiesa italiana. Moro era messo in minoranza: egli passava all'opposizione interna nel

suo partito, con una dura critica al potere per il potere, con una analisi in grado di leggere positivamente i

movimenti giovanili del '68, con un primo emergere di una strategia all'attenzione verso il Pci.

Così la scelta religiosa dell'azione cattolica, giungeva a compimento con i nuovi statuti del 1969. Anche qui però il

contesto era critico: non tanto per il forte calo degli iscritti, quanto per l'esplodere della stagione dei “gruppi

informali” e del dissenso.

Il vero avvio conciliare della Cei si ebbe negli anni 70, con una svolta che eliminò i precedenti gattopardismi e seppe

allora assumere la visione montiniana in una propria elaborazione originale e nuova. Si ebbero così il documento­

base per il rinnovamento della catechesi e cui aveva lavorato mons. Aldo Del Monte, la costituzione della Caritas,

Giovanni Nervo ne assunse la vice­presidenza; la restaurazione del diaconato permanente, grazie a Luigi Bettazzi,

il documento pastorale, a carattere programmatorio, vivere la fede oggi, al quale lavorò mons. Enrico Bartoletti.

La svolta si stava compiendo, ma si trattava sempre di un lento avvio e di progetti da attuare.

Tra le figure in avanti delle chiese del Nord­atlantico e i gattopardismi e le pesanti lentezza dell'Italia, Paolo VI

cercava la sua chiesa conciliare. Si può dire che la trovasse, da una parte, nelle chiese giovani ( dell'Africa e

dell'Asia) e nella chiesa dell'America Latina.

1.3 In novitate vitae: per una contestazione più radicale.

I ritardi nell'attuazione della riforma conciliare produssero disagi che si trovarono illuminati dalle dinamiche

sociologiche e culturali della “contestazione globale” che, dal 1967, animarono il mondo giovanile e studentesco in

molte parti del mondo, ma in particolare in Europa e in America, anche con la partecipazione di giovani cattolici.

Nacque così la “contestazione ecclesiale” o “chiesa sotterranea”. Per la prima volta nell'età moderna e

contemporanea si ebbe nella chiesa cattolica un fenomeno così vasto di dissenso che, dal 1968, si diresse anche

verso il magistero di Paolo VI e prese anche la “forma letteraria” della lettera aperta al papa. Era la stessa

autorità che era messa in questione e da quest'angolo critico era contestato il clericalismo.

In molti casi le posizioni di critica nascevano da attese deluse, sul piano de comportamenti e degli atteggiamenti,

per il permanere di autoritarismi clericali in contrasto con il Concilio e di cui ci si attendeva una rapida fine.

La fuoriuscita dalle strutture ecclesiali tradizionali, caratterizzate da grande entusiasmo religioso, rallentò un

complessivo rinnovamento conciliare: sia perchè si indebolirono le forze che agivano dall'interno sia perchè le

critiche provocavano irrigidimenti, contrapposizioni, paure. D'altra parte le situazioni erano molto fluide e spesso

la “chiesa sotterranea” si viveva come complementare alla chiesa istituzionale: un laboratorio sperimentale delle

ipotesi pastorali più ardite di cambiamento.

E questa era la cifra più precisa della psicogenesi della contestazione ecclesiale: il cambiamento, il rinnovamento, la

riforma.

Paolo VI affrontò il problema, sopratutto in alcuni interventi del 1969, quando oramai il fenomeno si era

delineato.

Paolo VI vedeva lucidamente come la riforma conciliare fosse in sintonia con i tempi, con le attese di cambiamento

e con le speranze, con le impazienze degli uomini e delle donne contemporanei. Ed egli pure si proclamava dalla

parte del rinnovamento.

Ciò che stava a cuore a Paolo VI era la riforma intellettuale e morale, la riforma interiore come fondamento del

rinnovamento della chiesa nel postconcilio. E tale riforma doveva essere la novità di vita inaugurata dal Vangelo.

L'obiettivo della riforma della chiesa era ribadito nell'udienza generale del 7 maggio 1969, in cui Paolo VI

richiamava l'ideale conciliare della Ecclesia semper reformanda, trovando il modo di richiamare Siri e anche Congar.

In ogni caso il suo giudizio era chiaro: ci potevano essere inquietudini interne e clamori esterni di pubblicisti, ma il

tempo postconciliare come tempo di riforma era una grazia del Signore.

Quello che il papa criticava era il riformismo estrinseco e polemico, che appariva una “contestazione illuministica”:

un estremismo che si fermava ai vestimenti esteriori e non andava al fondo della auspicata riforma. Quello di Paolo

VI era un rilancio, assumendo con rigore la sfida stessa della contestazione, anzi sfidando la stessa contestazione

sul suo terreno e nell'ambito del suo obiettivo riformatore. Egli chiedeva una riforma profonda e duratura.

Il radicalismo evangelico di Montini, sereno e ottimista, non era un ottimismo naturalistico e sociologico. Un tale

sentimento e una tale prospettiva erano in quegli anni, nel mondo della contestazione, giovanile, studentesca,

operaia, ma anche in tanti teologi e pastori che volevano essere fedeli al Concilio. Paolo VI cercava di farvi breccia,

attraverso la considerazione della radicalità del male, che comunque segnava la condizione umana. Insomma,

quello che Paolo VI voleva fare intendere era quella realtà esistenziale che è stata chiamata la “differenza

cristiana”.

Solo in questo contesto si poteva capire il calore cristiano dell'obbedienza. Il 28 gennaio 1970 Paolo VI presentava

la sua “formula paradossale”: la chiesa è un'obbedienza liberatrice: obbedienza alla volontà del padre, al vangelo

del figlio, al soffio dello spirito e liberazione della schiavitù del peccato.

2. La riforma della chiesa cattolica e l'ecumenismo

2.1 Dal centro: strumenti per la riforma e dialogo ecumenico

Tra il 1966 e il 1971 l'impegno di Paolo VI fu quello di varare l'applicazione effettiva della riforma conciliare,

predisponendone, a Roma, gli strumenti attuativi validi per la Chiesa universale. Ovviamente i tempi reali di

cambiamento dipendevano in ultima istanza dalle chiese locali o dalle conferenze episcopali. Non si può dire infatti

che l'approntamento dei necessari strumenti attuativi delle riforme fosse rallentato dal papa.

Paolo VI giudicò sempre il Concilio un grande positivo traguardo nel cammino storico della chiesa e considerò

compito unico del suo pontificato seguirne fedelmente l'attuazione.

A Paolo VI si deve la valutazione più alta dell'importanza storica del Vaticano II: egli infatti affermò che il

Concilio Vaticano II era “sotto certi aspetti più importante di quello di Nicea”. Se si considera la rilevanza

primaria del Consiglio di Nicea per la formulazione dei principali dogmi della fede cristiana, si può misurare la

radicalità del giudizio montiniano.

Il problema di fondo era la Curia romana. Per un accompagnamento e una promozione, da Roma, della riforma

conciliare il papa non poteva fare a meno dell'apparato curiale e degli uomini che in esso operavano. Naturalmente

in agenda c'era la riforma stessa della Curia, già annunciata ed avviata con il motu proprio Integrae servandae con

cui era stato riformato il Sant'Officio cambiandogli nome e regolamento. È questa la niea principale che Paolo VI

seguì. Ma qui si ponevano 2 nodi: da una parte tale riforma, per quanto potesse essere accelerata, richiedeva un

tempo non brevissimo di riflessione e di elaborazione, inoltre non vi era, ancora, alcuna disposizione canonica che

obbligasse i cardinali Prefetti di dicasteri di Curia a rimettere il loro mandato nelle mani del nuovo papa, dopo la

sua elezione, affinchè questi potesse nominare “suoi­uomini” nei posti­chiave. Del resto Paolo VI sfuggiva da un

autoritarismo “cesaristico” papale per imporsi sugli altri cardinali e per “dimissionare” d'imperio i Prefetti dei

dicasteri curiali.

In realtà, Paolo VI, sul piano personale, era molto attento a non ferire nessuno, a non emarginare nessuno a

ragione delle sue idee, ad ascoltare tutti. Questo fece sì che per circa 3 anni, dalla fine del Concilio, egli dovette

gestire la resistenza passiva del personale curiale rispetto all'attuazione della riforma conciliare: erano gli anni

cruciali in cui si creava, a livello della chiesa universale, l'immagine di fondo dell'atteggiamento riformatore

pontificio. E tale immagine non fu limpida e solare, ma fu un chiaroscuro: questa ambiguità contribuì in modo

determinante a quella debolezza del postconcilio montiniano.

Ma, ci si rende conto che tale debolezza fu inevitabile e che difficilmente Paolo VI avrebbe potuto fare di meglio.

Il personale di Curia, ereditato da Pio XII e da Giovanni XXIII, aveva una grande potenza anticonciliare, con

personalità forti, di lungo corso e di grande esperienza e vasta influenza, bel radicate nell'ambiente ecclesiastico

romano.

Ma Montini non conosceva benissimo uomini, meccanismi, mentalità e ambienti curiali. Non potendo fare tabula

rasa, Montini pensò di creare inizialmente delle strutture parallele, ma in modo tranquillo, in simbiosi con la Curia:

ciò le rendeva meno operative, ma cominciava a prefigurare un percorso verso una nuova Curia. Il 3 gennaio 1966

con il motu proprio Finis Concilii Paolo VI costituì una Commissione centrale e 5 Commissiono post­conciliari: per

i vescovi e il governo della diocesi; per i religiosi; per le missioni; per l'educazione cristiana; per l'apostolato dei

laici.

Montini si mosse su 3 fronti: rafforzamento dell'episcopato, riforma della Curia, integrazione di episcopato e

Curia. Per il primo fronte, oltre a dare impulso alle conferenze episcopali, il 15 giugno 1966, con il motu proprio De

episcoporum muneribus, ampliava le facoltà dei vescovi. Dall' 11 al 28 ottobre 1969, un Sinodo straordinario

avrebbe affrontato la questione della collegialità e dei rapporti delle conferenze episcopali con la Santa Sede e tra

loro.

Per il terzo fronte, il 6 agosto 1967, con il motu proprio Pro comperto sane il papa dispose dell'assunzione di

vescovi diocesani come membri delle Congregazioni di Curia.

Per il secondo fronte, da una parte introdusse il limite d'età e dall'altra ricompaginò l'organizzazione della Curia.

Così il 6 agosto 1966 con il motu proprio Ecclesiae snactae stabiliva la rinuncia dei vescovi al 75° anno di età:

questa disposizione fu completata il 21 novembre 1970, con il motu proprio Ingravescentem aetatem. Ciò portò

attorno al 1968 alle dimissioni di molti prefetti. Questo corposo insieme di provvedimenti prese la forma del “motu

proprio”.

Così il 15 agosto 1967, con la Costituzione apostolica Regimini E cclesiae universae, venne la Riforma della curia

romana. Le caratteristiche del complessivo ripensamento intrapreso da Montini erano: una decisa

internazionalizzazione; la presenza di vescovi diocesani; l'introduzione di consultori anche laici; l'esclusione del

diritto di carriera; la fissazione di un limite di tempo nella durata dell'ufficio. Inoltre, gli incarichi di presidenza

dei dicasteri decadevano alla morte del papa.

Sul piano dell'architettura della Curia,cioè degli squilibri relativi nell'organismo inteso come sistema e non come

insieme di uffici separati, la centralità non era più detenuta dal Sant'Officio, ora Congregazione per la dottrina

della fede, ma dalla Segreteria di Stato, che diventava punto di riferimento, di governo e di coordinamento

complessivo, in stretta dipendenza dal papa. Paolo VI modificava anche la struttura interna della Segreteria di

Stato: sopprimeva la terza sezione e poneva l'ex­prima sezione all'esterno della Segreteria vera e propria e da esse

dipendente, trasformandola in un Consiglio.

Vi erano 3 segretariati che, nel loro insieme, ben esprimevano il cammino che la chiesa aveva percorso dal

pontificato di Giovanni XXIII e attraverso il Concilio: il Segretariato per l'unità dei cristiani; il segretariato per i

non cristiani; il segretariato per i non credenti. L'insieme di questi 3 segretariati fu definito “curia del dialogo” e

rifletteva quell'indirizzo che Paolo VI voleva imprimere in tutta la chiesa.

La configurazione complessiva fu completata, il 6 gennaio 1968, con il motu proprio Catholicam Christi Ecclesiam,

istituendo il Consilium de Laicis e la Pontificia commissione Justitia et Pax. Il 28 marzo 1968, con il motu proprio

Pontificalis domus, Paolo VI aboliva la “corte papale”, ripristinando l'antico nome di Casa pontificia. Il 14

settembre scioglieva tutti i corpi armati pontifici.

Qui si inseriva poi la “politica delle nomine cardinalizie” di Paolo VI, sopratutto quelle dei tre primi concisori, in

tutto 88 nuovi cardinali. Non tutti questi cardinali possono considerarsi montiniani: vi erano nomine in qualche

modo dovute.

La riforma della Curia razionalizzò le competenze, prima disperse, e modernizzò i metodi di lavoro. Ma ciò

comportò, nel tempo, un aumento del personale e ciò si accompagnò una crescita quantitativa della diplomazia

pontificia. Inoltre la partecipazione ai lavori di Curia di vescovi residenziali, provenienti da tutto il mondo, anche

da paesi poverissimi, implicava che si dovessero sostenere da Roma le spese di viaggio che ciò comportava. Tutti

questi aspetti portarono ad un notevole aggravio del bilancio vaticano. Si poneva inoltre il problema di riformare

gli istituti economico­finanziari della S. Sede per porli in sintonia con la Chiesa del Concilio. Le scelte di Paolo VI

furono coerenti dal punto di vista dei principi e degli indirizzi generali e furono disastrose per quanto riguardò la

scelta degli uomini. Nella Curia riformata vi era l'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, le cui

rendite erano gravemente insufficienti. Per evitare la bancarotta o l'indebitamento erano necessari i cospicui

versamenti che faceva l'istituto per le Opere di Religionbe, che però nin era interno alla Curia. Lo Ior, nato a fine

Ottocento, ristrutturata da Pio XII nel 1942 e 1944, non aveva competenze sui beni della S. Sede, ma era una

società finanziaria che gestiva come una banca di affari conti correnti privati, sopratutto di cittadini vaticani,

personale di Curia, realtà vicine al mondo cattolico, in particolare italiano. Investendo questi soldi, lo Ior ricavava

interessi, utilizzati per attività di beneficenza e per il finanziamento della S.Sede.

Montini conosceva il sistema, istituito nel 1929 da Pio XI e affidato a Bernardino Nogara, che aveva avviato

investimenti in Europa e in America; nel 1942 aveva rinegoziato gli accordi finanziari con l'Italia, riuscendo ad

ottenere condizioni di favore per tutte le organizzazioni che si riportavano alla S.Sede, incluso lo Ior. È probabile

che Paolo VI volesse riportare anche lo Ior sotto le competenze dell'Aspa, ma comunque non ci riuscì.

Nel 1965, Vittorio Veronese indirizzò a Paolo VI un promemoria articolato in cui proponeva l'inserimento di laici,

tecnicamente preparati, negli istituti finanziari vaticani.

Nel 1968 Paolo VI nominò come direttore dello Ior l'incompetente prelato statunitense, di origine lituana, mons.

Marcinkus, cedendo alle insistenze del suo segretario mons. Macchi. Marcinkus, a sua volta, si fidò, incautamente,

di Michele Sindona, con il quale entrò in relazione attraverso il banchiere americano Kennedy, diventato nel 1969

ministro del tesoro nell'amministrazione di Nixon. Sindona, che aveva già rapporti con lo Ior, godeva allora di

prestigio internazionale, era apprezzato da Andreotti e considerato un mago della finanza ma stringeva alleanze

con la mafia statunitense e italiana. Nel 1969 lo Ior entrò nella Banca Privata Finanziaria di Sindona.

Quest'ultimo approfittò delle nuove direttive ideali vaticane per rilevare, a condizioni di favore, molte delle quote

azionarie di cui la S.Sede si voleva disfare. Nel 1972 Sindona riuscì a controllare la Banca Cattolica Del Veneto,

trattando con lo Ior. Nel 1974 ci fu “crack Sindona” con conseguenze devastanti per tutto il “sistema sindoniano”.

Si ebbero nel 1974­75 contraccolpi negativi sullo Ior.

Paolo VI delegò il comparto delle finanze vaticane a mons. Benelli e a mons. Marcinkus: gli esiti complessivi

furono negativi, nel merito e nel metodo.

Intanto, pur nel difficile contesto, si sviluppò la riforma liturgica.

La Sacrosantum Concilium era stata approvata nel 1963. il 25 gennaio 1964, con il motu proprio Sacram

Liturgiam, Paolo VI stabiliva l'entrata in vigore di alcune innovazioni contenute della Costituzione conciliare e

creava il Consilium ad exsequendam Consitutionem de sacra liturgia, che doveva predisporre la riforma, con il card.

Lercaro come presidente e il p. Annibale Bugnini come segretario: alla competenza del primo si univa l'efficienza

del secondo. Paolo VI prese la decisione di non affidare la riforma della Congregazione dei riti, che, con alla testa

Larraona non dava garanzie.

Il 7 marzo 1965 il papa concesse l'uso delle lingue volgari nella liturgia, eccetto per il Canone. Ma dalle prime

prove emerse subito l'incongruenza che la compresenza bilingue comportava. Così Paolo VI concesse la traduzione

anche del Canone. Ci fu quindi una fase di sperimentazione che comportò successive rifiniture.

Il Consilium svolse una mole ingente di lavoro per redigere il nuovo Ordo Missae e la Institutio Generalis Missalis

Romani che doveva presentare e spiegare le nuove norme, anche dal punto di vista teologico e pastorale. Vi

lavorarono esperti e studiosi di molti Peasi, ma cominciavano anche a muoversi gli oppositori della riforma. Nel

febbraio 1966 vi fu un appello, di tono nostalgico­ tradizionale, di alcuni intellettuali cattolici e non.

Le opposizioni più temibili erano quelle che covavano all'interno della Congregazione dei riti. Nell'aprile 1966

Larraona chiese aiuto a Siri per risolvere alcune questioni spinose sorte in seguito all'attività del Consilium. Siri gli

rispose che a suo avviso era in atto un piano generale e progressivo di protestantizzazione della chiesa. E Siri

indicava i punti importanti: il rischio di abbandono del canto gregoriano, dell'uso della lingua latina, le

oscillazioni interpretative della norma, il decadimento del culto e della fede.

Anche per rispondere a queste preoccupazioni il gruppo che si occupava dell'Ordo Missae stese un “memorandum” il

20 maggio 1966, presentando il lavoro compiuto. Il 13 ottobre 1966, Paolo VI comunicò al Consilium che lo

schema della Messa normativa sarebbe stato presentato al Sinodo.

Avvicinandosi ai 75 anni di età, Lercaro diede le dimissioni, ma un abbandono della presidenza in quel momento

appariva inopportuno. Così Paolo VI rimandò ogni decisione e, dopo averlo incontrato personalmente in settembre,

ai primi di ottobre dispose che egli rimanesse ancora tanto alla testa dell'arcidiocesi di Bologna quanto alla

presidenza del Consilium per la liturgia: ma la proroga era più che altro legata al secondo incarico.

L'opposizione anti­lercariana esplose nel 1967. in marzo il responsabile della Cappella pontificia espresse timori

verso i lavori del Consilium. Il card. Bacci firmò, il 23 febbraio, la prefazione a un pamphlet di Tito Casini,

pubblicato i primi di aprile, “la tunica stracciata”, che attaccava la riforma liturgica e il card. Lercaro, il quale

chiese una riparazione alla segreteria di stato.

La cei espresse all'unanimità la solidarietà al cardinale arcivescovo di Bologna. Il 16 aprile poi “l'osservatore

romano” pubblicava un telegramma del papa che portava la sua solidarietà a Lercaro e il 18 Montini riceveva in

udienza privata l'arcivescovo di Bologna. Il 19 aprile, Papa VI censurava le sperimentazioni avvenute e la

tendenza a desacralizzare la liturgia, ma riaffermava l'importanza del serio lavoro di riforma liturgica che si stava

compiendo e manifestava una fiducia in Lercaro.

Paolo VI difese Lercaro, ma la situazione si faceva più complessa e un notevole fuoco anti­lercariano fu allora

dispiegato dai vertici curiali e dai loro alleati nel Sacro Collegio, incrinando l'autorevolezza di Lercaro. L'occasione

fu il Sinodo dei vescovi, che si tenne da fine settembre a fine ottobre, e a cui Lercaro doveva presentare la Messa

normativa. Nella discussione sinodale, seguita alla relazione di Lercaro, diversi interventi mostrarono perplessità

circa il lavoro fatto.

Il papa voleva evitare altre polemiche e ulteriori dispiaceri a Lercaro. Cos', quando alla fine del 1967, Lercaro

ripresentò le dimissioni da presidente del Consilium, in concomitanza con quelle di Larraona da prefetto della

Congregazione dei riti, il papa decise di accettarle entrambe: metteva così a riparo la riforma liturgica dagli scontri

al vertice. Il papa accolse anche le dimissioni di Lercaro da arcivescovo di Bologna.

Paolo VI ebbe sicuramente pressioni dai settori curiali anti­lercariani, ma non è pensabile che tali insistenze

abbiano impressionato il papa. In ogni caso l'accoglimento delle dimissioni di Lercaro, da parte del papa, non fu un

automatismo burocratico: sia il papa sia il Segretario di Stato lo fecero capire a Lercaro, ma egli non seppe mai la

vera origine del provvedimento.

La stima di papa Montini per Lercaro non era venuta meno. Paolo VI però aveva dubbi circa la validità e

l'importanza dell'operato di Lercaro in merito alla riforma liturgica. Evidentemente Paolo VI non riteneva

opportuno che Lercaro conoscesse il motivo profondo che lo aveva spinto ad accettarne le dimissioni.

Il 14 aprile Lercaro scrisse una lettera al papa: egli aveva bisogno di essere in sintonia con il papa e gli chiese una

lettera ufficiale di saluto e un'udienza per la sua opera “Madonna della fiducia”. Il 24 aprile entrambe le richieste

furono accolte. Una lettera di stima e affetto di Paolo VI veniva a lui indirizzata il 27 aprile 1968 e pubblicata

da “l'osservatore romano” il giorno successivo. Il papa nominava anche Lercaro a presiedere, in qualità di suo

legato, il Congresso eucaristico internazionale di Bogotà, che si sarebbe tenuto in agosto.

Il lavoro della riforma liturgica giungeva così in porto con una serie di documenti normativi. L'8 marzo 1968

norme sulla musica sacra; 4 maggio 1968 applicazione della Costituzione sulla liturgia.

Il 3 aprile 1969 si ebbe la Costituzione Missale Romanum e la promulgazione del nuovo messale romano,

cosiddetto messale di Paolo VI. Il papa, presentandolo, parlava di 3 novità, per l'andamento del Messale Romano

alla mentalità contemporanea. Queste innovazioni riguardavano la preghiera eucaristica, il rito della messa e il

lezionario.

All'impegno montiniano per la riforma liturgica può essere accostato un altro aspetto che costituisce un tratto

singolare di Paolo VI: la sua attenzione, con sguardo favorevole, a Maria Montessori e al suo metodo, anche

nell'ambito dell'educazione liturgica e religiosa. Il metodo montessoriano in passato era stato accusato; le

difficoltà, come aveva notato Sturzo, erano nel fatto che quella montessoriana era una pedagogia della libertà.

Accanto all'attuazione delle riforme ecclesiali, l'altra consegna del Concilio era la prosecuzione del dialogo

ecumenico. L'impegno di Paolo VI andò nel senso di rovesciare la mentalità radicata di diffidenza o ostilità, fatta

spesso di stereotipi, dei cattolici verso gli altri cristiani. Ciò che contava era ristabilire un clima di rispetto, fiducia,

amicizia, amore tra cristiani di diverse confessioni e tra chiese cristiane. Quello di Paolo VI fu un “ecumenismo dei

pastori”: un impegno fatto di gesti eloquenti, di parole e di incontri, insieme ai pastori delle chiese sorelle.

Così il 23 marzo 1966 si ebbe, a Roma, l'incontro di Paolo VI con l'arcivescovo di Canterbury Micheal Ramsey,

rappresentante delle chiese della confessione anglicana, che si concluse con un comunicato congiunto, in cui si

parlava dell'avvio di una nuova fase nello sviluppo di relazioni fraterne, basate sulla carità cristiana, e di sinceri

sforzi finalizzati a rimuovere le cause di conflitto e ristabilire l'unità; si esprimeva l'auspicio che tutti i cristiani

che appartengono a queste due confessioni siano animati dagli stessi sentimenti di rispetto, stima e amore fraterno.

Vi furono alcuni documenti che che avviarono l'ecumenismo pastorale. Il decreto Crescens matrimoniorum che

stabiliva le norme sui matrimoni misti tra cattolici orientali e cristiani orientali non cattolici. Il direttorio

ecumenico Ad Totam Ecclesiam in applicazione del decreto conciliare sull'ecumenismo.

Negli anni post­conciliari, dal 1966 al 1971, assiduo e costante era stato l'impegno di Paolo VI ad attuare le

decisioni conciliari e a portare avanti il Vaticano II, tanto nelle riforme interne alla chiesa cattolica quanto nello

sviluppo del dialogo ecumenico.

Non erano mancate le difficoltà, tuttavia l'8 dicembre 1970, Paolo VI, tracciava un bilancio positivo del processo

attuativo anche negli aspetti di incertezza che erano inevitabili.

2.2 In Africa, Asia Orientale e Oceania

Un valore significativa era assegnato da Paolo VI ai viaggi apostolici. Essi avevano un ruolo preciso nell'opera

montiniana di attuazione del Concilio.

Dopo il pellegrinaggio a Fatima (1967), nel 1968 Paolo VI si recò in America latina. Nel 1969 il papa si recò in

Africa e nel 1970 compì un viaggio in cui toccò vari paesi dell'Asia Orientale e dell'Oceania. L'importanza di tali

viaggi non era solo su un piano immediatamente pastorale “locale”, ma era sopratutto nell'avvio di una

consapevolezza ecclesiale della dislocazione della chiesa cattolica contemporanea. Con Paolo VI la chiesa

universale cominciò a non sentirsi più eurocentrica, ma pluricentrica.

In questi 2 viaggi il papa si rivolse a contesti in cui i cattolici erano in minoranza: un ambiente in cui la

tradizionale elaborazione europea e occidentale sulla cristianità, cioè sulla civiltà cristiana, non solo non aveva

senso, ma poteva essere dannosa. L'entusiasmo della decolonizzazione imponeva non solo grande delicatezza, ma

anche un avvio di ripensamento di quella categoria. In realtà in forma così netta questo non ci fu: anzi, egli

propose una visione civile, universale e moderna, proprio come terreno laico per dialogare anche con i politici e gli

statisti di quei paesi. Sopratutto in Africa egli propose alcuni punti nuovi di elaborazione delle conseguenze

generali vastissime e dagli esiti, inevitabilmente, oltre ogni ipotesi di cristianità. Si avviava così una chiesa

multiculturale e interculturale.

Un primo tentativo di liturgia africana della messa fu fatto nel 1967 a Ndzon­Melen, sobborgo di Yaoundè, dal

parroco Claude Ngumu. Si avvertiva la necessità di un vero salto di paradigma e di un superamento dell'età

missionaria, in cui le chiese africane erano considerate come minorenni sotto tutela. Per usare le parole del card.

Mamula, se i missionari avevano cristianizzato l'Africa, ora gli africani dovevano africanizzare il cristianesimo.

Fino ad allora infatti, si era vissuto nell'età missionaria: i missionari rappresentavano i due terzi del personale

ecclesiastico ed erano portatori di una teologia e di una cultura europee.

Il viaggio africano del 1969 giungeva in tale momento e si poneva come un abbraccio di Paolo VI a tutta l'Africa e

come riconoscimento di maturità alla chiesa cattolica africana, onorandone i martiri e salutandone con

soddisfazione gli sforzi: una chiesa adulta, non più solo giovane chiesa. Il 31 luglio, a Kampala, Paolo VI tenne

l'omelia per la celebrazione liturgica che concludeva il Simpioso dei Vescovi dell'Africa, il primo che veniva

celebrato. Fu un discorso decisivo che si rivelò periodizzante: oramai ricordato come “Kampala Address”. Segnava

una svolta storica nell'evangelizzazione: adattamento della cultura, ovvero inculturazione.

Paolo VI prospettava la visione cristiana, per innestare subito in essa l'analisi dei grandi problemi del post­

colonialismo che l'Africa stava vivendo: non solo per condannare colonialismo e neo­colonialismo, ma sopratutto

per invitare al dialogo, alla giustizia e alla non violenza, consapevole dei tanti conflitti che insanguinavano molti

paesi del continente.

In questo contesto, in cui guardava al bene comune, il senso anche sociale e civile, avendo come riferimento la

dignità della persona umana, il papa toccava anche il problema del razzismo. Il pensiero era in prima battuta al

Sudafrica con il suo apartheid, ma la riflessione aveva volutamente un respiro universale.

Nell'ambito di questa visita in terra africana, fu significativo il breve ma incisivo saluto che il papa rivolse, il

primo agosto, ai rappresentanti dell'Islam. Si trattava di impostare il dialogo nuovo e inedito secondo lo stile

aperto del Concilio, con l'islamismo che era stato, da sempre, un sanguinoso nemico del cristianesimo in terra

africana.

Tra l' 1 e il 2 agosto Paolo VI si adoperò anche per avviare una mediazione per superare il conflitto che straziava la

Nigeria, associando alla sua opera persuasiva quella del presidente della repubblica d'Uganda.

Nel 1969 fu abolito lo Ius Commissionis cioè il diritto con cui i territori di missione erano stati affidati dal papa

alle Società missionarie e ci fu un'attenta vigilanza romana a che le proprietà delle missioni passassero

effettivamente alle diocesi. Gli stessi ordini religiosi accolsero in misura più ampia vocazioni africane. Sul medio

periodo si sviluppò un lavoro di inculturazione che era molto più profondo che non il mero adattamento, fondato su

un metodo critico, con una lettura del messaggio evangelico attraverso categorie culturali africane e con una

valutazione della cultura africana alla luce della Bibbia.

Il 4 novembre 1970, nel discorso all'udienza generale, il papa annunciò il suo viaggio in Estremo Oriente e illustrò

il significato pastorale di alcuni particolari momenti che stava per vivere. Dal 26 novembre al 5 dicembre 1970

Paolo VI compiva questo lungo viaggio. Il 27 novembre a Manila, subiva un attentato: rimase leggermente ferito,

ma non volle dare rilievo mediatico all'accaduto. Tale viaggio ebbe un valore e degli esiti analoghi a quelli in

Africa. Anche in questo caso si accelerò la costituzione di una gerarchia locale. Il papa guardava con profonda

simpatia e rispetto al patrimonio sapienziale e spirituale delle popolazioni asiatiche, nelle loro millenarie tradizioni

religiose.

Paolo VI ha stimolato le chiese asiatiche a farsi carico della promozione umana in modo coraggioso, intervenendo

in difesa dei diritti dell'uomo e della giustizia sociale nei singoli paesi.

Il 28 novembre il papa ordinava nuovi sacerdoti e parlava ai Nunzi pontifici in Asia.

Il 4 dicembre, accolto dal governatore e dal vescovo Francis Hsu, era a Hong Kong, per testimoniare a tutto il

grande popolo cinese la stima e l'amore della chiesa cattolica e suo personale. Celebrava la messa e con molta

discrezione gettava uno sguardo di affetto verso tutta la Cina, cioè verso la Cina comunista, in quel momento

totalmente chiusa ai rapporti con Roma.

2.3 Libertà di parola e testimonianza evangelica

Per completare il quadro della riforma conciliare avviata ad attuazione da Paolo VI negli anni dal 1966 al 1971,

bisogna richiamare 2 documenti, entrambi del 1971, che toccavano ambiti di cui il Concilio si era occupato: da una

parte la questione, divenuta di primaria importanza nel mondo moderno, delle comunicazioni sociali; dall'altra il

rinnovamento della vita religiosa. In modi diversi essi costituiscono 2 vertici di questo cammino che culminava nel

1971.

Paolo VI, nel 1967, fissò un appuntamento da ripetersi ogni anno: la giornata mondiale delle comunicazioni

sociali. La Pontificia Commissione per le Comunicazioni sociali lavorò per l'applicazione del decreto conciliare e, il

23 marzo 1971, con l'approvazione del papa, varò l'istruzione pastorale Communio et Progressio.

L'istruzione assumeva un approccio responsabile e critico, non dal punto di vista degli interessi della chiesa ma da

quelli del bene comune e perciò della dignità e della libertà umana, indicando, in forma di interrogativi aperti, le

aree problematiche più scoperte.

Ci si poneva dunque nel cuore di un impegnativo dibattito etico­sociale che guardava ai rischi di manipolazione e di

massificazione, della riduzione dell'uomo “ad una dimensione”, implicitamente inscrivendo questa riflessione in

una “teoria critica della società”.

L'istruzione approfondiva poi un aspetto intra­ecclesiale, quello dell'opinione pubblica nel seno stesso della

comunità ecclesiale, e affermava con chiarezza il principio della libertà di parola nella chiesa.

Quindi non solo si affermava necessaria, alla stessa unità ecclesiale, una vera libertà di parola e di espressione, non

solo si chiedeva ai pastori di intensificare nelle comunità il libero dialogo, promuovendo a questo fine luoghi

adeguati e occasioni opportune, ma si ammetteva anche il dissenso, purchè animato da carità viva.

Un'importante attenzione Paolo VI dedicò anche alla vita consacrata e all'aggiornamento che gli istituti religiosi

erano chiamati a sviluppare. Il rinnovamento fece fatica a decollare. Vi erano resistenze di tipo tradizionalistico

dai vertici di alcuni ordini religiosi o da parte di gruppi al loro interno; non mancarono divisioni tra orientamenti

diversi nella stessa congregazione.

Le difficoltà però erano sopratutto interne alle famiglie religiose ed erano difficoltà vere, perchè dovevano

conciliare l'aggiornamento, cioè una coscienza moderna in grado di discernere i processi storici in corso, con la

riscoperta del carisma originario e degli elementi attuali dei Fondatori, evitando meri cambiamenti esteriori o

dismissioni radicali e semplicistiche di patrimoni di spiritualità secolari.

Ancora più difficili erano le realtà femminili. La monaca Teresa Margaret, superiora del monastero delle

carmelitane scalze di Bridell, nel Galles, il 28 novembre 1868, sulla rivista “New Christian”, parlò delle monache

come di una “minoranza oppressa”, espropriate di diritti e soggette a limitazioni.

Non mancavano tuttavia, sullo slancio del Vaticano II, esperienze innovative di vita religiosa. Il 29 giugno 1971,

venne l'esortazione apostolica di Paolo VI, Evangelica testificatio, sul rinnovamento della vita religiosa.

Ribadendo la necessità del rinnovamento, Paolo VI invitava a puntare sull'essenziale, cioè sulla riforma interiore.

Guardando ai religiosi e alle religiose Paolo VI considerava in loro il volto mistico e femminile della Chiesa: non

come fuga dal mondo ma come trasfigurazione del mondo. Questo era evidente nel senso profondo dell'annuncio,

fatto al III Congresso mondiale dell'apostolato dei laici, il 15 ottobre 1967, di proclamare S. Teresa D'Avila e S.

Caterina da Siena Dottori della chiesa. Erano le prime donne ad essere elevate a questo onore: ciò avvenne il 27

settembre 1970 per S. Teresa e il 4 ottobre per S. Caterina. L'attenzione montiniana a questo carisma mistico­

sociale della donna, nella chiesa e nella società, si completava il 6 gennaio 1971, con la consegna del premio per la

pace “Giovanni XXIII” a Maria Teresa di Calcutta.

3. Due perni per tenere unita la Chiesa

3.1 Una costituzione per la chiesa?

La riforma conciliare incontrava attriti, resistenze ed opposizioni. La riforma liturgica modificava tradizioni

radicate, atteggiamenti consueti e consolidati: cambiava le modalità con cui immense masse umane avevano

espresso la loro religiosità più intima, le preghiere che avevano usato, quelle formule in cui tanti avevano

riconosciuto l'espressione più profonda del proprio spirito. Ma i problemi non venivano da realtà popolari; le

opposizioni nascevano prevalentemente in ambito clericale: sia in chi voleva ritmi più accelerati di riforma, sia e

sopratutto in chi, al contrario, difendeva assetti tradizionali. Il più importante tra questi ultimi fu il card.

Ottaviani: emblematica fu la lettera che in qualità di responsabile della congregazione per la Dottrina della Fede,

inviò ai presidenti delle Conferenze episcopali nazionali il 24 luglio 1966 sull'applicazione delle riforme

postconciliari. Non accettando la “forma”montiniana del post­Concilio e comprendendo che oramai era tempo di

farsi da parte, Ottaviani di dismise l'8 gennaio 1968, adducendo il motivo della debolezza della vista.

Paolo VI era consapevole che le resistenze della minoranza del Concilio potevano tracimare nel post­concilio e

coagulare dissenso e distacco dalla Chiesa. Egli era percepito negli ambienti tradizionalisti come il capofila degli

innovatori.

Difficilmente, invece, rotture della comunione ecclesiale potevano realizzarsi nel campo degli innovatori. Poteva

esserci dissenso, contestazione, disobbedienza, ma costoro stavano comunque dalla parte del Concilio, con

un'intenzionalità che soggettivamente era intesa come conciliare, quindi intra­cattolica. Dominava sopratutto una

volontà comunitaria che si distribuiva su un arco ampio e variegato di atteggiamenti verso il magistero e la

gerarchia.

L'opposizione tradizionalista era un rifiuto del Concilio e, essendo il Concilio, oramai, l'identità della Chiesa

cattolica, essa apriva una contraddizione che configurava una separazione di vie. La contestazione di sinistra, per

quanto potesse dissentire o essere condannata, rientrava sempre nel cono problematico del Concilio: un unico

fenomeno storico, un'unica realtà, anche come campo di tensioni, da studiarsi storiograficamente in maniera

unitaria.

L'attuazione della riforma conciliare metteva Paolo VI di fronte ad un difficile dilemma: da una parte

l'applicazione fedele e coerente delle deliberazioni conciliari introduceva via via vere e sempre maggiori

modificazioni nella vita della chiesa; dall'altra proprio lo svilupparsi di tale cambiamento riformatore e della sua

percezione sempre più chiara nel corpo ecclesiale produceva crepe e potenziali frammentazioni. Erano due processi

inversamente proporzionali: tanto più la riforma era veramente tale e si sviluppava, tanto più diminuiva la

monoliticità della chiesa, la sua compattezza ed unità.

In un primo tempo Paolo VI non scartò l'idea di superare tale dilemma con una soluzione sul piano giuridico e

canonistico. C'era sempre il fermento per la riforma del Codice di diritto canonico: ora, concluso il concilio, si apriva

una visione nuova e tale riforma ne avrebbe dovuto tenere conto. Così Paolo VI pensò ad un superamento di una

codificazione di tipo napoleonico per giungere ad una carta costituzionale moderna che ne prendesse il posto o che

precedesse il nuovo codice: una Lex Fundamentalis della Chiesa. Si sarebbe trattato di una modernizzazione

giuridica. Questo testo giuridico sarebbe stato l'architrave dell'unità della chiesa; emerso nel 1965, questo progetto

si trascinò per molto tempo, ma alla fine non si approdò a nulla.

Ancorchè la discussione sugli aspetti istituzionali non fosse solo confinata agli ambiti più tradizionalisti ma

riscuotesse anche l'interesse dei più accesi innovatori, tuttavia vi furono obiezioni e venne posta la questione, negli

ambiti vicini a Dossetti, se non dovesse ritenersi solo il Vangelo come legge fondamentale del cristiano.

Montini propose una consultazione di tutto l'episcopato cattolico su una bozza di Lex Fundamentalist. Ma le

risposte furono prevalentemente negative e il papa lasciò cadere il progetto.

Paolo VI riuscì a fare perno su due aspetti, diciamo tradizionali, usandoli come punto di appoggio per sollevare

l'intera chiesa cattolica, al piano della riforma conciliare. Facendo leva su questi 2 aspetti, egli portò il

cattolicesimo mondiale sul piano del Vaticano II: in modo veloce e unitario. L'unità ecclesiale, pur sottoposta a

stress, in questo modo tenne.

I due perni furono, da una parte, la configurazione tridentina del ministero sacerdotale, riaffermata attraverso il

segno simbolico del celibato e, dall'altra, il profilo tradizionale dell'ascetica sessuale e coniugale, riaffermata

attraverso l'interdizione della contraccezione artificiale. In entrambi i casi egli aveva avocato a sé le decisioni,

sottraendole al dibattito conciliare; egli assunse le visioni della minoranza; affrontò il dissenso di gruppi di fedeli.

Ciò prova che si trattava di 2 punto focali forti: adeguati a fungere da perni per riformare la chiesa cattolica

tenendola al contempo unita.

In quel momento, avviando con convinzione ed impegno la riforma della chiesa, Paolo VI voleva trasmettere il

messaggio di una guida ferma e decisa da parte sua: voleva fare capire che tutto il Concilio era su un piano di

sicura ortodossia, che egli stava vigilando, che si poteva far conto della sua fermezza e che la riforma non era una

questione di maggioranza ma di un'unità della chiesa.

Insomma le decisioni del papa riguardavano 2 aspetti precisi, ma erano anche decisioni di sistema. Ciascuno dei 2

aspetti diventava un singolare punto di concentrazione di più ampie problematiche intraecclesiali e teologiche.

3.2 Il celibato sacerdotale

Il 24 giugno 1967, Paolo VI promulgò l'enciclica Sacerdotalis coelibatus.

Nella questione del celibato ecclesiale, Paolo VI, considerava con onestà e con rispetto le obiezioni del celibato. Nel

rispondere a queste obiezioni egli richiamava l'esperienza storica del passato, ma l'elemento dirimente era

l'esperienza del presente. Il papa cioè, osservava che il senso della vigente legge veniva dalla realtà effettuale di

innumerevoli ministri sacri che vivevano in modo perfetto e sereno il loro celibato.

Il celibato era, in realtà, visto positivamente come forma di un'ascetica della libertà, di un combattimento

spirituale, necessario nel confronto della chiesa con il moderno; un celibato funzionale alla piena comunione di una

chiesa sempre più comunitaria, secondo il profilo delineato dal Concilio Vaticano II. Cioè, la visione montinana del

celibato ecclesiastico si legava direttamente all'ecclesiologia di comunione, propria del Concilio.

In una visione comunitaria della chiesa, Paolo VI, affermava che i laici, che vivono la dimensione matrimoniale,

possono illuminare i loro presbiteri.

Dunque per Montini il celibato sacerdotale era coma una scala necessaria per salire al livello conciliare di chiesa

comunitaria.

3.3 L'enciclica sulla vita umana

Il secondo fondamentale perno, che guardava al laicato ma anche ai preti confessori o direttori spirituali, era, il 25

luglio 1968, l'enciclica Humanae Vitae. Il tema e le indicazioni dell'enciclica erano destinati a suscitare un

dibattito forte, da quale si poteva presumere che non mancassero i toni polemici.

Paolo VI partiva dai progressi che si stavano realizzando su più piani ( compreso il modo di considerare la persona

della donna e il suo posto nella società) e si poneva, con uno spirito problematicamente aperto, le questioni che

erano sul tappeto in materia di morale matrimoniale.

Il papa richiamava poi i lavori della commissione istituita ad hoc: l'osservazione che non si fosse giunti a una

indicazione unanime era presentata per giustificare l'intervento pontificio.

Paolo VI riconosceva che era possibile regolare la natalità, che potevano cioè esistere seri motivi, anche psicologici

oltre che fisici, per distanziare le nascite, cioè giusti motivi per non desiderare la procreazione, nel contesto di una

sessualità matrimoniale, questa sì importante per manifestare e nutrire il reciproco affetto dei coniugi. Egli cioè

esplicitamente riconosceva la possibilità che i coniugi concordassero con mutuo e certo consenso di evitare la prole

per ragioni plausibili, cercando la sicurezza che essa non verrà.

Paolo VI aggiungeva poi 2 osservazioni. Da una parte faceva notare come nel mondo, in quel momento storico, ci

fosse ancora il totalitarismo e che la regolamentazione delle nascite poteva diventare, in quel contesto, strumento di

disumanizzazione: il secolo breve non era finito e qualche residuale aspetto di chiesa totalitaria poteva ancora

essere necessario. Inoltre, il suo insegnamento mirava anche ad una civiltà umana e dunque a una

personalizzazione della vita matrimoniale, che teneva conto dei rischi di chiusura egoistica “ a una dimensione”,

che lo sviluppo tecnico­strumentale poteva produrre.

Il nodo fondamentale, per Paolo VI, era la difesa della vita umana e, dunque, in negativo, il rifiuto di ogni

disumanizzazione, come potevano essere un intervento “sterilizzatore” totalitario e l'aborto artificialmente

procurato. In questo senso l'enciclica entrava nella forma peculiare del pontificato montiniano. La questione più

specifica dei metodi di regolazione delle nascite costituiva un aspetto più educativo, etico e spirituale, nel quale si

esprimeva l'alto ideale di vita coniugale, in riferimento alle problematiche di quel momento storico. In una visione

ampia del suo impegno magisteriale di difesa della vita, il papa inseriva l'Humanae vitae non come indicazione di

metodi ma come difesa ferma rispetto alle minacce che venivano dai “vulnera” inferti da pubbliche legislazioni e

dalla non riconosciuta intangibilità della vita umana fin dal concepimento.

La critica all'enciclica montiniana non venne da gruppetti di contestatori ma da cardinali, da episcopati e da

importanti teologi. Paolo VI ne fu consapevole, non intervenne né con censure né con interventi polemici, ma ne

soffrì.

L'enciclica montiniana rifletteva una visione tradizionale, radicata nel magistero pontificio precedente, molto

sentita da gran parte dei cattolici nel mondo, in particolare in alcune aree: quella parte che si poteva ritenere

diffidente verso il Vaticano II. Ciò consentiva al documento di costituire una dei perni efficaci per

quell'accreditamento di massa delle riforme conciliari.

Nel contempo la collegialità costruttiva e attiva degli episcopati forniva lo strumento pastorale dinamico per

seguire con elasticità l'evoluzione della società.

4. Pastorale di liberazione e chiesa dei poveri

4.1 Giustizia sociale mondiale e umanesimo plenario

I due perni tradizionali consentivano a Paolo VI la realizzazione della riforma ecclesiale: non solo ad intra, cioè

per tutto quello che atteneva alle relazioni interne, alla chiesa in sé, ma anche ad extra e cioè nel rapporto tra la

Chiesa e il mondo.

Paolo VI sosteneva l'urgenza di un nuovo modo di pensare, un nuovo modo di concepire il rapporto Chiesa­mondo,

una nuova mentalità: riformatrice radicale, cioè in radice, e perciò sovversiva, ma non rivoluzionaria: con la forza

spirituale pacifica che sovverte e converte, cambiando i cuori e le strutture dell'intimo, non con la violenza di una

rivoluzione che imponga collettivamente il cambiamento per opera del potere e dell'esterno. Libertà vera , per non

essere schiavi di nessuno, ma essendo servi di tutti nella carità: e perciò liberazione.

Tra i documenti montiniani che si possono ricordare, basti la menzione del suo discorso nell'udienza generale del 5

marzo 1969 in cui chiariva il senso che il Concilio aveva dato al mondo.

Era un atteggiamento d'amore che doveva innestarsi nel cuore della società moderna, libera e pluralista, e farsi

mentalità nuova, ottimistica, responsabilmente prudente e audace.

Paolo VI diede il meglio di sé, sviluppando un processo di approfondimento progressivo e coerente che modificò

strutturalmente i contenuti dell'insegnamento sociale della chiesa e lo stesso modo di intendere tale insegnamento.

Modificò pure il posizionamento della chiesa cattolica nell'ambito delle dinamiche storiche socio­politiche del secolo

XX, lasciando un contributo innovativo radicale al cattolicesimo contemporaneo. Se si dovesse giudicare il

magistero montiniano in questo ambito, so dovrebbe dire che esso mostrava una chiara struttura di democrazia

sociale, molto radicale sul piano della tensione verso l'uguaglianza.

La “prima pietra” fu posta il 26 marzo 1967 con l'enciclica Populorum progressio, che sviluppava l'impostazione

del domenicano Lebret per una civiltà dell'ascesa umana universale, per la responsabilità obbligatoria, per la

rivoluzione solidarista. Lebret era favorevole allo sviluppo, ma era un critico severo della disumanità del

capitalismo. Lebret era morto nel 1966, ma la Populorum progressio, oltre a citarlo, ne acquisiva l'impronta

fondamentale.

Fin dall'anno della sua elezione, il 1963, Paolo VI aveva raccolto una documentazione in un dossier di lavoro “

sullo sviluppo economico, sociale e morale. Materiale di studio per una enciclica sui principi morali dello sviluppo

umano”. Con la consultazione di esperti si ebbe la stesura di 7 successive bozze, tutte annotate personalmente dal

papa: la prima nel settembre 1964 e l'ultima il 16 febbraio 1967. l'approvazione finale del testo venne dal papa il

20 febbraio. L'annuncio della nuova encliclica fu fatto da Paolo VI il 26 marzo, giorno di pasqua: per questo si

parlò di “ enciclica della Resurrezione”.

La visione globale, che Paolo VI pensava di poter offrire all'umanità teso verso la giustizia sociale era quella

dell'umanesimo plenario. Ciò implicava un superamento spirituale del materialismo pratico, del dominio assoluto

dell'avere sull'essere.

Proprietà e libero commercio erano, nella visione cristiana, subordinati alla destinazione universale dei beni. Le

speculazioni egoistiche dovevano essere bandite. Ci potevano essere espropriazioni se ciò fosse stato necessario alla

prosperità collettiva.

Favorevole al progresso tecnico, all'organizzazione industriale del lavoro, allo spirito generoso e responsabile di

intrapresa, a una regolata economia di mercato, Paolo VI condannava tuttavia il capitalismo liberale.

Riconoscendone l'ambiguità, Paolo VI valorizzava il lavoro e segnalava i rischi della tecnocrazia e dell'alienazione,

insita in modi di produzione spersonalizzati.

Tra le forme insurrezionali seguite con attenzione da Paolo VI vi erano i movimenti di liberazione anti­coloniale e

anti­imperialistica: la critica al colonialismo fu presente nel suo magistero fin dall'inizio ed egli compì gesti

significativi come l'udienza accordata – il 1 luglio 1970­ ai rappresentanti dei movimenti di liberazione delle

colonie portoghesi.

In ogni caso, era evidente la prospettiva abbracciata con convinzione e forza da Paolo VI. Era una prospettiva di

riforme sociali ed economiche vaste e radicali, cioè di un nuovo ordine sociale di giustizia, di una politica netta ed

incisiva.

Paolo VI sottolineava l'importanza dell'alfabetizzazione e dell'istruzione; indicava il ruolo primario della famiglia

e l'utilità delle organizzazioni professionali e dei sindacati, considerando il loro pluralismo, sollevava, in modo

equilibrato, il tema dell'esplosione demografica e della regolamentazione delle nascite. Approfondendo la

prospettiva dello sviluppo solidale dell'umanità intera, il papa indicava i doveri dei popoli ricchi: i loro obblighi

sono radicati nella fraternità umana e si presentano sotto un triplice aspetto: dovere di solidarietà = aiuto dalle

nazioni ricche ai paesi in via di sviluppo; dovere di giustizia sociale = ricomponimento delle relazioni commerciali

difettose tra popoli forti e deboli; dovere di carità universale = promozione di un mondo più umano per tutti, dove

tutti abbiano qualcosa da dare e da riceve, senza che il progresso degli uni costituisca un ostacolo allo sviluppo

degli altri. Il problema è grave perchè dalla sua soluzione dipende l'avvenire della civiltà moderna.

Paolo VI indicava l'ideale e la via di una regolamentazione del commercio internazionale, del mercato, della vita

economica: un ordine giuridico universalmente riconosciuto, un'autorità mondiale.

Assumendo che lo sviluppo è il nuovo nome della pace, Paolo VI concludeva la Populorum progressio con un

appello rivolto a tutti: ai cattolici, ai cristiani e credenti, agli uomini di buona volontà, agli uomini di Stato, agli

uomini di pensiero. In questo appello il papa chiedeva a tutto i laici cattolici del mondo, direttamente impegnati

nelle realtà temporali socio­politiche, un ribaltamento del posizionamento storicamente tradizionale dei cattolici in

politica: dalla destra conservatrice alla sinistra riformatrice; ribaltamento non improvvisato né improvviso, perchè

sbocco finale del cammino democratico cristiano del secondo dopoguerra.

Nel marzo 1969, secondo anniversario, il papa annunciò la costituzione del “Fondo Populorum progressio”, sulla

base di un accordo della S. Sede con la banca Interamericana per lo Sviluppo. Ma, sopratutto, l'enciclica portò a

una ridefinizione della collocazione internazionale della S. Sede perchè ne determinò l'appoggio alle proposte e alle

iniziative per un “nuovo ordine mondiale” non più egemonizzato dai Paesi sviluppati, promosse dal “gruppo 77”:

tale gruppo si era andato progressivamente costituendo a partire dalla riunione a Ginevra, nel 1964, della prima

Conferenza delle Nazioni Unite sui problemi del commercio e dello sviluppo (Unctad). La S. Sede sostenne anche il

lavoro dell'Unctad, strutturatasi come ente intergovernativo permanente dell'Onu per promuovere l'integrazione

dei Paesi in via di sviluppo nell'economia mondiale.

4.2 Guerra del Vietnam e magistero di pace

Paolo VI accompagnò la Populorum Progressio che lanciava un insegnamento universale, destinato ad avere un'eco

vastissima e duratura in molti continenti e in tutte le comunità cattoliche del mondo, con un'azione pedagogica che

aveva il suo cuore nel magistero della pace.

Qui si evidenziava una differenza da posizioni come quelle, per esempio, del card. Lercaro, che erano per un

atteggiamento di denuncia assoluta della guerra,con una condanna di tutti i combattenti, in particolare degli Usa

in Vietnam. La guerra in Vietnam era stata originata dall'invio, deciso da Kennedy, di consiglieri militari

statunitensi in appoggio a governo dittatoriale di Ngo Dihn Diem, nel Vietnam del sud, per arginare le

infiltrazioni di guerrieri vietcong dal Nord comunista. Ma fu con la presidenza Johnson che si ebbe la grande

escalation con l'invio di truppe americane e l'inizio dei bombardamenti nel Vietnam del nord, nel 1965.

nei suoi primi sviluppi, l'azione militare statunitense era appoggiata dal card. Francis Spellman, arcivescovo di

New York e ordinario militare per i cattolici nelle forze armate degli Stati Uniti.

La questione vietnamita fu al primo posto dell'agenda dell'attività internazionale della Santa Sede. Quella del

Vietnam fu per Montini la “sua” guerra: il conflitto che per le sue caratteristiche assumeva un profilo tipico e

sfidava la chiesa cattolica.

Un giudizio del dicembre 1966 ci mostrava come Paolo VI avesse inquadrato con lucida chiarezza gli aspetti

essenziali che caratterizzavano la guerra del Vietnam. Sempre in quel giudizio, il papa affermava che la guerra

esprimeva un altro aspetto caratteristico: la sua continuazione che dipende dalla volontà degli uomini in causa.

Quindi lo sforzo principale di Paolo VI si rivolse sopratutto alla “volontà degli uomini in causa”.

Intanto il presidente Johnson proponeva la pace e offriva anche un impegno degli Usa per lo sviluppo del Sud­est

asiatico, ma a condizione di un rigido mantenimento dei due stati vietnamiti. In aprile il primo ministro del

Vietnam del Nord rifiutava questa proposta e avanzava i 4 punti, che avrebbero costituito la posizione

irrinunciabile dei nord vietnamiti: riconoscimento dei diritti del Vietnam; ammissione della legittimità della

riunificazione; riconoscimento del Fronte di Liberazione; rispetto degli accordi di Ginevra del 1954. pochi giorni

dopo, dal 24 al 28 aprile, La Pira organizzava a Firenze un Simposio internazionale sulla questione vietnamita,

teso anche a capire se per i nord vietnamiti il ritiro delle truppe americane fosse pregiudiziale all'avvio di eventuali

iniziative di pace. Il Simposio si concluse con una lettera aperta a favore della pace, inviata ai capi degli stati

coinvolti.

In forte sintonia con questo approccio lapiriano, Paolo VI inseriva, nel contesto pacifista del Vaticano II, uno

sforzo operativo pacificatore, con una chiara prospettiva di azione diplomatica.

Intanto Fanfini, dopo essersi consultato con La Pira, si candidò alla presidenza dell'Assemblea dell'Onu e fu

eletto, facendo pure compiere da Giacinto Bosco, una dichiarazione favorevole all'ammissione della Cina popolare

all'Onu.

I nord vietnamiti invitarono l'ex sindaco di Firenze: La Pira, accompagnato dal giovane studioso Mario

Primicerio, intraprese un complesso viaggio che lo portò ad Hanoi, dove ebbe una serie di colloqui, fino all'incontro

con Pham Van Dong e Ho Chi Minh. L'incontro si concluse con la concessione nord vietnamita di avviare

negoziati senza chiedere pregiudizialmente il ritiro degli americani: tutto doveva rimanere riservato e segreto.

Tornato in Italia, La Pira informava Fanfani sull'esito positivo del viaggio. Fanfani, a questo punto, incontrò

l'ambasciatore americano alle Nazioni Unite Goldberg e scrisse il 20 novembre a Johnson. La risposta americana,

da parte del segretario si stato Dean Rusk , giunse solo il 4 dicembre e fu complessivamente deludente e chiese

spiegazioni. Il 15 dicembre gli americani eseguirono pesanti bombardamenti su insediamenti industriali del

Vietnam del Nord.

Nel contempo La Pira, che non aveva più saputo nulla, informò riservatamente della trattativa il suo amico e

pacifista Peter Weiss, chiedendogli di informare, con segretezza, alcuni politici americani, tra cui Robert Kennedy.

La situazione sfuuggì di mano e un giornale di St. Louis pubblicò l'informativa di Weiss facendo naufragare il

tentativo lapiriano.

Par parte sua Paolo VI stava lavorando per una tregua dei combattimenti, in occasione del Natale. La tregua

natalizia si potè realizzare. Così per il Natale 1965 Paolo VI inviò un messaggio di pace sia a Ngyen Van Thieu

sia a Ho Chi Minh.

Il papa non si mostrava certo nemico degli americani, ma non poteva accettare che un impegno militare nato come

difensivo si fosse trasformato in offensivo. Egli mostrava come non potesse essere vicino ai democratici americani,

ma sperava che si sviluppasse una vera volontà di pace.

Montini cominciò a pensare ad un viaggio in Vietnam. Intanto il 15 settembre chiedeva preghiere a Maria per la

pace nel mondo e il 5 ottobre inviava un suo messaggio alle delegazioni del Consiglio delle Religioni del Vietnam.

Ci fu un tentativo del diplomatico polacco Janusz Lewandowsky, in contatto con Fanfani, che ripeteva l'ipotesi

La Pira. Gli americani fecero fallire anche questa iniziativa, con un pesante bombardamento su Hanoi, dai 2 al 14

dicembre, particolarmente duro il 13.

se ebbe comunque, ancora nel 1966, la tregua per Natale. Nel radiomessaggio ai fedeli del mondo intero, del 22

dicembre 1966, Paolo VI spingeva perchè dalla tregua si passasse alla trattativa.

In quel Natale il papa si recò a Firenze, colpita dall'alluvione, e si incontrò con La Pira, probabilmente parlando

con lui anche della guerra in Vietnam. Ma, il 26 dicembre, il card. Spellman nella Messa celebrata a Saigon per le

truppe americane, definì il conflitto del Vietnam come una guerra di civiltà e usò toni bellicosi e aggressivi da

guerra fredda, giustificando i pesanti bombardamenti statunitensi: fu uno scandalo mondiale. Da Vaticano si fece

trapelare il dispiacere per questa presa di posizione. Si fece capire che era un atteggiamento personale e che il

cardinale non parlava a nome del papa e della chiesa cattolica.

Il coinvolgimento americano militare era sempre altissimo. I contraccolpi sull'opinione pubblica americana e

mondiale diventavano col tempo sempre più critici e si andava sviluppando un movimento pacifista imponente,

prevalentemente giovanile. Nel gennaio 1968 l'offensiva nord vietnamita causò molte difficoltà all'organizzazione

militare americana.

Nel tardo aprile 1968 il presidente Johnson fece contattare il delegato apostolico a Washington, mons. Luigi

Raimondi, per chiedere al papa che offrisse il Vaticano come luogo neutro per un primo contatto pre­negoziale tra

le due parti. Il 27 aprile Paolo VI rispose positivamente. Jonhons fece sapere che era inutile coinvolgere anche i

vietnamiti del sud ed espresse il parere che il papa poteva fare anche pubblicamente il suo invito alle due parti.

Tuttavia Paolo VI, pensò che sarebbe stato più efficace un passo riservato che proponesse un incontro segreto. Il 30

aprile l'invito fu inviato ad Hanoi attraverso il Ministero degli Esteri italiano. Il 3 maggio 1968 la S. Sede

comunicò a Johnson la notizia che Hanoi aveva accettato la proposta, ma che suggeriva di incontrarsi non in

Vaticano ma a Parigi. Pur non trapelato in pubblico, fu quello un grande successo del papa.

Negli Stati Uniti crescevano le tensioni, anche all'interno del partito democratico, e Johnson decise di non

ripresentarsi alle elezioni presidenziali, dicendo di volersi personalmente impegnare per la pace in Vietnam. Fu

quindi eletto il 5 novembre 1968 Nixon. La nuova amministrazione sviluppò progressivamente il disimpegno dal

sostegno militare al regime di Saigon.

Le trattative di pace, consolidate dall'amministrazione Nixon, giunsero nel gennaio 1973 a una soluzione vicina a

quella prospettata nel colloquio Ho Chi Minh­ La Pira del 1965. Paolo VI poté avere la consolazione di vedere la

conclusione della sanguinosa guerra nel 1975.

Nel corso di questa decennale tragedia vietnamita, Paolo VI capì che il suo sforzo pedagogico per la pace non


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze pedagogiche
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher letiziadr91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia culturale dell'educazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Modena e Reggio Emilia - Unimore o del prof De Giorgi Fulvio.

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