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Perché un'etica della comunicazione?

Si sente bisogno di una cosa nella misura in cui manca si sente la mancanza di un’etica di regole del comportamento, in questo caso della buona comunicazione in un contesto che è dell’iper-comunicazione (tipica del 21° secolo). Noi comunichiamo sempre, anche quando non comunichiamo. Si comunica anche senza esprimersi verbalmente, ma al giorno d’oggi comunichiamo sempre perché siamo sempre connessi. Siamo bombardati di messaggi: da quello che leggiamo sulle porte dell’autobus a quelli che sentiamo in radio e così via...

Il problema è che è un sistema fragile. Paradosso: in un sistema di iper-comunicazione si parla di iper-solitudine. I sondaggi sui disagi adolescenziali dimostrano che, pur comunicando sempre e tantissimo, il soggetto è in una condizione di solitudine esistenziale. Connessi, ma isolati.

Necessità di un’etica applicata, perché la cosa si traduce in una sorta di far-west della comunicazione, dove siamo sempre comunicanti e dove ci spostiamo tra piani e contesti diversi della comunicazione. Noi applichiamo inconsciamente delle regole e spesso, altrettanto inconsciamente le confondiamo. (Es: sui social si tende ad essere più brutali rispetto a quando si parla faccia a faccia con qualcuno).

In un contesto di iper-comunicazione la confusione è all’ordine del giorno: i comunicati politici iniziano a diventare delle pubblicità o simili a dei post su Facebook. Ecco perché si sente il bisogno di un’etica applicata, necessità di regole nel contesto della comunicazione, che non è mai stato ben definito per un essere che è per natura comunicativo quale l’uomo.

Al giorno d’oggi è necessaria sempre di più un’etica che si declini e si applichi a questo macro-fenomeno che è la comunicazione, nelle sue varie forme:

  • Deontologia professionale
  • Etica della comunicazione
  • Etica nella comunicazione: questo è il culmine della comunicazione che Fabris propone nel suo testo.

Capitolo primo: etica della comunicazione

Bisogna procedere in modo analitico: concentriamoci quindi per prima cosa sul termine “etica” e distinguiamolo invece da “filosofia”. Per distinguere i termini ci aiuta Pirandello, che in Sei personaggi in cerca d’autore compie una riflessione (tramite il personaggio del Padre) per capire i problemi della filosofia della comunicazione, che è nello specifico una riflessione sulla comunicazione, che ne illustra i presupposti ma non i problemi di carattere etico.

“Ma se è tutto qui il male! Nelle parole! Abbiamo tutti dentro un mondo di cose, ciascuno un suo mondo di cose. E come possiamo intenderci, signore, se nelle cose che io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me, mentre chi ascolta, inevitabilmente, le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo di intenderci, ma in realtà non ci intendiamo mai.”

Questo passo solleva delle domande riguardanti i presupposti di una possibilità di comunicazione. Siamo un mondo chiuso che si relaziona con altri mondi chiusi (es: io non so cosa pensi tu e tu non sai cosa penso io), la comunicazione è un vero e proprio ponte.

Chi sono i protagonisti della comunicazione?

Sono soggetti che parlano ad altri soggetti della realtà (tutto ciò che è in quanto è e tutto ciò che non è in quanto non è, come dicevano i Sofisti). Il rapporto con questa realtà, con il mondo, è oggetto di grande riflessione del ‘900: il linguaggio non è più solo subordinato a-, ma è esso stesso creatore di mondo. Nel linguaggio il soggetto fa il mondo, restituisce un’immagine di ciò che sperimenta. L’essere umano può essere considerato una sorta di filtro: vive delle esperienze e le restituisce rielaborandole tramite il suo punto di vista.

Esempio di rielaborazione: articolo dell’Arena di Verona, del 25/09/2018. “Costringe il figlio “pirata” a denunciarsi”: Il termine “costringe” non evoca di certo l’immagine di qualcuno che si costituisce. Ma leggendo il sottotitolo… “Il padre lo convince a confessare dai carabinieri”. Nel salto tra un termine e l’altro si hanno due immagini della situazione molto diverse fra loro, sarebbe sbagliato pensare che le due proposizioni esprimano la stessa realtà.

Il clickbaiting non è un fenomeno tipico solo su Internet, ne fanno uso anche i giornali che hanno bisogno di vendere copie fisiche. Leggendo un altro articolo riguardante la stessa vicenda poi… “Il pirata si autodenuncia”. Si sottolinea l’aspetto “positivo” della cosa, dopo la persuasione morale è scattato anche l’atto morale di autodenuncia. Un’ennesima forma di realtà molto diversa. Questo è l’orizzonte problematico posto nel Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein, per cui pensiero e linguaggio sono inscindibili.

Non posso pensare di correggere il pensiero che rappresenta il mondo, perché io dal pensiero ed all’espressione del pensiero non posso uscire, al massimo posso esprimere meglio quello che penso... ma non esternarsi da quel pensiero in cui siamo e che è essenziale nel nostro rapporto col mondo. “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”: tutto ciò che può esser detto, può esser detto chiaramente e di tutto ciò di cui non si può parlare si deve tacere, proprio perché non c’è altro modo di accedere al mondo se non pensiero → linguaggio.

Roland Barthes (strutturalista francese) in Frammenti di un discorso amoroso, sottolinea l’importanza del linguaggio nel rapporto inter-personale nella relazione amorosa. Le parole sono la nostra pelle, io sfrego il mio linguaggio addosso all’altro (citando Barthes), la prima seduzione avviene attraverso le parole. Il sentimento, inevitabilmente espresso dalle parole, non coincide mai con le parole.

Che cosa comunichiamo con gli altri? Su cosa ci intendiamo con gli altri? Non basta solo la questione della comunicazione, ma anche l’intesa. C’è un concetto di comunicazione basato sull’intesa che non è solo un capire e comprendersi, ma consiste nell’abbracciare le tesi dell’altro, viverle.

Occorre inoltre considerare l’estrema ricchezza delle nostre esperienze, che rende il nostro punto di vista sul mondo unico. (Es: noi non vediamo il giallo o il verde, ma vediamo quel giallo o quel verde lì a seconda di quello che ci evoca inconsciamente). Noi ci intendiamo su aspetti forse marginali della realtà, aspetti generici, il che ci rende molto in-comunicanti e molto soli. Ed è qui che si colloca l’importanza del processo astrattivo, inteso come generalizzazione, che ci permette di comunicare e capirci.

Noi ci intendiamo su aspetti che hanno un’analogia in linea di massima. Questo è un problema risalente al ‘600 (Locke), quando si definiva l’uomo essere sociale e la socialità c’è perché c’è linguaggio, ma il linguaggio sono suoni articolati che esprimono idee, ma se le mie idee non si fanno capire dall’altro il linguaggio perde di senso e quindi sarebbe un’operazione vana di Dio. È a questo che serve la generalizzazione: si lascia da parte la specificità delle nostre esperienze per riuscire a comprenderci l’un l’altro.

Problema: dove sta la parte più importante della realtà di cui vogliamo parlare? Nella parte generale o in quella che viene messa da parte per farci capire? Soprattutto quando il discorso riguarda i sentimenti o i valori: professare a parole l’amore per qualcuno, rischia di ammazzare quel sentimento. Tutto questo quadro problematico si eleva a potenza nella sua problematicità non appena si considera che la comunicazione è essenziale all’uomo o, quantomeno, gli è inevitabile.

Qua si fa riferimento al crudele esperimento raccontato da Salimbene da Parma e operato da Federico II: il cosiddetto re filosofo voleva individuare il linguaggio originario nel contesto della filosofia della comunicazione e quali migliori cavie potevano essere portatrici del “linguaggio di Adamo” se non i bambini? Il re fece prendere alcuni bambini appena nati, li strappò alle madri e li diede a delle nutrici che dovevano allevarli in totale silenzio. Le cronache raccontano di questi bambini che prima intristivano e poi morivano. Questo esperimento avrebbe dovuto far emergere il linguaggio innato e originario, sepolto nell’uomo, ma quello che emerse fu invece l’originaria necessità del linguaggio e della comunicazione per la vita dell’uomo.

La comunicazione è solo uno scambio di informazioni mediante il linguaggio o possiede valenza ontologica? Che è come dire: cos’è questa società di cui si parla? È solo un concetto generico ottenuto per astrazione? L’umanità, la totalità dei singoli uomini senza caratteristiche? O è qualcosa di più sostanziale e profondo? I versi del sermone metafisico di John Donne, la Meditazione 17, riguardano quest’ultimo quesito (cioè se c’è un legame più profondo tra i soggetti):

“Nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te”.

La campana da morto: non chiedere mai chi è morto quando suona la campana, suona per te, perché quando muore qualcuno muore inevitabilmente una parte di te, perché non sei solo individuo… forse l’umanità è qualcosa di più sostanzioso che vive in noi e forse una buona comunicazione ci consente di dare questa pregnanza di senso. Filosofia della comunicazione ed etica della comunicazione sono distinte, ma non separate → nessuna questione che è legata al reale è isolata.

Definire il concetto di persona, come fa Donne, e la centralità ontologica (o metafisica) del concetto di persona, mi dice qualcosa su come devo comportarmi. Definendo come devo o come dovrei comportarmi, definisco anche come devo comunicare. Rispolveriamo il concetto di estetica della comunicazione dagli antichi greci: un comunicatore bello che comunica male, è un comunicatore bruttissimo.

L’etica è una scienza?

Si dovrebbe adottare come concetto di scienza quello di indagine critica attorno agli elementi primi di ciò che si dà, da cui ricostruire la realtà in maniera coerente e non contraddittoria. L’etica, quindi, può essere considerata scienza. Essendo scienza… cosa studia l’etica? È da scartare come oggetto dell’etica il singolo atto. (Es: “Carlo usa il bastone.” È bene? È male? Non ci dice nulla. “Carlo usa il bastone per difendersi.” Da cosa? “Carlo usa il bastone per difendersi dal fatto di essere stato offeso.” Quindi sta ricambiando l’offesa subita, già possiamo iniziare a dire qualcosa.)

Per capire un singolo atto ci si inserisce in un flusso inerente ad esso, delle ragioni, del passato, del comportamento abituale del soggetto; questo perché il valore di un’azione si coglie solo nel quadro generale di un arco di azioni. Siamo quindi in un flusso che si chiama prassi. L’etica si occupa della prassi, non dell’atto singolo. La virtù è un’abitudine a scegliere in un certo modo, non è solo l’azione che interessa all’etica, ma anche la volontà. Il problema della volontà qui ha un suo peso. Un’altra cosa da distinguere subito è la differenza tra agire e fare.

L’oggetto dell’etica è la prassi, che è il flusso dell’agire, del fare. Occorre sganciarsi dal concetto di azione come produzione: noi siamo nella società del fare, dell’oggettivare le intenzioni, del produrre… ma si dimentica che il problema dell’etica è un problema interiore, cioè la scelta che ha motivato il fare. Qui è importante recuperare la tripartizione delle scienze, proposta da Aristotele nella Metafisica, per capire che porzione l’etica si ritaglia nell’Enciclopedia delle scienze:

  • Scienze teoretiche o contemplative: il loro scopo è solo quello di far vedere la natura delle cose, che è qualcosa che resta per sempre e che non cambia (matematica, fisica, teologia, metafisica).
  • Scienze che riguardano quello che può avvenire in un modo, ma anche in un altro, cioè dove l’intervento dell’uomo (la prassi) può far la differenza:
    • Scienze pratiche: l’arte dello scegliere, del valutare, del soppesare (etica e politica).
    • Conoscenze poietiche: scienze del fare, che prima o poi creeranno un ente con la loro attività, ma che sarà indipendente da tale attività. (Es: se sono uno scrittore, genererò un libro che poi sarà a sé stante).

Non tutte le nostre azioni sono un fare, ma è bene che alcune siano delle azioni nel senso di scienze pratiche. Distinzione tra agire morale e agire poietico: Agire moralmente significa agire avendo il proprio fine in sé (agisco moralmente col fine di fare una buona azione). Agendo in modo poietico si ha il proprio fine fuori di sé (produco un oggetto in modo razionale).

La distinzione delle dimensioni teoretica (il vero conosciuto), pratica (il bene desiderato) e poietica (ciò che faccio realmente, che produco) c’è in certi filosofi e in alcuni manca (es: Platone). In Platone si parla di intellettualismo etico: il filosofo sa qual è il bene e chi sa qual è il bene non agirà mai male. Questo discorso poteva essere concepito solo da un filosofo molto idealista, ma l’intellettualismo etico ha i suoi problemi: la libertà d’arbitrio che fine fa? Qui giungono in nostro aiuto le parole di Agostino: posso conoscere il bene e non volerlo, non si può insegnare ad essere virtuosi.

La differenza tra agire morale e agire poietico emerge dal fatto che la poietica è passibile della domanda etica, infatti l’eccellenza nell’esecuzione non coincide con la bontà dell’azione. Fare bene è diverso da agire bene!! Fare bene significa anche operare una contemplazione sulle conseguenze del proprio agire, e non solo l’eccellenza dell’esecuzione. (Es: posso essere un artigiano bravissimo, ma magari sto costruendo uno strumento di morte).

Ambiguità e oscillazioni lessico-concettuali nella definizione di “etica”. Aristotele diceva che l’essere si può dire in molti modi. Però questi molti modi devono essere in qualche modo riportati ad un’univocità altrimenti perderebbe di senso il parlare dell’essere. Anche l’etica si può dire in molti modi nel linguaggio quotidiano:

  • “Ehi, non puoi chiedermi di fare queste cose! Ho un’etica!”
  • “Oggi studiamo etica, non estetica!”
  • “Il discorso è logico… ma non è eticamente corretto”
  • “Vendere prodotti senza garanzia? Mi spiace… non rientra nella nostra etica aziendale”

In questi 4 esempi si osservano 4 sfumature diverse del termine etica. Nel linguaggio comune etica significa anche l’insieme dei criteri del nostro comportamento, i princìpi e i valori che lo guidano. Uno dei significati di etica, quando si parla di etica laica/antica, è di un certo standard per le eccellenze un ideale di vita buona un pantheon di valori che deve strutturare la vita e se struttura una vita, quella vita è buona.

Siamo sicuri che i valori su cui basiamo le nostre scelte, in realtà non siano influenzati dalla società? Siamo noi a scegliere cosa è bene e cosa è male o le cose sono già state preparate per noi? Un tempo c’era la tesi per cui certe idee erano innate, derivanti da Dio (Agostino, Cartesio…), poi si è scoperto (Kant) che era falso. Quindi dove stanno i criteri e le ragioni dell’azione? Quando un soggetto agisce per scelta sua si parla di scelta spontanea, ma a volte pur agendo in maniera autonoma i concetti su cui abbiamo basato la scelta non derivano da noi stessi.

C’è un’ambiguità concettuale nel termine etica:

  • Da una parte, l’insieme dei criteri che regolano i nostri comportamenti, anche se non consapevoli o frutto di riflessione (etica laica)
  • Dall’altra, la riflessione filosofica su questi nostri comportamenti.

*Parte sui due termini grechi e sul mos-moris che c’è nel libro di Fabris* Etica e morale si usano come se fossero sinonimi nel linguaggio comune, ma ci sono delle differenze importanti. Quando si parla di comportamenti immorali, quindi opposti ai comportamenti morali, c’è per caso un opposto anche per i “comportamenti etici”? No. Non c’è l’opposto di etico, il suo opposto è immorale. La morale sembra più una sorta di barriera contro cui si scagliano i comportamenti del soggetto: chi non la scavalca vive seguendo la morale, chi la supera invece viene considerato a-morale.

Quando Spinoza parla di etica spiega un climax, un percorso che porta l’uomo verso qualcosa. L’etica sembra testimoniare storicamente non un modo d’essere statico come la morale (che indica il comportamento), ma una prospettiva verso cui va il soggetto nella sua crescita esistenziale.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Ciamph di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Etica della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Verona o del prof Poggi Davide.
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