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Appunti macroeconomia

Appunti di macroeconomia basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. Segghezza dell’università degli Studi di Genova - Unige, facoltà di Scienze politiche, Corso di laurea in scienze internazionali e diplomatiche. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Macroeconomia docente Prof. E. Segghezza

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• consumo ( C ) = spesa delle famiglie per consumi finali più spesa per consumi finali

delle ISP.

• Investimento (I) = investimento delle imprese più investimento residenziale più

investimento in scorte.

• Spesa pubblica (G) = spesa per consumi finali delle amministrazioni pubbliche più

spesa per investimento delle amministrazioni pubbliche.

• Esportazioni nette (NX) = esportazioni meno importazioni più saldo dei consumi

afferenti ai flussi turistici.

Dato che, per definizione, qualunque spesa effettuata in un sistema economico rientra in

una di tali categorie, la loro somma deve corrispondere al PIL; identificando quest’ultimo

con il simbolo Y, possiamo scrivere: Y = C + I + G + NX

Il fattore di produzione → utilizziamo il simbolo K per indicare il capitale e L per

indicare il lavoro, ipotizzeremo che i fattori di produzione siano fissi (il trattino sopra le

lettere significa fissi).

La funzione di produzione Y = F (K, L,)→ descrive la tecnologia disponibile per

trasformare il capitale e il lavoro in beni e servizi. Molte funzioni di produzione godono

di rendimenti di scala costanti

zY= F(zK,zL) questo indica che se moltiplichiamo KeL per z anche la produzione (Y)

viene moltiplicata per z.

Equazione dello scambio: esprime il collegamento tra le transazioni e la moneta

→ moneta x velocità = prezzo per transazioni (M x V = P x T). T è il numero di volte in cui in un

anno un bene o un servizio viene scambiato. P è la quantità di moneta scambiata mediamente in

ogni transazione. P x T è uguale alla quantità di moneta scambiata in un anno. M è la quantità di

moneta. V è la velocità di circolazione della moneta rispetto alle transazioni e misura la rapidità con

cui la moneta circola nel sistema economico (ovvero quante volte un euro cambia di mano in un

dato periodo).

L'equazione dello scambio dimostra che se una delle variabili varia, una o più delle altre devono

necessariamente variare per mantenere l'eguaglianza.

Il problema di tale equazione è che il numero delle transazioni è difficile da misurare. Per risolvere

questo problema il numero delle transazioni T viene sostituito con la produzione aggregata Y.

T e Y sono strettamente correlate ma non si tratta della medesima variabile.

L'equazione dello scambio può essere così riscritta: M x V = P x Y.

Poiché Y è anche il reddito totale, in questa versione dell'equazione V è chiamata velocità di

circolazione della moneta rispetto al reddito, la quale misura il numero di volte in cui mediamente

ogni banconota entra nel reddito di un individuo in un dato periodo di tempo.

Saldi monetari reali: (M/P Q di moneta rispetto alla quantità di beni che può acquistare) misurano il

potere di acquisto dello stop di moneta.

Funzione di domanda di moneta: è una equazione che spiga come si determina la quantità di saldi

monetari reali che gli individui desiderano detenere (M/P) = kY → Questa equazione

elevato a d

stabilisce che la quantità domandata di saldi monetari reali è proporzionale al reddito reale. K è

una costante che indica la Q di moneta che gli individui desiderano detenere per ogni unità di

reddito.

Aggiungiamo a questa funzione la condizione che la domanda di saldi monetari reali (M/P) elevato a d

deve essere uguale all’offerta M/P. Scriviamo quindi: (M/P) = kY → M (1/k) = PY → MV = PY

(dove V = 1/k). Questi passaggi matematici dimostrano il collegamento tra la domanda di moneta e

la sua velocità di circolazione.

Teoria quantitativa della moneta: teoria che stabilisce le relazioni tra la quantità di moneta e le altre

variabili economiche.( effetti della moneta sul sistema economico) (semplificazione della realtà).

Es. → Da quando sono stati introdotti i bancomat gli individui hanno ridotto la quantità di moneta

detenuta (riduzione di k) e (aumento di V).

(Ipotizzando che V sia costante) L’equazione dello scambio può essere considerata come una teoria

della determinazione del PIL nominale. Di conseguenza, una variazione di quantità di moneta (M)

provoca una variazione proporzionale del PIL nominale (PY). Questa teoria si fonda su 3 elementi

fondamentali:

1. I fattori di produzione determinano il livello della produzione aggregata Y.

2. L’offerta di moneta M determina il valore nominale della produzione aggregata PY. Questa

conclusione discende dall’equazione dello scambio e dall’ipotesi che la velocità di

circolazione della moneta sia costante.

3. Il livello dei prezzi P è il rapporto tra il valore nominale della produzione aggregata, PY, e

la produzione aggregata Y.

In altre parole, la capacità produttiva di un sistema economico determina il PIL reale, la quantità di

moneta determina il PIL nominale, e il deflatore del PIL è il rapporto tra PIL nominale e PIL reale.

Questa teoria permette di spiegare cosa accade quando la banca centrale varia l’offerta di moneta.

Perciò, la teoria quantitativa della moneta afferma che la banca centrale, controllando l’offerta di

moneta, ha il controllo assoluto del tasso di inflazione. Se la banca centrale mantiene stabile

l’offerta di moneta, il livello dei prezzi è stabile; se la banca centrale aumenta rapidamente l’offerta

di moneta, il livello dei prezzi aumenta rapidamente.

Perché un governo vorrebbe incrementare l’offerta di moneta? (visto che provoca inflazione).

Il ricavo che si ottiene dal battere moneta è detto signoraggio (il termine deriva da signore feudale).

Se un governo batte moneta per finanziare la spesa pubblica, l’offerta di moneta aumenta.

L’aumento dell’offerta a sua volta genera inflazione, questo quindi equivale ad imporre un’imposta

di inflazione. Questa imposta viene pagata da chiunque detenga moneta. Con l’aumento dei prezzi

che consegue all’aumento dell’offerta di moneta diminuisce il valore reale delle banconote. Quando

il governo batte nuova moneta e la spende, erode il valore della moneta. L’inflazione, dunque,

equivale a un’imposta sulla detenzione di moneta.

Nei paesi che attraversano una fase di iperinflazione spesso il signoraggio è la principale fonte di

entrate per lo Stato; in effetti, la necessità di stampare banconote per finanziare la spesa pubblica è

la principale causa dell’iperinflazione. Affidarsi a questa imposta come principale fonte di entrate

per lo stato è anche pericoloso perché il suo unico risultato certo è l’inflazione. Nel linguaggio

economico il tasso di interesse, corrisposto dalla banca è detto tasso di interesse nominale e

l’incremento del potere d’acquisto tasso di interesse reale. Se indichiamo con i il tasso di interesse

nominale, con r il tasso di interesse reale e con π il tasso di inflazione, il rapporto tra le tre variabili

può essere descritto come: r = i-π (Il tasso di interesse reale è pari alla differenza tra il tasso di

interesse nominale e il tasso di inflazione.

Effetto Fisher: riorganizzando i termini dell'equazione possiamo dimostrare che il tasso di interesse

nominale corrisponde alla somma del tasso di interesse reale e del tasso di inflazione: i = r + π

Scritta in questo modo, la relazione tra le variabili è nota come equazione di Fisher. Essa mostra che

il tasso di interresse nominale può variare per due cause: per una variazione del tasso di interesse

reale e per una variazione del tasso di inflazione. Secondo la teoria quantitativa, un aumento del

tasso di crescita della moneta pari all'1% genera una aumento del tasso di inflazione provoca a sua

volta un aumento dell'1% del tasso di interesse nominale. Questa Orelazione uno a uno tra tasso di

inflazione e tasso di interesse nominale viene chiamata effetto di Fisher.

Due tassi di interesse reali:

Quando un creditore e un debitore si accordano su un tasso di interesse nominale, non sanno quale

sarà il tasso di inflazione prevalente per la durata del prestito. Di conseguenza, dobbiamo

distinguere tra due diversi concetti di tasso di interesse reale: il tasso di interesse reale che il

creditore e il debitore si aspettano al momento della stipula dell'accordo, o tasso di interesse reale ex

ante; e il tasso di interesse reale che effettivamente si realizza, detto tasso di interesse reale ex post.

Detti π il tasso di inflazione futuro effettivo e π il tasso di inflazione futuro atteso, il tasso

elevato alla e

di interesse reale ex ante è i-π e il tasso di interesse reale ex post è i-π . Se l'inflazione

elevato alla e

effettiva si discosta dall'inflazione attesa π , i due tassi sono tra loro differenti.

elevato alla e

Perciò l'effetto di fisher può essere rappresentato come : i= r+π elevato alla e

Il costo di ottenre moneta

Il tasso di interesse nominale è quindi il costo-opportunità di detenere moneta: è ciò a cui

rinunciamo nel preferire la moneta liquida a un impiego fruttifero. Le attività diverse dalla moneta,

come i titoli di Stato, hanno un rendimento reale r; la moneta, invece, offre un rendimento reale

atteso di - , dato che il valore reale della moneta diminuisce, nell'unità di tempo, in

elevato alla e

π

misura equivalente all'incremento del livello generale dei prezzi. Chi detiene la moneta, quindi,

rinuncia alla differenza tra i due rendimenti indicati: il costo di detenere moneta è perciò, r - (- π

), che corrisponde a ciò che l'equazione di Fisher individua come il tasso di interesse nominale i.

elevato alla e

Dunque, la domanda di saldi monetari reali dipende sia dal livello del reddito sia dal tasso di interesse nominale;

possiamo descrivere la doamnda di moneta con la seguente notazione: (M/P) = L (i, Y).

elevato alla d

Questa equazione afferma che quanto più elevato è il livello del reddito Y tanto più elevata è la domanda di saldi

monetari reali e quanto più è elevato il tasso di interesse nominale i, tanto più bassa è la domanda di saldi onetari

reali. Afferma anche che l'interazione della domanda e dell'offerta di moneta determina il livello dei prezzi di

equilibrio.

p.84 parte * integrare se la prof lo tratta in classe.

Secondo la teoria classica della moneta una variazione del livello generale dei prezzi equivale a un cambiamento

dell'unità di misura( in raltà il benessere economico dipende dai prezzi relativi, non dal livello generale dei prezzi.

Costi dell'inflazione attesa:

• Costo delle suole: tempo speso per recarsi in banca ( detenendo meno moneta gli individui

devono recarsi piu volte in banca).

• Costo di listino : necessità delle imprese di cambiare frequentemente il listinoprezzi dei

propri prodotti.

Un quarto costo dell'inflazione discende dalla normativa tributaria, perchè molte disposizioni del sistema tributario

non tengono conto degli effetti dell'inflazione. Ma se ci fosse un'inflazione del 12% all'anno, per ogni 100 euro di

azioni acquistate ne incasseremo 112; in questo caso la normativa tributaria, calcolerebbe un reddito di 12 euro

ogni 100. La normativa tributaria quindi considera reddito le plusvalenza nominali non quelle reali (l'inflazione

distorge l'imposizione fiscale). I costi dell'inflazione inattesa

L'inflazione inattesa ridistribuisce arbitrariamente la ricchezza tra gli individui, es. Prestiti a lungo termine. I

contratti di prestito a lungo termine, di solito, definiscono un tasso di interesse nominale, che si basa sul tasso di

inflazione atteso nel momento in cui viene stipulato il contratto. Se l'inflazione ha un andamento diverso da quello

atteso, il tasso di interesse reale ex post che il debitore paga al creditore è diverso da quello che entrambe le parti

avevano previsto all'atto della stipula del contratto. Se l'inflazione effettiva è più alta dell'inflazione attesa; il

debitore ci guadagna perchè ripaga il prestito con una moneta che ha una valore più basso di quello atteso; se

l'inflazione effettiva è più bassa di quella attesa, a guadagnarci è il creditore. Non sorprende che, a causa del

maggior rischio, le istituzioni finanziarie tendano ad applicare ai mutui a tasso fisso un tasso di interesse più

elevato rispetto a quelli a tasso variabile. L'inflazione inattesa danneggia anche chi vive di un reddito fisso, come

la maggior parte dei pensionati. Il valore della pensione, frutto di accordi privati o di contrattazione collettiva,

spesso è stabilito in termini nominali nel momento in cui il lavoratore va in pensione. Come tutti i creditori, il

lavoratore è danneggiato da un'inflazione più elevata del previsto; come tutti i debitori, le aziende o il sistema

previdenziale nazionale sono danneggiati da un'inflazione più bassa del previsto. Quanto più variabile il tasso di

inflazione, tanto maggiore è l'incertezza che i creditori e i debitori devono affrontare. Nelle economie con

inflazione elevata e variabile l'indicizzazione è spesso diffusa: a volte, essa prende la forma di contratti denominati

in valute estere, più stabili di quella nazionale. É importante sottolineare un fatto ampiamente documentato ma

scarsamente considerato: l'inflazione elevata è sempre variabile. I paesi con un'elevata inflazione media tendono a

presentare un tasso di inflazione che varia da un anno all'altro. Di conseguenza, un paese che decida di perseguire

una politica inflazionistica deve accettare anche un'inflazione che muta.

Un beneficio dell'inflazione

la presenza di tali costi porta molti econimisti a concludere che i responsabili della politica

monetaria debbano porsi come obiettivo un tasso di inflazione nullo. Tuttavia alcuni economisti

ritengono che un'inflazione moderata, un tasso di inflazione annuno compreso tra il 2% e il 3%,

possa essere una buona cosa. L'argomento a favore di un'inflazione moderata parte dall'osservazione

che i tagli ai salari nominali sono un fatto piuttosto raro: le imprese sono poco propense a proporli,

ed i lavoratori non sono disposti ad accettarli. Un taglio dei salari del 2% in un modndo in cui

l'inflazione è nulla è equivalente, in termini reali, a un aumentodei salari del 3% con l'inflazione al

5%. Questo fatto suggerisce che un modesto livello di inflazione potrebbe favorire il buon

funzionamento dei mercati del lavoro. Senza l'inflazione, il salario reale resterebbe bloccato al di

sopra del livello di equilibrio, provocando un aumento della disoccupazione. Per questa ragione,

alcuni economisti sono convinti che l'inflazione sia un "lubrificante" per gli ingranaggi del mercato

del lavoro. L'iperinflazione

Si definisce abitualmente iperinflazione un tasso di inflazione che superi il 50% al mese, ovvero poco più del 1%

al giorno. Componendosi per periodi prolungati, un tasso di inflazione di questo livello produce aumenti

sbalorditivi del livello dei prezzi. I costi dell'iperinflazione

Se la moneta perde rapidamente valore, i manager delle aziende dedicano la maggior parte delle proprie energie

alla gestione di cassa. Distraendo tempo e risorse da attività di maggiore utilità aziendale; l'iperinflazione riduce

l'efficenza dell'economia nel suo complesso. Anche i costi di listino, in presenza di iperinflazione, diventano più

elevati. Le imprese devono cambiare i prezzi così rapidamente che le normali attività, come stampare e distribuire

un catalogo e un listino prezzi, diventano impossibili. Durante un'iperinflazione i prezzi relativi cessano di

riflettere l'effettiva scarsità dei beni: se i prezzi cambiano spesso e drasticamente, per il consumatore diventa

difficile individuare il prezzo più conveniente. Anche i sistemi tributari sono distorti dall'iperinflazione. Tutti i

sistemi tributari prevedono un lasso di tempo tra la determinazione dell'imposta e il pagamento della stessa.

Questa brevev dilatazione del pagamento non ha alcun effetto con un'inflazione moderata; durante

un'iperinflazione, invece, anche un brevissimo ritardo riduce drasticamente il valore reale del gettito fiscale, dato

che, nel momento in cui lo Stato riceve il pagamento, il valore della moneta è diminuito. Prima o poi, i costi

dell'iperinflazione diventano intollerabili. Con il passare del tempo, la moneta prerde la propria funzione di riserva

di valore, unità di conto e mezzo di scambio; al suo posto si diffondono monete non ufficiali, più stabili, come le

sigarette o la valuta straniera. Le cause dell'iperinflazione

I fenomeni dell'iperinflazione sono dovuti a una crescita eccessiva dell'offerta di moneta: quando la

banca centrale stampa troppa moneta, i prezzi lievitano; se l'aumento della quantità di moneta

stampata sale troppo, si genera l'iperinflazione. Per fermare l'iperinflazione, è sufficiente che la

banca centrale riduca il tasso di crescita della moneta.

La maggior parte dei fenomeni di iperinflazione si innesca nel momento in cui lo stato non dispone

di entrate sufficiente per coprire la spesa pubblica. Il governo, pur volendo finanziare l'eccesso di

spesa con l'emissione di titoli del debito pubblico, potrebbe trovarsi nella condizione di non ottenere

più credito. A questo punto, per coprire il disavanzo, al governo non rimane altra strada che

stampare moneta.

Una volta che il fenomeno dell'iperinflazione si è avviato, il problema fiscale si aggrava

ulteriormente: le entrate fiscali reali diminuiscono all'aumentare dell'inflazione, mettendo il governo

nelle condizioni di potersi finanziare unicamente con il signoraggio.

La fine dell'iperinflazione di solito coincide con una riforma fiscale( taglio spesa pubblica); essa riduce la

necessità di ricorrere al signoraggio per finanziare la spesa, permettendo di ridurre la crescita dell'offerta di

moneta.

Dicotomia classica: permette di esaminare le variabili reali ignorando completamente quelle

nominali. La dicotomia classica sorge perchè, nella macroeconomia le variabili dell'offera di moneta

non influenzano le variabili reali. L'irrilevanza della moneta per le variabili reali è detta neutralità

della moneta.

Il ruolo delle esportazioni nette:

In un’ economia aperta una parte della produzione viene venduta entro i confini nazionali e una

parte esportata all‘estero. In questo caso possiamo suddividere la spesa(y) in 4 componenti:

• Cd consumo di beni e servizi nazionali

• Id investimento di beni e servizi nazionali

• Gd spesa pubblica per l’ acquisto di beni servizi nazionali

• EXd esportazione di beni e sevizi nazionali

La suddivisione della spesa in queste quattro componenti si esprime nell’ identità :

Y=Cd+Id+Gd+EX

La somma dei primi tre termini, Cd+Id+Gd, è la spesa interna per l’ acquisto di beni e servizi di

produzione nazionale. Il quarto termine EX è la spesa estera per l’acquisto di beni e servizi

nazionali.

Poiché i beni e servizi importati dall’ estere non fanno parte della produzione di un paese nell’

equazione le importazioni devono essere sottratte: Y= C+G+I+EX-IM ( definendo esportazioni

nette la differenza tra esportazioni e importazioni (NX=EX-IM) l’ equazione quindi diventa :

Y=C+I+G+NX

l’identità contabile del reddito nazionale può anche essere scritta:

NX=Y-(C+I+G) => Esportazioni nette= produzione aggregata - spesa interna

Questa equazione dimostra che se la produzione aggregata è superiore alla spesa interna, si esporta

la differenza e le esportazioni nette sono positive; se la produzione aggregata è inferiore alla spesa

interna, si importa la differenza e le esportazioni nette sono negative.

In questa forma, l’identità contabile del reddito nazionale mostra come le esportazioni nette di una

economia aperta siano, per definizione, uguali alla differenza tra risparmio nazionale e

investimento.

Le esportazioni nette (il saldo commerciale) sono la differenza tra risparmio e investimento interno,

S-I, che chiameremo deflusso netto di capitali. Se è positivo, il risparmio complessivo del sistema

economico è maggiore dell’investimento, e l’ammontare in eccesso viene impiegato per finanziare

soggetti economici esteri. Se è negativo, l’economia sperimenta un afflusso netto di capitali:

l’investimento eccede il risparmio nazionale e l’economia finanzia la differenza indebitandosi

all’estero. Dunque, il deflusso netto di capitali descrive il flusso internazionale di fondi che finanzia

l’accumulazione di capitale.

Investimento estero netto = saldo commerciale S-I = NX

Se S-I e NX sono positivi, siamo in presenza di un avanzo commerciale: in questo caso, il paese è

debitore. Se S-I e NX sono esattamente uguali a zero, siamo in presenza di un saldo commerciale

nullo.

L’uguaglianza tra esportazioni nette e deflusso netto di capitali è un’identità, ovvero è sempre valida

dato il modo in cui vengono definite le due variabili e computati i numeri corrispondenti. Es-> pag.

101.

Per calcolare il prodotto nazionale lordo (PNL) dobbiamo aggiungere al PIL tutti i redditi dei fattori

(salari, rendite, pagamenti in conto interessi e profitti) provenienti dall’estero e sottrarre tutti i

redditi dei fattori corrisposti a soggetti esteri: se definiamo reddito esterno netto (REN) la differenza

tra i redditi dei fattori provenienti dall’estero e i redditi de fattori corrisposti a soggetti esteri,

possiamo scrivere: PNL =PIL + REN. Possiamo anche scrivere: PNL = C+I+G+NX+REN.

C’è anche un altro aspetto delle transazioni di un paese con il resto del mondo del quale dobbiamo

tenere conto: i trasferimenti unilaterali, ovvero pagamenti eseguiti (beni e servizi consegnati) per i

quali non viene registrata una contropartita nella contabilità nazionale. Un esempio tipico di

trasferimenti unilaterali per i paesi europei è dato dagli aiuti internazionali ai paesi in via di

sviluppo. Se aggiungiamo alla somma delle esportazioni nette e del reddito estero netto i

trasferimenti unilaterali netti (che si ottengono sottraendo ai trasferimenti unilaterali in entrata i

trasferimenti unilaterali in uscita del paese) otteniamo il saldo del conto corrente della bilancia dei

pagamenti.

In altre parole il paese può avere un saldo nullo o positivo del conto corrente della bilancia dei

pagamenti anche in presenza di un disavanzo commerciale. In effetti, una tale situazione

indicherebbe che i cittadini del paese spendono più di quanto venga prodotto nel paese stesso, ma

che sono in grado di finanziare questo eccesso di spesa grazie al reddito che incassano dall’estero.

Un paese con un settore industriale molto produttivo, ma che ha beneficiato di un forte afflusso di

investimenti diretti esteri, può avere un avanzo commerciale e al contempo persino un disavanzo

del conto corrente della bilancia dei pagamenti.

Il risparmio e l’investimento in una piccola economia aperta:

Dato che il saldo commerciale è pari al deflusso netto di capitali, che è uguale a sua volta alla

differenza tra risparmio interno e investimento interno, il modello in questione si concentrerà su

risparmio e investimento. Diversamente da quanto è stato detto nel capitolo 3, non ipotizzeremo che

il tasso di interesse reale mantenga l’equilibrio tra risparmio e investimento.

Se il tasso di interesse reale non si aggiusta in modo da tenere in equilibrio il risparmio e

l’investimento, da cosa viene determinato? Rispondiamo a questa domanda ipotizzando di trovarci

in una situazione di piccola economia aperta con perfetta mobilità di capitali. Per ‘piccola’

intendiamo un’economia che rappresenti solo una modesta porzione dei mercati mondiali e che non

abbia che un effetto risibile sul tasso di interesse mondiale. Per ‘perfetta mobilità di capitali’

intendiamo che i residenti di questo paese hanno pieno e libero accesso ai mercati finanziari e che il

governo non pone vincoli all’indebitamento o alla concessione di crediti all’estero.

Quindi il tasso di interesse reale prevalente nella piccola economia aperta, r, deve essere uguale al

tasso di interesse mondiale, r*. I residenti della piccola economia aperta non si indebitano mai a un

tasso di interesse superiore a r*; analogamente non impiegano mai i propri fondi a un tasso di

interesse inferiore a r*. Dunque, il tasso di interesse mondiale determina il tasso di interesse reale

nella nostra piccola economia aperta. L’economia mondiale è un’economia chiusa e perciò è

l’equilibrio tra risparmio mondiale e investimento mondiale che determina il tasso di interesse

mondiale.

Per costruire il modello di una piccola economia aperta dobbiamo adottare tre ipotesi già formulate

nel capitolo 3.

• La produzione aggregata dell’economia, Y, è fissa.

• Il consumo C è direttamente correlato con il reddito disponibile Y-T.

• L’investimento I è inversamente correlato con il tasso di interesse reale r.

Nel capitolo 3 il tasso di interesse reale era determinato dall’intersezione delle due curve. Nel caso

della piccola economia aperta, però, il tasso di interesse reale è uguale al tasso di interesse reale

determinato nei mercati mondiali. Il saldo commerciale è determinato dalla differenza tra risparmio

e investimento, dato il tasso di interesse prevalente nei mercati internazionali.

Gli effetti della politica fiscale internazionale:

Cosa accade ad una piccola economia aperta se il governo incrementa la spesa pubblica? L’aumento

di G riduce il risparmio nazionale, dato che S= (Y-C-G). I non cambia; dunque, il risparmio S si

riduce al di sotto del livello dell’investimento, una parte del quale deve essere finanziata ricorrendo

all’indebitamento estero. Dato che NX= S-I, la diminuzione di S, con I invariato, implica una

riduzione di NX. L’economia passa così ad una situazione di disavanzo commerciale. La stessa

logica si implica al caso di una diminuzione delle imposte. Dunque, partendo da una condizione di

saldo commerciale nullo, un provvedimento di politica economica che riduca il risparmio nazionale

genera un disavanzo commerciale.

Consideriamo ora cosa accade quando i governi di atri paesi aumentano la propria spesa pubblica.

Se i paesi rappresentati da tali governi sono di modeste dimensioni, il cambiamento della loro

politica fiscale non ha che un effetto trascurabile sugli altri paesi; ma se si tratta di paesi che

rappresentano una porzione consistente dell’economia mondiale, l’aumento della loro spesa

pubblica riduce il risparmio mondiale e provoca un innalzamento del tasso di interesse mondiale

(mondo: economia chiusa).

L’aumento del tasso di interesse accresce il costo dell’indebitamento e perciò, riduce l’investimento

nella nostra piccola economia. Il risparmio S è ora superiore all’investimento I. Dato che NX= S-I,

la diminuzione di I provoca necessariamente un aumento di NX.

Gli spostamenti della curva di domanda di investimento:

Se la curva di domanda di investimento si sposta verso destra, ovvero se, per ogni dato livello del

tasso di interesse mondiale, la domanda di investimento aumenta. Un tale spostamento si potrebbe

verificare se il governo decidesse di concedere sgravi fiscali. Per ogni dato livello del tasso di

interesse mondiale, l’investimento è più elevato, ma, poiché il risparmio è invariato, il maggiore

investimento deve essere finanziato attraverso l’indebitamento estero, generando un afflusso netto

di capitali negativo. In altre parole, dato che NX= S-I, all’aumento di I deve corrispondere una

diminuzione di NX. Pertanto, partendo da una condizione di saldo commerciale nullo, uno

spostamento verso destra della curva di investimento provoca un disavanzo commerciale.

Il deflusso netto di capitali è la differenza tra il risparmio e l’investimento nazionali; l’effetto dei

provvedimenti di politica economica sul saldo commerciale può sempre essere individuato

esaminandone le ripercussioni sul risparmio e sull’investimento interni. I provvedimenti che

provocano un aumento dell’investimento o una diminuzione del risparmio tendono a creare un

disavanzo commerciale; quelli che provocano una diminuzione dell’investimento o un aumento del

risparmio tendono a produrre un avanzo commerciale. La maggior parte degli economisti tende a

non considerare il disavanzo come un problema in sé, ma come il sintomo di un problema. Esso

può essere il risultato di un basso saggio di risparmio. In un’economia chiusa, comporta scarsi

investimenti e uno stock futuro di capitale insufficiente. In un’economia aperta esso porta ad un

debito estero crescente. In entrambi i casi, gli elevati livelli di consumo corrente si traducono in

livelli di consumo futuri più contenuti.

Le economie rurali povere che si evolvono verso un modello industriale sono costrette ad

indebitarsi all’estero. In questo caso il disavanzo commerciale è indicatore di sviluppo economico.

I tassi di cambio:

Il tasso di cambio tra i due paesi è il prezzo al quale i residenti dei due paesi effettuano tra loro

scambi commerciali.

Gli economisti sono soliti distinguere tra due tassi di cambio: il tasso di cambio nominale e il tasso

di cambio reale;

il tasso di cambio nominale è il prezzo relativo delle valute dei due paesi. Quando ci si riferisce al

‘tasso di cambio’ tra due paesi, abitualmente ci si riferisce al tasso di cambio nominale. Per esempio

il cambio euro/sterlina può essere espresso come 1,189 euro per 1 sterlina o come 0,841 sterline per

1 euro. In questo libro in genere esprimeremo il tasso di cambi nominale come il prezzo estero della

valuta nazionale.

Supponiamo adesso che il tasso di cambio aumenti da 0,841 sterline per 1 euro a 0,850 sterline per

1 euro. Questo aumento del tasso di cambio è definito un apprezzamento dell’euro, perché ora

l’euro vale di più in termini di sterline. Se il tasso di cambio diminuisse, si avrebbe un

deprezzamento dell’euro. Quando la valuta nazionale si apprezza, si può acquistare una maggiore

quantità di beni di produzione estera. A volte si usa il termine rafforzamento come sinonimo di

apprezzamento, e indebolimento al posto di deprezzamento. (Per es, se siete nel Regno Unito, la

quantità di dollari che servono per acquistare 1 sterlina)

Il tasso di cambio reale è il prezzo relativo dei beni dei due paesi; esso misura il rapporto al quale

possiamo scambiare i beni prodotti in un paese con quelli prodotti nell’altro.

Tasso di cambio reale = tasso di cambio nominale x prezzo del bene nazionale : prezzo del bene

estero ꜫ

Tasso di cambio reale= tasso di cambio nominale x rapporto dei prezzi => =ꬲx(p/p*)

ꬲ tasso di cambio nominale ( Q di yen per un €) P livello dei prezzi in Francia

P* livello dei prezzi in Giappone tasso di cambio reale

Se il tasso di cambio reale è elevato, i beni esteri sono più convenienti rispetto ai beni nazionali. Se

il tasso di cambio reale è basso, i beni nazionali sono relativamente più convenienti dei beni esteri: i

residenti del nostro paese tenderanno ad acquistare meno beni di importazione. Analogamente, in

altri paesi i consumatori tenderanno ad acquistare molti beni esportati dal nostro paese e viceversa.

Questa relazione tra esportazioni nette e tasso di cambio reale può essere descritta dalla funzione:

NX= NX ( ) -> le esportazioni nette sono una funzione del tasso di cambio reale.

Possiamo sintetizzare la nostra analisi nel modo che segue:

• Il tasso di cambio reale è correlato con le esportazioni nette. A un tasso reale più basso

corrispondono beni e servizi nazionali meno costosi rispetto a quelli esteri e, quindi, esportazioni

nette più consistenti.

• Il saldo commerciale (esportazioni nette) deve essere uguale al deflusso netto di capitali che,

a sua volta, è uguale alla differenza tra risparmio nazionale e investimento esterno. Il risparmio è

determinato dalla funzione di investimento e dal tasso di interesse mondiale prevalente.

La curva che descrive la relazione tra esportazioni nette e tasso di cambio reale ha pendenza

negativa, perché al diminuire del tasso di cambio reale le esportazioni nette aumentano. S-I, è

verticale, perché né il risparmio né l’investimento dipendono dal tasso di cambio reale;

l’intersezione tra le due curve determina il tasso di cambio reale; l’intersezione tra le due curve

determina il tasso di cambio reale di equilibrio.

La retta verticale, S-I, rappresenta la differenza tra il risparmio nazionale e l’investimento interno e,

quindi, l’offerta di valuta nazionale. La curva NX, con pendenza negativa rappresenta la domanda

netta di valuta nazionale da parte dei cittadini stranieri che desiderano acquistare beni e servizi

nazionali. Grafico p.111

Gli effetti della politica fiscale nazionale: A una riduzione del risparmio nazionale corrisponde una

diminuzione di S-I e, di conseguenza, di NX. Dunque, una riduzione del risparmio nazionale

provoca un disavanzo commerciale.

Gli effetti della politica fiscale estera: Se un paese straniero aumenta la spesa pubblica o riduce le

imposte provoca una diminuzione del risparmio mondiale spingendo al rialzo il tasso di interesse

mondiale (facendo aumentare S-I e, di conseguenza, NX). Dunque, l’aumento del tasso di interesse

prevalente nei mercati mondiali provoca un avanzo commerciale.

Gli spostamenti della curva di domanda di investimento: Un aumento della domanda di

investimento interno si traduce in un più elevato livello di investimento per ogni dato livello del

tasso di interesse mondiale prevalente. All’ aumentare di I, S-I e NX diminuiscono. Così un

aumento della domanda di investimento genera un disavanzo commerciale. Dunque, gli sgravi

fiscali rendono l’investimento interno più conveniente ma, nello stesso tempo, accrescono il valore

relativo della valuta nazionale necessaria per finanziare l’investimento stesso. I beni nazionali

diventano relativamente più costosi e le esportazioni nette diminuiscono.

Gli effetti delle politiche commerciali: In senso generale, per politiche commerciali si intendono i

provvedimenti di politica economica tesi a influenzare direttamente la quantità di beni e servizi

esportata o importata. Nella maggior parte dei casi, le politiche commerciali prendono la forma di

iniziative tese a proteggere le imprese nazionali dalla concorrenza straniera. Paradossalmente le

politiche protezionistiche non influenzano il saldo commerciale. Si potrebbe supporre che ,

limitando le importazioni si possa ridurre il disavanzo commerciale. Il nostro modello, però,

dimostra che le politiche protezionistiche hanno come unico effetto quello di far apprezzare il tasso

di cambio reale, facendo aumentare il prezzo relativo dei beni nazionali e favorendo così le

importazioni rispetto alle esportazioni. In conclusione, l’apprezzamento del tasso di cambio reale

compensa l’incremento delle esportazioni nette direttamente attribuibile alla politica protezionistica.

Dato che il tasso di cambio reale si apprezza, i beni e i servizi nazionali diventano più costosi

rispetto a quelli esteri; di conseguenza, nella nuova condizione di e1quilibrio, il paese esporta

meno.

Così le politiche protezionistiche fanno diminuire la quantità sia dei beni importati sia dei beni

esportati. Il commercio internazionale è un’attività vantaggiosa per tutti i paesi che vi si dedicano,

perché permette a ciascuno di essi di specializzarsi in ciò che sa fare meglio.

Le determinanti del tasso di cambio nominale:

tasso di cambio nominale: rapporto di scambio tra le valute di due paesi.

Ricordiamo che la relazione tra tasso di cambio reale e nominale è-> t. cambio reale =t. cambio

nominale x rapporto dei prezzi => =ꬲX(p/p*) ꜫ

Possiamo quindi descrivere i T. di cambio nominale come: => ꬲ= x(p*/p)

Se un paese ha un elevato tasso di inflazione rispetto a un altro, una unità della sua valuta acquisterà

nel tempo una quantità progressivamente minore della valuta dell’altro paese; se un paese ha un

tasso di inflazione più basso rispetto a un altro, una unità della sua valuta acquisterà nel tempo

quantità progressivamente maggiori della valuta dell’altro paese.

Un caso particolare: la parità del potere d’acquisto

Esiste una celebre ipotesi, detta legge del prezzo unico, secondo la quale lo stesso bene non può

essere venduto a due prezzi diversi in luoghi diversi nello stesso momento. Se una tonnellata di

frumento costasse di meno a Parigi che a Marsiglia, sarebbe conveniente acquistare frumento a

Parigi per rivenderlo a Marsiglia. Gli arbitraggisti sono abili commercianti specializzati nel

‘’comprare basso ’’ in un mercato e ‘’vendere alto’’ in un altro. Questo provoca un aumento del

prezzo della prima città e una diminuzione nella seconda, fino a far eguagliare i prezzi sui due

mercati.

La legge del prezzo unico, applicata agli scambi internazionali, viene chiamata parità del potere

d’acquisto: secondo tale legge, se è possibile l’arbitraggio, una unità di qualsiasi valuta deve avere

necessariamente lo stesso potere d’acquisto in ogni paese. Dunque, la smania di profitto degli

arbitraggisti internazionali tenderebbe a uniformare il prezzo del frumento in tutti i paesi.

La parità del potere d’acquisto ha due importanti implicazioni. In primo luogo, essendo la curva

delle esportazioni nette molto piatta, le variazioni del risparmio o dell’investimento hanno

un’influenza limitata sul tasso di cambio reale. Molti beni non sono facilmente importabili o

esportabili. In secondo luogo, anche i beni scambiabili non sempre sono perfetti sostituiti: alcuni

consumatori preferiscono le Toyota e altri le Mercedes, quindi il prezzo relativo delle Mercedes e

delle Toyota può variare entro una certa misura senza creare alcuna opportunità di profitto. Per

questa ragione, nella realtà il tasso di cambio reale varia nel tempo. La teoria della parità del potere

d’acquisto spiega in parte perché le variazioni del tasso di cambio reale nel tempo siano limitate.

Quanto più il tasso di cambio reale si discosta dal livello che garantirebbe la parità del potere

d’acquisto, tanto maggiore è l’incentivo a dedicarsi ad attività di arbitraggio internazionale di beni.

La perdita del lavoro, il collocamento al lavoro e il tasso naturale di disoccupazione

Se definiamo L la forza lavora, E il numero degli occupati e U il numero dei disoccupati, dato che

ogni partecipante alla forza lavoro è occupato oppure disoccupato, la forza lavoro è uguale alla

somma di occupati e disoccupati: L= E+U.

Il tasso di disoccupazione è U/L. ipotizziamo che la forza lavoro sia fissa, definiamo con s il tasso

di separazione dal lavoro, cioè la frazione di individui disoccupati che perdono il lavoro ogni mese,

e con F il tasso di collocamento al lavoro, cioè la frazioni di individui disoccupati che trova una

nuova occupazione ogni mese.

Se il mercato del lavoro si trova in uno stato stazionario il numero di individui che trovano una

nuova occupazione è, in ogni dato mese, uguale a quello degli individui che perdono il lavoro. Il

numero degli individui che trovano una nuova occupazione è fU, quello degli individui che perdono

il lavoro è sE, per cui possiamo indicare la condizione di stato stazionario come: fU= sE.

E= L-U -> il numero di occupati è uguale alla differenza tra il numero dei partecipanti alla forza

lavoro e quello dei disoccupati.

Secondo questa equazione, il tasso di disoccupazione di stato stazionario, U/L, dipende dal tasso di

separazione s e dal tasso di collocamento f. Quanto è più elevato il tasso di separazione, tanto è più

alto il tasso di disoccupazione: e quanto più elevato è il tasso di collocamento, tanto più basso è il

tasso di disoccupazione.

Qualsiasi provvedimento teso a ridurre il tasso naturale di disoccupazione deve mirare ad abbattere

il tasso di separazione o a incrementare il tasso di collocamento; quindi, tutti i provvedimenti che

influenzano il tasso di separazione o il tasso di collocamento influiscono anche sul tasso di

disoccupazione.

Questo modello consente di mettere in relazione il tasso naturale di disoccupazione con il tasso di

separazione e il tasso di collocamento; tuttavia, non riesce a dare risposta a una domanda

fondamentale: perché esiste la disoccupazione?

Questo modello del tasso di disoccupazione ipotizza che non si possa trovare istantaneamente un

impiego, ma non spiega perché.

La ricerca di lavoro e la disoccupazione frizionale

Una delle ragioni per cui esiste la disoccupazione è che ci vuole tempo per selezionare il lavoratore

giusto per una data mansione. La disoccupazione provocata dal tempo necessario per trovare una

nuova occupazione è chiamata disoccupazione frizionale.

Per esempio, l’invenzione del personal computer ha ridotto la domanda di macchine per scrivere e,

di conseguenza, la domanda di lavoro da parte dei produttori delle macchine da scrivere; al tempo

stesso, ha accresciuto la domanda di lavoro nell’industria elettronica. Una variazione della

composizione della domanda di lavoro tra settori e aree geografiche diverse è detta riallocazione

settoriale. Indipendentemente dalla causa della separazione dal lavoro, un lavoratore deve sempre

dedicarsi alla ricerca in un nuovo impiego.

La politica economica e la disoccupazione frizionale

Molti provvedimenti di politica economica mirano a ridurre il tasso naturale di disoccupazione, es:

gli uffici di collocamento. Altri provvedimenti di politica economica, invece, contribuiscono ad

aumentare la disoccupazione frizionale. Uno di questi è l’assicurazione contro la disoccupazione,

che consente ai disoccupati di continuare a percepire una parte del proprio salario per un

determinato periodo di tempo dopo aver perso il lavoro. La somma pagata al lavoratore disoccupato

è detta indennità di disoccupazione.

Alleviando il disagio economico prodotto dalla disoccupazione, l’assicurazione contro la

disoccupazione aumenta la disoccupazione frizionale e dunque il tasso naturale di disoccupazione.

Questo non implica necessariamente che sia un provvedimento sbagliato. Questi programmi, infatti,

presentano l’indubbio vantaggio di rendere meno incerto il reddito percepito dai lavoratori

inducendo i disoccupati a rifiutare le offerte meno adeguate.

La rigidità dei salari reali e la disoccupazione strutturale

Una seconda causa di disoccupazione è la rigidità dei salari, cioè l’incapacità dei salari di

aggiustarsi istantaneamente, facendo sì che la domanda di lavoro sia uguale all’offerta.

Se il salario reale è al di sopra del livello che assicura l’equilibrio tra domanda e offerta, la quantità

offerta di lavoro è maggiore della quantità domandata. La rigidità dei salari reali riduce il tasso di

collocamento e accresce il livello di disoccupazione. La disoccupazione che risulta dalla rigidità dei

salari e dal razionamento dei posti di lavoro è detta disoccupazione strutturale: i lavoratori sono

disoccupati non tanto perché ricerchino attivamente un posto di lavoro che risponda meglio alle loro

competenze, quanto perché l’offerta di lavoro è maggiore della domanda. Così molti lavoratori non

possono far altro che aspettare che si liberi un posto di lavoro.

Se il salario reale è superiore al livello di equilibrio, e l’offerta di lavoro è maggiore della domanda,

è plausibile che le imprese desiderino ridurre i salari. Se, nonostante l’accesso di offerta di lavoro,

le imprese non riescono ad abbassare i salari, si genera disoccupazione strutturale.

Le leggi sul salario minimo

L’azione del governo provoca la rigidità dei salari nel momento in cui impedisce ai salari di

scendere fino al livello di equilibrio, es: le leggi sul salario minimo. Per la maggior parte dei

lavoratori il salario minimo non è vincolante, perché la loro retribuzione è ben superiore al minimo

legale. Ma per alcuni lavoratori, soprattutto quelli privi di qualificazione, il salario minimo fa

lievitare la remunerazione al di sopra del livello di equilibrio, riducendo la quantità di lavoro

domandata dalle imprese. Il salario di equilibrio dei lavoratori più giovani tende ad essere il più

basso in quanto sono la componente meno qualificata della forza lavoro. Il salario minimo è fonte

di dibattito, i suoi fautori lo considerano uno strumento per sostenere il reddito della fasce più

povere della popolazione, i suoi detrattori invece sostengono che il maggior costo del lavoro riduca

l’occupazione e che si un provvedimento scarsamente mirato, infatti molti di coloro che ricevono il

salario minimo sono adolescenti e non adulti che faticano a mantenere la famiglia.

I sindacati e la contrattazione collettiva

Una seconda causa della rigidità salariale è il potere monopolistico esercitato dai sindacati. I salari

de lavoratori sindacalizzati vengono determinati non dall’equilibrio tra domanda e offerta, ma dalla

contrattazione trai rappresentanti dei sindacati e delle imprese. Spesso i contratti collettivi di lavoro

riescono a fissare i salari a un livello superiore a quello di equilibrio, lasciando alle imprese la

possibilità di decidere quanti lavoratori assumere. Il risultato è la diminuzione del numero di

lavoratori assunti, con un conseguente aumento della disoccupazione strutturale. A spingere il

salario al di sopra del livello di equilibrio, è anche la minaccia di sindacalizzazione, dato che alle

imprese non piace avere a che fare con i sindacati. La disoccupazione provocata dai sindacati e

dalla minaccia di sindacalizzazione è causa di conflitto tra due diversi gruppi di lavoratori: insider e

outsider. I lavoratori che sono già stati assunti desiderano tenere alti i salari (insider). Il costo dei

salari più alti ricade in parte sui lavoratori disoccupati (outsider), i quali, se i salari fossero più

bassi, probabilmente troverebbero un’occupazione.

Il salario di efficienza

Le teorie del salario di efficienza individuano una terza causa della rigidità dei salari, in aggiunta

alle leggi sul salario minimo e alla sindacalizzazione. Secondo queste teorie, i salari elevati rendono

i lavoratori più produttivi. Gli economisti hanno proposto 4 principali teorie sul rapporto tra salario

e produttività del lavoro:

• La prima si applica esclusivamente ai paesi più poveri, mette in relazione la retribuzione con

la buona nutrizione (il lavoratore meglio pagato può permettersi una dieta più nutriente e quindi

essere più produttivo).

• Una seconda teoria afferma che i salari più elevati riducano il tasso di rotazione (turn over).

Quanto più alto è il salario che un’impresa offre ai propri dipendenti, tanto più elevato il loro

incentivo ad essere fedeli.

• Una terza teoria del salario di efficienza afferma che se un’impresa riduce i salari, i suoi

dipendenti migliori potrebbero trovare lavoro altrove e all’impresa resterebbero soltanto i lavoratori

peggiori (questo fenomeno viene chiamato selezione avversa).

• Un’altra teoria afferma che gli alti salari spingano i lavoratori ad impegnarsi di più. I

lavoratori infatti possono lavorare duramente o battere la fiacca, rischiando di essere scoperti e

licenziati (rischio morale). L’impresa può ridurre il problema pagando salari più alti, quanto più

elevato è il salario, tanto più elevato è per il lavoratore il costo del licenziamento.

Queste 4 teorie che abbiamo descritto sono accomunate dal fatto che un’impresa può operare in

maniera più efficiente al di sopra dell’equilibrio di domanda e offerta.

La durata della disoccupazione

Se si perde il lavoro quanto a lungo si rimane disoccupati?

Se la disoccupazione è di breve durata si può ipotizzare che si tratti di disoccupazione frizionale e

che sia perciò inevitabile. La disoccupazione di lunga durata è da classificare come disoccupazione

strutturale, poiché rappresenta uno squilibrio sistematico tra il numero di posto di lavoro disponibili

e il numero di individui che desiderano lavorare. I periodi di disoccupazione sono nella maggior

parte dei casi di breve durata ma la maggior parte delle settimane di disoccupazione rilevate è

attribuibile ai disoccupati di lungo termine. Es.-> supponiamo che 10 individui siano disoccupati: di

questi, 8 restano disoccupati per un mese e 2 per 12 mesi, per un totale di 32 mesi di

disoccupazione. La maggioranza degli episodi di disoccupazione è di breve durata ma la maggior

parte dei mesi di disoccupazione è attribuibile ai disoccupati di lunga durata (24 dei 32 mesi). A

seconda quindi che si prenda in considerazione la durata dell’esperienza di disoccupazione o il

numero di mesi complessivi di disoccupazione l’interpretazione del fenomeno può cambiare.

Il tasso di disoccupazione dei diversi gruppi demografici: il caso britannico

Il tasso di disoccupazione varia sensibilmente tra i diversi gruppi della popolazione (vedi es. a pag.

136).

Esempio: fenomeno dei lavoratori scoraggiati-> una donna che ha passato parte della sua vita a far

la casalinga con un compagno disoccupato, potrebbe decidere di non rientrare nella forza lavoro,

perché scoraggiata dalle difficoltà incontrate dal compagno nel trovare un impiego.

Sfortunatamente, gli economisti non concordano su come si debba misurare il tasso naturale di

disoccupazione. Dal 1970, nel Regno Unito, il tasso naturale di disoccupazione è stato molto

variabile. Per rispondere a questo gli economisti hanno proposto diverse ipotesi:

• Una delle ipotesi pone l’accento sulla forza lavoro britannica. Dopo la seconda guerra

mondiale il tasso di natalità è aumentato, facendo aumentare di conseguenza il numero della forza

lavoro. Di conseguenza, il tasso medio di disoccupazione è aumentato, poi con l’invecchiamento di

questa generazione il tasso medio di disoccupazione è calato.

• Una seconda spiegazione si fonda sulla diversa portata dei fenomeni di riallocazione

settoriale avvenuti nel tempo. Quanto maggiore è la riallocazione della forza lavoro tra diversi

settori, tanto più elevato è il tasso di separazione dal lavoro e tanto più è elevata la disoccupazione

frizionale. Es.-> (estrema volatilità dei prezzi del petrolio negli anni ’80).

• Una terza spiegazione di queste tendenze pone l’accento sul legame esistente tra

disoccupazione e produttività. Una maggior produttività comporta una maggiore domanda di lavoro

e quindi salari più elevati. All’aumentare della produttività i salari reali si adeguerebbero solo

gradualmente al mutamento della domanda di lavoro. Un’accelerazione della produttività di lavoro

farebbe aumentare la domanda di lavoro, e con i salari vischiosi diminuire la quantità di

disoccupazione.

Il declino dei sindacati:

Il Regno Unito si colloca in una posizione più vicina agli Stati Uniti che ai paesi europei in termini

di sindacalizzazione dei lavoratori. La densità sindacale (affiliazione ai sindacati) è più bassa

rispetto alla copertura sindacale vera e propria. Al giorno d’oggi, meno del 30% dei lavoratori

britannici è iscritta a un sindacato. La drastica riduzione della sindacalizzazione negli UK non ha

eguali. Quali sono le cause di questo fenomeno? Possiamo individuarne almeno 3:

• Le nuove leggi non hanno fatto altro che rendere meno facile e meno interessante per i

lavoratori iscriversi ai sindacati.

• I settori più fortemente sindacalizzati dell’economia britannica erano le ex imprese

nazionalizzate. Ma sono state privatizzate durante l’era THATCHER.

• Molti dei settori più fortemente sindacalizzati, come il settore minerario e la cantieristica

navale, hanno attraversato una fase di declino con una conseguente riduzione degli occupati. Tutto

questo ha contribuito alla riduzione del tasso naturale di disoccupazione registrata nel Regno Unito

dal 1980.

I cambiamenti del sistema di indennità di disoccupazione:

Dal 1980 ad oggi nel Regno Unito si è registrato anche un cambiamento del sistema di indennità di

disoccupazione. Anche in questo caso, il cambiamento è stato provocato dalle riforme attuate dal

governo Thatcher. Come la riduzione della copertura del programma che ha negato l’accesso

all’indennità di disoccupazione ai giovani di 16-17 anni. È evidente che tali riforme del sistema di

indennità di disoccupazione abbiano avuto un ruolo importante nel ridurre il tasso naturale di

disoccupazione del Regno Unito.

L’entrata e l’uscita dalla forza lavoro

Fino ad ora abbiamo ipotizzato che la forza lavoro sia fissa, nella realtà, i movimenti in entrata e in

uscita dalla forza lavoro rivestono una grande importanza, in quanto rendono più difficoltosa

l’interpretazione delle statistiche relative alla disoccupazione. Inoltre alcuni individui potrebbero

davvero volere un lavoro ma, dopo molte ricerche infruttuose, aver smesso di cercarlo. Questi

lavoratori, detti scoraggiati non sono conteggiati tra i partecipanti della forza lavoro.

L’aumento della disoccupazione in Europa

La principale differenza tra l’esperienza britannica e quella degli altri paesi europei è la sostanziale

diminuzione del tasso di disoccupazione nel Regno Unito a partire dai primi anni 1990, al quale non

ha corrisposto una analogo fenomeno nell’Europa continentale.

Qual è la causa di un livello così elevato di disoccupazione in Europa? Esiste un’ipotesi prevalente:

molti economisti sono convinti che il problema sia ascrivibile alla relazione esistente tra le

tradizionali politiche del lavoro e uno shock recente. Le politiche del lavoro adottate in gran parte

dei paesi europei sono caratterizzate da indennità di disoccupazione molto generose e da normative

che tendono a tutelare l’occupazione e a limitare la flessibilità del mercato del lavoro. Lo shock

recente è la flessione della domanda di lavoro poco qualificato rispetto alla domanda di lavoro

altamente qualificato, causata dall’innovazione tecnologica.

Un altro aspetto peculiare dei mercati del lavoro dell’Europa continentale è la mancanza di

flessibilità dovuta a normative molto restrittive. In molti paesi europei, al fine di finanziare il

generoso sistema di indennità di disoccupazione, il datore di lavoro deve pagare, in aggiunta al

salario corrisposto al lavoratore, elevati contributi previdenziali e altre imposte sui ruoli paga.

Questi costi, aggiunti al salario, rendono l’assunzione dei lavoratori molto onerosa. Riducendo la

generosità dell’assistenza pubblica si incoraggerebbero molti lavoratori a uscire dalla logica dell’

assistenzialismo e a trovare un’occupazione anche poco retribuita. Ma provvedimenti di questo tipo

inasprirebbero la disuguaglianza economica: proprio il fenomeno che la generosità del sistema dello

stato sociale intende arginare.

La crisi finanziaria scatenatasi nel 2008 ha avuto gravi ripercussioni sui mercati del lavoro di tutta

Europa. L’ odierno contesto economico nei paesi europei è caratterizzato da politiche di austerità

(tagli alla spesa pubblica) dunque nei paesi con un mercato del lavoro molto flessibile, come il

regno unito, la disoccupazione è aumentata considerevolmente. Oltre che da mercati del lavoro

molto flessibili, i paesi più colpiti dalla crisi sono caratterizzati anche da una disuguaglianza più

marcata, una maggiore esposizione nei confronti di banche estere.

Dopo la recessione 2008|2009 il mercato del lavoro tedesco ha recuperato velocemente terreno e la

disoccupazione ha ripreso il proprio declino. Questo è da attribuire ad una serie di riforme

introdotte nel paese una decina di anni fa.

Ma il rovescio della medaglia dell’ elevato tasso di occupazione tedesco sono posti di lavoro

instabili e malpagati.

L’accumulazione di capitale

Il modello della crescita di Solow permette di descrivere come la crescita dello stock di capitale, la

crescita della forza lavoro e il progresso tecnologico interagiscano nel sistema economico,

influenzando la crescita della produzione di beni e servizi.

La domanda e l’offerta di beni

L’offerta di beni e la funzione di produzione

Nel modello della crescita di Solow, l’offerta di beni si bassa sull’ormai familiare funzione di

produzione, che esprime la produzione (Y) in funzione dello stock di capitale (K) e della forza

lavoro (L): Y= F (K, L).

Esso ipotizza che la funzione di produzione abbia rendimenti di scala costanti.

Basta definire z= 1/L e sostituire nell’equazione precedente per ottenere: Y/L= F (K/L, 1).


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DETTAGLI
Esame: Macroeconomia
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze internazionali e diplomatiche
SSD:
Università: Genova - Unige
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simonetotti96 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Macroeconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Segghezza Elena.

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