Appunti di linguistica italiana
Approccio filologico
L'approccio filologico consiste nell'accertamento preliminare dei testi. Lo storico della lingua si occupa non tanto di testi letterari ma anche di qualsiasi documento scritto. Un problema significativo è quello della documentazione: tra il 200 e il 300 d.C. c'è un'insufficienza di dati, pochi testi e poco differenziati, che rendono l'analisi non completa. Una serie di volgarismi conviveva sul territorio, influenzando le correnti letterarie linguistiche della lingua odierna.
Storia della lingua italiana
In Italia, la prima cattedra di storia della lingua italiana fu istituita nel 1938 a Firenze. Bruno Migliorini ha introdotto il termine "regista" per sostituire il rispettivo termine francese "regisseur". Nel 1939, a Roma, Alfredo Schiaffini consegnò il testo "Testi fiorentini del 200", precedendo Boccaccio. Nel 1956 a Padova, Gianfranco Falena, e a Milano, Maurizio Vitale, contribuirono allo studio della lingua.
Schiaffini racconta come un'attenta lettura linguistica rivelerebbe il predominio politico e culturale, con un percorso di affermazione extra linguistico. Nel 1952, Arrigo Castellani, editore di testi, proseguì il discorso iniziato da Schiaffini, focalizzandosi su testi pratici quotidiani come punto di riferimento per vedere come funzionava la lingua toscana a Firenze nel 1200.
Nel 1939 fu fondata la rivista "Lingua Nostra", dedicata a problemi linguistici, da Bruno Migliorini e Giacomo Devoto. Negli anni '50 uscirono volumi di studio fondamentali per i studi odierni. In Italia mancava una vera e propria storia linguistica. In Francia, esisteva già dal 1905, in più volumi da Bruneau, come anche in Spagna. In Italia, nel 1953, si aveva solo un breve "Profilo di storia della lingua italiana" di Devoto, glottologo, ma non una vera storia della lingua.
Nel 1960 "Storia della lingua italiana" di B. Migliorini segnò un anno epocale: il millenario del Placito di Capua del 960. Migliorini distingue tra storia della lingua e storia letteraria, ribadendo l'importanza degli scrittori, che però sono solo uno degli elementi per comporre il quadro storico della lingua, sottolineando l'importanza del popolo e dei parlanti. Carlo Dionisotti, in una recensione del '62 e poi nel '67 nella raccolta "Geografia e storia della lingua italiana", descrive il libro come sano, utile e non problematico.
Divisione della storia
La storia è divisa per secoli, con alcune infrazioni: i primi tre capitoli sono dedicati alle origini, il secondo dal 476 fino al 960, il terzo dal 960 al 1225, data del Cantico di Frate Sole. Un'altra infrazione vede un capitolo interamente dedicato a Dante, che non rientra nel capitolo del 300 ma ha un solo capitolo dedicato a lui, padre della lingua italiana, per aver creato qualcosa che non esisteva.
Distinzione storia linguistica interna ed esterna
Interna: coincide con la grammatica storica, include tutti i mutamenti che una lingua subisce a tutti i livelli senza che ciò dipenda da fattori esterni, e riguarda la mutabilità delle lingue che avviene a prescindere dal contesto esterno.
Esterna: il primo fattore rilevante è la conformazione del territorio, che incide nel cambiamento; le vicende storiche, politiche, amministrative, demografiche, economiche e il tasso di alfabetizzazione sono altri fattori.
Ad esempio, Firenze dopo la seconda metà del '300 ha vissuto la peste e un crollo demografico, portando ad un processo di inurbazione per ripopolare la città. La varietà diatopica prevede che la lingua cittadina sia diversa dalla lingua del contado, e i contadini che entrano in città portano una lingua con tratti inconciliabili con quella di Dante, Petrarca e Boccaccio.
Roma, fino al primo '500, presentava un volgare vicino a quelli meridionali. Con il sacco di Roma nel 1527 ci fu un calo demografico e un'immigrazione centro-settentrionale che portò a un cambiamento del volgare romano, avvicinandolo alla varietà toscana.
La cronologia della lingua italiana
Il libro "Cronologia della lingua italiana" di Migliorini, con date fino al 711, include:
- 960 – 1265: dai placiti cassinesi alla nascita di Dante
- 1265 – 1375: fino alla morte di Boccaccio
- 1375 – 1525: fino alle prose della volgar lingua
- 1525 – 1612: fino alla prima edizione del vocabolario della Crusca
- 1612 – 1799: fino al triennio rivoluzionario cisalpino
- 1799 – 1861: fino all'unità d'Italia
- 1861 – 1945: fino alla seconda guerra mondiale
Fasi della lingua italiana
La prima fase è divisa in due: la prima fase fino ai primi decenni del 1200 (corte di Federico II); la seconda fase dai siciliani alla nascita di Dante. La seconda fase vede sporadiche testimonianze scritte volgari, non molte, e affermazioni tardive da altre nazioni romanze. In Italia, il volgare nasce tardi, nel 960, rispetto ad altri paesi perché sul territorio italiano il latino era troppo diffuso e prestigioso. Il primo documento francese risale all'842, quando due nipoti di Carlo Magno stringono un giuramento contro il fratello Lotario; Ludovico il Germanico lo fa in francese, Carlo il Calvo in tedesco. Uno storico contemporaneo, due anni dopo, trascrisse il giuramento, il testo più antico.
È necessario individuare senza dubbio la consapevolezza che si sta usando un'altra lingua che non sia il latino. In Italia si parlano volgari che provenivano dal latino volgare (diverso da quello classico), iniziando la storia della lingua con la presa di coscienza. Anche nel primo placito di Capua ci sono testi scritti, ma manca la coscienza. Il manoscritto di Verona mostra che le strutture morfologiche latine stanno scemando, ma non si può stabilire se si stia usando un'altra lingua.
L'iscrizione di Commodilla è un graffito in una catacomba a Roma tra il VI/VII sec e IX: "non dicere ille avvoce" (non dire gli uffici sacri ad alta voce, gli uffici dovevano essere recitati a bassa voce). Dovrebbe essere un esempio di volgare, che precede il placito di Capua. Il placito di Capua rappresenta la scelta di inserire una sentenza di giustizia in una lingua diversa dal latino e dal territorio longobardo. È un testo giuridico-notarile, come tutti i primi testi volgari italiani. Si tratta di una trasmutazione da volgare a latino.
Nel 963 ci sono altre tre testimonianze dell'area cassinese sovrapponibili al placito di Capua. Non è una resa fedele del parlato, seguono delle formularità. Il notaio ha codificato in volgare formule tipiche del latino giuridico, non una trascrizione fedele del parlato: è una transcodificazione.
I notai erano interessati alla letteratura e produttori di testi pratici, rappresentavano una figura centrale (es. G. da Lentini). I volgari si affermano più tardi e grazie ai notai nei manoscritti giuridici. Sul territorio italiano non c'è una lingua comune ma una serie di volgari locali con la stessa origine, una situazione frammentata fino al pieno 300. Si parla di lingua comune solo con Dante. Il notaio fa da intermediario tra il latino dei testi giuridici e i volgari della comunicazione. I primi documenti della nostra nuova lingua sono giuridico-notarili, a partire dal placito di Capua, e altri testi del 963 che riprendono la stessa forma.
La ripetitività delle formule di codificazione giuridica non riproducono il parlato del testimone; è una transcodificazione con strutture volgari e fissità formale. La differenza è l'intenzionalità e la coscienza di scrivere in una lingua diversa dal latino. L'area marchigiana, sarda, toscana e ligure avevano documenti che rientrano nel tipo delle iscrizioni, come una catacomba romana e una scritta risalente a prima del 960 nella basilica di San Clemente, accompagnata da un affresco con fumetti, testimonianza precoce del volgare.
Tipologia testuale e ambiente dei testi
La prima fase presenta la tipologia testuale e l'ambiente da cui provengono i testi. I notai saranno autori di trattati, volgarizzamenti (di testi latini e francesi). Guidi Faba ha prodotto testi in volgare bolognese.
Altri tipi di testi sono i testi pratici che riguardano la quotidianità, senza ambizioni artistico-letterarie. Nell'area mercantile, i mercanti toscani avevano necessità di conoscere la scrittura per i commerci e registrare i conti. Si tratta di una zona socio-economica. I documenti includono libri contabili, registri dare-avere e lettere per comunicare con la famiglia o l'impresa durante i viaggi. Il testo più antico è "Conto navale pisano" (del 12/13 sec.), un rendiconto delle spese sostenute a Pisa per armare una nave o un'intera flotta. Basato su precisi riscontri fonetico-morfologici, è stato trovato a Philadelphia. Era carta straccia utilizzata per ricoprire altri manoscritti. Dall'area fiorentina, proviene un testo del 1211, "Frammenti di un libro di conti di banchieri fiorentini" (pubblicato da Arrigo Castellani), rappresentante una varietà diastraticamente più bassa, con un vocabolario concreto.
Conclusioni sui primi capitoli
I primi capitoli terminano con il 1225 e il canto di San Francesco d'Assisi, quando una lingua di poesia profana si costituisce. Si possono individuare testi poetici arcaici religiosi e non amorosi, come la preistoria della letteratura volgare in versi. Quattro di questi testi si chiamano ritmi, un termine tecnico che indica il metro. Sono testi giullareschi o religiosi, come il bellunese-laurenziano, s. Alessio e cassinese.
Poi inizia il capitolo sul '200 fino alla nascita di Dante. Fino al pieno '200 e anche ai primi '300, l'Italia è un agglomerato di volgari che convivono sullo stesso piano, senza che si possa parlare di una lingua italiana unificante. È una situazione caotica ma viva, in cui le lingue si formano perché compaiono testi scritti. Si osserva la variabilità interna, dentro ciascun volgare. Le lingue non sono normate, non hanno modelli precisi, c'è mutevolezza e oscillazione, senza regole per le forme o grafie. Grande polimorfismo è caratteristico di tutti i volgari italiani, con una concorrenza di forme come segnale di instabilità della lingua e della sua crescita.
Nel 200, Arrigo Castellani pubblica "Grammatica storica della lingua italiana", aggiungendo un sesto capitolo con cenni sulla formazione della lingua poetica.
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