Storia della lingua italiana: la lingua del teatro
Il rinascimento del teatro: una veste rattoppata
I rigorosi codificatori cinquecenteschi dell’italiano, a cominciare da Bembo, non fecero liberali concessioni linguistiche ai commediografi. "La lingua delle scritture non dee a quella del popolo accostarsi" (Bembo, Prose). Evidenti sono le incompatibilità tra le esigenze obiettive della prassi teatrale e i modelli tradizionali della scrittura. Per tanti commediografi inclini all’ortodossia non fu facile muoversi entro i limiti della norma, come Ariosto, che pagherà anche l’appartenenza ad un ambiente non fiorentino. Inoltre era diffusa la percezione dell’inferiorità estetica e morale della commedia. Ne derivò che molti letterati influenti si rassegnarono ad ignorarli.
I problemi di elaborare dialoghi verosimili si sommavano con la difficoltà di trovare uno strumento linguistico che fosse compreso da tutto il paese. Da ciò derivò una lingua compromesso tra letterale-parlata e tra italiana-dialettale; i tratti dell’oralità sono ripresi delle parti dialogiche delle novelle di Boccaccio:
- “Lui” come soggetto al posto di “egli”;
- Che indeclinato;
- Modifiche dell’ordine delle parole;
- Periodo ipotetico dell’irrealtà con l’imperfetto indicativo;
- Anacoluti;
- Pause e interruzioni.
Da questo compromesso ne deriva un’artificiosa caricatura del parlato, che unito alle difficoltà linguistiche dei non toscani, aveva l’aspetto di una “veste rattoppata”.
Prove di scena
Il teatro italiano delle origini si caratterizza per un’ampia gamma di forme testuali: componimenti giullareschi, farse, sacre rappresentazioni, teatro umanistico in latino. Il genere più diffuso era quello delle sacre rappresentazioni. Nel 1486 si tenne nel cortile del Palazzo Ducale di Ferrara, alla corte di Ercole I d’Este, la prima rappresentazione pubblica di una commedia classica tradotta in volgare, i Menechini. La lingua utilizzata fu la “koinè” padana con alcune forme toscane e ipercorrettismi.
Ariosto e la sfida della "Nova Commedia"
Durante il carnevale del 1508, si tenne alla corte di Ferrara la prima rappresentazione della “Cassaria” di Ariosto. La “nova commedia” portata in scena è ancora ambientata in Grecia ma già dalla successiva commedia cadrà anche quest’ultimo argine alla contemporaneità. Sul piano della lingua le contraddizioni dell’eloquio tosco-latino-padano sono molto evidenti (buono/bono, de/di, el/il). La commedia è in versi, come tutte le commedie della sua maturità. Machiavelli rimprovera ad Ariosto, oltre alle fragilità linguistiche, l’assenza di comicità. Nelle successive commedie, anche grazie alla messa in scena di nuove commedie, le scelte lessicali di Ariosto fanno spazio ad un linguaggio delle piccole cose.
Verso la naturalezza: la lingua della Calandra
La Calandra (1513) di Bernardo Dovizi da Bibbiena ricevette molto successo ad Urbino e a Roma. Nel prologo l’autore enuncia le sue linee guida della “commedia moderna”:
- La commedia deve essere in volgare, perché si rivolge ad un pubblico ampio;
- La commedia deve essere in prosa, perché si parla in prosa;
- Devono essere rappresentate cose familiarmente dette e fatte.
Si tratta di un’impostazione decisamente eccentrica rispetto al verbo bembiano, che non resterà isolata. I principi del prologo trovano attuazione nel testo, che riprende le parti dei dialoghi di Boccaccio come modello. Le scelte grammaticali dell’autore riprendono dal toscano dell’uso quotidiano e popolare (bono, de, longo). Da notare l’inserimento dell’idioma straniero settentrionale, le deformazioni popolaresche delle parole difficili (merdafiorito per ermafrodito) e l’utilizzo corrente di deittici (così, qui, là).
La posizione di Machiavelli
Con la Mandragola di Machiavelli si manifesta una linea analoga a quella della Calandra. Machiavelli, oltre a riprendere l’esempio di Boccaccio, è il primo che intuisce l’importanza del nesso lingua-ruolo (Nicia assume forme popolari, Ligurio strutture paratattiche, Timoteo astrattezza e formalismo). Qui viene anche denunciata la società corrotta. Machiavelli giustifica le proprie scelte linguistiche nel “Discorso intorno alla nostra lingua”, colpisce la collocazione quasi in secondo piano del fiorentino, rispetto alla necessità di usare nella commedia “i motti et i termini proprii patrii”, allusione alla lingua di Ariosto che pare “una veste rattoppata, mezza toscana et mezza forestiera”. Tra le scelte linguistiche troviamo l’uso di lui, lei e loro come soggetti, e l’inserimento del livello più basso della linguistica, il conato gutturale “ca, pu, co, spu”.
La trasgressione ha le sue regole
Stereotipi del genere comico
Intorno al 1530 inizia a definirsi una sorta di repertorio di personaggi teatrali riconoscibili dal profilo linguistico: innamorati il toscano alto, ai servi il popolare, ai mariani lo spagnolo. Una serie di innovazioni come la frase priva di verbo, l’anacoluto, la struttura ad eco, l’imprecazione scurrile e l’uso degli alterati fanno sì che la mimesi del parlato si attuti in modo più esteso. Una figura nuova e originale è quella del “pedante” che utilizza spesso il “polifilesco”. I giochi linguistici utilizzati sono divisi in “comico del significato” (equivoci, bisticci) e “comico del significante” (scherzi fonici, ripetizioni di parole). Una istituzione molto produttiva è l’Accademia degli Intronati, che produssero gli...
-
Appunti Storia della lingua italiana modulo 2
-
Appunti Storia della lingua italiana
-
Appunti lezioni Storia della lingua italiana
-
Lingua italiana: Appunti di Storia della lingua italiana