Che materia stai cercando?

Appunti per esame di Letteratura francese I Merello Unige

Questo documento è il frutto della rielaborazione personale degli appunti presi durante il semestre a lezione. Sono state aggiunte note prese dal libro consigliato dalla professoressa, ovvero il Lagarde-Michard.

Ci sono quindi:
- appunti presi a lezione
- riassunti delle opere viste a lezione
- dettagli presi dal libro
- un po' di storia: la successione dei vari re,... Vedi di più

Esame di Letteratura francese docente Prof. I. Merello

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Per il teatro c’erano sempre le due regole preziose, bienséance e vraisemblable.

Inoltre, tutte le donne letterarie dovevano comportarsi come le preziose, e i salotti venivano presi

d’esempio per le regole. Era inverosimile comportarsi diversamente da come imponeva la

bienséance.

Richelieu aveva impedito i duelli, che erano una moda pericolosa nella vita reale: anche questa

regola doveva essere applicata nelle opere teatrali.

Teatro (Pag. 89 Lagarde-Michard XVII)

Nel 1500 il teatro in Francia seguiva le tragedie classiche. Tuttavia, si diffusero nuove forme teatrali.

Nel 1548 ci fu il divieto, da parte della Chiesa, di rappresentare il mistero. Si diffusero

rappresentazioni sempre meno religiose e sempre più ludiche e laiche. A quel punto, la Chiesa cercò

di vietarle, e fu molto contrariata per anni. I giansenisti addirittura condannavano il teatro.

A fine ‘500 il costo per l’affitto dei teatri aumentò, dopo la monopolizzazione da parte della

Confraternita della Passione, quindi occorreva pensare a soluzioni per evitare quei costi: i limiti

imposti ampliano la creatività del teatro.

Tra fine ‘500 e inizio ‘600 c’erano quindi:

- Il teatro che rappresentava ancora le tragedie classiche.

- Il teatro di piazza, e di strada, fatto da più tappe, da più palchi, tipo una processione. Da

religioso, stava diventando comico: c’era stato il divieto di rappresentare opere religiose

(1548) e si era quindi evoluto, allontanandosi definitivamente dal mistero e dal sacro.

- Il teatro di taverna, dove il pubblico veniva coinvolto ai tavoli. C’erano farces, ovvero opere

di tradimenti, e soties, opere più morali.

Tuttavia, nel ‘600 questi tre tipi di teatro scemano, e prende più importanza il teatro in luogo chiuso.

Le stanze trovate per mettere in scena le pièces erano rettangolari, il che non garantiva una buona

acustica, come quella dell’anfiteatro, ma si diffuse comunque questa tipologia strutturale.

Nel ‘600 quindi ci si sposta, per recitare, prevalentemente nei luoghi chiusio nuovi, che erano:

- Refettori delle scuole gesuite e degli ospedali, e camerate ospedaliere

- Palestre del gioco della pallacorda (jeu de pomme)

- Teatro della fiera

Il teatro era una delle poche forme di divertimento concesse a tutte le classi sociali. Il parterre era

per tutti, mentre sul palco, al lato, potevano stare i nobili. La recitazione era difficile, sia per la

presenza invadente dei nobili, sia per il caos generato dagli spettatori nel parterre, spesso

disinteressati o indifferenti allo spettacolo. Interessava infatti andare in un luogo con molte persone

per svagarsi. Gli spettatori giungevano a teatro molto prima dell’inizio della pièce. Gli spettacoli

erano di pomeriggio, perché di sera non c’era illuminazione.

A Parigi, per il teatro, c’erano queste strutture e compagnie:

- L’Hotel de Bourgogne.

- Palais Richelieu, o Cardinal, che diventò Palais Royal dopo la donazione di Richelieu.

- Le Theatre du Marais, il primo che utilizzò macchinari e creò il sipario per nasconderli.

- Comédie Française.

- Comédie Italienne.

- Opèra.

Corneille (Pag. 97 Lagarde-Michard XVII)

Le Cid ha dialoghi tipici del preziosismo, e casi di coscienza. Nel 1600 le scuole erano dei gesuiti:

c’erano i direttori di coscienza, che ascoltavano i problemi della gente. Nei salotti si parlava infatti

di questi casi di coscienza, seguendo l’esempio gesuita. Il Cid è l’emblema della discussione sulle

scelte personali e sull’onore.

Il Cid è un’opera teatrale del 1637, ed è la più famosa di Corneille. Era apparsa prima di quella data,

poiché fu pubblicata da subito per guadagnare. Si diffuse velocemente ed ebbe successo. Non c’era

quindi il monopolio di una compagnia teatrale in particolare, e fu rappresentata in più teatri.

Nel 1635 era nata però l’Académie Française. Avevano vietato i duelli nelle opere letterarie, e la

veloce diffusione e la pubblicazione del Cid permette ai membri dell’Académie Française di leggerlo

e criticarlo.

Le Cid, i duelli, la querelle (Pag 103 Lagarde-Michard XVII)

Il Cid è una tragicommedia: non si ride, non ci sono elementi di commedia, ma non è nemmeno una

tragedia totale: finisce bene nonostante tutto. È un’opera ispirata a una vicenda vera dell’anno

1000: un uomo, Don Rodrigo, difendeva la Spagna, e Corneille si ispira all’opera spagnola di Castro

per il suo Cid. Corneille è un uomo alla moda e giustifica l’uso dei duelli dicendo che la sua opera

non è del 1600, ma ambientata secoli indietro. Ebbe successo, ma si aprì anche la querelle du Cid.

Alcuni elementi infatti violavano la bienséance: succedevano troppe cose per essere solamente 24

ore. C’erano troppe vicende e troppi duelli per una città sola.

Richelieu aveva creato la Compagnia dei cinque autori, ma lui non aveva riscontrato successo

letterario. Erano al suo interno sia Richelieu, sia Corneille: il primo era geloso del successo dell’altro

e di conseguenza Richelieu scagliò contro Corneille l’Académie.

Corneille aveva sfidato però Richelieu sfruttando i duelli: facendo pubblicare subito l’opera, era di

pubblico dominio e l’Académie Française la poté leggere. Mentre a Parigi la gente era entusiasta del

Cid, iniziava la discussione sull’opera. Corneille era quindi accusato di non aver seguito le regole

imposte e quelle preziose. Mancano quindi i principi del teatro aristotelico, e l’Académie Française

cerca di far sprofondare l’autore. Ma la querelle rende Corneille ancora più famoso, ed egli

argomenta la propria risposta alle accuse. Inoltre, la querelle, oltre alle unità non rispettate, riguarda

anche Chimène: era definita poco femminile, per niente preziosa, anzi, putaine.

Innanzitutto, l’ambiente del Cid è spagnolo, e risale al 1000: il duello quindi non riguardava né il

presente, né la Francia. Il soggetto inoltre era storico, Corneille non aveva inventato personalmente,

di sana pianta, la vicenda. Accusa il modello aristotelico, definendolo superato: il teatro necessitava

di una spinta, di innovazione. Corneille quindi crea delle regole per il suo teatro.

- Chi soffre e chi è perseguitato dal destino non deve essere un personaggio cattivo, ma

virtuoso e, in fin dei conti, buono. Dev’essere meglio del peggio, quindi. (Ad esempio, Don

Diegue è buono, e viene trattato male dal conte Don Gomez, che si dimostra una pessima persona,

antipatica e arrogante. Nascono quindi simpatie e antipatie negli spettatori.)

Persecuzione e pericolo non devono essere vissuti dal nemico, ma da una persona che ama

- e che è amata: aumenta quindi il fattore drammatico. (Casi di coscienza in Don Rodrigue e

Chimène.)

Le 24 ore erano strette per Corneille: reputava ingiusto che un romanzo potesse durare di

- più, per questo sfora dal limite imposto. (Solo Racine riusciva a trovarsi all’interno dei limiti, poiché

ambientava il tutto alla fine degli eventi, mostrando le conseguenze di quanto successo prima.)

Dopo il successo del Cid, Corneille scrive altre opere di meno successo, per poi andarsene da Parigi.

Le Cid

ATTO 1

Chimène e Elvire: Elvire è la confidente, che permette a Corneille di evitare il monologo.

Il teatro era in versi, in rima, in alessandrine, quindi di 12 versi.

All’inizio, c’è già la conclusione: è una ripresa del romanzo greco. Chimène si chiede se i propri

genitori sarebbero contenti di un matrimonio tra lei e Don Rodrigue. Anche Don Sanchez è

innamorato di Chimène, quindi ci sono due uomini per lei. Tuttavia, Chimène mostra diffidenza,

ignora Don Sanchez e nasconde l’amore che prova per Don Rodrigue. Al padre va bene il loro

matrimonio: sembra andare tutto bene, ma Chimène ha la sensazione che qualcosa possa andare

male, teme che possa accadere qualcosa d’irreparabile.

Il padre di Chimène, ovvero il conte Don Gomez, e il padre di Don Rodrigue, ovvero Don Diegue,

sono in lite. Il re ha scelto, come precettore del figlio, Don Diegue anziché il conte Don Gomez.

Don Diegue è vecchio, e riceve uno schiaffo dall’antipatico Don Gomez, il quale vieta il matrimonio

tra i loro figli. Lo schiaffo fa inorridire, è violento, viene mostrato. È più d’impatto rispetto

all’omicidio del padre di Chimène, che non viene invece mostrato.

Don Diegue è troppo vecchio per vendicarsi, e chiede al figlio di farlo per lui, ma c’è un caso di

coscienza: nei salotti se ne parlava spesso, erano una moda del tempo. Si discuteva delle vite altrui,

delle scelte che uno doveva o non doveva prendere, che potevano portare onore o disonore. Nel

Cid sono inscenati vari casi di coscienza, si può dire che sono al centro della vicenda.

- Se Don Rodrigue uccidesse Don Gomez, perderebbe il rispetto della figlia, Chimène, che ama.

- Se non uccidesse Don Rodrigue, disonorerebbe il padre e non otterrebbe l’onore di Chimène.

- Don Rodrigue pensa al suicidio, che disonorerebbe ancora di più sé stesso, la famiglia e

l’amata. Quest’ipotesi è la peggiore e viene quindi scartata immediatamente.

Il caso di coscienza è duro da risolvere: deve uccidere Don Gomez, il padre della ragazza che ama, o

non deve ucciderlo per rispetto dell’amata? Se non lo uccide, però, perde l’onore del padre e quello

di Chimène. Non gli resta quindi che duellare con Don Gomez, per vendicare il padre, che è la scelta

meno peggiore.

ATTO 2 e 3

Don Rodrigue va da Don Gomez, dimostrando onore. Si apprezzano, ma devono duellare. Il duello

avviene fuori scena, e non colpisce, ma l’esisto è positivo per Don Rodrigue. Chimène ha quindi

perso il padre, e non può, al momento, perdonare Don Rodrigue. Anche a Chimène si presenta un

caso di coscienza: cosa deve fare? Siccome Don Rodrigue ha ucciso suo padre, Chimène dovrebbe

chiedere a qualcuno di uccidere l’amato: lei non può farlo, non è una cosa verosimile e di buon

costume per una donna. Lei ama ancora Don Rodrigue, ma chiede la sua morte, non mostrando

bienséance. Don Diegue intanto chiede al re pietà, e di essere ucciso al posto del figlio.

Don Rodrigue però si sente in colpa, e porge a Chimène la spada con la quale ha ucciso suo padre,

ancora intrisa di sangue, e le chiede di ucciderlo. Chimène, se uccidesse il suo uomo, non avrebbe

più l’amore, tantomeno l’onore, e quindi attende il verdetto del re.

ATTO 4

Don Rodrigue ottiene la nomea di Cid dimostrandosi valoroso: uccide gli arabi in un’importante

battaglia e sventa il pericolo per la città. Nessuno vuole quindi ucciderlo, ma Chimène è determinata

a volerlo morto. Il re non vuole farlo assassinare e finge che sia morto in battaglia, per vedere la

reazione di Chimène. Lei è turbata, ma poi scopre la verità e ritorna alla sua idea di vendetta.

Chimène decide poi di sposare chi, in duello, ucciderà Don Rodrigo. Don Sanchez si propone, e Don

Rodrigue dice a Chimène che si farà uccidere per giustizia, ma lei lo convince a combattere

lealmente. Quando Don Sanchez depone la spada, dopo il duello, Chimène si dispera perché pensa

che il suo amato sia morto: in realtà ha capito male, poiché Don Rodrigue è vivo, ha vinto il duello e

ha risparmiato il rivale. Il matrimonio tra lui e Chimène può avvenire, ma è tardato di un anno. In

realtà si sposarono prima: la verità, la realtà, non era verosimile, e Corneille decide di farli sposare

dopo la fine dell’opera.

Pascal (Pag. 140 Lagarde-Michard XVII)

Soffriva di tubercolosi, come Scarron. Passava di conseguenza molto tempo a pensare e a scrivere.

Fu un matematico, un fisico, un filosofo, uno spirito scientifico. Fu anche molto amico di Corneille.

Conosceva i libertini nobili ed era apprezzato dai maggiori intellettuali. Tuttavia, la sua filosofia lo

allontanava dai libertini: si avvicina invece ai giansenisti. Pascal infatti pensa che non si sa se si

ottiene o meno la grazia divina. Si parla di scommessa pascaliana, pari pascalienne: conviene

scommettere l’esistenza di Dio. Se ci si crede, ci si guadagna qualcosa: si conduce una vita buona,

piena, migliore. Se non esistesse un aldilà cristiano, si ha comunque condotto una buona esistenza

e morale. Non c’è niente da perdere, ma c’è da guadagnarci da tutto ciò.

Scrisse pensieri, osservazioni (pensées et notes). Morì lasciando molti appunti. Di Pascal si ricordano

soprattutto le teorie sulla divisione dell’animo umano, i due esprit:

- Esprit de geometrie: parte dello spirito che conferisce rigore, ragione, solidità, valutazione,

organizzazione e precisione. È la parte matematica, di elaborazione, al di fuori dell’uomo.

- Esprit de finesse: parte dello spirito che conferisce intuizione immediata, capacità di analisi

sottile, sensibilità. Ha come oggetto l’uomo.

Molière

Il padre di Molière, nome d’arte di Jean Baptiste Poquelin, era tapissier del re. Fu influenzato dai

libertini, s’interessava al lato psicologico e amava il teatro già da piccolo, e si distaccò dalla

professione del padre, anche se il gusto dell’arredamento e per la scenografia lo assunse dal padre.

Molière, con Madame Béjart, fondò l’Illustre Théâtre.

All’inizio Molière fu sfortunato: Richelieu aveva spinto il teatro, ma morirono sia lui, sia Louis XIII,

che per comandare sfruttava la letteratura e il teatro. C’è un buco nella reggenza, che è negativo: il

teatro non era più incoraggiato come prima. Anna d’Austria infatti era cattolica e bigotta: salita al

potere, al posto del piccolo Louis XIV, non concedeva spazio al teatro. A questo punto quindi inizia

il ritiro in provincia. Fu attore, autore e direttore. Incontrò Corneille a Rouen.

Nel 1659, al ritorno a Parigi, uscì Les precieuses ridicules: Molière sembrava infatti contro le preziose,

ma usa delle zotiche vagabonde per ironizzare sull’argomento. Le due donne volevano imitare le

preziose e farsi sposare per prendere il rango nobiliare, ma vengono scoperte e appaiono come

ridicole. Le due zotiche, inoltre, sono ridicole anche perché le preziose stesse sono esagerate.

Le preziose finte fanno ridere perché non sono dame come la Rambouillet, bensì due zotiche, che

le emulano dopo averne letto gesta e abitudini. Si rivelano volgari, al livello dei servi, e tentarono di

corteggiare un nobile per sottrargli la dote e accaparrarsi il rango sociale.

Molière attirò l’attenzione e si fece dei nemici: le preziose, i borghesi, e le altre compagnie teatrali

Nonostante il contrasto con le preziose, Molière sembra d’accordo loro per alcuni aspetti: il

matrimonio del tempo negava l’amore, non veniva fatto per il sentimento, ma per sola convenienza.

Molière infatti sembra voler denunciare quest’aspetto dei legami, che erano solamente dei contratti

e niente più, non c‘era niente di nobile o sentimentale.

Molière morì di tubercolosi recitando Le malade immaginaire: sfruttava la sua malattia per fini

comici, per far ridere. Era anche leggermente balbuziente, e ciò contribuiva al personaggio.

Tartuffe , ou l’imposteur

Tartuffe si rivela un capolavoro, il cui manoscritto è però perso. Fu scritto per amicizia col re, Louis

XIV, il quale aveva problemi con la madre bigotta, Anna d’Austria. Louis XIV amava le donne e le

amanti, e Molière scrisse per lui, contro la madre, per mostrare il lato oscuro di certi uomini di

chiesa. L’opera fu uno scandalo: Molière rischiò la prigione e il rogo, ma si salvò con la complicità

del re. Il Tartuffe, nella sua versione in 3 atti, sparisce. Nella prima versione Tartuffe era un religioso:

Molière cerca di riscattarsi scrivendolo da capo, modificandolo e allungandolo a 5 atti totali. Inoltre,

nella seconda versione diventa un falso devoto, quindi appunto un impostore.

Il Tartuffe racconta la storia di un borghese di provincia, ovvero Orgon. Ha una moglie cittadina e

preziosa, il suo opposto quindi. C’è il contrasto tra la natura campagnola del marito e la natura

“salottiera” della moglie. Orgon, il protagonista, si sente in disparte, ma in chiesa è contento perché

un mendicante lo venera. Il Tartuffe fa riconoscere i preziosismi: fa notare lo stile di vita, le usanze,

della famiglia preziosa.

Riassunto

Orgon porta a casa propria questo mendicante, e comincia a trascurare moglie e figli. Molière spinge

quindi sulla comicità. Tartuffe è riempito di regali e di comodità da parte di Orgon. Il mendicante

intanto adocchia la moglie del suo salvatore.

Il protagonista, ad un certo punto, vuole lasciare tutto a Tartuffe col testamento. Vuole anche che

la figlia lo sposi: lui accetterebbe, perché avrebbe l’eredità assicurata. È chiaro che Tartuffe sia un

truffatore. La moglie non sa come fare, mette il marito sotto al tavolo mentre lei parla con Tartuffe.

Quando è chiaro che il truffatore si sta approfittando della donna, Orgon, salta fuori e lo caccia. La

situazione però si ribalta: Tartuffe ha di diritto la casa e i benidella famiglia, e Orgon sembra

spacciato. L’intervento dall’alto, deus ex machina, risolve: cadono le accuse, complice il re, e Tartuffe

viene condannato. La famiglia di Orgon è quindi salva da questa disgrazia.

Trama

All’inizio, Madame Perenelle, la madre di Orgon, protegge Tartuffe. C’è lo scontro tra nuora e

suocera, comico e stereotipato: viene messa in evidenza la famiglia riunita, che si sopporta poco.

Madame Perenelle è a disagio, è contrariata, ce l’ha con tutti e interrompe tutti. Difende Tartuffe e

il figlio, ma tutti gli altri si sono accorti che Tartuffe è un falso devoto, e un truffatore.

Orgon arriva ad atto iniziato, dopo un’assenza di due giorni. La domestica Dorine gli racconta cosa

è successo: la moglie Elmire è stata male. Orgon non mostra interesse e chiede sempre di Tartuffe,

chiamandolo pauvre homme. A Orgon quindi interessa solo il mendicante, vuole che sia trattato

bene e sia servito e riverito, anche a discapito degli altri familiari.

Il comportamento di Orgon genera stupore, la sua incoscienza è pericolosa, ma egli difende l’ospite

e spiega che si sentiva a disagio, finché non ha conosciuto Tartuffe. Aveva bisogno di qualcuno che

lo supportasse, e ha trovato il mendicante. Aiutandolo, si sente meglio e si distacca dagli altri.

Questo concetto di Orgon è l’estremizzazione del distacco dell’anima di Pascal.

Molière quindi sfrutta il divertissement e il détachement de l’âme per rendere Orgon egoista e

menefreghista nei confronti della famiglia. Tartuffe afferma di non usare i soldi che gli da Orgon per

sé stesso, ma di darli ai poveri. Questo non è vero, ma così dicendo si dimostra premuroso,

caritatevole, e incastra Orgon. Prima che il Tartuffe appaia, viene introdotto a lungo. Gli spettatori

se ne fanno quindi un’idea, molto negativa.

Orgon propone alla figlia, Mariane, di sposare Tartuffe. Lei non vuole: subito fa finta di non capire,

e tra l’altro ama già un altro uomo. La domestica, come spesso accade nelle opere dell’epoca, ha un

ruolo importante: affronta Orgon. Nonostante sia solo una serva, Dorine lo accusa di essere matto

a credere al suo ospite, quando è palese che lo sta raggirando. La domestica ha in pugno Orgon: lui

non riesce a contraddirla, prevale sul padrone, il quale sbotta e cerca di darle uno schiaffone. Dorine

continua il suo ruolo “forte” e consiglia a Mariane il da farsi. Valère e Mariane, amanti, litigano dopo

il malinteso del matrimonio con Tartuffe: lei non riesce ad andare contro il volere del padre e la loro

relazione sembra in crisi, ma Dorine li convince a tener duro.

Solamente nell’atto III compare Tartuffe.

Tartuffe ed Elmire si incontrano: lei vuole chiarire la faccenda del matrimonio tra la figlia e lui.

Tartuffe la lusinga, la corteggia, allunga le mani. Lei lo blocca, dimostrando carattere, e non lo teme.

Vuole risolvere la questione di Mariane, ma Tartuffe le dice che è innamorato di lei, non della figlia.

La dichiarazione è scandalosa, ma Tartuffe si protegge: lui vede in Elmire la perfezione del creato,

vede la bellezza del divino. Non può non amarla, e con un discorso prezioso si dichiara alla donna.

Elmire ne è stupita, apprezza, e capisce l’istinto dell’uomo. Ricatta Tartuffe, dicendogli che non dirà

niente di questa dichiarazione d’amore al marito, purché rinunci a sposare Mariane. Il figlio della

coppia entra, dopo aver sentito, e vuole che il padre scopra del fatto. Il piano astuto di Elmire quindi

è a rischio a causa del figlio impiccione. {Questo figlio, come spesso succedeva, era nato in una famiglia

agiata e non aveva mai avuto a che fare con i veri problemi della vita, non è mai entrato davvero in contatto con

la realtà. Non sa quindi come reagire e lo fa d’istinto e rovina il piano della madre.}

Con Orgon, per quanto riguarda il corteggiamento, Tartuffe rigira la frittata: lo manipola e gli dice

che vuole essere punito. Orgon non gli crede e accusa i familiari. Orgon sbotta e organizza subito il

matrimonio tra il suo beniamino e la figlia.

Poi Elmire riesce a farsi ascoltare dal marito, finalmente. Si sfoga, vuole fargli aprire gli occhi. Lo fa

mettere sotto al tavolo, in una stanza chiusa, e chiama Tartuffe. Questo, nonostante sia sospettoso,

segue il discorso della donna: lei usa toni gentili e preziosi. Tartuffe crede alle sue parole e cede alla

tentazione. Quando Tartuffe si approfitta della donna, Orgon esce dal nascondiglio e lo caccia.

Tuttavia, Tartuffe ha ormai ereditato i beni dell’uomo e può incriminarlo, usando una cassettina di

documenti come prova. Tutto sembra andare male alla famiglia, infatti Tartuffe riesce a far

sgomberare la casa. Ma il re aveva solo finto di voler aiutare Tartuffe a chiarire quella faccenda: il

re, astuto, aveva capito la situazione, la perfidia dell’uomo, e aveva voluto vedere fin dove il

traditore sarebbe giunto, per scovarlo definitivamente. Quindi il lieto fine è inaspettato, e Orgon

può ritornare nella propria casa, con i propri familiari, senza il truffatore.

Nella prima versione Orgon è quindi accusato, da parte di Tartuffe, di frode: non ha scampo, viene

condannato e finisce tragicamente. Nella seconda versione, più lunga, il finale è lieto: c’è

l’intervento dall’alto, quasi miracoloso, che risolve la situazione. Nonostante la denuncia di Tartuffe

ai danni di Orgon, le guardie non lo condannano: annullano la denuncia e spariscono i documenti

che incastravano Orgon. Le donazioni effettuate da Orgon al truffatore sono quindi annullate, e

Tartuffe viene quindi scoperto e accusato.

Dom Juan

Scritto subito dopo Tartuffe, fu messo in scena Dom Juan, ma non venne pubblicato. È la storia

esemplare di un libertino.

Dom Juan ha sposato Elvire, ma l’ha lasciata subito dopo la prima notte. Elvire era in convento, Dom

Juan riuscì a farla uscire e a sposarsela. Dopo la sua fuga, lei lo segue: Dom Juan è ricco e nobile, e

non dovrebbe comportarsi come uno sciupafemmine. Il rango di Dom Juan è troppo alto per come

in realtà si atteggia. Il rango di Elvire invece è più umile, ma è protetta da molti: è una donna di

qualità e sa difendersi.

Dom Juan raccoglie i difetti della specie umana: egli estrae dalle persone che lo circondano il peggio

di loro. Non ha scusanti, è malvagio. Molière mostra l’impossibilità di un matrimonio felice: il

matrimonio a quell’epoca era pura convenienza, non nasceva dall’amore, e Molière quindi critica,

facendo ridere, la società del suo tempo.

Trama

Gusmano è il servo di Elvire; Sganarello è il servo di Dom Juan: Sganarello si sfoga con Gusmano e

spiega cos’è Dom Juan: è uno sfruttatore, perfido, che abbandona le amanti subito dopo la prima

notte. Quando Dom Juan arriva, Gusmano non c’è già più. Dom Juan si giustifica, spiega che dopo

una notte, per lui, le donne perdono fascino. Sganarello lo accusa direttamente e indirettamente,

ma Dom Juan se ne frega del parere del servo.

Arriva Elvire, che cercava il suo amante. Dom Juan la ignora, e vuol farci parlare Sganarello al suo

posto. C’è comicità: Dom Juan vuol far dire da Sganarello il motivo per il quale è partito. Dom Juan

poi interviene per parlare con la donna: le dice, con ipocrisia, che è scappato perché lei è una suora.

È qui che Dom Juan mostra la sua prima vigliaccheria: sfrutta Sganarello e mette in luce i difetti e le

colpe altrui, specialmente in Elvire: le rinfaccia che ha rotto il vincolo sacro con Dio. La sollecita

quindi al pentimento, ma lei non gli dà scampo: non si arrende, vuole continuare il loro matrimonio

anche se lui è infedele e lei ha lasciato il convento.

Dom Juan vuole rapire con la forza una ragazza durante una gita in barca, ma una burrasca ferma lo

sciupafemmine e il servo. Li salvano due contadini, una coppia

Dom Juan si promette a due contadine, che, attirate dal suo rango, si vogliono concedere entrambe

a lui. Entrambe sono determinate a sposarlo, e litigano per lui.

Dom Juan viene avvisato che delle guardie armate lo stanno cercando

La fuga, il travestimento

Per fuggire dalle guardie, Sganarello si veste da medico e Dom Juan da viaggiatore. Sganarello si

vanta di aver consigliato delle cure a dei poveri malati che lo imploravano: qui Molière vuole criticare

il sapere dei dottori, che non erano competenti per nulla. Sganarello si interroga sul senso della vita,

sembra credere a un Dio per forza, perché non c’è qualcosa che governa il mondo, che lo fa andare

avanti. Dom Juan invece sembra sfidare il cielo, Dio, ed è menefreghista. Il libertino di Molière è

scientifico: risponde superficialmente alla predica di Sganarello, sulla religione, la critica.

Il povero

Incontrando un povero, Dom Juan si mette in mostra. Gli chiedono delle informazioni sulla strada

da prendere, e il barbone li aiuta. Afferma che sono 10 anni che prega, e non ha ottenuto nulla, e

chiede delle monete a Dom Juan. Lui lo burla, dicendogli che se non ha ottenuto nulla in tutti questi

anni di preghiera, forse deve cambiare metodo e atteggiamento. Lo sfida, infimamente: gli dice che,

se bestemmia il proprio Dio, gli darà una moneta d’oro. Il povero rifiuta, preferirebbe morire, ma

Dom Juan glielo conferisce comunque. Questo Dom Juan è cambiato rispetto a quello del primo

atto: Molière attira il pubblico, rende il personaggio unico e libertino, ma imprevedibile. Dom Juan

è una presa in giro della società. A un certo punto, ribalta la situazione: fa agire in maniera diversa

da come ci si aspetta il personaggio. Lo rende intrigante, interessante, gli aggiunge qualità nascoste.

Dom Juan fa un passo indietro, gli da la moneta anche se non ha bestemmiato.

L’aiuto

Dom Juan corre in aiuto di un uomo, per rendere il proprio onore integro, mentre questo è assalito

da dei ladri. Don Carlos, l’uomo in pericolo, è grato a Dom Juan, ma è uno dei fratelli di Elvira che

sta cercando proprio Dom Juan per ucciderlo. Tuttavia, Don Carlos non lo riconosce.

Entrambi si incontrano a causa dell’onore: Dom Juan, per onore, aiuta l’uomo; Don Carlos, per

onore, vendica la sorella. Quando Dom Juan scopre che l’uomo sta cercando proprio lui, si finge

amico di sé stesso per ingannarlo. Giustifica quindi Dom Juan, cioè sé stesso, parlandone in terza

persona. Quindi si spaccia per qualcun altro, e afferma che lotterà al fianco di Dom Juan, che

accetterebbe senza dubbio il duello.

Incontro coi fratelli

Incontrano subito gli altri fratelli, i quali riconoscono immediatamente Dom Juan. Don Carlos gli

deve la vita, e anche se si sente ingannato deve riconoscere l’onore del libertino. I fratelli vorrebbero

duellare e ucciderlo, ma Don Carlos li convince a temporeggiare e dare del tempo a Dom Juan, e

tardare la vendetta.

Dom Juan ottiene del tempo, e si rincontra con il servo. Ce l’ha con lui perché, da buon vigliacco, è

fuggito alla vista dei ladri. Dom Juan gli spiega quel che è successo, che ha incontrato i fratelli di

Elvira e che ha la possibilità di evitare per un po’ il confronto con loro. Dom Juan, anche se sembra

vicino alla morte, non si pente di quello che ha fatto alla donna e ribadisce le sue idee sulle donne.

L’invito

Sullo sfondo appare la tomba di un commendatore, ucciso da Dom Juan prima della vicenda. C’è un

atteggiamento di sfida nei confronti del morto: Dom Juan lo critica, affermando che in vita era una

persona misera e semplice, e che per la morte ha scelto una tomba sfarzosa e una statua maestosa.

Dom Juan vuole comunicare con il morto, per farsene beffa. Fa parlare però Sganarello con la statua

del commendatore: il gesto è ancora più vigliacco. Dom Juan vuole far sapere al commendatore

perché ha lasciato la figlia (atto di vigliaccheria) e vuole invitarlo a cena da lui (atto di superbia).

Sganarello procede con le frasi, e la statua sembra rispondergli con un cenno della testa. Dal comico,

si giunge al tragico e all’orrore: Dom Juan non crede al servo e deve quindi chiedere di persona per

vedere se Sganarello ha ragione o lo sta prendendo in giro. Dom Juan non crede nella vita eterna e

non può essere vero che la statua si sia mossa e abbia risposto. Inizia quindi a sbeffeggiare la statua,

sfida la morte, Dio, l’aldilà. Il cielo però risponde a Dom Juan, che ottiene quindi quello che ha

cercato: è sconvolto quindi nel vedere la statua rispondergli, annuendo, all’invito a cena.

Monsieur Dimanche e Don Louis: il culmine del comportamento di Dom Juan

Dom Juan è turbato, minaccia fisicamente Sganarello. Una volta a casa, Monsieur Dimanche fa visita

al libertino. È un suo creditore, Dom Juan gli deve dei soldi. Per evitarlo, lo adula, lo riempie di

complimenti e non lo lascia parlare. Monsieur Dimanche non riesce quindi a dire a Dom Juan che è

lì perché rivuole i suoi soldi, ma Dom Juan lo sa. Fa il viscido, giunge alla farsa, lo interrompe e

Dimanche è obbligato ad andare via senza riuscire neanche a comunicare con il libertino.

Dom Juan cambia quindi ancora una volta nel comportamento: è ancora più ipocrita e falso, ma con

il padre, Don Louis, raggiunge il livello morale più basso. La visita del padre lo fa indemoniare: il

padre è disperato per il figlio, non sa che pesci prendere. Dom Juan gli si approccia come ha fatto

con Monsieur Dimanche, ma in modo ancora più dispregiativo. Don Louis si accorge che il figlio non

lo considera come dovrebbe, lo ignora, non porta rispetto: Dom Juan, agitato e turbato, sbotta e

augura la morte al padre. Questo è il culmine: tutto si sta rivoltando contro Dom Juan.

- Elvire lo cerca.

- I suoi fratelli vogliono ucciderlo.

- La statua gli ha risposto.

- I creditori lo cercano.

- Il padre cerca di farlo cambiare.

Nella parte finale quindi è perfido, e il pubblico assiste allo schiaffo morale di Dom Juan al padre.

La molteplicità del caratteraccio di Dom Juan ha conseguenze: tutto gli si rivolta contro.

- È ipocrita quando rovescia la colpa su Elvira: fa leva sul rimorso di aver rotto i voti, quando

invece la colpa è del suo comportamento da conquistatore e “sposatore”.

- È blasfemo quando chiede a un barbone devoto di bestemmiare per denaro, ma stupisce

quando gli da la moneta nonostante non abbia insultato Dio.

- È falso e presuntuoso quando con Don Carlos si finge amico di Dom Juan per sfuggirgli, e

promette di combattere al fianco di Dom Juan. In questa situazione, parla di se stesso, in

terza persona, quasi adulandosi.

- È indecente, immorale, irrispettoso quando sfregia il commendatore.

- È furbo e infame quando scaccia il creditore.

- È irrispettoso nei confronti del padre, Don Louis: lo tratta come una persona qualunque e gli

augura di morire.

Dom Juan è uno “sposatore”, è un uomo libero, che vive in una società malvagia perché impone alle

donne di sposarsi prima di concedersi. Quindi incolpa la società, e non sé stesso, per i suoi

comportamenti. Si sente in qualche modo giustificato perché vive la vita, ma è in realtà

ingiustificabile, malvagio, ipocrita, perfido, egoista.

In due casi fa parlare Sganarello al suo posto:

- Con Elvira, quando lei chiede spiegazioni: in questo caso lo fa per temporeggiare, per

pensare a una soluzione, a cosa da dire dopo.

- Con la statua: qui è vigliacco perché potrebbe farlo lui, ma in realtà teme quello che potrebbe

succedere.

Rivede Elvira per la seconda volta: quando però va via, Dom Juan riprova attrazione per lei. È la

prima volta che una donna gli volta le spalle, e ne è intrigato. Gli torna l’interesse, perché lei si è

rassegnata e se ne frega.

Il convitato di pietra

A cena arriva davvero la statua: Dom Juan la tratta con freddezza, anche se vede che è davvero una

statua. Dom Juan sfrutta il servo per fare spettacolo, per intrattenere. La statua invita Dom Juan a

cena da lui, e accetta. Porta con sé però anche il servo. Dom Juan sembra coraggioso ma in realtà

non lo è, ha paura e preferisce la compagnia di Sganarello.

Ancora una volta si giustifica: dice che è cambiato, che è stato toccato da Dio. Con ipocrisia, con un

discorso sull’ipocrisia stessa e sull’intervento divino, giura di essere cambiato ed evita il duello coi

fratelli. Afferma ancora una volta di sentirsi in colpa per i voti di Elvira. Quindi Dom Juan non si

pente, gira ancora le situazioni a suo favore per giustificarsi, incolpa gli altri e non sé stesso.

Quando Dom Juan tocca la mano del commendatore, scopre l’inferno, al quale non credeva. Lascia

il mondo terreno, beffandosi del pentimenti, e lascia da solo Sganarello, il quale conclude la pièce.

Tutti sono contenti di come finisce la storia, tranne lui: ha perso il padrone e un amico, ma

soprattutto colui che lo pagava.

Le malade immaginaire

I medici sono ignoranti, e Molière li mette alla prova. Già criticava, con Dom Juan, i medici: quando

Sganarello si traveste da medico, non si limita ad apparire come tale, ma provvede anche a dare

consigli “curativi” ai poveri disperati che lo incontravano. La medicina dell’epoca infatti non era

progredita e i rimedi più comuni e consigliati erano salassi.

Trama

Il protagonista è un vedovo risposato. La sua donna non vede l’ora che quest’ultimo muoia, così da

avere per sé l’eredità. Lui puzza e lei lo schifa: i medici per curarlo gli prescrivevano solamente salassi

ed emetici.

Il malato immaginario, in realtà, è solo ipocondriaco e quelle cure non gli servono. Gli suggeriscono

di far sposare la figlia con un medico, e il futuro sposo però non è adatto.

La domestica è importante: si veste da medico e suggerisce al malato immaginario di tagliarsi un

braccio o una gamba.

Il fratello aiuta il malato a capire se la moglie lo ama davvero o no, attraverso uno stratagemma:

deve fingersi morto, con la complicità della domestica, per scoprire la reazione della moglie. Quando

quest’ultima lo trova morto, ha una reazione positiva e si capisce la sua felicità nell’immaginarsi

erede dei soldi e degli averi del marito.

Il marito quindi allontana la moglie, torna in sé e si rigenera. Resta con la famiglia, che si rivela

affettuosa.

La quarta rappresentazione del malato immaginario non finì, perché Molière, malato realmente,

che interpretava il malato immaginario, morì recitando.

Questo accade mentre Racine sta scalando il successo.

Racine

Racine, nato nel 1639, usava per il suo teatro un luogo tripartito, creando le sue opere teatrali con

lo schema aristotelico. C’erano quindi un’ambiente esterno, che rappresentava la fuga e la morte;

un’anticamera; la camera, che era il luogo del potere, e non si sapeva se ci fosse o meno tale potere.

Per lui era più semplice seguire gli schemi forniti dall’Académie: erano ormai assimilati.

Di Racine, ricordiamo Andromaque, Bérénice (scritto anche da Corneille, forse per una sfida del re)

e Phèdre.

In Berenice, Corneille fu attento alla storia, basando la pièce sulla rivalità. Invece Racine capisce che

non conta la storia lunga, ma le passioni. Le analizza e Racine si interessa alla ragione di stato.

Tito e Berenice si amano, ma non possono manifestare il loro amore. C’è un riferimento alla

monarchia, il re si doveva immedesimare in Tito.

Racine non usa didascalie per descrivere l’ambiente: usava solo azioni come “si siede”. Racine non

si curava degli spazi, si occupava più dell’interiorità dei suoi personaggi. Non amava la recitazione

del tempo: inventò un sistema di toni che rappresentavano gli stati d’animo. Fu l’unico a farlo, e

quando morì gli attori furono contenti di non dover più seguire lo schema di Racine.

Racine fu considerato anche un grande poeta, poiché il teatro allora era in versi.

Entrò nelle grazie del re, si avvicinò a Molière, divenne storiografo del re e divenne membro

dell’Académie Française.

Phèdre fu scritto quando era già celebre e già all’interno della corte reale. Riprende un mito greco,

e inserisce Theramène, confidente, e Aricie, che giustifica l’onore.

Confronto tra Racine e Corneille

Corneille diventa famoso dopo li 1637 con Le Cid. Racine non era ancora nato: scrisse poi in un’epoca

totalmente diversa da quella di Corneille. È un’epoca più facile, nella quale le tre unità del teatro

sono ormai assimilate e facili da comprendere ed elaborare. Corneille invece dovette affrontarle

appena instaurate.


ACQUISTATO

14 volte

PAGINE

24

PESO

266.03 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Questo documento è il frutto della rielaborazione personale degli appunti presi durante il semestre a lezione. Sono state aggiunte note prese dal libro consigliato dalla professoressa, ovvero il Lagarde-Michard.

Ci sono quindi:
- appunti presi a lezione
- riassunti delle opere viste a lezione
- dettagli presi dal libro
- un po' di storia: la successione dei vari re, dal 1600 al 1700 e l'evoluzione del teatro, la censura

Gli autori analizzati nel dettaglio sono:
Honoré d’Urfé
Malherbe
Théophile de Viau
Sorel
Scarron
Corneille
Molière
Racine
Madame de La Fayette
Montesquieu
Marivaux


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e culture moderne
SSD:
Docente: Merello Ida
Università: Genova - Unige
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher steeeegtfo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura francese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Merello Ida.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Corso di laurea in lingue e culture moderne

Appunti di Modulo Teorico Inglese III MT
Appunto
Appunti completi di letteratura inglese II con prof Colombino, II semestre
Appunto
Appunti completi per esame di Linguistica italiana prof Manfredini Unige 2016 2017
Appunto
Appunti completi di Letteratura inglese II con la professoressa Villa Unige, LCM
Appunto