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CODICE DI GIUSTINIANO E LE ISTITUZIONI DI GIUSTINIANO

Giustiniano decide di raccogliere tutte le costituzioni imperiali in vigore nelle

corti utilizzando come base i codici precedentemente emanati. Il primo codice

di cui abbiamo notizia è il codice Gregoriano che raccoglie le costituzioni che

vanno da Settimio Severo fino a Diocleziano. Le costituzioni erano raccolte in

15 libri, ordinate secondo un ordine cronologico. Un altro codice successivo al

Gregoriano tradizionalmente viene appellato Ermogeniano, esso riparte da

dove si era fermato quello di Giustiniano fino a Valentiniano I. Anche qui le

costituzioni erano elencate cronologicamente. Questi due codici erano delle

raccolte private per studio e consultazione, non avevano alcuna ufficialità, il

potere imperiale non lo aveva autorizzato per quello erano private. Nelle corti

quindi non potevano essere utilizzate come strumenti di cognizione. La prima

raccolta ufficiale è del 438 ed è il codice teodosiano. Le costituzioni presenti in

questo codice vanno da Costantino inizio del IV sec fino a teodosio II. Il codice è

distinti in 16 libri e ci è pervenuto nella sua interezza. I libri sono suddivisi in

titoli in cui venivano allocate le costituzioni. Il codice teodosiano assorbiva il

codice gregoniano ed ermogeniano. Il potere imperiale copre ogni altra attività

ad opera dei privati. I testi raccolti nel codice teodosiano avevano il crisma

dell’autenticità poiché poteva essere usato in giudizio poiché approvato

dall’imperatore.

Giustiniano allora con una costituzione ex que necessario autorizza la raccolta

di costituzioni imperiali, la loro organizzazione e la loro eventuale correzione

per attualizzare e chiarire il testo. Successivamente con la costituzione summa

rei pubblice viene pubblicato questo codice. Questa costituzione fu originale

poiché consentiva la correzione dei testi giurisprudenziali presenti nel codice.

In questo codice non sono rimaste testimonianze significative, il testo più

importante è una parte dell’indice. Perchè pochi anni dopo con la costituzione

Cordi Giustiniano pubblica una nuova edizione del codice, per ragioni di

organicità, caratteristica a cui Giustiniano aspirava. Anche questo codice è

diviso in libri esattamente 12. Ciascun libro è diviso in titoli e gli argomenti

trattati sono le fonti del diritto pubblico e ecclesiastico, diritto privato e diritto

penale. Per ogni costituzione all’inizion del libro era conservato il nome

dell’imperatore che l’aveva emanato e il destinatario a cui era voluta la

costituzione. In fondo alla costituzione era presente una prescritio in cui vi è

indicato il luogo e la data di pubblicazione. Il codice essendo stato pubblicato in

virtù di una costituzione imperiale aveva forza di legge. Per giustificare sotto il

profilo della legittimità le modifiche apportate ai testi. Le costituzioni contenute

nel codice sono comprese in un ampio lasso di tempo la più antica è

dell’imperatore Adriano nel II sec. L’ultima è di Giustiniano nel 534. La

necessità di attualizzare norme di tre quattro secoli prima comporta

l’opportunità di un intervento sui testi infatti fu vietano andare a consultare i

testi precedenti. Soltanto quello che è scritto in quel codice può essere usato in

tutte le cose e nei giudizi. Disegno coerente che porterà poi alla pubblicazione

del Digesto e poi le Istituzioni. Le istituzioni sono approvate da Giustiniano con

la costituzione Imperatoriam nel 533. Le istituzioni sono una sorta di manuale

da utilizzare nelle università dell’impero divise in 4 libro (persone, res, delle

azioni, obbligazioni da diritto e criminali). Sono un testo scolastico ad uso degli

studenti. Vi erano scuole di diritto molto importanti. Hanno la forma di

costituzione quindi hanno forza di legge. Dimostra che lo studio del diritto si

era fatto troppo complesso per la miriade di testi quindi con un testo ufficiale

era più semplice e piu controllabile. Ordinammo di comporre le costituzione con

le nostre autorità e i nostri consigli….. ciò che viene dall’antichità è confuso

mentre l’imperatore è depositario della verità, è luce. Scopriamo che prima di

giustiano vi erano altri giuristi che avevano pubblicato altri manuali tra cui Gaio

ma Giustiano ammette che sono state utilizzate le costituzioni di Gaio come

esempio “le cose di tutti i giorni”. Quindi è la sua fonte nel momento stesso in

cui venivano pubblicate le istituzioni imperiali scomparivano le istituzioni

precedenti tra cui Gaio. Il modello di Giustiniano, Gaio doveva morire.

LA SISTEMATICA DELLE ISTITUZIONI

Giustiniano emana due costituzioni per emanare due istutuzioni. Istituzioni

viene da istituere piantare saldamente in modo che la parte piantata sia parte

integrante del campo, incardinare, inserire in modo che metta radici, che

diventi un tutt’uno. Questo quindi è l’obbiettivo. Le istutzionis iuris hanno un

profilo nettamente distinto sotto il profilo dell’insegnamento. Esso a roma è

molto particolare perché vive di diverse vite a seconda delle epoche.

Ricordiamo Cicerone che abitava la casa di Quinto Lucio Scebola, giurista

illustre, vere e proprie scuole con un organizzazione tale si ha solo nell’età

imperiale quando l’amministrazione pubblica conosce una maggiore

burocratizzazione quando si assiste ad un decentramento delle funzioni

amministrative. Si affermano scuole di insegnamento che non sono più scuole

di diritto ma si impara a gestire anche il diritto. Vi sono testimonianze

dell’elaborazioni di testi destinati alla didattica, a radicarsi nella mente e nello

spirito del discente. Masullio Sabino aveva elaborato un testo simile, sembra

che fosse distinto in tre parti dedicate al diritto ereditario, alle persone e alle

cose e alle obbligazione. Fino all’inizio del secolo 19 l’umanità conosceva solo

le istituzioni di Giustiniano, nel Digesto apparivano frammenti di Gaio, Ulpiano

ma le opere complete non le conosceva nessuno. Nel 1816 uno studioso scoprì

un manoscritto che riproduceva le lettere di San Girolamo che non erano testo

originale poiché erano state scritte su un testo più antico che era stato

imbiancato. Il testo celato era un testo apparentemente un testo di prima di

Giustiniano. Gli studiosi in quel periodo viaggiavano, discutevano si

incontravano alla ricerca di nuovi modelli, nuove soluzioni e anche nuovi testi a

cui fare riferimento. Il diritto romano era un faro a cui far riferimento ma solo

quello di Giustiniano fino ad allora. Il diritto romano che si era studiato per

secoli era quello ma con la nuova scoperta vi era un altro diritto romano che

giustiniano aveva fatto scomparire facendo rimanere solo il suo codice delle

istituzioni e il Digesto.

I mezzi per portare alla luce il testo antico vennero utilizzati dei solventi che

rovinò alcune pagine ma la gran parte del testo emerse. Vi erano quindi le

istituzioni di Gaio. Si cominciò a studiare il diritto romano indipendentemente

da quello di Giustiniano. Un ulteriore rinvenimento cento anni dopo fu fatto da

uno studioso italiano, 1933, scoprì che in alcuni papiri erano riportati dei testi

giuridici romani che facevano parte delle istituzioni di Gaio colmando le lacune

del testo precedente rinvenuto.

LA SISTEMATICA DELLE ISTITUZIONI DI GAIO

Diviso in 4 libri ma per stessa ammissione di Gaio i 4 libri sviluppano tre parti.

“Invero tutto il diritto di cui noi ci serviamo è attinente o alle persone o alle

cose o alle azioni”. Gaio insegna il diritto secondo questo schema semplice,

diritto delle persone, delle cose e delle azioni giudiziarie. Tutto è riconducibile

alle persone, tutto ruota intorno al bene delle persone e le persone sono il

riferimento di ogni attività umana quindi sono al primo posto nella sistematica.

Le persone per vivere hanno bisogno delle cose, di nutrirsi, di coprirsi, di un

tetto, poi vi sono le cose non essenziali, tutto ruota intorno al bene delle

persone, le persone sono litigiose nonostante le regole elementari di

convivenza, ma comunque le persone entrano in conflitto soprattutto per le

cose, i conflitti non possono essere sedati attraverso l’uso della violenza sennò

non vi sarebbe civiltà e allora ecco che il diritto crea delle regole per convivere

pacificamente. Quindi Persone, cose e azioni. Più semplice organizzato è il

sistema più esso funziona e il sistema di Gaio ha funzionato per lunghissimo

tempo. Gaio è stato accusato di essere non originale ma è stato un modello

per Giustiniano e attraverso lui a tutto il diritto fino ad oggi. Anche il codice

civile del 1865 diviso in tre libri, persone, beni, modi di acquistare e gli altri

diritti sulle cose. Le azioni sono nel codice di procedura civile. la sistematica

quindi è la stessa delle istituzioni di Gaio. Codice del 1942 quello attualmente

vigente 6 libri, persone, le successioni (passare le cose), la proprietà (comprare

le cose) , le obbligazioni, il lavoro e infine la tutela dei diritti. Anche qui la

sistematica è la stessa. Il diritto ruota intorno a questi tre semplicissime parti.

Parti perché Gaio dice “in tutte le cose mi accorgo che è perfetto tutto ciò che

si compone di tutte le parti e la parte più importante è il principio”.

IUS PUBBLICUM -

ALLE ORIGINI DEL POPOLO ROMANO – LE MOTIVAZIONI DELLA

SECESSIONE DELLA PLEBE AL MONTE SACRO

Intorno al 510 a.c a roma vi è un passaggio alla istutizione regium alla res

pubblica. L’ultimo re di Roma Tarquinio il Superbio abbia indotto il popolo

romano alla rivolta con conseguente cacciata dell’ultimo re etrusco. Alcuni dati

sono rinvenibili nelle fonti. Le genti patrizie approfittarono di questa dipartita

estrusca per eliminare un sovrano fastidioso, lo troviamo nelle narrazioni di

Livio. I patrizi si sarebbero ribellato e istutito un nuovo ordine basato sul potere

delle genti patrizie. Questo nuovo ordine si distanziava molto dall’ordine

precedente perché nel regnum la caratteristica era il potere del re che aveva il

potere militaree, politico e religioso. Il potere politico non era condiviso con i l

senato e il potere religioso non era condiviso con il colleggio sacerdotale.

Intorno al 510 con la ribellione delle genti patrizie vige un ordine nuovo. Il

potere politico viene condiviso col senato e con le magistrature entrambi

patrizie. I magistrati supremi assumeranno poi il nome di consolato, sono due

fazioni entrambe contrallate tra loro. Il senato è un assemblea di più persone

sempre patrizie. Le leggi vengano approvate invece dal popolo riunito nei

comizi centuriati, che raccolgono il popolo romano organizzato in censi dal più

alto al più basso. Le centurie sono maggiori nel censo più alto e via via

discorrendo. È evidente che l’alleanza tra le prime due classi ha la

maggioranza. Anche le leggi quindi erano approvate grazie alle genti patrizie.

Di conseguenze sono i patrizi che governano la res pubblica, poiché

partecipanti nel senato, nelle magistrature e nel popolo in cui hanno la

maggioranza. Ma il popolo non era solo costituito da patrizi. Gaio descriveva il

popolo come la somma di patrizi e plebei. La plebe era un ordine molto

articolato a differenza dei patrizi che era un ordine omogeneo poiché

detenevano gli strumenti economici del tempo e grazie alla ribellione contro il

regnum detenevano anche gli strumenti politici della città. I plebei invece

esistevano sia chi godeva di una maggiore importanza economica come i

commercianti rispetto ad altri che facevano difficoltà a vivere. Le terre erano

quasi esclusivamente nelle mani delle genti patrizie poiché dopo una vittoria i

romani erano soliti gestirla secondo un regime di terra pubblica che poteva

essere sfruttato da chiunque avesse la possibilità di sfruttarla. Questa regola

non scritta era molto applicata di fatto erano solo i patrizi che potevano

occuparla anche perché le terre necessitavano anche di chi potesse proteggere

le terre quindi uno sborso economico non indifferente.

Anche le fasce più economicamente elevate delle plebe non avevano

comunque il potere politico. il plebeo quindi si trovava in una situazione di

svantaggio non potendo mai accrescere, costretti molti di loro ad indebitarsi,

non potendo pagare disposti addirittura a pignorare loro stessi o un

componente della loro famiglia, come servo o altro.

LA PRIMA SECESSIONE DELLA PLEBE

La situazione intorno al 594 si era fatta insostenibile per la presenza di due fattori,

peso eccessivo dell’usura della plebe e la minaccia esterna dei nemici di roma.

Bisognava quindi fare fronte al pericolo con un armata, e l’esercito era fornito

soprattutto di plebei ma essi erano in subbuglio per l’usura . i plebei quindi

minacciarono uno sciopero militare che era in quel momento indispensabile. Si pensò

allora di nominare un dittatore in una magistratura straordinaria di sei mesi, nella

persona di Manio Valerio Massimo, un patrizio ben voluto agli occhi della plebe, che

promise immediatamente di risolvere in modo radicale il problema dell’usura dopo che

avessero sconfitto la minaccia esterna. Per cui i plebei partirono per il fronte e vinsero

la guerra, sicuri che il dittatore mantenne la promessa. Il senato però non diede il nulla

osta per la cancellazione dei debiti proposta dal dittatore. “non piaccio come garante

della concordia, per quanto mi riguarda, non appesentirò ulteriormente i miei

concittadini ne inutilmente continuerò ad essere dittatore, la magistratura che mi è

stata affidata mi ha permesso di vincere la guerra esterna e portare la pace al difuori

delle mura ma aimè mi è stato impedito di fare altrettanto nella città, in queste

condizioni preferisco affrontare la sedizione che ne verrà da privato cittadino piuttosto

che da magistrato” quindi si dimette. In quel momento si ha la senzazione che

qualcosa di grave accadrà a Roma. I plebei esasperati senza alcuna soluzione in mano

danno vita alla prima secessione. I plebei abbandona la città e si accampano fuori

dalle mura sul monte sacro. La tradizione racconta che la secessione darebbe rientrata

un anno dopo grazie ad Agrippa che avrebbe pronunciato il suo apologo convincendo

la plebe a rientrare poiché la loro mossa non era valida. Con questo però sarebbe stata

soffocata la sedizione la secessione ma sarebbe stato nascosto il ruolo avuto dal

dittatore. La sua importanza passa il concetto di res pubblica e soprattutto di sistema

giuridico religioso perché non era un dittatore qualsiasi ma era un dittatore aureo.

Significa sacerdote che interpreta la volontà di Giove. E sulla base di questa

interpretazione l’attività politica ed economica sarebbe compiuta.. Nella storia di Roma

ci saranno solo altri tre dittatori aurei, Quinto Fabio Massimo due secoli dopo , detto il

temporeggiatore, Lucio Cornelio Silla, inizio del primo secolo d.C, detto il dittatore

perpetuo, Caio Giulio Cesare. Il dittatore assumeva su di se tutti i poteri e la sua

autorità non poteva essere messo in discussione perché dettata da Giove. La storia ha

nascosto Maio Valerio Massimo, lo accenna solo Livio, Carnasso ne parla un po’ di più.

Anche altri come in un epigrafe rinvenuta nel 17 sec. In questa epigrafe “Maio Valerio

Massimo fu dittatore ed aure, portò la plebe giù dal Monte Sacro, riconcilio la plebe

con i patrizi e con il senato concorde liberò il popolo dal peso del debito”. E’ un elogio

vergato per ordine di Augusto. Cicerone scrive che Maio Valerio Massimo aveva sedato

le discordie. Plutarco nel II sec. D.C dice che fu colui che aveva riconciliato il senato

alla plebe. È stato nascosto perché si è ritenuto che tutto ciò che riguardasse nella

storia di roma appartenenti alla gens valeria fosse una falsificazione storica poiché

Valerio Lansiate aveva riscritto la storia della gens valeria facendola sembrare molto

più importante. Cicerone non conosce Valerio Lansiate eppure parla elogendo Maio

Valerio Massimo. non bastava perché la secessione aveva prodotto una frattura

istituzionale che non poteva essere stata ricucita con un accordo politico, la frattura

era non solo per il mondo terrestre ma anche per il mondo celeste, gli dei avevano

accettato Roma con quel sistema giuridico. Fratturare quel sistema giuridico

significava rompere il rapporto con gli dei, la secessione quindi doveva essere

ricomposta da quel sistema anche religioso ecco perché insieme ad Agrippa vi era

bisogno di Maio Valerio Massimo proprio perché aure. La plebe dedicò un area a Giove

il terrificante sul monte Sacro, secondo uno schema patrizio. La presenza dell’aure era

necessario per non far arrabbiare gli dei, quindi la sua presenza era indispensabile. A

questo i plebei credevano. Ecco che nell’epigrafe è scritto che Maio Valerio Massimo fu

colui che condusse i plebei giù dal monte Sacro. Invece l’elogio in Livio dice Agrippa fu

colui che ricondusse la plebe a Roma. Quindi non c’è nessuna contrapposizione poiché

questo era quello che voleva il sistema giuridico romano.

CONCETTO DI POPULUS

Non è facile rinvenire nelle fonti del diritto romano la definizione diretta di populus, ma

essa la si trova in una fonte non giuridica ma letteraria ed è un testo di cicerone tratto

da il de repubblica. Nel primo libro si rinviene una brevissima definizione di populus “il

popolo è una unione di una multitudine associata sulla base del consenso di diritto e di

una comunanza di utilità” Cicerone esprime un concetto filosofico di popolo in cui si

trovano spunti di definizione giuridica infatti cicerone non era estraneo al diritto

scrivendo de legibus in cui delinea un sistema giuridico. E’ una definizione di età

repubblicana e questo ci convince della sua bontà poiché sapeva cos’era il popolo

visto che il popolo in età imperiale perde il suo potere come istituzione. Cicerone vuole

dire con questa definizione che il popolo è un unione in quanto si uniscono le parti

ossia solo ciò che è distinto in parti, quindi una prima conclusione è che il popolo è

distinto in parti altrimenti non vi sarebbe senso parlare di unione, poi parla di una

moltitudine alludendo ad un grande numero ma non si dice di chi se persona o

cittadino, in quanto la vaghezza della parola moltitudine ci porta a lasciare il campo

aperto per quanto concerne la composizione di queste parti quindi non solo persone

ma anche strutture in cui le persone si aggregano, o gli ordini sociali. Un unione di una

moltitudine associata utilizzando il termine societas ossia un contratto di almeno duo o

più persone attraverso il quale gli associati vogliono gestire in comune delle cose onde

trarre un utilità dalla gestione. Bisogna porre in luce la derivazione della definizione

diretta di populus quale il contratto di società, l’associazione sulla quale la moltitudine

fonda la sua unione ha a che fare con la società e nella società due o più persone

dimostrano di volere la stessa cosa, una volontà e un interesse comune diretto al bene

comune. Ciò che il socio uole per sé lo vuole anche per il socio e questa è la società e

questo è il riflesso di questa definizione. Associata sulla base del consenso di diritto, il

consenso non è solo un espressione democratica di una volontà della moltitudine ma

di diritto, è un consenso giuridico nella sua espressione e nei suoi contenuti, non è

caotico ma segue regole giuridico, quindi il diritto entra nella società sia come forma

che come sostanza. Ed ecco il dato giuridico, imprescindibile inequivocabile.

Comunione di utilità vuol dire che la moltitudine in tutte le sue parti persegue una

comunanza di bene di utilità, il consenso è finalizzata a un bene comune, ad una

comunanza di utilità così come nel contratto di società si condivide un bene nel

concetto di popolo si ha una comunanza di utilità. Il tutto è finalizzato ad un utilità

basato sul bene comune. Nella comunanza non vi è solo una diffusione comune

dell’effetto ma una diffusione comune della causa della volontà. Qui non c’è chi fa e

chi riceve ma chi fa è lo stesso che riceve.

Nel concetto di populus ancor prima che nella definizione si trova un riferimento a piu

aspetti giuridici.

Bisogna porre in luce il concetto di parte del popolo per capire come i romani diedero

concretezza ad un sistema giuridico e religioso unita in una perché convertirono la

divisione in partes in un concetto di distinzione in partes.

Le unità in cui il popolo è aggregato danno vita ad istituzioni in cui il popolo può dar

voce alle proprie volontà. Nel modello che conosce cicerone il popolo ha espressione

nei comizi, che non sono un aggregato di moltitudine pura e semplice ma un

aggregato sulla base di tanti aggregati a seconda delle assemblea a cui il popolo da

vita, nel comizio tributo sono le tribù ad esempio che hanno una base territoriale. Nei

comizi romani finanche nel concilio della plebe l’unità di voto è espressione della

volontà del popolo. ecco che la maggioranza non è formata dai voti delle singole

persone ma dai voti delle singole aggregazioni di cui fanno parte. Se sono 35 le tribù

ad esempio la maggioranza sono 18 tribù non importa quante persone formano una

tribù. Quindi il popolo non è una entità sola nella sua formazione ma una somma di

parti che è evidente nella sua stessa definizione poiché non si associato i monoliti ma

le parti che sono le persone che danno vita ad altri aggregati. Non è un concetto

astratto quello di popolo per i romani ma si associano tre quattro persone nella loro

concretezza. Il popolo non è un concetto astratto ma un concetto concreto.

Questa concretezza produce un concetto di ciò che viene dal popolo deve essere

definito pubblico. La radice di pubblico è la stessa di popolo. il luogo dove il popolo può

esprimere la sua volontà ossia nel comizio, i magistrati nominati dal popolo sono detti

magistrati pubblici, anche le leggi emanate dal popolo sono pubbliche. Il comizio può

essere fatto solamente in un luogo inaugurato e dopo che il magistrato abbia

accertato il favore degli dei per lo svolgimento dell’assemblea popolare, senza questi

due fattori di natura religiosa il popolo non può avere incontro nell’assemblea. L’unico

luogo dove si può avere un contatto con la divinità è il luogo inaugurato, dai confini

delimitati, inaugurato secondo rigide prescrizioni, l’unico che può inaugurare un luogo

è l’aure ossia colui che può interpretare la volontà di Giove.

Se la divinità è favorevole o meno su ciò che il popolo sta per fare lo comunica il

magistrato che preside il comizio. Questo potere di interrogare la divinità prende il

nome di auspicio che non spetta solo ai sacerdoti ma anche ai magistrati. Tutti i

componenti del popolo presi singolarmente hanno il potere di auspicare solo

nell’ambito della propria sfera ad esempio un affare che sta per intraprendere. Questo

significa però che la riunione del popolo è possibile solo se si adempiono determinate

funzioni religiose, nel caso contrario si pocederà con l’annullamento della riunione.

Inoltre il comizio può riunirsi solo nei giorni fasti, che vengono indicati in un calendario

stilato dai sacerdoti. Quindi abbiamo una concomitanza di poteri sacerdotali connessi

ai poteri del popolo.

Abbiamo dei frammenti in cui i giuristi si interrogano sul concetto del silentium

inaugurale e sulla procedura che il magistrato deve attenersi per questa funzione.

Infatti il magistrato prima di iniziare doveva sincerarsi che vi fosse silenzio in modo

che non ci sia interferenze tra lui e la divinità. Una volta appurata l’effettiva esistenza

di un silentium, quiete totale poteva inizia la osservazione auspicale seguendo un rito

preciso, l’auspicante avrebbe dovuto innalzarsi da una posizione di coricato, poi

avrebbe dovuto tracciare disegnare nel cielo il luogo dell’osservazione tutto dopo la

mezzanotte, in un tempo giudicato congruo dall’auspicante, finita l’osservazione

poteva tornare nel suo letto o dichiarare chiusa l’osservazione. Il comizio centuriato

poteva essere convocato e preseduto da magistrati dotati da auspici maggiori gli altri

da auspici minori. La distinzione tra magistrati era dovuta ai poteri religiosi. I

magistrati con auspici maggiori potevano convocare il comizio centuriato ossia quello

più importante, questo comizio era l’unico che poteva nominare il console e il pretore,

perché solo loro avrebbero ricevuto l’imperium ossia quello di comandare l’esercito.

Questo disegno in base al quale il popolo può essere convocato getta le sue radici fin

dalle origini di roma. Il popolo romano infatti deve al volere favorevole degli dei sia la

sua localizzazione, Roma, sia la sua organizzazione giuridica. Romolo quando traccia il

leggendario solco lo fa assumendo il favore degli dei.

Bisogna fare una distinzione tra favore divino e volontà divina perché nel sistema

razionale romano assumere il favore degli dei non significava permettere alla volontà

divina di sovrapporsi alla volontà umana ma solo applicarvi un favore. Sono comunque

gli uomini a emanare la legge. Giove non si contrappone all’uomo ma è l’uomo che

può scegliere se seguire il favore degli dei, quello che nel cristinesimo chiameremmo

libero arbitrio. È la religione la base di partenza di tutte le attività umane quindi si può

definre un sistema giuridico religioso quello romano. Se e vero che il popolo romano è

depositario del potere e che la sua volontà non può essere sovrapposta dalla volontà

divina, è vero però che il popolo romano non può eseercitare il proprio potere

veramente su tutto vi sono cose delle quali il popolo romano non può deliberare. In

virtù della distinzione di piani tra divino e umano che impedisce al potere umano di

ingerirsi delle cose del potere divino e in questo sistema giuridico religioso accade che

vi sono delle materie religiose sul quale il popolo non può occuparsi. Questo affiora

nelle fonti in età repubblicana quando il sistema va in crisi ma non in modo totale nei

riferimenti precisi sulla carenza di potere del popolo su queste materie religiose.

Cicerone “a causa della religione il popolo non può eleggere i sacerdoti”. Questo

perché è un piano distinto dal popolo, è materia di Giove. Cicerone dice che “vi era

nelle leggi romane una clausola finale che se vi sia qualcosa in questa legge che non è

conforme al diritto sia considerata come non approvata”.

I MAGISTRATI

Il magistrato è colui che nella terminologia repubblicana sovraintende la

gestione della res pubblica, partecipa al suo governo in alcuni casi con

specifiche competenze o assumendo su di se tutte le competenze come i

magistrati aurei. Il numero dei magistrati non era elevato. Esso è eletto dal

popolo anche se vi è stata discussione sul fondamento del potere dei

magistrati, c’è chi ritiene che il magistrato uscente investisse il magistrato

entrante, qui quindi il popolo si limita a designare la persona che potrebbe

gestire il potere, altre teorie secondo le quali il popolo con l’elezione nomina il

magistrato. Il magistrato a Roma detiene poteri civili ossia i poteri ai quali fa

riferimento per condurre un esercito alla guerra o per convocare il popolo,

potere religioso è il potere che il magistrato ha nell’interrogare la divinità- gli

auspici sono una proiezione sul piano divino di poteri umani. Il magistrato

quindi deve assumere entrambi i poteri, di interferire con gli umani,

comandarli, radunarli, viene assunto attraverso l’elezione comiziale, il potere di

interloquire con la divinità viene assunto dopo l’elezione comiziale attraverso

un comizio rappresentato da trenta littori, il comizio curiato. Il magistrato

assomma a se tutti i poteri, attestazione chiara della distinzione su cui poggia il

magistrato. La consistenza dei poteri dei magistrati non si fonda sui poteri civili

ma su poteri religiosi. Un magistrato a Roma non ha auspici ed è il tribuno

della plebe perché la plebe non poteva interloquire con la plebe ma solo

ascoltare. La plebe comunque è una parte del popolo quindi occorreva dare

una sistemazione logica a questa nuova assemblea e l’unico modo era

ragionare sullo ius …. La stessa cosa vale per i poteri civili, mutatis mutantis ha

il valore dell’interezza nel senso che il magistrato non può assumere poteri che

non gli vengono attributi dal popolo, lo dice Cicerone “tutti i poteri, gli imperi e

le curie provengano dall’intero popolo romano, solo il popolo può attribuire

poteri religiosi e civili. Il potere di auspicare non è monopolizzato e al

magistrato deriva questo potere da questa caratteristica. La somma dei

cittadini produce il potere di auspicare. Lo stesso disegno vale per il potere

civile. significa che se il magistrato non è eletto da un comizio in cui non sia

riunito tutto il popolo (indipendentemente dalla concreata espressione del

diritto di voto il popolo si riteneva riunito). Laddove astrattamente non fosse

riunito l’intero popolo in questo caso il comizio sarebbe illegittimo cicerone li

definisce non vero. i magistrati gestiscono quindi il potere civile e religioso, il

fondamento del loro potere di auspicare e comandare è nel popolo. il

magistrato romano dura in carica solo un anno per regola ma vi sono

magistrature con durata diversa, il censore ad esempio dura in carica 18 mesi

ma viene eletto ogni 5 anni, il dittatore dura in carica 6 mesi al massimo. Sono

annuali le magistratura per evitare potentati personali. Altro obbiettivo da

conseguire era il ricambio, la logica dell’alternanza per dare la possibilità a più

famiglia di accedere alle magistrature. Ulteriori regole facevano si che i

magistrati non potessero concorrere alle magistrature più importanti se non

decorsi un certo numero di anni dall’ultima magistratura per evitare fulminee

carriere politiche. I magistrati romani dovevano giurare se alla fine o all’inizio si

discute ma probabilmente in entrambi i momenti, che avrebbero gestito a

favore della res pubblica. Il giuramento era quei punti di contatto tra il religioso

e l’umano di cui il diritto romano vive costantemente. La stessa elezione del

magistrato non è imposta dalla volontà divina ma può essere sostenta dalla

volontà divina. Questo è grosso modo il disegno relativo ai magistrati ma ciò

che occorre ribadire chiaramente è che il magistrato esercita

contemporaneamente il potere religioso e il potere civile e l’uno non può

sovrapporsi all’altro ma insieme aiutarsi. Questo sistema nel modello romano è

imprescindibile infatti il sistema giuridico romano è un sistema giuridico

religioso.


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Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Valeriat di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni e storia del diritto romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Niccolò Cusano - Unicusano o del prof Vallocchia Franco.

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