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Età della lingua italiana

Nel 1612 uscì il vocabolario degli Accademici della Crusca. Si propone così un modello di lingua italiana: il fiorentino del '300. Questo vale solo per lo scritto e per il registro alto. Per gli altri tipi di comunicazioni, si usa il dialetto. Prima del 1612 esistevano solo molteplici volgari che derivavano dal latino.

Dal volgare all'italiano standard

  • Si può parlare di italiano, come lingua parlata da tutti, dagli anni '60 del Novecento, grazie ai mass-media (cinema, radio e televisione). Fino al secolo precedente ('800) più del 90% della popolazione italiana era dialettofona.
  • Dal 1861 il problema della lingua passa dall’essere ristretto agli scrittori, ad essere diffuso a tutta la popolazione. Nel 1924 ci fu la prima trasmissione radio emessa da un emittente ufficiale, per risolvere il problema della pronuncia dell’italiano standard.
  • Il governo mise in atto degli accorgimenti per poter diffondere la lingua italiana a tutti. Il modello linguistico di riferimento fu preso come quello delle classi altolocate fiorentine dell'Ottocento. Esso si doveva diffondere attraverso la scuola e il nuovo dizionario della lingua italiana.
  • Il processo di alfabetizzazione e di italianizzazione termina negli anni '70, con il boom economico e la possibilità di tutti di avere un apparecchio radiofonico/televisivo.

Le difficoltà linguistiche

Molte difficoltà che si incontrano nell'uso della nostra lingua dipendono dalla sua età. Per lungo tempo sono stati utilizzati dei tratti che propriamente non sono grammaticali, secondo la grammatica tradizionale, ma che sono di grande uso e che hanno messo in discussione il concetto di norma dell'italiano. In fatto di lingua l'errore è un concetto relativo. Forme e costrutti un tempo considerati corretti possono diventare errori, e viceversa. La norma cambia nel tempo (più tempo se è scritta, meno tempo se orale). Esprimersi troppo correttamente in alcune situazioni è un errore comunicativo.

La lingua non è monolitica, ha molte dimensioni. Cambia se si parla di lingua scritta o lingua orale, cambia con chi parliamo. Ogni atto linguistico ha una collocazione precisa nello "spazio linguistico".

Le cinque dimensioni della lingua

Asse diacronico

  • Variabilità della lingua nel tempo per tutti e sei i piani della struttura linguistica*. Asse meno importante nella comunicazione poiché quest’ultima si concentra principalmente sulla contemporaneità.
  • Tutto sommato un parlante della lingua italiana, riesce con poca difficoltà a leggere e a capire testi in italiano antico, grazie alla continuità propria dell’italiano.

Asse diatopico

  • Variabilità linguistica nello spazio, differenza della lingua (italiana) nei diversi regionali spazi (=dialetti).
  • L’italiano è un italiano standard con alcune coloriture regionali, dialetto italianizzato riguardanti soprattutto la fonologia e il lessico.
  • Il dialetto risente, per le strutture sintattico-morfologiche e per il lessico, di pressioni da parte dell’italiano standard. Asse importante nella comunicazione per la padronanza del dialetto e del saperlo usare.

Asse diastratico

  • Variabilità linguistica in funzione del grado sociale o di istruzione del parlante. L’italiano standard non si apprende quando si inizia a parlare, ma si impara a scuola, grazie all’istruzione.
  • Chi non ha ricevuto un’adeguata istruzione parla un italiano più popolare. "Analfabetismo di ritorno" intende un ritorno naturale che chiunque ha delle sue conoscenze se per qualche anno non continua ad esercitarsi. Importante per chi lavora nella comunicazione.
  • Solo il 60% degli italiani è capace di conoscere gran parte del vocabolario italiano di base. Nel 2001 il numero degli analfabeti in Italia (ISTAT) è 782.342. Nel 2011 è sceso a 593.523.

Asse diamesico

  • Variabilità linguistica in funzione del mezzo di comunicazione. La lingua viene influenzata dal mezzo di comunicazione.
  • Ci sono due estremi: la scrittura e il parlato spontaneo. Se scrivo un testo non posso usare la stessa lingua che utilizzo quando parlo con qualcuno. Questo perché il patto linguistico tra mittente e destinatario è diverso.
  • Chi scrive ha il tempo per tracciare la corretta scrittura, chi legge avrà tutto il tempo per rileggere e per capire il significato. Per chi parla dal vivo è diverso, poiché sarà necessaria anche la mimica facciale, l’intonazione ed un’immediata comprensione della conversazione.
  • Nella scrittura è auspicabile una struttura ipotattica, mentre nel parlato è preferibile una struttura paratattica. Nel parlato è quasi necessaria la ripetizione dei concetti, mentre nello scritto è considerato superfluo, ripetitivo e pesante.
  • L’anacoluto è presente nella comunicazione orale e consiste nella non terminazione della frase. Prima dell’estremo del parlato faccia a faccia c’è la comunicazione “uno a molti” (spiegazione, lezione) con una limitata interazione tra le due parti.
  • Le lingue del cinema e della televisione sono delle varietà con delle caratteristiche ibride tra scrittura e oralità. Entrambe necessitano di un testo scritto. Questa lingua nasce come scritta e successivamente, non per essere letta, ma ascoltata.
  • Il patto tra mittente e ricevente è diverso, perché pur essendo scritto, non può avere la stessa sintassi di un testo scritto, poiché questo verrà, poi, trasmesso oralmente. È un testo scritto che deve avere le caratteristiche di una struttura orale (trasmesso orale).
  • Il linguaggio di un telegiornale è un testo scritto che ha la caratteristica di una struttura orale di tipo “uno a molti”. Negli anni '90 si inserirono dei nuovi mezzi: le mail (evolute dagli anni '90 ad oggi), le chat e gli sms.
  • Le mail, ad oggi, non sono più paragonabili alle strutture scritte. Esse hanno sostituito la posta tradizionale. La comunicazione ufficiale passa, ora, via posta elettronica. La mail non è più un modo di scrittura, ma è diventato uno strumento ufficiale.
  • La chat è un parlato faccia a faccia che anziché essere orale è scritto. Il problema è che gli mancano alcuni aspetti importanti che completano la comunicazione orale: intonazione, postura, espressione. Col tempo si sono adottati degli accorgimenti che aiutano a dare un’espressione maggiore allo scritto (emoji e punteggiatura). È un parlato che passa per scrittura (trasmesso scritto), opposto al linguaggio della tv.

Asse diafasico

  • Variabilità linguistica in relazione alla situazione comunicativa, ha a che fare con problemi di registro. Caratterizzato da informalità (amicizia e parentela), formalità (sconosciuti) e formalizzazione, ovvero il registro relativo agli ambiti settoriali, tecnici (chimica, fisica, medicina ecc...).
  • La struttura e il lessico sono ciò che cambiano in misura maggiore nella formalizzazione. Ogni formalizzazione ha una sua terminologia che utilizza un termine per indicare un unico oggetto preciso (iperonimo > iponimo).

Le lingue speciali sono divise in due categorie: specialistiche, lingue settoriali, che sono le lingue scientifiche; e che si riferiscono a determinate categorie settoriali (sport, critica d'arte, tv...), che traducono da un codice all'altro.

Il gergo

Il gergo della malavita è un esempio chiave (es. palo, sbirri ecc..). Gli obiettivi del gergo sono due: quello di non farsi comprendere dagli altri; e quello di ribadire l’appartenenza ad un determinato gruppo. Il gergo è particolarmente importante perché uno dei più importanti è quello giovanile, con ricorso ad espressioni e parole che vengono utilizzate e comprese solo all’interno di un gruppo e che usandole ne ribadiscono l’appartenenza. Inizialmente il gergo giovanile veniva malvisto, poiché associato a fasce marginali. Questo lessico è caratterizzato da: abbreviazioni, usi figurati, enfasi e internazionalismi. Esso cambia in rapporto con lo spazio-tempo, e spesso molti termini scompaiono, o passano di moda, nel giro di qualche anno.

Il linguaggio burocratico

Dell’italiano burocratico ne parla Italo Calvino nel 1965 che sente questo nuovo italiano come artificiale, distaccato dalla società e dalla funzione comunicativa. Anche Pier Paolo Pasolini parla dell’italiano burocratico, esordendo nella prima pagina del suo testo del 1964, “Nuove questioni linguistiche”, con: “non esiste una lingua italiana standard”, rimpiangendo la progressiva scomparsa del dialetto. Lo stato italiano, però, ha bisogno di una lingua nazionale, perché è un nuovo stato che inizia la sua propria vita. La lingua dell’amministrazione comunale (italiano burocratico) dell’Italia della fine dell’Ottocento, ma anche odierna, riprende la lingua poetica, poiché era l’unica lingua che esisteva e che si avvicinava di più ad una lingua nazionale. A questo punto il dialetto permane ma viene utilizzato per il bisogno di registri affettivi e familiari, modificando: lessico e suoni. Oggi viene usato principalmente un italiano con coloritura regionale.

Il ruolo della scuola e il gergo giovanile

Nel 1967 venne scritto “Lettere ad una professoressa” di Lorenzo Milani, un testo di grande importanza per capire la lingua di quegli anni e che affermava l’esclusività della scuola per chi proveniva da famiglie agiate. Siamo a cinque anni dalla legge che rende obbligatoria la scuola media. La scuola elementare era diventata gratuita nel 1959, con la legge Casati. Nella società italiana, prevalentemente agricola, anche se la scuola è gratuita, i bambini non vengono mandati. La scuola media, però, era pensata per i ragazzi che venivano da famiglie agiate, che avevano già della cultura ed una buona conoscenza della lingua, infatti si trovò impreparata ad accogliere i ragazzi delle famiglie contadine e operaie, e ciò aumentò gli abbandoni scolastici. Il titolo del libro, infatti, fa riferimento ad una lettera ipotetica che don Milani, con l’aiuto di alcuni ragazzi, ha scritto, per denunciare la situazione scolastica di quel tempo. Siamo negli anni '60, quindi, ancora lontani dal sapere e dal sentire propria una lingua nazionale.

Aneddoto del contrabbandiere, per spiegare l’utilizzo della lingua tecnologica all’interno dell’italiano: il doganiere sa chi fa il contrabbandiere e chi no. Entrambi però devono fare il proprio lavoro. Un giorno il contrabbandiere deve contrabbandare una bicicletta. Prende un sacco, ci mette degli oggetti e lo mette in bella mostra sul manubrio della bicicletta. Il contrabbandiere saluta il doganiere, che lo ferma. Il doganiere vede il sacco, lo controlla e non trova niente. Il contrabbandiere è riuscito a portare la bicicletta oltre il confine. Ad esempio gli anglismi sono usati nelle pubblicità, per far passare dei messaggi piuttosto che altri, sono utilizzati nella lingua per ottenere delle strategie comunicative.

Competenza linguistica

Un concetto fondamentale che riguarda la comunicazione efficace è la competenza linguistica: la capacità di sapersi muovere nello spazio linguistico (5 dimensioni/assi). La competenza può essere:

  • Passiva: in grado di comprenderne il significato.
  • Attiva: non solo ne riconosco il significato ma la so impiegare correttamente.

*Fonetica: scienza che studia i suoni legati al linguaggio umano a prescindere dalla loro applicazione nelle singole lingue. Fonologia: studia i foni che sono stati funzionalizzati da una lingua con valore distintivo, che danno indicazioni precise funzionali. Grafia: piano della scrittura, regole e norme che controllano la rappresentazione, attraverso il sistema grafico, dei fonemi. Morfologia: si occupa della forma delle parole che può essere vista sotto due specie: la forma delle parole che riguarda le indicazioni formali che una parola può avere a livello grammaticale (presenza di morfemi grammaticali che danno indicazioni su genere e numero); come certi morfemi possono essere combinati tra di loro per dare origine a parole nuove. Sintassi: si occupa dei rapporti tra le parole nella frase. Lessico: si occupa delle parole come tali, derivazione delle parole.

Rappresentazione dello spazio linguistico

Rappresenta tre assi: orizzontale, da sinistra (scrittura) a destra (oralità); verticale, da basso (min gradi di istruzione) a altoparlanti (max grado di istruzione); obliquo, da sinistra (formale) a destra (informale).

  1. Ovoide che riflette l’italiano (standard) senza aggettivi, che usa lo Stato come lingua ufficiale, la lingua che viene insegnata a scuola e agli stranieri. L’italiano standard è quello descritto nella grammatica. È caratterizzata da un registro medio-alto perché proviene principalmente dallo scritto.
  2. L’italiano neo-standard è una varietà italiana caratterizzata da alcuni tratti linguistici che si allontanano dallo standard, ma che non possono essere considerati come errore. Hanno, quindi, tre caratteristiche: comportano una semplificazione della struttura, sono presenti nella nostra lingua sin dalle origini, sono altamente usati. Di questi tratti si comincia a discutere dalla fine degli anni '70 all’inizio degli anni '80, il periodo dell’ultima fase dell’italianizzazione, quando i parlanti iniziano ad usare l’italiano nella vita di tutti i giorni. Questo utilizzo quotidiano porta alla luce questi “problemi” linguistici.

Il primo che tenta di dare una spiegazione a questi fenomeni è Alberto Mioni, un linguista generale. Lui ritiene che questi sono tratti dell’oralità (pre lingua italiana) che pian piano emergono nella lingua standard. In più, secondo lui, questi tratti sono da considerare errori, poiché approssimazioni linguistiche dovute al fatto che negli anni '60-'70 c’è stata una scolarizzazione di massa che non ha comportato per la maggior parte della popolazione italiana una competenza. Sono quindi tratti che un parlante con poca competenza linguista introduce nel parlato credendo che siano grammaticalmente corretti. Nessuno, però, corresse questi “errori” poiché non comportavano differenze di significato. Quest’italiano neo-standard potrebbe, nel tempo, diventare standard.

Nel 1985 ritorna su questa questione Francesco Sabatini, linguista italiano e storico della lingua italiana, e mette in evidenza una delle caratteristiche che Mioni non aveva considerato: l’aspetto diacronico, il fatto che questi tratti sono presenti e largamente testimoniati nella tradizione linguistica italiana fin dalle origini (es. dislocazione a sinistra nel primo testo volgare del nono secolo). Questi tratti non si trovano nella grammatica italiana, perché il modello da cui è nato l’italiano standard, era di registro alto, al contrario di questi tratti che, invece, sono di registro più basso. Nel '70 questi tratti sono riemersi perché, diventando l’italiano una lingua di tutti, era necessario avere dei tratti di registro medio. Un’altra cosa che osserva Sabatini è che questi tratti non dipendono dall’asse diastratico, poiché essi sono presenti anche in testi e in conversazioni tra persone molto istruite. Il rapporto tra l’italiano neo-standard e l’italiano standard è un concetto fondamentale per la grammatica. Chi comunica deve decidere se stare nello standard o scendere al neo-standard.

Il verbo dire, rispetto al verbo informare, è più generico. Informare è un modo di dire (informare è iponimo di dire; dire > informare). L’altra differenza è “potremo-possiamo”. Possiamo non è grammaticalmente corretta perché è presente, e non torna con la frase, che è rivolta al futuro. Abbiamo quindi due differenze, ma ciò non cambiano il contenuto della frase. La semplificazione non porta danni al sistema.

Nell'83 gli studiosi della lingua cominciano a notare che nell’italiano iniziano ad essere frequenti dei tratti particolari (es: uso del presente per indicare il futuro; l’uso del presente indicativo al posto del congiuntivo; lui anziché egli; gli che vale sia per pronome maschile che per femminile...). Si capisce che questi tratti sono molto usati nell’italiano, perché gli studiosi li controllano nei corpora, una raccolta di testi che ci consente di fare delle considerazioni sulla lingua. Se in questo corpo trovo dei tratti molto usati, seppur non grammaticalmente giusti, allora li posso estendere anche all’italiano.

Le varietà linguistiche

  1. Italiano parlato colloquiale —> “sa non possiamo venire”, formale, uso del “le”. Diastraticamente hanno alti. Questo corrisponde all’oralità, abbastanza consolidato. Realtà un po’ connotata.
  2. Italiano popolare —> “ci dico che non potiamo venire”, al di fuori dello standard. È l’italiano di chi non conosce la grammatica e usa una lingua a mezzo tra le sue immaginazione e il suo dialetto. “Ci dico” = della tradizione dei dialetti meridionali. “Potiamo” = cattiva gestione del verbo “potere” che ha vari radicali. Per alcuni “pot”, per altri “pos”, per altri “puoi” ecc... Difficile da usare, irregolare. Varianti morfologiche della stessa radice. Ha fatto una cattiva adoperazione della lingua italiana, frequente a fine 1980. Berruto usa il termine regionale tra parentesi. Italiano popolare è collocato in diatopia. Qui il riferimento è influenzato -> dialettofona, la diatopia avrà tutt’altra importanza.
  3. Italiano informale —> tipicamente orale: “mica possiamo venire eh”, fa parte.
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

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