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Lezione 1 del 20/09

Macroeconomia

Macroeconomia: la macroeconomia è un ramo dell'economia politica che studia le relazioni tra le grandezze economiche nel loro insieme, infatti si parla di grandezze aggregate. La microeconomia studia il comportamento dell’offerta (quindi, delle imprese) e della domanda (le famiglie), e la loro interazione nel mercato. Invece, la macroeconomia studia il funzionamento di un sistema economico aggregato, stabilendo le relazioni tra le principali variabili, usate anche a scopi di analisi di policy [→ aiutare i policy maker a prendere le decisioni e attuare delle politiche economiche efficaci].

Sistema economico

Sistema economico: è l'insieme degli elementi che caratterizzano una società nel modo di produzione, nel modo di scambio e nei rapporti tra gli operatori economici. Nella storia di sono susseguite due forme principali di sistemi economici:

  • Pianificazione centralizzata = la divisione del lavoro e la distribuzione degli oneri e dei benefici fra i membri della società venivano stabiliti da un’autorità statale con ampi poteri [Unione Sovietica, Europa dell’Est e Repubblica popolare cinese];
  • Economia di mercato = si tratta della forma oggi dominante in quanto vi è libera iniziativa per gli operatori economici con forme di intervento dello Stato che ha due compiti:
    • Creare un quadro istituzionale di riferimento, all’interno del quale gli operatori agiscono;
    • Attuare piani di politica economica [monetaria e fiscale] per colmare eventuali lacune del mercato.

L’economia è una scienza sociale in quanto deve tenere conto del contesto socioculturale; dunque, l’economista è uno scienziato sociale e in quanto tale elabora teorie sul funzionamento dell’economia e fa delle osservazioni, oltre che fare esperimenti ricorrendo ad analisi storiche o modelli economici.

Modello economico

Modello economico: è uno schema formale e semplificato che rappresenta un sistema economico in un determinato periodo.

  • Si basa sugli operatori economici:
    • Famiglie → consumano;
    • Imprese → investono (in macroeconomia si considerano gli investimenti reali e non quelli finanziari);
    • Stato (da intendersi sia governo che come Banca centrale; anche se ormai la Banca d’Italia è stata sostituita dalla BCE) → attua misure di politica economica;
    • Banche commerciali (= private) → fanno da intermediarie per chi vuole risparmiare e investire;
    • Resto del mondo → relazioni tramite importazioni ed esportazioni.
  • Il modello economico descrive i comportamenti degli operatori e le relazioni tra di essi;
  • Formula delle ipotesi per semplificare l’analisi.

L’obiettivo della macroeconomia è quello di sviluppare dei modelli economici e aiutare i policy maker ad adottare politiche economiche più idonee ed efficaci per il raggiungimento dei fini del governo, ovvero:

  • La piena occupazione dei fattori produttivi (= lavoro e capitale), cosicché il sistema economico sia efficiente;
  • Lo sviluppo economico;
  • L’equa distribuzione del reddito;
  • La tutela dell’ambiente [spesso in contrasto con gli altri obiettivi, come quello della crescita, della piena occupazione o quello sociale].

I principali problemi della macroeconomia sono detti SHOCK, possono colpire la domanda e l’offerta ed essere:

  • Endogeni, quindi, interni al sistema economico, come la crisi finanziaria del 2008 (all’interno del mercato immobiliare e del sistema finanziario);
  • Esogeni, ovvero esterni al sistema come il covid;

Poi vi sono anche i problemi specifici legati a ciascun paese derivati dal loro contesto; ad esempio, gli Usa e l’UE hanno un problema economico di stagnazione secolare, cioè l’economia non cresce nonostante i bassi tassi d’interesse (quindi, la politica monetaria espansiva). Oppure, ancora, l’UE ha un problema di disoccupazione seriale e nell’Eurozona alcuni paesi sono caratterizzati da un elevato debito pubblico.

La macroeconomia si concentra su tre variabili principali che dipendono da fattori diversi e interagiscono tra di loro:

  • Il livello di produzione e la sua crescita (PIL);
  • Il tasso di disoccupazione;
  • Il tasso di inflazione.

Il tasso di disoccupazione e quello di inflazione hanno una relazione inversa, detta di trade off, in quanto abbassando una aumenta l’altra, rendendo difficili le decisioni dei policy maker.

PIL

Visto che la produzione dipende dall’orizzonte temporale di riferimento, per semplificare l’analisi si ricorre a tre tipi di modelli economici diversi, a seconda di quest’ultimo. Ciascun modello consente di affrontare approfonditamente un problema alla volta, concentrandosi su aspetti più rilevanti:

  • Breve periodo = la produzione è spiegata dalla domanda aggregata, da parte di consumatori, imprese, governo, resto del mondo. Si considera:
    • L’offerta/capacità produttiva costante in quanto, ad esempio, progettare e realizzare investimenti richiede tempo;
    • I prezzi costanti visto che essi dipendono dai costi di produzione, in particolare dalla remunerazione del lavoro e i salari derivano da contratti a medio termine (e sono difficilmente modificabili nell’immediato).

Inoltre, nel breve periodo si alternano fasi di espansione (l’economia si surriscalda, la domanda di beni è particolarmente elevata) e di recessione (l’economia è in affanno, la domanda è scarsa).

  • Medio periodo = non conta più la domanda di un bene ma si considera l’offerta e i suoi fattori; inoltre:
    • I prezzi e i salari sono flessibili, cambiano (quindi vi è possibilità di inflazione) → in questo modello è possibile analizzare le interazioni tra il tasso di inflazione e il tasso di disoccupazione, le altre due variabili indagate dalla macroeconomia.

Lungo periodo = l’oggetto di studio è la crescita, che dipende da fattori come accumulazione di capitale, il sistema scolastico, la qualità del governo; inoltre, nel lungo periodo non contano le fluttuazioni della domanda.

Cicli economici

Cicli economici: si tratta dell’alternarsi di fasi di espansione e fasi di recessione, rispetto a trend di crescita. Per trend di crescita si intende l’andamento che la produzione assumerebbe se tutti i fattori della produzione fossero pienamente impiegati.

PIL POTENZIALE: può variare per fattori di medio-lungo periodo, ad esempio, si costruiscono nuovi impianti produttivi, si scoprono nuove tecnologie, tutti elementi che permettono al trend del PIL di crescere. La produzione effettiva poi non si trova sempre al livello del PIL potenziale, ma oscilla intorno al trend, quindi, si crea il cosiddetto output gap/gap di produzione = produzione potenziale (trend di crescita) - produzione effettiva (fluttuazioni di breve periodo).

Gli economisti per capire che cosa succede in un sistema economico hanno bisogno di dati e informazioni. La contabilità nazionale raccoglie dati sulle variabili, definendo a priori dei criteri in modo tale che a livello aggregato le variabili (consumo, investimento…) siano collegate tra di loro in modo coerente.

Il PIL può essere misurato in vari modi: dal punto di vista della produzione o dal punto di vista del reddito. La misura principale della produzione aggregata nella contabilità nazionale è chiamata Prodotto interno lordo = il valore dei beni finali prodotti nell’economia in un dato periodo di tempo.

Si distingue infatti tra:

  • Beni finali = bene di consumo e beni di investimento che vengono venduti agli utilizzatori finali;
  • Beni intermedi = materie prime, i semilavorati che le imprese acquistano da altre imprese. Non entrano nel calcolo del Pil, per evitare errori di doppia contabilizzazione;
  • Valore aggiunto = quell’aumento di valore a un certo stadio della produzione.

Produzione = reddito significa che i costi che le aziende sostengono per produrre i propri prodotti corrispondono con ciò che hanno a disposizione i lavoratori (quindi, i consumatori) per comprarli [→ Flusso circolare del reddito: tutto ciò che viene prodotto alla fine viene consumato dalle famiglie].

Lezione 2 del 24/09

PIL nominale/monetario

PIL nominale/monetario: è la somma di tutti i beni e servizi finali (q) venduti in un periodo di tempo valutati al loro prezzo corrente (p): =∑ = dove n= a, b, ..., z = bene generico + t = anno corrente dei prezzi considerati. Il Pil nominale può variare nel tempo per vari motivi:

  • In seguito all’aumento della quantità dei beni finali q (aumento della produzione reale);
  • In seguito all’aumento del loro prezzo;
  • In seguito all’aumento di entrambi;
  • Una delle due grandezze è aumentata più di quanto l’altra sia diminuita.

PIL reale

PIL reale: il valore di tutti i beni e servizi finali valutati a prezzi costanti, relativi ad un determinato anno; infatti, eliminando l’effetto dell’aumento dei prezzi, si è in grado di raggiungere l’obiettivo di misurare quanto viene prodotto e quanto varia nel tempo questa produzione. =∑ = dove n= a, b, ..., z = bene generico + 0 = anno base preso in considerazione.

Esempio: Economia con tre beni prodotti (a, b, c). Nel 2015 il Pil nominale dell’economia Gamma è stato di 4900 mld, mentre nel 2018 è stato di 5060 mld. In quale anno la produzione reale è stata maggiore? Per rispondere alla domanda bisogna confrontare il Pil reale del 2015 con quello del 2018, utilizzando un anno di riferimento, in questo caso il 2015. L’eventuale differenza tra i valori di Pil reali, infatti, riguarderà solamente le quantità fisiche, cioè le grandezze reali (quelle che interessano di più ai soggetti economici), e non le variabili monetarie, ovvero le grandezze nominali. L’economia in termini nominale è cresciuta, in seguito all’aumento dei prezzi; mentre, la ricchezza reale del Paese analizzato è diminuita visto che il Pil reale del 2018 è inferiore a quello del 2015.

Oltre al livello di Pil in un determinato anno, si guarda:

  • Tasso di crescita del PIL (reale) = variazione che il Pil ha avuto tra l’anno t e l’anno t-1, espressa in termini percentuali PIL = [ (Pil - Pil ) / Pil ] * 100;
  • PIL pro-capite = tenore di vita medio di quel paese PIL pro-capite = PIL / popolazione.

Inflazione e deflazione

Inflazione: l’aumento sostenuto del livello generale dei prezzi. Il tasso di inflazione è il tasso a cui i prezzi aumentano nel tempo.

Deflazione: la diminuzione del livello generale di prezzi. Il tasso di deflazione è il tasso a cui i prezzi diminuiscono nel tempo.

Per studiare questi fenomeni bisogna considerare il livello generale dei prezzi, calcolato in due modi possibili:

  • Il deflatore del PIL = calcola la variazione del livello dei prezzi dal lato della produzione e si identifica con P. Considerando che PIL = PILN * P per trovare il deflatore isolo Pt. Nell’anno di riferimento per il Pil reale il deflatore è uguale a 1 in quanto PILR = PILN. La variazione percentuale del deflatore fornisce una stima dell’inflazione avutasi in un certo periodo di tempo;
  • Indice dei prezzi al consumo = calcola la variazione del livello dei prezzi dal lato del consumo e riflette le variazioni dei prezzi del paniere di beni tipicamente consumati dalle famiglie in un paese; dunque, misura il costo della vita (In Italia IPC). Per permettere confronti tra Paesi c’è IAPC, ovvero un indice armonizzato dei prezzi al consumo.
    • Deflatore e IPC possono differire perché i beni prodotti e beni consumati dalle famiglie spesso non coincidono; oltre al fatto che le famiglie consumano beni non prodotti a livello domestico.

PIL [prodotto interno lordo] rappresenta i beni e servizi finali prodotti sul territorio dello Stato, da soggetti ovunque residenti, indipendentemente dalla loro nazionalità ≠ PNL [prodotto nazionale lordo] include i beni e servizi finali prodotti da soggetti residenti nel Paese [N.B. sono considerati residenti all'estero coloro che sono emigrati stabilmente all’estero ( > 1 anno)]. Nel PNL, dunque, vengono considerate anche le attività delle imprese nazionali che operano fuori dai confini PNL = PIL + RNE [Redditi Netti dell’Estero: saldo tra redditi dei cittadini italiani che lavorano all’estero e redditi di cittadini stranieri che lavorano in Italia].

Come abbiamo visto all’interno del sistema economico (flusso circolare dei redditi) lo Stato è un soggetto fondamentale:

  • Principali fonti di entrata:
    • Imposte dirette (IRPEF);
    • Imposte indirette sui consumi (IVA);
    • Contributi sociali a carico dei datori di lavoro o dei lavoratori autonomi (INPS).
  • Principali voci di uscita:
    • Spese correnti come redditi da lavoro per i dipendenti pubblici, i consumi intermedi quali l’acquisto di beni e servizi, i trasferimenti alle famiglie (pensioni, sussidi, ecc.) quelli alle imprese e gli interessi passivi sul debito pubblico;
    • Spese in conto capitale, ovvero gli investimenti in senso stretto del settore pubblico o spesa pubblica (scuole, strade, ecc.).

Documento giuridico-contabile che illustra la gestione finanziaria dello Stato e degli altri Enti Pubblici prevede la contrapposizione tra entrate ed uscite.

Saldo del bilancio statale

Saldo del bilancio statale (BS) = Entrate totali – Uscite totali = TA - (G + TR + iB) con TA imposte, G spesa pubblica, TR trasferimenti al settore privato e iB interessi sui titoli di debito pubblico. Se:

  • BS > 0 il bilancio pubblico è in avanzo, ovvero le entrate superano le uscite;
  • BS = 0 il bilancio è in pareggio, quindi entrate ed uscite si eguagliano (le entrate coprono esattamente le uscite);
  • BS < 0 il bilancio è in disavanzo o deficit, quindi, presenta un saldo negativo visto che uscite superano le entrate totali [ debito: variabile di stock, che quindi si accumula nel tempo ≠ deficit: derivante dalla differenza tra entrate ed uscite di un determinato periodo di tempo → variabile di flusso].

In particolare, si distingue tra:

  • Disavanzo totale, pari alle entrate meno le uscite (formule del BS);
  • Disavanzo primario, quella parte del disavanzo complessivo che esclude il pagamento degli interessi sul debito pubblico → TA [entrate totali] – (G+TR) [le uscite totali al netto degli interessi].

È importante, come si è accennato, distinguere il debito dal deficit.

Debito

Debito: valore nominale complessivo dei titoli che lo Stato ha emesso per finanziare i disavanzi di bilancio via via accumulatisi in periodi precedenti [variabile di stock]. Si tratta di:

  • Una grandezza di flusso, quindi riferita a un periodo di tempo;
  • Una grandezza di stock, quindi accumulata nel tempo.

Tuttavia, tra disavanzo e debito esiste un legame: elevati e persistenti disavanzi nei conti pubblici alimentano/aumentano il debito pubblico. È importante conoscere l’entità del debito di un Paese, e soprattutto misurarlo in relazione al PIL nominale; infatti, il rapporto debito/PIL nominale è detto “Rapporto d’indebitamento”.

Lezione 3 del 27/09

Cenni sull’evoluzione della macroeconomia

La macroeconomia ha subito un processo di evoluzione nel tempo, con diverse interpretazioni circa il fenomeno della crescita, la natura degli shock e le relative risposte; le varie teorie che si affermano in un determinato periodo e contesto entreranno in crisi a causa di cambiamenti e avvenimenti propri in queste dimensioni.

La teoria neoclassica

Nasce nella seconda metà dell’Ottocento come reazione alla scuola classica (Smith, Ricardo, Marx); essi si concentravano soprattutto sulla distribuzione del reddito tra le classi, però questo concetto viene superato e si passa all’individualismo metodologico, che vede nell’uomo un’agente razionale. Inoltre, l’altro pilastro dei neoclassici è il metodo scientifico (si libera la disciplina dalla connotazione sociale classica). Tutto ciò porta i neoclassici a sostenere la presenza di un equilibrio all’interno del mercato tra domanda e offerta, basato sulla concorrenza perfetta e sul libero mercato [NO INTERVENTO STATALE, se non per difendere questi pilastri]: solo così per loro è possibile la piena occupazione del lavoro e del capitale. Le teorie neoclassiche vengono smontate dalla crisi del 1929 e dalla Grande depressione, in seguito al crollo della borsa di Wall Street; i mercati non si dimostrano così efficienti come credevano i neoclassici (→ niente mano invisibile).

Rivoluzione Keynesiana

John Maynard Keynes, padre della macroeconomia moderna, mette in discussione il credo nella capacità autoregolatrice dei mercati, e le sue teorie prendono piede proprio in questo grande momento di incertezza. Secondo Keynes, in una situazione di crisi il settore pubblico può fare una politica fiscale espansiva (ad es. aumentare la spesa pubblica), per stimolare nuova attività economica (aumento della produzione e un aumento dell’occupazione); così anche da compensare una carenza di domanda da parte del settore privato. Per spiegare l’effetto di un aumento di politica fiscale sulla produzione Keynes introduce il concetto del moltiplicatore [se G aumenta allora anche Y aumenta, però più che proporzionalmente visto che aumentano anche i consumi: vedi più avanti]. Le misure keynesiane vengono messe pienamente in pratica nel secondo dopoguerra, con stimola attivo dell’economia.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessiaghiggi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Macroeconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Fontana Olimpia.
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