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Autore: Daniele Curci

modernità:

Il libero pensiero come premessa del liberalismo politico visto attraverso la messa in discussione della

autorità assoluta della Bibbia e della religione. In questa prospettiva si ritiene la libertà di pensiero legata al

relativismo culturale e quindi al disinteresse per una verità unica, assoluta, prospettiva che prende le mosse

dall’antichità, modello del pensiero politico della storia moderna e (specificatamente il politeismo)

premessa culturale del relativismo moderno, facilitato anche dal fatto che c’è un ripensamento anche

all’interno del cristianesimo. Si rimaneva nell’ambito della religione rivelata, ma inizia il cammino che

relativizza (non il contenuto centrale della rivelazione). Ad esempio, l’editto di Nantes del 1598 può esser

letto come libertà degli eretici: esiste una verità ma non la si può imporre con la forza (nel Medioevo si era

elaborata l’idea che chi detiene la verità può imporla anche con la forza).

Tutto partì dalla relativizzazione culturale prima del ‘500, con la scoperta dell’America, poi con

l’Umanesimo ed Erasmo da Rotterdam, tra l’altro gli umanisti avevano già inventato la storia medioevale,

quindi il ragionamento progressivo (che sarà tipico, ad esempio, di Guizot) funzionava.

Nel periodo della precedente la riforma, quindi già nel Quattrocento, c’era un fermento di malessere e

scontentezza per come andavano le cose dovuta all’esasperazione dell’aspetto patrimonialistico e politico

della chiesa che proprio alla fine del secolo arrivò al suo culmine, mentre tra l’altro le idee relative al

Purgatorio erano portate alle estreme conseguenze. La chiesa era divenuta, quindi, un affare economico

enorme e molto mondanizzato, in cui il Concilio mise in po’ in sordina l’autorità del papa (impennata del

conciliarismo), per cui i papi iniziarono a cercare accordi con i sovrani, portando alla metà del Cinquecento

ai Concordati, con cui il papato diveniva potentissimo. In questo modo, a Roma si accentrò ancora di più il

potere della chiesa, determinando un aumento del personale ecclesiastico e quindi un aumento della

fiscalità nelle diocesi e una scesa nella politica della chiesa.

In molti non erano contenti di questa situazione, per cui dettero luogo ai movimenti spiritualisti (prima di

Lutero) che da un lato danno avvio all’aspetto privato della religione e dall’altro questo movimento

popolare si affiancò ad un movimento intellettuale che rifiutava il medioevo (rifiuto sia stilistico che

concettuale) che creò anche un canone. Da qui nacque un primo rifiuto della teologia medioevale che

combinava filologia e spiritualismo, di cui importante esponente fu Erasmo da Rotterdam che non solo fece

la prima traduzione in greco del Vecchio Testamento, ma fece anche la prima edizione critica della Bibbia

(1516).

Anche se involontario, fu il primo passo in direzione della autonomia dalla mediazione del clero: una

intuizione involontariamente sovversiva. Senza contare, inoltre, che nell’edizione critica si rese conto, e

questo era potenzialmente sovversivo, che l’unico passo in cui si parla della trinità (base della teologia),

contenuto in una lettera di Giovanni (comma giovanneum) non era in verità presente nella versione prima

in greco, e quindi non lo mette. In questo modo attuò una negazione implicita del dogma trinitario, che in

effetti era una invenzione del Medioevo.

Erasmo, inoltre, riuscì a concretizzare una sua posizione fortemente spiritualistica elaborando il concetto di

adiafora (le cose essenziali), criticando la teologia che ritiene inutili per la fede, dando inizio ad un rifiuto

per l’integralismo religioso e, quindi, della sua aggressività (critica alla istituzione della Chiesa e della

esteriorità della manifestazione religiosa).

C’è, quindi, un rapporto fra la riforma protestante ed Erasmo: Lutero infatti non fece solo polemica

economica, ma anche contro la teologia, gli intermediari, le opere, che in origine non vi erano, basandosi

sull’epistola di San Paolo ai romani (non sono le opere a salvarti, ma la fede).

L’editto di Nantes del 1598 è un classico esempio di editto di tolleranza, che però è frutto di un filone di

pensiero, di cui fa parte anche Montaigne, che si è sviluppato nelle guerre di religione: sono i Politiques,

tendenza politica che si basava anche sul timore che le guerre interne mettessero a rischio anche la

sicurezza del regno da minacce esterne.

Montaigne ha un atteggiamento filosofico permeato dallo scetticismo pirroniano (non è possibile avere

certezza alcuna, neppure quella di non avere certezza, diverso dallo scetticismo dogmatico che quest’ultima

certezza ce l’ha). È un atteggiamento “moderno”, considerando che il cammino europeo degli ultimi tre -

quattro secoli è permeato, oltre che dallo scentismo, dallo scetticismo e dal relativismo.

Altro movimento filosofico che inizia nel Cinquecento e prosegue nel Seicento è il socinianesimo: prende il

nome dalla latinizzazione di un cognome di una famiglia che elaborò una teoria che, partendo

dall'erasmismo, arrivò ad un soffio dalla smentita della religione rivelata. Infatti i sociniani erano scettici

della salvezza in Cristo in quanto scettici della sua divinità: per rimanere nell’ambito della religione rivelata

bisogna accettare che Gesù è figlio di Dio e la sua resurrezione. I sociniani ritenevano invece Cristo solo un

maestro di morale.

Molti intellettuali europei dell’epoca erano intimamente sociniani, oltre che erasmiani.

La critica che veniva posta ai sociniani era di trasformare la religione in mera morale.

Nel Seicento, poi, si diffuse anche l’epicureismo, che predicava l’assenza di passioni ed una concezione

materialistica (esiste solo la materia).

È su queste basi che Bayle elaborò il concetto di ateo virtuoso, e quindi di una società fondata su ideali

umani non religiosi (una società senza religione) partendo da Spinoza (che ha dimostrato che non esiste

una religione assoluta) demolendo l’ortodossia.

Bossuet, al contrario, aveva una idea profondissima del senso del mondo nella religione, mentre Richard

Simon è un esempio di come ora i credenti dovevano scendere nel campo degli atei (tra l’altro cercò di

rispondere a Spinoza).

Ci fu chi poi si spinse verso lo scetticismo dei primi quattro- cinque secoli di storia che era anche un modo

per contestare l’autorità religiosa.

Fino al 1648 (pace di Vestfalia) ci sono circa cento anni di guerre anche di religione in Europa che in Francia

sono anche guerre civili, ed anche un tentativo di frenare la costruzione dello stato assoluto che si lega

anche alla nascita del calvinismo, con le sue comunità di eletti egualitari (Lutero separava politica e

religione).

Successivamente alla Rivoluzione Francese, con la prima cattedra di Storia Moderna di Guizot (1812),

nacque una generazione di storici liberali che volevano salvare l’eredità della Rivoluzione, quella che

consideravano la parte positiva, che è difatti il tratto caratteristico del liberalismo del primo Ottocento (ad

esempio Le due città di Dickens, tra l’altro il romanzo più venduto nella storia, che rappresenta la

contrapposizione tra il modello francese –terroristico per quel filone conservatore che prende avvio con

Burke e quello britannico che non vuole imporre le novità –in special modo, sempre Burke).

Il tentativo era quello di attuare un discorso positivo a ritroso per salvare l’eredità della “rivoluzione

moderna” (di qui storia moderna, che ci prepara, che spiega, quindi una storia progressiva). Lo storico forse

più esemplificativo in questo contesto fu Michelet.

Sono caratteristiche che comunque ben si coniugano con il pensiero liberale, conscio di fare operazioni

mentali e quindi disposto a rimettersi in discussione e quindi conscio di poter sbagliare

[è nell’Ottocento che nasce anche la divisione, la specializzazione, nei corsi universitari. Prima, ad esempio,

la retorica comprendeva: letteratura, storia, e varie materie umanistiche].

[lo scetticismo non porta necessariamente al disfattismo].

[Voltaire ha vissuto la sua vita materiale più similmente a quella di un legionario romano che a noi].

Sempre nella storiografia dell’Ottocento si colloca l’invenzione del Rinascimento (categoria storiografica,

ma mai esistita storicamente), di cui Burckhardt con la sua Civiltà del Rinascimento ne fu il padre.

Burckhardt nacque a Basilea nel 1818 (+1897) ed era un professore di storia dell’arte.

Sosteneva che la vera culla del mondo nuovo, in cui si vede maggiormente la rottura con il Medio Evo, è

l’Italia, dove nel rinascimento (appunto, rinascere) si dischiude l’uomo moderno che sa il latino antico,

studia l’antico (è un umanista in poche parole), pensa di essere al centro dell’universo, è individualista (ed è

vero che la vita medioevale era più comunitaria), razionalista, pensa la politica come arte della ragione,

scopre nuovi mondi, ha la volontà di sapere, di conoscere (idea, questa, settecentesca).

È una idea, quella di Burckhardt, vincente: è infatti riuscito a creare l’idea che il Rinascimento non è solo un

atteggiamento intellettuale, ma idea di una nuova epoca. Chiaramente, non è una operazione liberale

(Burckhardt non lo era), ma di grandezza dell’uomo e non a caso c’è un collegamento con Nietzsche che lo

studiò a fondo (l’uomo che riproduce la grandezza degli antichi).

TOMMASO MORO (1478-1535):

Nel corso della sua vita si guadagnò fama a livello europeo come autore umanista e occupò numerose

cariche pubbliche, compresa quella di Lord Cancelliere d'Inghilterra tra il 1529 e il 1532 sotto il re Enrico

VIII. Cattolico, il suo rifiuto di accettare l'Atto di Supremazia del re sulla Chiesa in Inghilterra e di

disconoscere il primato del Papa misero fine alla sua carriera politica e lo condussero alla pena capitale con

l'accusa di tradimento.

Fu grande amico di Erasmo da Rotterdam.

Fu un grande critico della riforma protestante.

Fu un personaggio prettamente cattolico del suo tempo, critico anche della corruzione della Chiesa.

Utopia (1516): è composto da due libri.

Il primo libro è un dialogo in cui un errante viaggiatore partecipa ad una cena a Bruges con dei politici,

durante la quale vengono dibattute una serie di questioni politiche che rispecchiano la visione di Moro

dell’Inghilterra dell’epoca.

È nel secondo libro, invece, che descrive l’utopia (derivò il termine dal greco antico con un gioco di parole

fra ou-topos (cioè non-luogo) ed eu-topos (luogo felice); utopia è quindi, letteralmente un "luogo felice

inesistente).

Si incentra sull’isola di Utopia (senza luogo), descrivendone la società e sostenendo che quella che hanno è

la miglior forma di governo: infatti il sovrano, vista la corruzione dilagante, aveva deciso di cambiare il

sistema improntandolo alla semplicità.

In questo sistema i rappresentanti sono eletti da tutti i cittadini e tutto ciò che viene prodotto è distribuito

in maniera uguale fra tutti, poiché considerano la proprietà privata portatrice di corruzione, infatti la

proprietà e comune.

In quest’ultimo aspetto c’è una critica al lusso e della ricchezza come qualcosa che corrompe l’uomo.

Addirittura i rapporti interpersonali si basano sulla semplicità, anche se la famiglia è monogamica, o meglio:

le mogli non sono in comune, ma i figli si, questo perché il possesso, la proprietà, è inutile, vile, non serve

all’animo umano.

Altro argomento trattato da Moro è la guerra, per lui non giustificata in nessun caso, se non per difesa,

quindi per estrema necessità, anche se parla in via teorica e nella realtà è contrario. Fa quindi anche una

forte critica dei militari: gli utopiani, infatti, non hanno soldati, solo in caso di necessità sia uomini che

donne partecipano alla difesa dell’isola. La guerra non è quindi mai veramente giustificata fino in fondo, e

solamente se un alleato è stato attaccato ed è in seria difficoltà possono intervenire in una situazione

esterna.

C’è poi il tema religioso: Moro era cristiano, ma adattava la ragione alla centralità della semplicità nel suo

ragionamento sulla Chiesa: sosteneva che ci si era fatti travolgere dalle passioni, mentre gli utopiani,

affidandosi alla ragione, credono in ciò che è dato dalla natura e non credono a dogmi e strutture religiose.

Attraverso la natura comprendono che c’è un essere superiore che forma il mondo (credono anche loro

nell’immortalità dell’anima), e si evitano così il problema delle eresie, e vietano manifestazioni pubbliche,

fanatismi, ecc.

Solo l’ateo non è visto bene perché non credendo non ha questo rapporto razionale con la natura.

La felicità è quindi, per gli utopiani, la virtù esercitata tramite la ragione: lo stato agevola lo sviluppo della

conoscenza e della ragione, quindi lo studio di tutti (anche in questo sono tutti uguali- filone repubblicano).

Concludendo, Utopia è per Moro solamente un progetto teorico che non può esistere, mentre invece la

razionalità che porta alla virtù è qualcosa di concreto: è la stessa conclusione di Platone, cui infatti si ispira.

ERASMO DA ROTTERDAM (1466-1536):

è considerato il maggior esponente dell’Umanesimo cristiano.

Orfano di padre e di madre, entrò a 12 anni nel convento agostiniano di Emmaus (o Steyn), nei Paesi Bassi,

e in 5 anni vi acquistò una precoce erudizione classica e i primi rudimenti critici.

Nel 1492 fu ordinato sacerdote da Enrico di Bergen, vescovo di Cambrai, del quale divenne subito dopo

segretario, pur mantenendo l'abito religioso (che fu autorizzato ad abbandonare soltanto nel 1517).

Cominciò allora la sua vita di viaggi: prima in Francia (1494-99: Parigi e Orléans), poi in Inghilterra (1499-

1500), dove conobbe John Colet e Tommaso Moro; dal 1502 è a Lovanio, quindi (1505) in Inghilterra di

nuovo. Nel 1506 viene in Italia, e vi rimane tre anni. La laurea in teologia a Torino, grandi onori a Bologna e

a Roma, l'amicizia con G. Aleandro, C. Calcagnini, Egidio da Viterbo, S. Forteguerri, B. Rucellai e molti altri,

insieme al lavoro umanistico, lo studio del greco con G. Lascaris e M. Musuro, l'attività editoriale a Venezia

presso gli Aldi, fan sì che quando nel 1509 Erasmo lascia l'Italia la sua fama è grandissima.

Insegnò teologia a Cambridge; nel 1514 però, per sollecitazione dell'editore J. Froben, egli si ristabilì a

Basilea impegnandosi per lunghi anni in un difficile lavoro filologico.

Anche se all’inizio aveva guardato con favore alla rivolta luterana, non la appoggiò fino in fondo e rimase

fedele alla chiese cattolica. Si oppose alle violenze che ne nacquero, preferendo una riforma lenta,

auspicando la tolleranza.

Il Giulio (pubblicato postumo, quindi un po’ sbalzato temporalmente) Erasmo dichiarò a lungo di non averlo

scritto lui, per non andare incontro a problemi visto che attaccava il papa. Il Giulio in questione era infatti il

papa del 1513-1516, il quale convocò il concilio in risposta al conciliabolo (concilio degli scismatici) e non

per risanare la chiesa come aveva promesso. Il libro parla di questo, sostenendo che Giulio fu un papa

cattivo, cui gli contrappone una chiesa come dovrebbe essere: per Giulio infatti la giusta chiesa sarebbe

quella del potere, una nazione con un re che si contrappone fortemente alla chiesa semplice antica, delle

origini, di San Pietro. Questo conduce l’autore ad attuare una forte critica nei confronti della mondanità e

della corruzione della chiesa del tempo, fortemente improntata per Erasmo al materialismo, alla sete di

potere e corrotta da questo e dalla opulenta ricchezza: il papato è divenuto uno stato mondano, non è più

la chiesa. Ma attenzione: la critica è rivolta a chi governa la chiesa (il potere insomma), non all’istituzione in

quanto tale (anticlericalismo).

L’Elogio della follia (1509, pubblicato nel 1511) fu scritto per provocare e criticare la società dell’epoca e la

chiesa, che invece di affidarsi alla saggezza e alla prudenza sia affidano alla follia, che è la voce narrante del

testo. Una forma particolare di follia è la teologia insegnata dai teologi.

Cambiando il piano del discorso, parlando in maniera paradossale e di non luoghi, sfuggiva alle censure.

Gli Adagia (1519 prima edizione, poi ce ne sono altre, sempre ampliate dall’autore) sono invece una

raccolta di proverbi con commento.

MONTAIGNE (1533-1592):

filosofo francese di origine di modesta nobiltà.

Il padre era un soldato che aveva acquistato un podere vicino a Bordeaux dove il Montaigne vivrà.

I primi anni della sua vita li passò con una balia fra i contadini, per volere del padre ispirato dai principi

umanisti che voleva avvicinarlo alla semplicità della vita e alle persone umili.

Successivamente ritornò al castello, dove ebbe come precettore un tedesco che, sempre per volontà del

padre che voleva che fosse la sua lingua madre, gli parlava solamente in latino.

Studiò poi in un prestigioso collegio di Tolosa dove si laureò in legge.

A soli ventuno anni arrivò al parlamento di Bordeaux. Conobbe e divenne amico di de La Boétie, che gli

ispirò il De amicitia.

Nel 1571 iniziò a scrivere, ritirandosi a vita privata, anche se manteneva incarichi diplomatici partecipando

ad eventi politico-militari, divenendo un personaggio influente nella società.

Per tutta la vita ricorresse le sue opere, che non scrisse in modo sistematico perché il suo fine non era

quello di raggiungere un certo tipo di veri

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Daniele.1992 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Bizzocchi Roberto.
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