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16/09

Ilaria Bonomi e Silvia Morgana la lingua italiana e i mass media

Antonelli l’italiano nella società della comunicazione

Nella società contemporanea si dà per esplicito il fatto che la lingua serve per comunicare e c’è tutta

una parte della popolazione che ritiene che la conoscenza della lingua italiana sia superflua

credendo che la lingua di comunicazione per eccellenza sia l’inglese. La lingua prima ancora che

per comunicare serve per pensare, legare significante e significato, è dare il nome alle cose che fa

iniziare il pensiero il modo in cui significato e significante si legano è legato ai rapporti sociali,

economici e politici del parlante. Noi pensiamo in un modo particolare perchè parliamo una lingua.

Il pensiero in tutte le popolazioni si basa sulla lingua materna, il miglior modo di pensare è nella

propria lingua materna. Conoscere la lingua italiana significa avere effettiva libertà di pensiero. Per

questo bisogna curare la propria lingua, il fatto di essere italiani non è che ci rende competenti in

italiano.

Le lingue non sono monolitiche, non hanno una sola direzione. Le lingue hanno molte dimensioni.

La divisione più evidente è tra scritto e parlato. Oralità e scrittura sono andate con due velocità

diverse. La lingua italiana scritta è nata nel 1612, con il vocabolario degli accademici della crusca.

Mentre la lingua italiana orale è nata a partire dagli anni 70 del secolo scorso.

Il latino si è trasformato nei vari dialetti, l’italiano è qualcosa che viene dopo. Non si parla di

dialetti, ma di volgari. Si passa dal latino ai volgari. È successivamente che si è scelto una lingua

nazionale. Fino a tutto il 1400 in italia non si è sentito il bisogno di avere una lingua nazionale. Non

c’è il problema di un volgare comprensibile da tutti. L’idea di usare un volgare comprensibile a tutti

è un’idea che matura nel 400 per un evento storico che è l’invenzione della stampa. Fino a questo

momento la trasmissione dei testi avveniva attraverso i manoscritti. Con la stampa il costo di un

libro era il tempo che si impiega a comporre manualmente i lemmi per fare la stampa. L’obiettivo

era di vendere più copie possibile perchè per fare un esemplare spendevo molto, creando

l’impostazione di stampa, ma poi potevo fare molte copie a un prezzo limitato. È lì che nasce

l’esigenza di una lingua comprensibile a livello nazionale. È un problema che se lo pone lo scrittore.

Il fiorentino trecentesco è eletto a lingua nazionale.

Il vocabolario degli accademici è lo strumento attraverso il quale si diffonde il fiorentino del

trecento. Per parlare di lingua italiana è un problema anche sociale, di trovare una lingua in cui

riconoscersi. È una scelta convenzionale.

La nascita di una lingua nazionale fa sì che i volgari diventino dialetti. È qualcosa che comincia dal

1612. Prima di questa data tutti i volgari avevano la stessa importanza, poi prevale il fiorentino e il

resto dei volgari vengono detti dialetti che continueranno a essere usati nell’oralità fino agli anni 60.

È importante sfatare alcuni preconcetti: le lingue, compresa quella italiana, non sono monolitiche,

quindi non hanno una sola dimensione.

I linguisti hanno definito lo spazio linguistico, ogni cosa che leggiamo va collocata in un punto

specifico di questo spazio. È lo spazio entro cui si muove una lingua. 1

Lo spazio linguistico ha cinque dimensioni immaginarie (ed è rappresentabile su un asse

cartesiano):

• Diacronia : comporta cambiamenti strutturali e lessicali nel tempo (la lingua del XII secolo non ha

lo stesso esito della lingua italiana contemporanea). La lingua è un organismo vivente e si muove,

rispecchiando il pensiero delle società che la usano. La lingua cambia anche in funzione dei

cambiamenti socio economici. Il movimento è lento e graduale, in certi casi ci sono invece delle

brusche accelerazioni perché ci sono fatti storici che provocano una brusca accelerazione come

l’invenzione della stampa. Come ad esempio l’unità d’Italia che ha creato una brusca

accelerazione. Nel 1861 il problema della lingua diventa un problema sociale, è un’altra brusca

accelerazione. La diacronia è dunque la variabilità nel tempo.

• Diatopia : ha a che vedere con le variazioni linguistiche a seconda dei luoghi, quella parte che

tocca il rapporto lingua-dialetto, che in Italia è particolarmente complesso. L’italiano per molti

italiani non è la lingua madre, ma una lingua seconda, è un lingua che si impara e si perfeziona a

scuola. La lingua madre è il dialetto, o un italiano regionalizzato. Un italiano sull’asse diatopico

ha varie coordinate, due estrema sono quella del dialetto e poi l’italiano standard. Ci sono anche

posizioni intermedie, il dialetto italianizzato (vicino all’estremo del dialetto, è un dialetto con

delle pressioni da parte della lingua nazionale.) e l’italiano regionale che è vicino alla lingua

standard ma con delle coloriture regionali e si caratterizza sul piano fonologico, legato alle

pronunce diverse a seconda del luogo, e anche a livello lessicale (ci sono parole che si pensa

essere italiane ma che invece sono regionali). Sappiamo che in Italia fino agli anni ’70 il dialetto

era molto in uso, era l’unico codice linguistico posseduto. Negli anni ’60, secondo le statistiche, il

90% degli italiani era “dialettofono”, muoversi sull’asse diatopico, oggi, significa avere una

maggiore ricchezza espressiva. Il dialetto italianizzato è un uso del dialetto in cui ci sono forti

influenze della lingua nazionale, soprattutto sul piano lessicale, ci sono ambiti che non sono

coperti dal lessico dialettale e quindi bisogna far riferimento a quello italiano. Così come quale

tratto regionale a volte si riverbera sul lessico italiano. La varietà diatopica quindi si tratta di un

italiano che ha delle coloriture regionali. L’italiano regionale si basa sull’italiano standard ma

presenta delle coloriture regionali. Quindi è un italiano in cui entrano tratti regionali, i campi

maggiormente coinvolti sono la fonologia e il lessico, meno i campi della morfologia e la sintassi.

Teniamo di conto che il sistema fonologico dell’italiano è costruito a tavolino, è gestibile solo se

si impara e va a smussare quelli che sono i nostri tratti regionali. Il sistema fonologico è del tutto

astratto, stabilito negli anni 1924, con la prima trasmissione radiofonica, quando si è dovuta

ufficializzare la pronuncia dell’italiano standard. Si sceglie il fiorentino emendato, ovvero il

fiorentino smussato in quei tratti troppo regionali. È una pronuncia astratta che si impara solo con

un corso di dizione. Per quanto riguarda il lessico, ci sono parole che si pensa siano usate in

italiano, ma in realtà sono parole fortemente regionali.

A livello comunicativo la variabile diatopica può servire?

Un parlante italiano che abbia delle competenze specifiche può muoversi nella variante diatopica.

L’asse diatopico ha importanza a livello comunicativo anche per la pubblicità. Il dialetto e varianti

più o meno vicini alla varietà standard sono usati nella pubblicità anche perchè nell’italiano

contemporaneo il dialetto ha assunto un ruolo particolare per tutto quello legato alla sfera affettiva.

2

Dopo l’unità parlare il dialetto e non l’italiano era automaticamente una marca di negatività e quindi

la tendenza era quella di affrancarsi dall’uso esclusivo del dialetto. Quando dagli anni 70 l’italiano è

diventata veramente la lingua d tutti il dialetto non aveva più un’eccezione negativa ma è stato

recuperato ed essendo la lingua madre degli italiani è usato per rapporti più intimi e personali e è

entrato in molti mezzi di comunicazione, come nei social o nella pubblicità perchè la pubblicità va a

colpire l’emotività e quindi se il prodotto è riconducibile alla familiarità e alla quotidianità si ricorre

spesso all’italiano regionale.

• Diamesia : quella dimensione che tiene conto della variabilità linguistica in funzione del mezzo di

comunicazione, anche perchè la lingua è influenzata da questo. Sull’asse diamesico gli estremi

sono lo scritto e dall’altra il parlato faccia a faccia. Richiedono entrambe attenzioni e modalità

diverse su tutti i piani della struttura della lingua, sia sui piani morfologico sintattico che lessicali.

Questi due estremi sono distanti perchè diverso è il patto implicito che c’è tra emittente e

ricevente, quando noi scriviamo qualcosa che sarà letto partiamo dal presupposto che chi scrive

ha tutto il tempo di poter articolare il suo testo e dall’altra parte anche chi legge ha il tempo di

poter decodificare in maniera opportuna. Si presume anche che chi legge ha il tempo di decifrare,

si può fermare e tornare indietro e ricostruire la trama sintattica che chi ha scritto ha pensato. Si

può quindi usare una sintassi articolata e complessa; questo non è possibile nel parlato faccia a

faccia, anche perché ammesso che chi parla sia in grado di produrre varie subordinate, chi ascolta

è difficile che comprenda subito la struttura sintattica. La sintassi dell’oralità sarà più semplice

rispetto alla scrittura. Ovviamente ci sono poi cose che non sono ammesse nella scrittura, ma sono

ammesse nell’oralità spontanea. Per esempio, gli anacoluti ovvero una particolare struttura

sintattica dove la frase non è completata e nello scritto non è ovviamente ammesso, nel parlato è

invece abbastanza frequente perchè è proprio una questione di come avviene il parlato. Nel parato

il parlante costruisce il discorso andando avanti col pensiero e rischia di perdersi e non chiudere la

frase. Altro esempio è la ripetizione o la ripresa che non sono ammessi nella scrittura, nell’oralità

spontanea la ripetizione è importante per evitare ambiguità. Ripetere aiuta anche a tenere il filo

del discorso. Nell’oralità emittente e ricevente condividono uno spazio e si possono usare i

deittici, che non possono essere usati nella scrittura perchè lo spazio non è condiviso. Nello scritto

è fondamentale l’uso della punteggiatura che non è la corrispondenza grafica dell’intonazione,

tanto che se si vogliono trascrivere testi orali questi hanno una convenzione diversa; serve dunque

per organizzare in maniera coerente e coesa il testo scritto. Ci sono poi varietà intermedie come

quello che i linguisti (Francesco Sabatini) hanno chiamato trasmesso, che si trova tra i due

estremi della scrittura e l’oralità sull’asse diamesico ed è la lingua della radio e della televisione e

del cinema. È una comunicazione uni direzionale, c’è qualcuno che comunica e un altro che

riceve la comunicazione senza poter intervenire, ma condivide con l’oralità la spontaneità del

parlato. La lingua è una lingua orale, i tempi di fruizione di questa lingua sono quelli dell’oralità.

In tutti questi tre casi si tratta di una lingua che è stata scritta precedentemente, alla fine

l’improvvisazione nella televisione è solo una parte complementare, è prerogativa magari di chi

interviene (quindi interviste ecc.); invece chi interviene in televisione nei programmi ha

comunque un copione dietro. Questo italiano che viene scritto nel copione è un italiano che viene

scritto non per essere letto, ma per essere ascoltato, chi ascolta sa che chi parla ha avuto tutto il 3

tempo di formulare un testo comprensibile. Per quanto riguarda la sintassi ci si avvicina molto

all’oralità e poi abbiamo forme paratattiche ( con questo periodo è più semplice, periodi che

ritroviamo principalmente nel cinema) e ipotattiche (periodo più complesso). A livello del lessico

devo usare strategie affinché ciò che dico venga effettivamente compreso, dunque devo usare

parole comprensibili. C’è quindi questa via di mezzo che pone problemi diversi, un conto è

scrivere testi per la televisione, per la radio o per il cinema. Un altro tipo di trasmesso, quello

legato all’informatica e alla rete, quello che veniva definita “lingua della CMC” (lingua mediata

da computer) oggi definita come “lingua della CMT” (lingua mediata dalla tecnologia). Questa

nuova varietà ha messo in crisi il modello: c’è una parte della lingua della rete che assume tratti di

oralità, quando scriviamo sms noi stiamo scrivendo, ma in realtà stiamo parlando quindi il

messaggio è una sorta di “congelamento” del nostro parlato, quindi sto utilizzando un parlato

congelato della scrittura, con tutte le conseguenze del caso, infatti il parlato è caratterizzato da

una serie di messaggi extra-linguistici che contribuiscono alla completezza del testo verbale

(espressione del volto, postura del corpo) e che nel congelamento si perde tutta

quell’informazione extra linguistica che caratterizza il parlato. E elementi come la punteggiatura

cercano di sopperire a questa mancanza che in realtà non viene colmata in pieno, da qui nascono

le emoticon per rendere questi elementi del parlato. In italiano si parla di trasmesso come uno

scritto che presuppone l’orale, allora è stata coniata questa suddivisione tra: trasmesso orale e

trasmesso scritto (linguaggio degli sms) da non confondere però con la lingua della rete in

generale, troviamo sì questo tipo di lingua anche in rete, ma possiamo trovare anche una lingua

formale. È importante ricordare che quando si scrive la punteggiatura assume il suo compito

fondamentale, nel trasmesso scritto, questa viene a perdere la sua funzione originaria. Agli inizi

degli studi sull’italiano trasmesso, insieme agli sms e alle chat c’erano anche le mail, e queste si

consideravano al pari dei primi due e questo ha portato alla convinzione che le email andassero

scritte come gli sms: agli inizi questo poteva valere perché agli inizi la mail era una variante degli

sms, ma che serviva per le comunicazioni ufficiali, si trattava di una comunicazione breve. Con il

passare degli anni le email si sono sostituite alla posta tradizionale (ci sono anche le

raccomandate elettroniche); a questo punto l’email assolve vari compiti. La mail rientra nel

trasmesso scritto se casualmente svolge la funzione di sms.

• Diastratia : dimensione che tiene conto della varietà linguistica in funzione dello strato sociale e

dell’istruzione, è chiaro che la lingua di chi parla e la possibilità di comprensione di chi legge

sono strettamente legate allo strato sociale a cui appartiene. Questo vale in particolare modo per

l’italiano, anche perchè come sappiamo è una lingua seconda e non una lingua madre che viene

appresa e perfezionata successivamente. Quindi la competenza linguistica dell’italiano è

inevitabilmente legata all’istruzione. La competenza è acquisita man mano che si completa il

percorso di studio. Chi ha la laurea ha un grado di competenza linguistica superiore. La

competenza dell’italiano è strettamente legata al grado di istruzione, proprio nel senso di

competenza grammaticale e strutturale. La componente diatopica e distratica sono legate molto

tra loro, chi ha un grado di istruzione inferiore ha una lingua diatopicamente più connotata. Chi

invece ha un grado di istruzione maggiore si potrà muovere sull’asse diatopico con maggiore

libertà. A livello comunicativo l’attenzione alla diastratia è particolarmente importante, chi scrive

si rivolge a un pubblico e deve fare i conti con questo pubblico e delle sue effettive competenze 4

linguistiche e del suo effettivo grado di istruzione. Le scelte linguistiche devono essere adattate e

effettuate in relazione al pubblico a cui ci si sta rivolgendo e alle sue specifiche competenze

linguistiche.

• Diafasia : riguarda il contesto comunicativo, la situazione comunicativa ed è quella che riguarda i

registri, che sono misuratori linguistici del contesto in cui si sta parlando. Ci sono tre registri:

informale, formale e formalizzato. Informale è la lingua che prevede un rapporto di forte

conoscenza, di forte condivisione e si usa in contesti non ufficiali, quindi si presuppone un certo

grado di confidenza; formale è il registro che prevede un rapporto di persone che non si

conoscono ed è da usare in contesti ufficiali; formalizzato sta a indicare il registro della

comunicazione tecnica/scientifica, che prevede una particolare struttura sintattica. La giusta

collocazione in diafasia è fondamentale. Un problema forte è la mancanza di sensibilità sul

registro che è indice di poca competenza. La mancanza di competenza sul registro è uno dei

maggiori difetti di chi apprende da 0 l’italiano, come si può vedere dall’uso del TU invece del

VOI/LEI in un contesto formale. L’impiego del registro giusto non è solo una questione del

pronome di cortesia, ma è un problema in ogni contesto comunicativo. La scelta del registro

sbagliato è paragonabile alla dialettofonia a cui erano costretti molti italiani e che era un fatto di

stigmatizzazione sociale. Parlare dialetto significava appartenere a una classe sociale bassa con

scarsa istruzione, era un marcatore sociale. Ora il problema del dialetto non c’è più, è diventato

un elemento di arricchimento della lingua italiana, mentre sbagliare il registro è un nuovo

marcatore sociale. C’è chi accusa la rete di aver creato i problemi di registro, giudicata come una

comunicazione informale. Ma in realtà nella rete non c’è solo una lingua in cui l’informalità è

adeguata, anche nella rete ci s

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Ire_98 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lingua italiana e comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Biffi Marco.
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