Metodologia e tecniche della ricerca sociale – S. Moretti (Appunti + slide)
La ricerca sociale può essere di 2 tipi:
applicata, utilizzata per risolvere un problema (es.: comprendere i gusti dei
- consumatori per realizzare una campagna pubblicitaria) e distinguibile a sua
volta in
informativa (effettuata prima di progettare un intervento sociale)
- e valutativa, realizzata dopo aver messo in atto l’intervento (ad esempio
- dopo le vendite).
La ricerca pura, invece, possiede un obiettivo puramente conoscitivo (ad
- esempio di un fenomeno sociale), ed suddivisa in
è
esplorativa (se rivolta a nuovi ambiti di studio, cosa che capita soprattutto
- quando necessario comprendere se sia opportuno intraprendere uno
è
studio più approfondito sull’argomento, o per testare metodi e tecniche da
impiegare in disegni di ricerca più grandi, o ancora per acquisire
informazioni generali preliminari alla ricerca vera e propria, ma necessarie a
impostare ipotesi e scegliere metodi),
descrittiva (per rispondere alla domanda descrivendo la realtà un
“what?”
- fenomeno applicando criteri di osservazione del metodo scientifico per
garantire precisione, qualità e generalizzabilità, considerando più variabili
estensibili a tutta la popolazione di riferimento)
ed esplicativa (quando lo scopo rispondere alla domanda ovvero
“why?”,
è
- fornire una spiegazione, analizzando diversi aspetti di uno o più fenomeni
partendo da delle ipotesi per ricercare un nesso di causazione).
Il metodo scientifico, secondo Cartesio, un insieme di regole e principi che
è
consentono di strutturare, ordinare e accrescere le conoscenze di un campo del
sapere. Esso consiste in: osservazione, misurazione, proposta in laboratorio e
verifica delle ipotesi, ma nel sociale i metodi sono spesso in contrasto tra loro e
non standardizzabili (si parla infatti di disciplina multiparadigmatica). Le
caratteristiche del metodo scientifico sono che esso:
economizza le forze,
- preserva dall’errore (non basando le decisioni su luoghi comuni, ma sulla
- conoscenza del contesto e sulla correttezza dei dati)
e consente comunicazione e condivisione delle ricerche scientifiche (essendo
- formato da regole e procedure certe, facili e comunicabili che rendono possibile
a tutti l’accumulo graduale del sapere, arrivando allo stesso risultato).
I livelli decisionali sono 3:
il livello macro si realizza prima di iniziare la ricerca e riguarda obiettivi ed
- orientamenti (qualitativi non standardizzati/quantitativi standardizzati). Kuhn
offrì una definizione di paradigma scientifico come insieme di concetti, teorie e
strumenti per l’indagine scientifica relativi a una disciplina in un periodo storico
(che entrando in contrasto con le precedenti, anziché aumentarle, portano alla
fine dei momenti di scienza normale e al passaggio a quella rivoluzionaria in cui
convivono più paradigmi e nuovi metodi, concezioni e teorie, finché uno prende
il sopravvento). All’interno della sociologia, invece, ci troviamo costantemente
in un periodo di scienza rivoluzionaria in cui i metodi sono antitetici. Possiamo
tuttavia rintracciare 3 paradigmi: due quantitativi (il positivismo dell’800, di
Durkheim, e il postpostivismo, per cui il senso di un’affermazione deriva dalla
sua verificabilità empirica) e l’interpretativismo qualitativo di Weber, convinto
dell’esistenza di realtà multiple. 3 sono anche le questioni affrontate da
entrambe le visioni umanistica ed empirista:
quella ontologica relativo all’essenza (ossia alla domanda: realtà sociale
“La
- esiste?”), affrontato dal Positivismo con un realismo ingenuo (secondo ci la
realtà sociale conoscibile come una cosa e i fatti sociali esistono al di fuori
è
delle coscienze individuali), dal Postpositivsmo con un realismo critico
(secondo cui essa conoscibile solo in maniera imperfetta, probabilistica e
è
spersonalizzata) e dall’Interpretativismo attraverso il costruttivismo
(secondo cui i mondi conoscibili sono quelli dei significati attribuiti dagli
individui, che variano per forma e contenuti);
quella epistemologica sulla conoscenza (“la realtà sociale conoscibile?”), a
è
- cui il Positivismo risponde con una scienza sperimentale in cerca di leggi
immutabili e spiegazioni generalizzabili (ovvero operando come
“naturali”
nelle scienze naturali), mentre il Postpositivismo propone una scienza
sperimentale in cerca di spiegazioni probabilisticamente vere (per trovare
leggi provvisorie e aperte alla revisione) e l’Interpretativismo, senza
separare ricercatore e oggetto della ricerca, ne sottolinea l’interdipendenza
nella ricerca del significato (la scienza quindi interpretativa e finalizzata
è
alla comprensione e alla generalizzazione di enunciati di possibilità ideali);
ed infine il metodo (“come può essere conosciuta la realtà sociale?”), che il
- Positivismo preferiva sperimentale, induttivo e basato su tecniche
quantitative, analisi per variabili (dal particolare al generale, nel rispetto del
dualismo oggetto-ricercatore) e osservazione (ossia sul distacco
dell’osservatore dall’osservato), mentre il Postpositivismo proponeva
osservazione e analisi per variabili, affiancate però da un metodo deduttivo
basato sulla falsificazione delle ipotesi) e da tecniche quantitative con
apertura alle qualitative, ed infine l’Interpretativismo preferiva l’interazione
empatia tra studioso e studiato, l’interpretazione basa sull’interazione, le
tecniche qualitative e l’induzione (facendo emergere la realtà dalla
conoscenza, ma tenendo presente che non si possono stabilire i fattori che
causano un evento, ma solo le condizioni che lo rendono possibile).
Il livello meso, invece, si interessa
- della classificazione dei dati da utilizzare durante la ricerca (primari, ossia
- rilevati ad hoc tramite interviste e focus group, e secondari, raccolti da altri
con obiettivi diversi),
dei metodi di rilevazione per la generazione di dati strutturati, ossia
- sintetizzati in una matrice (preferiti spesso da positivisti e postpositivisti) o
testuali (soggetti a interpretazione, logica e computazione)
e dei metodi di analisi (statistici, interpretativi, logici e computazionali).
-
Infine, nel livello micro rientrano le scelte delle tecniche specifiche a livello
- operativo.
Come sostenuto dal paradigma postpositivista, la ricerca qualitativa (volta a
dimostrare che la sociologia una scienza a tutti gli effetti) si fonda su tre
è
componenti:
i concetti (es.: disoccupazione, povertà, ecc.), astrazioni usate dagli scienziati
- per formulare proposizioni su come essi percepiscono i fenomeni;
le proposizioni, affermazioni relative alla natura dei fenomeni, ossia asserzioni
- sulla realtà che possono essere ritenute vere o false e devono riferisti a
fenomeni osservabili. Esse si distinguono in:
ipotesi, formulate per essere sottoposte a verifica empirica, e distinguibili in
- descrittive (relative ad un unico concetto) e relazionali (laddove vi sia una
relazione tra più concetti),
e leggi, corroborate, con estensione più ampia e frutto di un processo
- ipotetico-deduttivo.
Infine, troviamo le teorie, sistemi di proposizioni interrelate, derivate da
- regolarità empiriche e da cui a loro volta derivano previsioni empiriche.
Il disegno di ricerca, cioè le decisioni operative alla base dell’organizzazione,
vengono ostruiti a tavolino. Il processo di ricerca prevede infatti diverse fasi:
scelta del problema e definizione delle ipotesi da verificare (seguendo un
1. andamento deduttivo in cui la teoria precede l’osservazione);
formulazione del disegno della ricerca (scegliendo il campione e progettando la
2. rilevazione dei concetti);
raccolta dei dati sul campo (ad esempio attraverso la somministrazione del
3. questionario, sebbene vi sia il pericolo di condizionamento da parte
dell’intervistatore);
codifica e analisi dei dati con lo scopo di giustificare la teoria formulata sulla
4. base della letteratura, con il supporto di dati empirici;
e, infine, interpretazione e comunicazione dei risultati.
5.
Per rilevare un concetto occorre stabilire un legame tra entità astratta e realtà
sociale. Tale processo prende il nome di del concetto” (in
“operativizzazione
quanto lo trasforma dalla dimensione astratta a quella empirica, in qualità di
variabile) e si compone di 3 passaggi:
l’applicazione del concetto (es.: luogo di nascita) a oggetti concreti (o di
“unità
1. analisi”) che lo rendano attributo o proprietà (es.: luogo di nascita degli
studenti di lettere), articolati in vari stati che rappresentano la variabilità tra gli
oggetti (es.: Torino, Milano, ecc.).
Successivamente, occorre dare una definizione operativa, ovvero stabilire le
2. regole della rilevazione.
Infine, si applicano le regole ai casi studiati.
3.
Il risultato sarà quindi una variabile, ossia una proprietà (concetto astratto
applicato a un individuo) operativizzata, che assume valori misurabili (detti
modalità, cioè stati operativizzati) diversi tra le unità di analisi, singolari e astratte
(al contrario dei casi, esemplari specifici) che possono essere:
individui,
- gruppi strutturati (come famiglie, aziende, ecc.),
- aggregati territoriali (comuni, province, ecc.),
- testi scritti (letterari, giornalistici, ecc.),
- prodotti culturali (foto, programmi televisivi, ecc.),
- eventi (elezioni, scioperi, ecc.).
-
I criteri fondamentali dell’operativizzazione, ossia le regole per una buona
classificazione e una corretta costruzione delle domande nei questionari (per
evitare la produzione di informazioni inutilizzabili) sono:
esaustività (proprietà dell’insieme delle classi), che si ha quando ogni oggetto,
- evento o stato su una proprietà dell’insieme assegnabile ad una delle classi, e
è
non vi sono unità escluse;
mutua esclusività (proprietà di una coppia di classi di una classificazione), che sia
- ha quando due classi sono mutuamente esclusive, ossia quando nessun
oggetto, evento o stato su una proprietà membro di entrambe, ma ogni unità
è
associata ad un unico stato;
è
unicità del criterio di classificazione (proprietà della classificazione in quanto
- tale), secondo cui il criterio di suddivisione dev’essere unico.
Un concetto operativizzato può tuttavia assumere valori diversi:
nel tempo su uno stesso caso (es.: il reddito). Si parla in questo caso di studio
- longitudinale o diacronico.
se invece il valore cambia tra casi (es.: il sesso), si parla di studio trasversale o
- sincronico.
Se invece la rilevazione non mette in evidenza le differenze, siamo in presenza di
una costante.
Le variabili possono essere distinte in:
individuali o collettive (a loro volta distinte in globali o aggregate, quando la
- proprietà del collettivo generata dalla proprietà dei singoli),
è
ma anche in latenti o osservabili, a seconda che rappresentino concetti generali
- e complessi, o che vi sia la concreta possibilità di rilevazione empirica.
Esistono tuttavia due importanti classificazioni delle varie tipologie di variabili
basate sulle caratteristiche logico-matematiche:
Stevens le divide in
- nominali (su cui si applicano solo le operazioni e e la
“uguale” “diverso”),
- proprietà assume stati discreti non ordinabili (si pensi alle variabili
dicotomiche);
ordinali (in cui si aggiungono anche e ma i numeri che
“maggiore” “minore”),
- ne identificano le modalità sono semplici etichette;
scale a intervalli e di rapporti (su cui essendoci un punto zero che funge da
- origine, sono eseguibili anche divisioni e moltiplicazioni).
Marradi, invece, si concentra sui concetti operativizzati e sui processi di
- classificazione e operativizzata che vengono utilizzati per la costruzione della
variabile, distinte in:
nominali (costruite per conteggio, poiché la proprietà discreta e non
è
- presenta stati intermedi),
ordinali (comprendenti insieme disgiunti ordinabili gerarchicamente
- attraverso la misurazione della proprietà continua che sfrutta l’unità di
misura),
cardinali discrete (ossia quantitative numeriche, che, attraverso il processo
- di conteggio, si trasformano in valori discreti)
e continue (quantitative numeriche, ma che per essere confrontate
- necessitano di un processo di misurazione e di unità di misura standard
difficile da identificare nell’ambito degli atteggiamenti)
e, infine, scale quasi-cardinali (costruite con un processo di scaling).
-
Partendo da una definizione operativa (es.: tempo trascorso in carcere dai
giornalisti per scritti di argomento politico), attraverso le operazioni sulla scala di
astrazione si arriva ad estrapolare concetti come di stampa” o
“libertà
semplicemente Tuttavia, sovrapponendo i concetti (es.: libertà politica),
“libertà”.
solo una parte di essi si rivela indicativa (es.: libertà di stampa), a differenza di
quella irrilevante che non rientra nello scopo della ricerca (es.: diritto di voto).
Per Lazarsfeld, si possono tradurre empiricamente concetti complessi in indicatori
in cui far rientrare i casi rilevati, attraverso alcune fasi:
rappresentazione figurata del concetto (es.: rendimento delle istituzioni
regionali);
specificazione del concetto nelle sue dimensioni (es.: capacità di gestione
amministrativa, di risolvere i problemi, ecc.);
scelta degli indicatori per ogni dimensione (es.: stabilità della giunta, disponibilità
di un apparato burocratico, ecc.);
e, infine, definizione degli indici (riunendo i vari indicatori).
La variabile latente rappresenta il concetto astratto di partenza, non
immediatamente rilevabile empiricamente e per la quale difficile individuare una
è
definizione operativa senza passare attraverso le variabili osservabili, che
rendono invece possibile l’operativizzazione di indicatori da combinare. Se la
variabile cardinale (quantitativa) si procede alla somma, se nominale o
è è
ordinale (qualitativa), si produce un indice tipologico dalla combinazione degli
stati assumibili dagli indicatori (che nelle scienze sociali non possono essere
universali, ma si adattano al contesto storico e territoriale, impedendo così la
standardizzazione). Ad esempio, nel 66 Martinotti ha rilevato la partecipazione
politica dei giovani della provincia di Milano osservando 4 dimensioni:
cognitiva (con, come indicatore, l’informazione politica, rilevata attraverso la
- conoscenza dei nomi delle più alte cariche);
affettiva (rilevando l’interesse politico sulla base delle emozioni e dell’abitudine
- di tenersi al corrente sulle questioni principali);
valutativa (analizzando la sfiducia in termini di accordo e disaccordo);
- comportamentale (con, come indicatore, l’associazionismo, rilevato sulla base
- delle iscrizioni ai partiti).
Tuttavia, non sempre si arriva ad unire le variabili in un indice, la cui tipologia
dipende dalla natura delle variabili e può essere:
tipologica, per variabili qualitative nominali, ordinali o ordinabili,
- o indice-somma, per variabili quantitative cardinali, ordinabili (ossia associati
- forzatamente a valori numerici).
Le proprietà attribuite agli individui possono essere classificate in:
strutturali, riguardanti le caratteristiche del soggetto (es.: età, genere, ecc.),
- comportamentali, ovvero ciò che il soggetto fa (es.: consumo),
- atteggiamenti, ossia l’insieme di tendenze, sentimenti, pregiudizi, nozioni
- preconcette, idee e convinzioni di una persona verso un argomento.
le scale sono insieme coerenti di elementi, indicatori di un concetto più generale.
L’atteggiamento, infatti, non rilevabile direttamente, ma solo con concetti
è
specifici (le opinioni). Diverse sono le scale utilizzabili:
la scala per somma valuta delle affermazioni chiamando ad esprimersi in termini
- di e (osservando gli item, ovvero gli argomenti della
“accordo” “disaccordo”
scala).
La scala Likert invece si utilizza per un gran numero di domande intese a
- misurare l’atteggiamento attraverso 5 modalità di risposta (“assolutamente
d’accordo”, e in
“d’accordo”, “indecisione”, “disaccordo” “assolutamente
disaccordo”) a cui viene attribuito un punteggio a posteriori. La somma dei
punteggi sull’intera batteria rappresenta la posizione dell’individuo sul concetto
indagato (sebbene non esista un metro di giudizio universale per emozioni e
sentimenti). La scala Likert viene quindi detta additiva (poiché utilizzata per la
costruzione di un indice additivo, in quanto ha il grande vantaggio di trattare gli
elementi come cardinali sebbene siano ordinali). Essa possiede tuttavia
numerosi problemi:
la polarità (positiva o negativa) del giudizio contenuto nelle affermazioni;
- il response set, che si verifica al momento dell’intervista quando, per un
- atteggiamento di pigrizia, l’intervistato risponde nello stesso modo a tutte
le domande (per rimediare occorre quindi cambiare l’ordine delle domande
alternando le polarità);
la curvilinearità, che si ha nella formulazione delle domande, quando due
- persone rispondono
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