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(UNA DOMANDA NELL’ESAME!)
Il pensiero di Aristotele è l’esempio per eccellenza di etica descrittiva o approccio descrittivo
all’etica.
A cosa mira l’agire?
Aristotele comincia con l’enumerazione di un certo numero di situazioni, ci sono tante tipologie di
agire, però questo agire si può riportare ad un’unità.
L’agire mira sempre alla realizzazione di un fine, di uno scopo (a meno di essere persone pazze o
che si comportano come tali). C’è sempre un perché nel nostro agire.
Il fine dell’agire è sempre rappresentato dal bene, ma in senso lato: per bene si intende qualcosa che
noi riteniamo desiderabile e buono. Chiaramente però questo fine è, sì naturale, ma la naturalità di
questo fine non toglie che esso si declini in certi modi ognuno di noi ha un fine diverso.
Ciò implica una situazione di relativismo, che porta ad un conflitto tra fini e azioni: il fine che
ciascuno cerca di raggiungere può entrare in conflitto con altri desideri e inclinazioni sia all’interno
che all’esterno del soggetto. (Es: il conflitto tra vivere spensierato con gli amici e laurearsi presto:
non si può far festa ogni giorno e poi pretendere di laurearsi in corso).
Di qui la necessità di creare una sorta di classificazione dei beni, una specie di gerarchia dei beni:
I. I beni subordinati ad altri beni (non tutto rappresenta il fine ultimo, ci sono cose (i cosiddetti
beni strumentali) desiderate per ottenere qualcos’altro).
II. Il bene in sé e per sé, che non è scelto in vista di altro. Deve esserci un fine ultimo in ogni
azione che è, appunto, il bene in sé e per sé; senza di esso tale azione non avrebbe senso
secondo Aristotele.
Ma quindi questo bene supremo quale sarà? La felicità, ecco perché l’etica di Aristotele è un’etica
eudemonistica, perché il soggetto come fine ultimo ha la felicità.
Però ognuno ha la sua concezione di felicità, il relativismo è quindi sempre in agguato.
Ognuno è felice quando realizza la propria natura: dal piano pratico (felicità, quello che dobbiamo
fare per essere felici) al piano ontologico. Ma ognuno è quello che è.
Se trovassimo qualcosa che caratterizza l’uomo in quanto tale, troveremmo anche una felicità che
accomuna tutti, un fine ultimo universale che implica l’uscita dal relativismo.
Occorre guardare all’essenza dell’uomo in quanto tale, ossia ciò che lo caratterizza a prescindere
dalle particolarità e lo distingue dagli altri esseri viventi.
Qual è allora la natura umana? Platonicamente parlando, è possedere il logos, cioè essere dotati di
ragione.
Non è l’aspetto pulsionale/emotivo a caratterizzare l’uomo in quanto tale (es: se do un calcio al mio
cane quello dopo un po’ si gira e mi morde), ma è l’aspetto razionale solo l’uomo ha la ragione.
La vita, seguendo la ragione, è virtuosa e anche felice e le azioni che portano a questo fine sono
etiche. Chi agisce bene non raggiunge la felicità, è già felice.
La ragione è fatta di costante scelte del giusto mezzo per raggiungere la felicità, perché la virtù sta
nel mezzo tra un eccesso e l’altro.
La vita è dunque fatta di scelte ponderate e razionali per raggiungere la felicità e questo deve farsi
abitudine (habitus).
Questo equilibrio tra diverse istanze che compongono l’essere umano deve essere raggiunto non
solo con la vita buona di ogni singolo uomo, ma anche e soprattutto nella vita della società e della
polis (Platone). Perciò non solo nel campo dell’etica, ma anche della politica.
L’etica è una costola della politica, perché porta le condizioni di possibilità che si dispiegano nella
politica (che è l’arte di vivere tutti insieme nella polis).
La politica è più generale, riguarda il comportamento di tutti; mentre l’etica riguarda il
comportamento del singolo in relazione ai tutti.
La comunicazione a cosa serve in tutto ciò?
L’esperto in scienze della comunicazione è come un uovo in una ricetta: amalgama tutte le varie
dimensioni su cui si basa la vita dell’uomo (etica, politica, economia…).
Una cattiva comunicazione rende questi fattori scoordinati e in contrasto tra di loro, perciò la buona
comunicazione è fondamentale.
Che cosa devo fare?
Inizia un approccio prescrittivo all’etica.
I presupposti utilizzati precedentemente per lo studio dell’etica sono quelli del discorso aristotelico
(approccio descrittivo):
I. L’uomo è per natura un animale sociale, cioè ha l’esigenza di vivere col prossimo ma
questo non è per niente detto.
II. L’uomo è un animale razionale con l’arrivo delle filosofie del ‘900 o delle filosofie del
profondo questa tesi viene confutata. Forse non è la razionalità a caratterizzare l’uomo, ma
le pulsioni.
III. Possiamo definire la natura umana come eterna ed immutabile non è detto, le scienze
hanno dimostrato che l’uomo è dinamico.
Basta cambiare qualcosa da questi 3 presupposti, si hanno mentalità totalmente opposte. (Es: se
togliamo la socialità, abbiamo le etiche di Hobbes e Guicciardini l’uomo persegue il suo
egoismo).
Se arrivo a capire che la natura è immutabile… non c’è discrasia tra spiegazione dell’agire e
comprensione del senso dell’agire, tutto è racchiuso in quella natura che devo comprendere e
realizzare.
Nell’etica di Aristotele (etica greca) non c’è discrasia tra essere e azione conforme a ciò che
sono, da una parte e, dall’altra, ciò che devo essere e ciò che devo fare.
Si parla dunque di approccio descrittivo: non faccio altro che descrivere ciò che è e sarà sempre,
seguendo la mia natura umana immutabile.
E se non fosse così?
Il discorso di Aristotele ha dei limiti precisi, ad esempio: se l’uomo avesse più nature e non solo
una? Cioè, se l’uomo fosse stato e dopo un determinato comportamento non potesse più essere
quell’uomo, ma dovesse per forza essere qualcosa d’altro?
Si sente perciò il bisogno di un passaggio a un’etica prescrittiva, cioè che prescrive delle azioni e
delle norme che sono di tipo controfattuale, in quanto cercano di superare la natura umana.
La prospettiva classica non tiene conto del problema del male e presuppone la bontà della natura
umana. Invece, con l’approccio prescrittivo si inizia a parlare di uomo che è corrotto dal seme del
peccato originale (si richiama l’immagine classica dell’uomo piegato, schiavo della materialità).
Si passa perciò da un presupposto ontologico a uno teologico: non è la natura dell’uomo che
condiziona quello che devo fare, ma è il comandamento di Dio che devo seguire lo spazio
dell’etica, con le sue coordinate, è fissato da Dio.
Non può che essere tale, perché l’uomo lasciato da solo non è capace di fare del bene.
Esempio di Pascal, che dà una chiara descrizione di questa antropologia e di quella che è l’etica che
ne deriva: l’amor proprio (citazione da i Pensieri di Pascal).
Per Pascal il peccato originale che si manifesta nell’egoismo è così radicato nel soggetto, che
occorre evitare di dire io per salvarsi dall’egoismo.
Condizione dell’uomo: incostanza, noia e inquietudine. È quindi chiaro che questa irrequietezza si
traduce in una ricerca di beni finiti, un’etica.
Un approccio descrittivo applicato a questa etica è l’origine di un’etica dell’incostanza, della ricerca
di sempre nuovi oggetti di piaceri vani.
Il problema dell’etica aristotelica era il concepire la natura come statica, qui invece c’è una
trasformazione controfattuale, perché l’uomo è dinamico e dotato di libertà e quindi di
responsabilità (capacità di rispondere delle proprie azioni).
Il Rinascimento è poi erede di questa visione, anche se resta che questa è un’etica con base
teologica.
Immanuel Kant
Perciò, con l’approccio prescrittivo si mette in dubbio la bontà dell’uomo in quanto tale e si passa a
un’etica basata su prescrizioni (come leggi o comandamenti). Imponendo all’uomo queste norme
controfattuali, egli verrà giudicato come “buono” se agirà seguendole.
Kant avrà a polemizzare contro questo tipo di morale, giudicandola eteronoma: non abbiamo
stabilito noi i criteri di vita buona, li ha scelti Dio o l’intermediario che parla per lui.
Questa eteronomia conduce ad esiti paradossali:
I. Quando diciamo che agiamo bene conformandoci alla volontà di Dio noi diamo per scontato
che questa volontà sia eticamente buona.
II. Diamo per scontato che davvero Dio abbia deciso cosa dobbiamo fare: allora perché i testi
sacri possono essere interpretati in così tanti modi diversi?
Es: Dio dice di amare il prossimo tuo come te stesso, ma dall’altra parte dice anche di
sacrificargli il tuo nemico. Quindi qual è la volontà di Dio?
Nella storia ci sono state talmente tante etiche contrastanti che ora bisogna adottare un punto di
vista diverso, quello dell’autonomia, dell’universalità e quindi giungere a una morale che sia
trascendentale, che valga per tutti (universale) e in sé e per sé.
Già nella Critica della Ragion Pura si anticipa il discorso della morale, ma è nella Critica della
Ragion Pratica che il discorso morale consente a Kant di riacquistare dei concetti del soggetto che
erano andati perduti nell’opera precedente.
Nella Critica della Ragion Pratica Kant specifica come non ci si concentra sulle azioni in quanto
realizzatrici di propositi, ma sulle intenzioni (che cosa volevo prima di agire?). Può essere che pur
avendo buone intenzioni alla fine si agisca male, ecco perché alla morale importa solamente la mia
intenzione.
Si distingue dunque il cosa voglio dal cosa faccio.
La morale kantiana non ha di mira la ricerca della felicità umana, non perché non ci interessi
proprio, ma perché non deve essere tra i moventi della nostra scelta. La felicità ci sarà alla fine
dell’agire, ma non è lo scopo dell’agire stesso.
Si punta piuttosto alla definizione di una legge pratica che sia oggettiva, invariabile, a priori e
universale. Quindi cosa dice questa legge? Opererà media