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- Poi c’è la Banca Europea per gli Investimenti, che aveva come obiettivo quello di mettere

sullo stesso livello di investimenti tutti i paesi si volevano creare le condizioni per creare

una situazione ottimale e paritaria di concorrenza.

- E infine c’è il Fondo Sociale Europeo che aveva il compito di erogare fondi per politiche

sociali e per la formazione (es: dei lavoratori).

Cosa dice il trattato CEE? Cosa vuole fare?

E’ un trattato-quadro, trattato che stabilisce quali siano le istituzioni e gli obiettivi e i traguardi da

raggiungere in molti ambiti però questo è tutto quello che fa questo trattato, costituisce solo

una cornice.

Dentro questo trattato-quadro ci sono tutta una serie di cose: non c’è la fase sperimentale che

avevano chiesto i francesi, ma si tratta di una adesione irreversibile da subito e il trattato non ha

scadenza, a differenza del trattato CECA. Però, per venire incontro alla esigenza francese di

gradualità, è prevista una lunga transizione di tre periodi di quattro anni ciascuno (4+4+4), alla fine

dei quali maturano un po’ alla volta le condizioni del mercato comune quindi l’eliminazione

degli ostacoli al commercio è graduale. E questa progressione riguarda anche il ruolo delle

istituzioni: solo dalla terza fase il Consiglio non decide più all’unanimità ma a maggioranza.

Inoltre sono previste tutta una serie di sospensioni e deroghe, in caso di speciali difficoltà sul piano

interno dei vari paesi. Sono quindi presenti tutta una serie di clausole di protezione, che non

verranno mai usate ma che erano necessarie per arrivare alla firma del trattato.

Politica agricola comune: ci sarà una prima conferenza di Stresa nel ’59, nella quale si incomincia a

formulare delle proposte in tema. Nell’immediato però si è solo deciso che ci sia una politica

agricola comune, ma ancora non si è arrivati ad una soluzione, viene quindi rimandato il negoziato

per la politica agricola comune.

Altra questione spinosa è quella dei territori imperiali dei vari stati membri: es. la Francia e l’Union

Francaise, l’Italia con la Somalia o anche il Belgio e l’Olanda. Il punto principale è quello

dell’impero africano della Francia: inizialmente la Francia aveva chiesto la piena partecipazione dei

suoi territori coloniali, ma poi cambia idea e alla fine la Francia sarà interessata ad avere solo

l’assistenza economica dei paesi della CEE per i suoi paesi dell’impero ma non una completa

partecipazione e quindi per fare questo si inventa l’istituto politico della “associazione” viene

creato il “Fondo Europeo per lo Sviluppo” che è un’agenzia gestita dalla Commissione che ha il

compito di erogare i finanziamenti ai paesi associati ai membri. L’istituto dell’associazione dura

solo 5 anni e prevede aiuti finanziari e, allo stesso tempo, una adesione all’area di libero scambio,

della quale entrano a far parte l’UE e i paesi dell’Union Francaise. In cambio di questo istituto

dell’associazione, i paesi della CEE guadagnano il diritto di stabilimento sui territori dell’Union

Francaise; in sostanza, in cambio dell’associazione la Francia apre i territori dei suoi possedimenti

coloniali agli altri membri CEE.

Da questo punto di vista, è importante anche il Belgio, che aveva il suo possedimento sul Congo.

Infatti il Belgio lavora insieme alla Francia per la creazione dell’istituto dell’associazione. Il

rapporto tra Congo e Belgio però era parecchio più complesso rispetto ai rapporti tra la Francia e

le sue colonie Tutto questo però finisce molto presto, nel momento in cui il Congo diventa uno

stato indipendente.

In generale quindi possiamo dire che l’assetto istituzionale del trattato della CEE era poco

sovranazionale.

L’UD erano l’unico aspetto per il quale il trattato dava direttive chiare e dettagliate. Il settore

dell’UD è molto ben disciplinato.

Il fatto che il resto del trattato fosse più una cornice che altro, rende il trattato CEE come un

negoziato permanente, c’è sempre qualcosa sulla quale ancora bisogna negoziare. Per questo ogni

stato si dota di un apparato burocratico apposito che si occupi di questa continua contrattazione.

Quali sono gli altri aspetti che sono contenuti nel trattato?

- Le quattro libertà: libera circolazione di prodotti industriali, servizi (ancora oggi quasi

inattuata, ci sono per esempio un sacco di problemi per la circolazione delle varie

professioni), capitali (liberalizzazione iniziata alla fine degli anni 60, era prevista da subito

ma poi sono arrivate le difficoltà monetarie finanziarie ed economiche. Alla fine verrà

totalmente liberalizzato alla fine degli anni 90, parte del processo che poi porterà alla

moneta comune) e lavoratori.

22/3/2016

Parte di approfondimento sulla PAC.

La politica agricola comune (PAC) è una delle politiche comunitarie di maggiore importanza,

impegnando circa il 34% del bilancio dell'Unione europea. È prevista dal Trattato istitutivo delle

Comunità.

L'articolo 3 del Trattato di Roma afferma che la Comunità ha il compito di promuovere, mediante

l'instaurazione di un mercato comune e il graduale riavvicinamento delle politiche economiche

degli stati membri, uno sviluppo armonioso delle attività economiche.

Per raggiungere tale scopo, occorreva:

- Abolire i dazi doganali tra gli stati membri;

- Istituire tariffe doganali e politiche commerciali nei confronti degli stati terzi;

- Eliminare gli ostacoli tra gli stati membri di capitali, servizi e persone;

- Instaurare una politica comune nel settore dei trasporti e in quello dell'agricoltura;

- Creare un Fondo sociale europeo e una Banca europea, per promuovere gli investimenti.

La PAC (Politica Agricola Comune o Comunitaria), fin dal suo inizio si era prefissata quattro

obiettivi:

- Assicurare un tenore di vita equo alla popolazione agricola e soddisfare gli agricoltori grazie

al prezzo di intervento. Questo era il prezzo minimo garantito per i prodotti agricoli

stabilito dalla Comunità Europea. Il prezzo delle produzioni non poteva scendere al di sotto

di questo;

- Orientare le imprese agricole verso una maggiore capacità produttiva (limitando i fattori

della produzione, aumentando lo sviluppo tecnologico e utilizzando tecniche agronomiche

migliori).

- Stabilizzare i mercati.

- Assicurare prezzi accessibili ai consumatori

A tal fine fu istituito il FEOGA (Fondo Europeo di Orientamento e Garanzia Agricola); questo ente

finanziario aveva il compito di raggiungere questi due obiettivi.

Il mantenimento dei prezzi fu assicurato dalla CEE, grazie ad apposite aziende che si

preoccupavano dell'acquisto delle eccedenze di produzione; queste venivano acquistate ad un

prezzo d'intervento leggermente inferiore a quello indicativo. Le eccedenze venivano in seguito

vendute a Paesi terzi con esportazioni sottocosto. Nel peggiore dei casi, le eccedenze venivano

tolte dal mercato e quindi letteralmente distrutte. A causa dei prezzi dei prodotti agricoli dei Paesi

extracomunitari, troppo bassi rispetto a quelli della Comunità Europea, furono erette delle vere e

proprie barriere doganali, che imponevano dazi sulle merci in ingresso, facendone crescere il

prezzo e scoraggiandone, quindi, l'importazione.

Parallelamente, le esportazioni verso i Paesi dell'area extracomunitaria, furono incoraggiate con

sovvenzioni (restituzioni) agli esportatori; tali restituzioni, compensavano la differenza tra prezzi

comunitari più alti e prezzi esterni, più bassi. In tal modo, si ridussero le eccedenze che, altrimenti,

sarebbero dovute essere acquistate dalle aziende incaricate dal FEOGA.

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Inquadriamo un po’ il discorso sulla maniera in cui la Comunità Europea incomincia a funzionare.

Diamo un’occhiata alla questione dell’Euratom, questione che si apre e si chiude velocemente.

L’Euratom era partito dall’idea di Jean Monnet di allargare il raggio d’azione della CECA

mantenendo l’attenzione nel campo delle risorse energetiche e guardando in là al futuro,

guardando ad una risorsa innovativa in grado di consolidare il legame tra paesi europei e

americani, che non doveva incappare in interessi già costituiti. In realtà nel corso del negoziati non

tutti sembrano essere interessati a sviluppare una comunità dell’atomo, in parte per interessi

economici divergenti, in parte per ragioni politiche, in parte per le questioni militari legate

all’atomo: uno degli aspetti che permette di fatto di arrivare a concludere positivamente il

negoziato e a dare vita a questa comunità è proprio il fatto che, ad un certo punto, si trovi un

modo per mandare avanti il negoziato sull’atomo militare separandolo dal negoziato Euratom, ma

di fatto permettendo anche al nucleare militare di diventare una opzione concreta non per tutti

i paesi europei, ma per Italia, Francia e Germania c’è un incontro fra i tre ministri della difesa,

accordo rimasto segreto per tantissimo tempo; in base a questo accordo Italia e Germania

contribuiranno allo sviluppo atomico militare che la Francia ha già avviato: questo è quasi in

violazione con gli accordi degli anni 50 secondo i quali la Germania si asteneva dal perseguire

l’interesse per il nucleare militare si arriva a questo accordo trilaterale segreto, accettato anche

dagli americani, in quanto in questi anni Eisenhower è d’accordo che gli europei sviluppino una

loro capacità nucleare.

C’è quindi una combinazione di interessi militari e civili che finisce per permettere la firma del

trattato Euratom, che si occupa solo di nucleare civile e che stabilisce la nascita di aree politiche di

coordinamento che riguardano ricerca, sicurezza, investimenti è prevista la creazione di una

agenzia che dovrebbe effettuare la gestione centralizzata degli approvvigionamenti e quindi

garantire che ci sia un controllo su chi compra che cosa e che cosa ne fa dopo, in modo da tenere

sotto controllo gli sviluppi militari, che devono essere gestiti in modo sovranazionale: è un modo

per evitare fughe in avanti di Germania, Italia e Francia, ovvero un modo per tenere sotto

controllo lo sviluppo della atomica. Tutto questo nel trattato viene organizzato e il trattato entra in

vigore: a capo della commissione viene nominato un francese. Nel 58 vengono anche firmati due

accordi con gli USA, che è il fornitore di materiale fissile, in modo che le attività possano essere

avviate in realtà poi molto presto di tutto questo resterà molto poco: con l’arrivo di De Gaulle al

potere in Francia, nel nucleare sia civile che militare, la nuova Francia vede soprattutto il

significato politico del discrimine tra potenze nucleare di rango superiore e potenze non nucleari

di rango inferiore quello che la Francia pre-De Gaulle aveva accettato, ovvero una limitata

sovranità in materia nucleare a favore della comunità, non è accettabile per De Gaulle, che vuole

la capacità nucleare francese sotto la sovranità nazionale per farne uno strumento politico di

forza.

Quindi immediatamente la Francia di De Gaulle si ritira dall’accordo, con l’Italia e la Germania, in

materia di nucleare militare di fatto questo depotenzierà anche l’efficacia dell’Euratom, che è

già depotenziata anche dagli industriali tedeschi: la Germania era tra i meno favorevoli all’Euratom

 l’Euratom era stato un progetto francese, gli altri paesi l’avevano un po’ subito, in primis gli

industriali tedeschi. Nel momento in cui manca il traino politico francese, le altre parti sono

sufficientemente contente di lasciar morire il progetto.

A tutto ciò si aggiungono anche delle motivazioni legate al mercato dell’uranio: fra il 59 e il 60

vengono scoperte delle nuove importanti miniere di uranio, per cui l’uranio, che era un materiale

scarsissimo e di conseguenza preziosissimo (per il quale era stata creata una agenzia

internazionale che ne doveva salvaguardare il commercio), diventa un materiale più abbondante

sul mercato e quindi diventa un elemento molto meno prezioso e meno controllato: l’uranio perde

parte del suo valore strategico. Inoltre aumentano anche le risorse di petrolio tutto questo

porta ad un calo dell’interesse industriale e commerciale sull’uranio.

Mettendo insieme queste diverse combinazioni, si assiste ad una progressiva riduzione dell’azione

dell’Euratom e in particolare via via viene non attuato tutto ciò che riguarda la ricerca nucleare:

rimane all’Euratom solo la ricerca più di base; dopodiché un po’ alla volta anche la ricerca di base

verrà decentrata a livello nazionale. Già intorno alla metà degli anni 60 l’Euratom perde di

importanza, e in più, nel 67, quando le tre comunità vengono fuse e nasce un’unica commissione,

l’Euratom viene veramente cannibalizzata, come succede anche per la CECA: sarà la commissione

CEE a acquisire e smembrare le altre direzioni generali, spezzandone le competenze e portandole

sotto il proprio controllo.

Anche l’ambito della ricerca nucleare, ambito che in teoria la commissione CEE non aveva, verrà

incorporato dalla commissione CEE in questo senso, anche dal punto di vista istituzionale c’è

uno svuotamento dei contenuti dell’Euratom.

23/3/2016

Il multilateralismo è diventato la regola delle relazioni europee del tempo, come abbiamo visto dal

trattato di Bruxelles in poi OECE, Unione Europea dei Pagamenti, Unione Europea. Il

multilateralismo sembrava una garanzia di equilibrio, di rispetto degli interessi dei paesi più

deboli, di condivisione delle decisioni.

C’è l’idea che nel bilateralismo ci siano degli elementi di politica tradizionale superata che devono

essere messi da parte.

De Gaulle invece crede nella politica estera bilaterale, in questo senso il suo impatto sul rapporto

franco-tedesco è enorme: era comunque chiaro che Francia e Germania fossero i due attori più

importanti in Europa e nel processo di integrazione si dice che l’integrazione sia uno sviluppo

del rapporto franco-tedesco e che su questo rapporto si sia fondata tutta la logica

dell’integrazione.

Da parte di Francia e Germani viene ripristinato uno stile di rapporti bilaterali che ha anche una

forte connotazione di rapporto personale (De Gaulle e Adenauer hanno un rapporto personale) e

viene avviata una pratica di rapporto bilaterale franco-tedesco che prevede degli incontri bilaterali

durante i quali vengono discusse, affrontate e definite delle soluzioni che poi verranno portate agli

altri: questa è una modalità di rapporto che è più tradizionale, ma che è completamente nuova

rispetto a tutto quello che si era costruito in Europa dopo la seconda guerra mondiale.

C’è inoltre una forte idea di sovranità che viene rivendicata da De Gaulle, De Gaulle si fa quattro

risate dei discorsi federalisti ai tempi della CED aveva veramente deriso l’ipotesi che si potesse

dare vita ad un esercito europeo sovra-nazionale, per lui l’esercito è uno degli elementi

fondamenti dell’identità nazionale, è risibile l’idea che ci possano essere dei corpi militari

internazionali in cui le persone nemmeno parlano la stessa lingua e non riconoscono un punto di

riferimento nazionale che ispira la loro azione. L’idea di questa missione della Francia, di questo

suo ruolo nazionale che rimane molto forte e che non è complementare a quello degli altri stati, è

in contrasto con quello che gli uomini della quarta repubblica avevano pensato con la costruzione

dell’Europa, la grande scommessa dei primi anni 50 è che si possa fare contemporaneamente

l’interesse nazionale del paese e l’interesse europeo, che l’interesse nazionale passi attraverso

l’interesse europeo. Invece, con l’arrivo di De Gaulle, questa idea diventa più difficile da praticare,

perché si percepisce come dominante l’obiettivo e l’interesse nazionale francese la percezione

che gli altri paesi partner della Francia hanno della politica gollista è di una strumentalizzazione

dell’Europa e dell’integrazione europea, che deve essere utile all’interesse nazionale francese. Con

l’arrivo di De Gaulle inizia a crescere una sorta di diffidenza europea nei confronti della Francia,

che poi nel tempo produrrà degli effetti nefasti: si arriverà, alla metà degli anni 60, ad una

situazione di 1 da una parte e 5 dall’altra: questa spaccatura, dopo l’uscita di scena di De Gaulle,

verrà sanata. È in questo decennio di De Gaulle in cui si forma l’idea di una Francia che tutela

soprattutto i suoi interesse nazionali.

L’altra cosa che bisogna dire è che non bisogna però nemmeno accettare l’idea, molto britannica,

che certe istanze francesi fossero solo francesi, in realtà se noi andiamo a guardare gli incontri già

dei primi anni 60, in tutti i paesi e nella grande maggioranza degli uomini politici, troviamo una

certa diffidenza, per esempio, nei riguardi della volontà della Commissione di affermare un proprio

ruolo indipendente e troviamo in tutti i paesi l’idea che comunque la vera chiave del sistema deve

essere la collaborazione inter-governativa: questo lo dice Adenauer in un incontro con De Gaulle

nel 60, dice che la comunità dovrebbe riorganizzarsi in una chiave più intergovernativa.

Un altro tema molto comune in questi anni è la diffidenza europea nei riguardi della politica degli

USA: in particolare nel 60, anno della crisi del Congo che fa pensare agli europei che gli USA non

stiano tenendo conto degli interessi dell’europei. Quindi non bisogna pensare che certe posizioni

di De Gaulle siano fin dall’inizio isolate e non trovino una certa risposta: altrimenti non

riusciremmo nemmeno a capire perché per un certo periodo le proposte di De Gaulle vengono

seguite e favorite. E’ tutto molto più sfumato e i passaggi sono molto meno bruschi di come una

lettura approssimativa ci potrebbe far pensare; questo vuole anche dire che i margini per trovare

degli accordi ci sono sempre non siamo di fronte a delle contrapposizioni inaffondabili, alla fine

il sistema comunitario avanza nel bene e nel male, avanza sempre per compromessi successivi,

adattamenti, sfumature, molto pragmatismo, concessioni temporanee in vista di un obiettivo

ulteriore etc.

Alla fine si procede sempre con molto pragmatismo, anche le figure che identifichiamo di più

nell’integrazione europea non sono mai ideologicamente attaccate ad un solo certo tipo di

soluzione, alla fine sono sempre comunque convinte che, per una via o per un’altra, l’importante

sia progredire: che si spinga di più il pedale comunitario o quello intergovernativo, l’importante è

che si progredisca. E, sempre in relazione al discorso De Gaulle, teniamo in considerazione il fatto

che, proprio perché con De Gaulle sembra tornare in auge in Francia una forma di nazionalismo

che si è abituati a considerare pericoloso per il buon funzionamento delle buone relazioni europee

e atlantiche, gli altri tendono a fare uno sforzo in più per mantenere attiva l’integrazione europea:

in fondo l’integrazione europea nasce negli anni 50 ma continua poi sempre ad essere in primo

luogo uno strumento per contenere i nazionalismi come nel 50 si inventa la CECA affinché ci sia

una sorta di rete dentro la quale far ripartire l’economia tedesca in una maniera che assicuri delle

forme di controllo, in modo che l’eventuale nazionalismo tedesco sia vincolato da obblighi e

impegni, così negli anni 60 ci sono dei momenti in cui De Gaulle porta un grande timore in Europa.

Il momento culmine di questa paura del gollismo si ha nel 63 con il trattato dell’Eliseo (bilaterale

franco tedesco che mette insieme tutte le cose di cui abbiamo parlato fino ad adesso bilaterale

invece che multilaterale, tra Francia e Germania, viene fatto dieci giorni dopo che è stata sbattuta

in faccia alla GB la porta della CEE). L’altro momento di crisi acuta e di timore è il periodo della 

“crisi della sedia vuota” del giugno 65, fino al 66 quando la crisi della sedia vuota viene superata

nel 66 c’è anche l’uscita della Francia dalla NATO: poi la Francia rientrerà, ma sembra davvero che

La

la Francia mini la forza dell’alleanza atlantica Francia uscendo dalla NATO rifiuta agli alleati

l’uso dei suoi territori, manda via le truppe americane dal suo territorio. È dirompente nei suoi

effetti il nazionalismo francese: questi sono i due momenti più gravi.

In tutti questi casi, poi qual è il meccanismo che entra in gioco? Il ragionamento che viene fatto è:

“Ok, c’è questo pericolo della rinascita del nazionalismo francese, quindi rafforziamo la

collaborazione, non escludiamo la Francia ma teniamo aperte tutte le porte; perché l’integrazione

europea serve esattamente a tenere sotto controllo queste fughe in avanti di tipo nazionalista o

unilateralista”.

L’altra grande paura dell’Europa di questi anni è l’unilateralismo, ovvero quando un paese decide

per conto suo e mette gli altri davanti ad un fatto compiuto: per esempio nel 90, di fronte alla crisi

in Jugoslavia, quando la Germania in maniera unilaterale, senza l’accordo degli altri, decide di

riconoscere la Slovenia e la Croazia che vogliono rendersi indipendenti dalla repubblica Jugoslavia

 c’era già un accordo per farlo tutti insieme a distanza di un po’ di tempo e per evitare il

disfacimento della Jugoslavia: ma ad un certo punto la Germania decide che non può aspettare e

decide di agire da sola scoppia un putiferio, in quanto si tratta di una violazione dei principi

fondanti dell’integrazione.

In tutti questi casi la logica è quella di rafforzare la rete dell’integrazione, in quanto la sua forza è

quella di assorbire le forze del nazionalismo.

Per tutti questi motivi, questi anni di De Gaulle, devono essere letti con molta attenzione, non si

può semplicemente vedere da una parte la Francia gollista che spacca tutto, che ritira fuori un

armamentario di idee superate a fronte degli altri 5 invece coesi e schierati per l’integrazione, ma

bisogna anche vedere come la situazione sia invece molto più sottile e interessante da smontare.

Analizziamo il rapporto europeo con i paesi in via di sviluppo:

abbiamo già detto che era stato soprattutto un input francese e belga quello che aveva portato

alla loro inclusione come stati associati nella CEE.

Nei primissimi anni, dal 58 al 60/61, questi paesi associati sono paesi dipendenti dalla Francia e

quindi in realtà l’interlocutore della Commissione, che gestisce il Fondo Europeo di Sviluppo,

quello che finanzia gli investimenti, è la Francia.

In questi primissimi anni viene attivato il Fondo Europeo di Sviluppo e gli interlocutori principali

sono le autorità francesi, che hanno dalla loro parte il commissario Lemaignen (Il Commissario

europeo per lo sviluppo è un membro della Commissione Europea. Al Commissario per lo sviluppo

fa capo la Direzione generale per lo sviluppo), che è fortemente interessato a sviluppare il ruolo

della comunità, nell’impero francese, nei suoi paesi associati, non verso il resto dei paesi in via di

sviluppo su questo terreno c’è un contrasto all’interno della Direzione Generale: all’interno

della DG c’è un commissario tedesco che ha un punto di vista diverso da quello francese non è

d’accordo con una politica così centrata sui paesi ACP (associati della Francia). Alla fine il

commissario tedesco rassegnerà le dimissioni.

Però Lemaignen, nonostante sia francese, è favorevole a sviluppare il ruolo della commissione, a

scapito degli interessi nazionali francesi. Quindi, in tutta la procedura che riguarda l’elaborazione

delle proposte di investimenti che devono essere presentate alla commissione e che poi la

commissione deve valutare e decidere come finanziare e nella sorveglianza di come questi

investimenti vengono condotti, Lemaignen cerca di promuovere il ruolo della commissione, a

fronte di un governo francese che cerca in tutti i modi di mantenere sotto il suo controllo tutte

queste pratiche.

Da parte della commissione si cerca di fare in modo che ad occuparsi di queste questioni sia un

gruppo di esperti terzi in loco, e questo crea delle controversie con il governo francese, in quanto

quest’ultimo rivendica per se questo compito.

Questo crea delle tensioni molto forti, ci sono degli scontri tra Lemaignen e il governo francese,

ma comunque nella commissione rimane la convinzione che ci siano delle funzioni proprie

dell’istituzione che devono essere portate avanti.

Su questo poi c’è un ulteriore diversità di punti di vista: dal punto di vista francese -secondo l’idea

che l’integrazione europea sia uno strumento della decolonizzazione, ovvero uno strumento che

possa servire alla politica di decolonizzazione della Francia mettendo a diposizione risorse

finanziarie che la Francia non ha in misure sufficienti- questi fondi dovrebbero essere usati in

“spese di sovranità”, ovvero in infrastrutture e strutture di base di cui un paese si deve dotare.

Invece, il punto di vista soprattutto tedesco è che con questi fondi debbano essere finanziati degli

investimenti produttivi, ovvero la costruzione di fabbriche per produrre ricchezza, dare lavoro,

avere un guadagno, re investire dei capitali un processo di sviluppo economico che passi

attraverso una immediata produzione di ricchezza, e non un finanziamento delle spese di

investimento in infrastrutture di base.

Su questa diversità di punti di vista poi si aprono delle grosse crepe dentro il Fondo Europeo di

Sviluppo: i francesi difendono questa loro idea, poi si trova un accordo su una ripartizione in

percentuale tra “spese di sovranità” e le altre, ma comunque rimane questa differenza di fondo,

che poi è un riflesso delle diverse politiche di sviluppo che questi due paesi attuano, anche nelle

loro politiche nazionali di aiuto allo sviluppo. In realtà, per tutti i paesi europei la quota di aiuto

allo sviluppo che passa attraverso la comunità europea è una quota infima rispetto all’insieme di

quello che viene dedicato alla cooperazione allo sviluppo.

La Francia è il paese europeo a dedicare la maggiore quantità di fondi allo sviluppo di paesi sotto-

sviluppati, ma solo una misera parte di questi finanziamenti passano attraverso la comunità

europea, in quanto la Francia ritiene che un accordo bilaterale per lo sviluppo sia più efficace sia

politicamente che economicamente.

Il Fondo Europeo di sviluppo inizia a lavorare molto presto, vero la fine del 59 iniziano ad essere

erogate le prime risorse.

Nel 60-61 con la riforma costituzionale francese, concepita da De Gaulle, del passaggio dalla

quarta alla quinta repubblica, che investe anche la Union Francaise, dovrebbe nascere la

cosiddetta “Comunità”, in realtà poi questo tentativo fallisce inizialmente la maggior parte dei

paesi dell’Union Francaise aderisce, però poi, nel giro di un anno, di fatto tutti i paesi diventano

indipendenti.

Tutti i leader delle ex colonie francesi diventate indipendenti scelgono di trasformare il rapporto di

associazione che avevano in una nuova associazione che firmano come stati indipendenti, e quindi

viene firmata la convenzione di Yaoundè che diventa la base dei rapporti successivi. In realtà la

sostanza non cambia molto, perché vengono mantenuti gli stessi due strumenti di assistenza:

l’aiuto finanziario e le discriminazioni a favore in campo commerciale.

Viene anche inserito un protocollo che, in teoria, permette anche agli altri paesi africani di trovare

un rapporto speciale con la comunità; o entrando a far parte della convenzione di Yaoundè,

oppure negoziando degli accordi di associazione diversi. Questo viene fatto dalla Nigeria e dai tre

paesi dell’Africa orientale britannica, Kenya, Tanzania e Uganda; nessuno di questi accordi in realtà

produce grandi risultati: quello con la Nigeria non viene poi ratificato e in Nigeria poi scoppia la

guerra del Biafra. I paesi dell’africa orientale britannica invece non sono molto interessati ed avere

rapporti con la CEE, sono convinti che l’associazione sia una forma di neocolonialismo, hanno

quindi un pregiudizio politico nei riguardi della comunità e dell’associazione. Inoltre, hanno degli

interessi economici che li inducono comunque a voler privilegiare e preservare i rapporti con il

Commonwealth e quindi a non aderire ad un sistema che tende comunque a chiudere e a

concentrare le relazioni economiche sui paesi del continente europeo.

Insomma, di fatto esiste la possibilità di allargare il quadro, ma questa possibilità non porta

lontano. Inoltre, anche in questi negoziati, quello che viene concesso a questi paesi che sono ex

colonie inglesi, è inferiore rispetto a quello che viene garantito ai paesi associati francesi.

Altra questione in cui possiamo far emergere il tema francese, è quella dei suoi rapporti con gli

altri paesi dell’Europa occidentale, non tanto con i paesi che fanno capo alla GB e quindi all’idea

dell’area di libero scambio e all’OECE, quanto con i paesi meno sviluppati e appartenenti all’area

del mediterraneo. Quali sono questi paesi? In origine comprendono Grecia, Turchia, Portogallo,

Irlanda e Islanda. Poi, di questi paesi, l’Irlanda, l’Islanda e il Portogallo finiscono per rientrare nella

sfera che fa capo alla GB i due paesi che rimangono un po’ orfanelli sono la Grecia e la Turchia.

Paesi che sono troppo poveri e troppo sottosviluppati per pensare di entrare nell’area di libero

scambio, che comunque è un sistema che ti impedisce di proteggerti etc. quindi, questi due

paesi, in parte anche per scelta politica, nell’estate del 59 , sono i primi a chiedere di essere

associati alla Comunità Europea, associati non sulla base di quella parte del trattato che

regolamentava l’associazione con i paesi africani, che riguarda solo i paesi ex colonie, ma sulla

base di un altro articolo, art. 238 del trattato CEE.

Questo articolo 238 del trattato CEE è un articolo molto interessante, articolo che stava lì dentro

semplicemente perché c’era nel trattato CECA (nella CECA era stato concepito per la GB). La

commissione attribuisce una grande importanza a questo articolo perché non detta contenuti

specifici, dice solo che questi accordi di associazione devono prevedere istituzioni comuni, obblighi

e diritti reciproci, e per il resto non definisce i contenuti: una formula molto aperta che però

chiaramente vuole istituire dei rapporti di contenuto politico, non solo economico. È chiaro che gli

strumenti sono gli strumenti dell’economia, al tempo non ce n’erano altri, non si parla di dialogo

politico, di sicurezza etc. però è chiaro che il senso di quell’accordo è di stabilire dei legami

politici, di fare della CEE un polo di attrazione politico verso il quale devono guardare i paesi terzi.

Immediatamente dopo la firma dei trattati di Roma, c’è chi fa delle ipotesi grandiose e ambiziose,

che producono poi un grosso dibattito politico intorno ai limiti e alle funzioni di queste

associazioni, e inizialmente c’è un dibattito intergovernativo dentro al COREPER, per mettere a

fuoco una sorta di dottrina dell’associazione Si vuole stabilire dei principi in base ai quali

stabilire dei pacchetti di contenuti da infilare necessariamente in qualunque accordo: c’è una

grossa elaborazione di una ipotesi di politica estera comune.

In generale c’è una visione molto riduttiva della comunità europea dei primi anni 60, ma è pur

vero che una elaborazione progettuale c’è stata e anche molto ambiziosa, in realtà gli obiettivi di

sviluppo in questi primi anni 60 per l’integrazione europea e il suo ruolo internazionale ci sono e

sono ambiziosi.

Dov’è che si ferma questa dibattito sulle associazioni? Va a cozzare con il fatto che, via via che si

discute di queste ipotesi, ci si rende conto che se si definisce un pacchetto di cose ineliminabili,

che comprendono l’unione doganale, la PAC etc, alla fine vuol dire adesione: nessun paese

obbligato ad assumere così tanti impegni lo avrebbe fatto se non in cambio della piena adesione

 per cui di fatto associazione e adesione avrebbero finito per equivalersi. L’alternativa era di

ridurre il numero e l’importanza di questi contenuti, ma allora il rischio diventava di concedere a

qualche paese i vantaggi, soprattutto economici, della partecipazione senza gli obblighi politici

Alla fine, si sarebbe creata una situazione assurda per la quale i paesi esterni alla CEE avrebbero

avuto gli stessi benefici di quelli che stavano dentro, senza averne gli obblighi e quindi, la scelta

politica di aderire sarebbe diventata nei fatti molto più costosa da parte del parlamento

europeo e da parte di alcuni paesi, si insorge contro questa prospettiva e di fatto l’idea di questa

interpretazione così espansiva dell’associazione viene eliminata. A questo poi vanno aggiunti un

altro paio di aspetti:

- La commissione che vuole il più possibile mantenere il controllo della politica di relazioni

esterne e che quindi è contraria a che venga definita una dottrina delle associazioni una

volta che c’è una dottrina, la commissione si ritrova nel ruolo di pura esecutrice; se non ci

sono altro che indicazioni generali, tutta la libertà di iniziativa invece rimane nelle sue

mani.

- L’esperienza diretta del negoziato con la Grecia e con la Turchia è un’esperienza per certi

versi negativa per la comunità è negativa dal punto di vista delle procedure perché la

commissione si prende delle libertà che fanno arrabbiare tantissimo gli stati membri che si

ritrovano con degli accordi praticamente già pronti senza essere stati consultati. Infatti

dopo questa brutta esperienza viene adottata una sorta di norma interna per cui la

commissione non può negoziare niente con i paesi terzi senza che prima il consiglio abbia

dato l’approvazione. La Grecia viene negoziata in questo modo, già dalla Turchia la

commissione avrà le mani molto più legate. Per quanto riguarda i contenuti, il negoziato

con la Grecia fa capire che rapporti commerciali con paesi fortemente sottosviluppati sono

molto difficili da negoziare, perché se si vogliono applicare i principi della reciprocità,

questo crea delle difficoltà per il paese terzo. Allora, l’alternativa che si trova nel caso della

Grecia è di allungare tantissimo, fino a 20 anni, il tempo di attuazione dell’unione

doganale: questo significa, da un lato, che la comunità perde parte del suo interesse

commerciale per questo accordo e, dall’altro lato, scatta l’opposizione dei paesi terzi del

GAT e degli USA, perché in questo modo si formerebbe un accordo preferenziale che

esclude gli altri.

Quindi si forma una opposizione di principio allo sviluppo di questi accordi. L’opposizione non è

sulla sostanza, per es. gli USA sono contenti che la CEE aiuti lo sviluppo della Grecia e la integri nel

suo sistema politico. Però sul punto del principio gli USA non vogliono che i principi del GAT

vengano messi in discussione.

Gli USA si oppongono a questi accordi di associazione anche perché poi si innesca un meccanismo

di traino per cui tutti i paesi dell’area del mediterraneo reclamano lo stesso tipo di accordo

preferenziale e questo, da un punto di vista politico, risulta inaccettabile per gli americani, che

guardano quindi molto criticamente lo strumento dell’associazione il fatto che questi accordi

preferenziali nel mediterraneo vengano a moltiplicarsi è ampiamente criticato 

dall’amministrazione Kennedy, da quella Johnson e poi anche da quella Nixon dopo il 68 Nixon

su questa cosa apre una vera crisi con la CEE: questo diventa, insieme alle questione monetarie,

uno dei due grossi punti di crisi durante l’amministrazione Nixon i rapporti CEE-USA

raggiungono il punto più basso.

In questo discorso la Francia c’entra in parte; la Francia è molto favorevole all’accordo con la

Grecia, ma sfavorevole a quello con la Turchia, perché la considera un paese troppo legato agli

USA e quindi di fatto non utile alla proiezione internazionale della CEE. In generale, la Francia

guarda all’area del mediterraneo come ad un’area nella quale minimizzare la proiezione esterna

della CEE: De Gaulle non è favorevole all’azione politica della CEE verso l’esterno e, in particolare

nel mediterraneo, De Gaulle è piuttosto interessato a mantenere in vita i suoi rapporti bilaterali

tradizionali con Marocco, Tunisia e Algeria. Pompidou cambierà questa politica, ma per tutti gli

anni 60 con De Gaulle, l’idea di privilegiare gli accordi bilaterali rimane forte.

Il caso della Spagna è un caso a se, la Spagna è sempre sotto il governo di Franco e di conseguenza

ci sono paesi europei che assolutamente non la vogliono nella comunità, ma c’è anche un

problema di rapporti economici in particolare l’Italia teme la concorrenza dei prodotti agricoli

spagnoli e non è assolutamente favorevole a nessun accordo con la Spagna: proprio sul caso

spagnolo l’Italia costruisce una specie di diga, l’Italia mette una sorta di veto sull’ingresso della

Spagna.

Nel ‘65 c’è di nuovo un tentativo italiano di definire una dottrina che definisca una volta per tutte

cos’è l’associazione e chi ne ha diritto per gli italiani ne hanno diritto solo i paesi che poi

aderiranno alla CEE, per tutti gli altri soltanto rapporti commerciali. L’Italia degli anni 60 non riesce

ad elaborare una idea che le permetta di stabilire una relazione positiva tra il suo essere membro

della CEE e il suo essere un paese del mediterraneo con dei forte interessi ad avere una politica di

leadership nel mediterraneo, perché ha paura della competizione degli altri paesi del

mediterraneo, in termini di perdita di mercato e di perdita di risorse: per questo l’Italia è il

principale ostacolo verso uno sviluppo della comunità nell’area del mediterraneo.

30/3/2016

L’ultima volta è stato fatto un discorso generale sull’arrivo di De Gaulle, è in dubbio che aver a

capo di un paese importante come la Francia una nuova leadership politica solida, determinata e

con un’idea politica chiara, è stato sicuramente un fattore unificante. In termini generali di

consolidamento dell’unità, De Gaulle è stato certamente positivo.

I primi anni ’60 sono degli anni molto attivi dal punto di vista della collaborazione politica,

dell’allargamento (GB) e del tema dello sviluppo delle istituzioni.

Il bilancio dell’attuazione dei trattati di Roma è positivo per quanto riguarda l’allargamento e lo

sviluppo delle istituzioni. Per quanto riguarda la collaborazione politica invece il bilancio non è

tanto positivo.

Nel ‘65 abbiamo la “crisi della sedia vuota”, momento in cui tutta la tensione e la crisi precedente

porta ad una vera e proprio revisione dei Trattati di Roma e quindi all’abbandono di certi postulati

dei Trattati di Roma, per es. il passaggio della procedura di voto in Consiglio dei Ministri

 

dall’unanimità alla maggioranza per vent’anni dal ‘65 la regola di voto rimarrà l’unanimità

solo vent’anni dopo, la situazione portata da questa crisi si sbloccherà e si arriverà al voto a

maggioranza.

L’UD è la parte del trattato di Roma disciplinata più dettagliatamente nel trattato, erano decisi

tempi, ambiti e obiettivi il negoziato però era stato tutt’altro che facile; si erano chieste

eccezioni, rinvii e deroghe: in particolare, in Francia si chiedeva la parificazione delle condizioni di

lavoro e delle politiche sociali, la Francia temeva che i suoi prodotti divenissero meno

concorrenziali, voleva che la propria legislazione sociale venisse adottata da tutta Europa. Si

temeva che la Francia facesse obiezioni all’adozione del trattato, ma questo non succede perché

De Gaulle mette alla direzione dell’adozione del trattato due personalità liberali, Pinay e Rueff, e

questi due elaborano un piano per rimettere in sesto le finanze francesi con una “cura da cavallo

di ricette tradizionali” di austerità e liberismo quindi svalutazione del franco (nonostante

perdita di prestigio francese), ritorno alla convertibilità del franco, taglio della spesa pubblica,

incremento delle tasse e libertà di scambi commerciali. L’idea è che l’economia francese abbia

bisogno di essere messa a confronto con la concorrenza dentro un sistema regolato e godendo di

forme di protezione e controllo. Quindi, per mettere in atto questo progetto di rilancio della

Francia, il Trattato di Roma è la soluzione ideale. Per De Gaulle l’esistenza del mercato comune e

del Trattato di Roma è realmente il contesto ideale dentro il quale mettere in piedi il

rinnovamento economico della Francia questo per De Gaulle aveva una valenza sia economica

che politica.

Quindi, l’UD inizia ad essere attiva dal primo gennaio 1959, si incomincia gradatamente ad

intervenire per mettere in atto il mercato comune e questi lavori iniziali poi proseguiranno con vari

negoziati (con varie eccezioni, es. mercato automobilistico), quindi ci sarà una intensificazione

enorme degli scambi tra i vari paesi membri. Sicuramente risulta in maniera chiara che, questa

intensificazione del commercio tra i sei, registra in questi paesi una crescita straordinaria. Il paese

che ha una crescita maggiore e più rapida è l’Italia, che nei primi anni ‘60 vede la sua fase di

maggiore quantità di esportazione. Ognuno dei sei paesi trae vantaggi dal boom dei consumi

interni e dalla crescita delle esportazioni. I sei paesi diventano economie da esportazione.

Cosa possiamo dire invece dei rapporti con il resto del mondo? Inizialmente il sistema di

formazione della TEC (tariffa esterna comune) è la media delle tariffe dei sei stati membri, questo

significa che quando la tariffa viene applicata, i paesi con tariffa bassa si ritrovano ad alzarla, quelli

con tariffa alta invece si ritrovano a doverla abbassare questo generalmente ed inizialmente

porta ad un aumento delle TEC, fino al ‘62 quando si registra un declino delle TEC, a causa dei

negoziati GAT negoziati che chiedevano di mantenere le TEC ad un livello abbastanza basso. Il

risultato di questo negoziato GAT è stata una Europa protezionista in materia di prodotti

industriali e liberista in materia di prodotti agricoli (oppure il contrario?).

Nel ’68 si passa alla formazione di una politica commerciale comune europea.

Dentro alla costruzione di una economia integrata, entra anche il discorso sulle regole della

concorrenza C’era una “DG Concorrenza” della quale faceva parte Von Der Groeben, che dice

che devono esistere delle regole ben precise e tra queste deve esserci anche la libertà di

concorrenza Quindi, nel corso degli anni ‘60 vengono adottate delle direttive e dei regolamenti

che mettono dei limiti agli aiuti di stato e fanno in modo che ci siano delle regole di concorrenza e

di libertà degli stati all’interno del marcato comune. In questi anni c’è anche un grande dibattito

sulla possibilità di dare vita ad una legislazione unica sulle società per azioni, in modo da creare la

possibilità di dare vita a delle grandi imprese europee che possano operare con una legislazione

uniforme e che possano competere con le grande industrie americane e giapponesi questo

risultato non si raggiungerà mai, appunto a causa della troppa rivalità tra i vari paesi, nonostante i

tentativi di creare un sistema con una concorrenza sana e limitata. Dal punto di vista della

circolazione dei lavoratori, i risultati sono relativamente più lenti, ma nel ‘68 si arriverà ad una

parità di condizioni dei lavoratori in tutta Europa, con il riconoscimento del lavoro svolto all’estero,

il fatto che gli anni di lavoro all’estero poi valessero anche in patria a fini pensionistici e la

possibilità di un ricongiungimento con i familiari. Tutto questo, porta in questo periodo ad un

ritorno in patria dopo un periodo di lavoro all’estero C’è quindi una diminuzione dei

trasferimenti all’estero definitivi, diventano trasferimenti temporanei.

Dal punto di vista della politica sociale comune, invece i risultati sono più moderati: non si crea

una condizione di benessere paritaria tra tutti i lavoratori dell’unione, non si accettato delle norme

comuni in materia di politica sociale Sono politiche troppo sensibili e difficili da affrontare. Si

ottiene solo qualche risultato, si ottiene una promozione dei sindacati e una promozione del

dialogo tra i vari livelli sociali, si cerca di affrontare il tema della disoccupazione

In generale, i risultati ottenuti in questi anni sono indubbiamente dei risultati positivi.

Parliamo ora dell’ampliamento del raggio d’azione dei trattati di Roma: in particolare della

“Cooperazione Politica Organizzata”. Questo termine viene coniato dai francesi, in quanto è

francese la spinta a sviluppare accanto alla CEE un’altra forma di collaborazione che non passi

attraverso le istituzioni comunitarie, che non coinvolga la commissione, che non risponda al

parlamento europeo ma che operi secondo criteri intergovernativi in maniera organizzata

(cooperazione organizzata tra stati) e che riguardi i temi della politica estera, della difesa, della

cultura e anche dell’economia. 

Da dove e quando arriva questa proposta? La prima proposta politica che De Gaulle formula è il

memorandum del settembre ’58 che lui manda ad inglesi e americani, con il quale chiede una

sorta di riforma del vertice dell’Alleanza Atlantica con una formalizzazione di un direttorio

tripartito non è giusto che l’Alleanza Atlantica sia governata da un direttorio anglo-americano, il

direttorio dovrebbe essere formato anche dalla Francia, che rappresenterebbe gli interessi

dell’Europa continentale. Tedeschi e Italia ni si sentono messi da parte da questa proposta. Questo

memorandum comunque verrà quasi ignorato. Allora De Gaulle sviluppa ulteriori proposte, fino a

quando nel ‘59 non si arriva ad una proposta articolata in nove punti: De Gaulle parla di una

cooperazione organizzata di stati e non di nazioni, da affiancare all’Alleanza Atlantica non

prevede una cessione di sovranità, la Francia avrebbe un ruolo in prima linea, dovrebbero esserci

degli incontri regolari di ministri che creino politiche non comuni ma condivise da tutti. Nel ‘60 e

‘61 si tengono tutta una serie di incontri che portano al luglio del ’61, quando si formalizza

questo impegno ad incontri periodici nei quali si arrivi a posizioni comuni in materia di politica

estera. Poi si arriva anche ad un desiderio di ulteriore rafforzamento di questa cooperazione, fino

al ‘62, momento in cui questo desiderio di maggiore cooperazione si interrompe viene prodotto

un secondo memorandum dal quale è scomparso il riconoscimento del fatto che questa

cooperazione deve comunque mantenere in prima fila l’Alleanza Atlantica, al contrario prevale in

questo secondo memorandum il tema economico, che invece si era deciso di mantenere fuori

per questo motivo questa cooperazione viene interrotta.

Come capiamo il senso di questi avvenimenti? La candidatura della GB ha sicuramente cambiato il

quadro. Alla candidatura della GB però si aggiunge anche altro, c’era una idea fondata che tutto il

progetto di De Gaulle di cooperazione politica servisse soprattutto a dare degli incentivi a 

Germania e Benelux a concedere alla Francia ciò che voleva in materia di politica agricola quindi

questa cooperazione cade nel momento in cui la Francia inizia ad ottenere ciò che voleva. La

Francia quindi inizia a perdere interesse in questa cooperazione che a questo punto era

soprattutto strumentalizzata: questi sono i due motivi principali che portano alla cessazione di

questa forma di cooperazione nel ‘62.

Questo tipo di cooperazione verrà poi ripresa solo nel ’70.

Parliamo ora dell’allargamento. Il tema principale è quello della GB.

La GB esce dai negoziati del Trattato di Roma abbastanza presto, ma nel momento in cui capisce

che il negoziato per il Trattato di Roma sarebbe andato a buon fine, rimette insieme i suoi contatti

e chiede di entrare nell’aerea di libero scambio europea. Il ‘57 e ‘58 sono gli anni fondamentali per

questo negoziato, che viene condotto dalla GB, che si sopravalutava e pensava che tutti

accettassero le sue condizioni. La GB mirava in prima linea ad una area di libero scambio e non ad

un mercato comune, il resto dell’Europa invece metteva in prima linea il mercato comune. Il

negoziato sarà poi destinato al fallimento, a causa dell’impossibilità di trovare un punto in comune

tra GB e resto dei paesi membri. Inoltre, Adenauer stesso predilige la possibilità di creare un

accordo europeo con la Francia, piuttosto che aprire l’Europa e quindi includere la GB e le sue

richieste.

Nonostante questo, viene data vita ad una sorta di area di libero scambio europea, l’EFTA, della

quale facevano parte la GB e vari paesi rimasti “orfani”, paesi che commerciano più con la CEE

piuttosto che tra di loro. L’obiettivo comune di GB e “paesi orfani” è quello di creare uno

strumento di solidarietà per continuare il negoziato con la CEE, per negoziare in gruppo con la CEE,

per non affrontare la CEE da soli. In realtà si trattava di un gruppo poco coeso e poco potente e

influente. Gli inglesi inoltre sperano nel sostegno americano, perché pensano che anche gli

americani siano contrari ad una piccola comunità chiusa quale era la CEE Invece gli americani

sceglieranno di stare dalla parte dei 6 della CEE e non dalla parte dell’EFTA, in quanto riconoscono

il valore politico del lavoro dei 6, mentre l’EFTA non ha nessun significato politico, ma solo un

significato economico. Gli americani sono disposti ad accettare una diminuzione del loro potere

economico solo qualora ci fosse anche un significato politico dietro. Sulle macerie di questo

negoziato tra la CEE e l’EFTA, nasce la candidatura della GB per entrare nella CEE e vengono quindi

avviati i negoziati.

04/04/2016

Come si sviluppa la prima candidatura della GB e perché poi fallisce? Si tratta di capire cosa

succede nel corso del ‘62, come vengono condotti questi negoziati e cosa ha portato al fallimento

della candidatura nel ‘63. La candidatura della GB viene fatta sul postulato inglese di avere una

posizione di forza intrinseca e di poter dettare le condizioni. E’ vero che ci sono molti partecipanti

al negoziato che sono favorevoli all’ingresso della GB, ma comunque questa idea inglese era frutto

di una sua sopravalutazione. C’è poi un ulteriore punto, cioè il fatto che la candidatura inglese è

sicuramente la più importante, ma è solo una tra le varie candidature che pongono alla CEE la

questione di un allargamento. La candidatura inglese è strettamente legata alle candidature dei

cosiddetti paesi neutrali (Svezia, Svizzera, Austria ??), questi sono tutti paesi dell’EFTA e sono tutti

paesi che pongono un problema particolare che si lega a quello della GB e che lo complicano

particolarmente: nel momento in cui la GB chiede di aprire le sue conversazioni esploratorie,

chiede anche che vengano stipulati degli accordi di associazione con questi paesi e la GB mette

come condizione alla sua adesione il fatto che anche per questi paesi vengano creati degli accordi

di associazione vantaggiosi come i suoi. Quindi la GB, entrando nella CEE, si porta dietro il

Commonwealth e questi paesi europei neutrali che erano strettamente collegati alla GB. Si pone

quindi con il negoziato inglese un vasto problema di allargamento, che ebbe un suo peso nel

determinare il possibile ingresso inglese. L’ingresso di 4 paesi (GB, Irlanda, Danimarca e Norvegia)

poco propensi alla costruzione sovranazionale e in più l’ingresso di 3 paesi neutrali (Svizzera,

Austria, Svezia ??) che vogliono l’associazione, non sembra il massimo ai 6 originali. Il negoziato

della GB viene portato avanti dalla commissione, come un simbolo dell’unità dei 6, in modo che la

GB non potesse prevaricare con le sue richieste, in modo che non pensasse di poter prevaricare

sopra l’unità dei 6.

Quali sono i terreni sui quali il negoziato trova più difficoltà e quindi fallisce? La politica agricola

comune, il rapporto con il Commonwealth e il rapporto con gli Stati Uniti.

Per quanto riguarda la PAC, la politica inglese è particolarmente maldestra, la GB accelera sulla

propria candidatura appunto perché vede che la PAC sta prendendo una piega a lei molto

sfavorevole, e quindi vuole entrare nella CEE per impedirne l’approvazione. Lo fa in un momento

in cui la PAC sta davvero andando avanti, anche grazie all’appoggio tedesco alle idee francesi; i 6 in

questo momento sono molto uniti sul tema dell’integrazione. Si crea quindi un blocco di difesa

delle istituzioni comunitarie e della PAC da parte dei 6 che gli inglesi non riescono a incrinare e

il loro tentativo di incrinare questo equilibrio non è visto di buon occhio dai 6. A tutto questo si

aggiunge la questione della sterlina, cioè la questione monetaria. Negli anni ‘60 la sterlina era un

elemento fondante del Commonwealth, in quanto i paesi del Commonwealth tenevano parte dei

loro risparmi in sterline in banche inglesi. Teoricamente la crisi della sterlina non era un problema

per i 6, in quanto in questa fase la CEE non aveva un carattere monetario, ma nella realtà dei fatti

non è così: nel ‘61 c’è una prima crisi monetaria, varie monete verranno rivalutate e sempre nel

‘61 viene formulato dalla commissione un piano per promuovere una unificazione monetaria

dell’Europa, piano che non fa molta strada, ma nasce così l’ipotesi di una unione anche monetaria.

L’ipotesi che la CEE possa evolvere velocemente in una direzione di unificazione monetaria quindi

esiste, e crea attrito con la possibilità di una entrata inglese anche perché il ruolo della sterlina

è sempre più problematico, la sterlina viene colpita da parecchi periodi di crisi. Queste sono tutte

le serie di motivazioni che portano al fallimento dell’entrata della GB: tutte le richieste della GB

vengono respinte da tutti i 6; dalla Francia in prima linea.

Il negoziato per l’ingresso della GB viene interrotto nel ‘63, quando la Francia (senza consultarsi

con gli altri 5) annuncia in una conferenza stampa al mondo che il negoziato non stava andando da

nessuna parte. A questo si è arrivati in particolare per una causa immediata, che non è la causa di

fondo ma che è la scintilla: l’accordo che la GB stipula con USA alla fine del ‘62 in materia nucleare,

in base al quale la GB accetta di mettere in stand-by il suo programma di sviluppo nucleare, per

comprare dagli USA i sottomarini che servono per il lancio dei vettori nucleari. Questa è

considerata da De Gaulle la prova che la GB non è ancora pronta ad entrare nella UE: la GB è

ancora troppo legata al Commonwealth e agli USA.

Gli Stati Uniti -che erano fin ora stati favorevoli ad una unità europea- cosa avevano messo in piedi

nei confronti della comunità europea? In questi anni iniziano ad emergere i primi problemi,

problemi che emergono a causa del grande successo che ha la UE: gli USA continuano a sostenere

la comunità europea, ma mettono in chiaro che la UE va bene solo nel momento in cui la

collaborazione atlantica rimane al primo posto nell’ambito del terreno commerciale, dei

rapporti monetari e della cooperazione militare. La bilancia dei pagamenti tra USA e Europa sta

diventando sfavorevole per gli USA e quindi gli americani vogliono risolvere questo problema,

vogliono un negoziato commerciale che equilibri la bilancia dei pagamenti tra UE e USA.

Inoltre, c’è anche un problema monetario: il ruolo internazionale del dollaro è in difficoltà e quindi

gli USA chiedono all’Europa di aiutarli a mantenere la centralità del dollaro.

L’ultimo ambito è quello della cooperazione militare, ciò che è in gioco è la trasformazione dei

maggiori paesi europei in paesi nucleari, gli USA lanciano un progetto di “forza multilaterale”,

ovvero l’idea che siano gli americani a mettere le armi nucleari a disposizione del “pilastro

europeo dell’alleanza atlantica” (cioè, la base americana in Europa), armi nucleari controllate da

doppia chiave sia americana che europea, armi situate su territorio europeo ma controllate anche

da americani. Questo progetto ha lo scopo di impedire ai paesi europei, Francia e Germania in

primis, di avere una propria capacità nucleare. In particolare, parlando della Germania, gli Stati

Uniti, che sono in distensione con l’URSS, devono garantire all’URSS che la Germania federale non

diventi un paese nucleare.

Si capisce quindi perché, quando gli inglesi accettano l’accordo degli USA di rinunciare alla loro

capacità nucleare, il governo francese, che considera la capacità nucleare fondamentale, considera

questo accordo discriminante quindi sulla base di questo accordo la Francia mette fine al

negoziato per l’ingresso della GB. Questo è anche il segnale che porta ad un incrinamento del

rapporto UE con gli USA.

Successivamente al termine del negoziato per l’ingresso GB, cambia il governo inglese e salgono al

governo i laburisti, che fino al ‘67 si dimostrano disinteressati ad una seconda candidatura inglese.

Trattato dell’Eliseo: accordo franco-tedesco bilaterale, accordo che porta tra Francia e Germania

quello che era previsto a livello multilaterale dal Piano Fuchet un accordo a riunire

periodicamente i ministri degli esteri, per discutere questioni di politica estera, difesa, economia,

ecc. per arrivare ad una visione comune; si tratta di un accordo di regolare consultazione reciproca

che quindi porta ad una forma stabile di consultazione: questa collaborazione franco-tedesca

esclusiva appare come una cosa molto pericolosa sia a livello di comunità europea che al livello

dell’Alleanza Atlantica. Tanto è vero che, nel giro di un paio di mesi, il ministro dell’economia

tedesco Erhard, lavora affinché il parlamento tedesco aggiunga una parte introduttiva al testo del

Trattato dell’Eliseo, al momento della ratifica, che considerasse anche il ruolo dell’Alleanza

Atlantica e della comunità europea: viene fatto un cappelletto introduttivo che cerchi di calmare

gli animi di tutti. Nel settembre del ‘63, Adenauer, che viene pesantemente criticato per aver

stretto il Trattato dell’Eliseo, perde il potere e viene sostituto da Erhard e quindi il Trattato

dell’Eliseo perde parecchio del suo potere e del suo significato, anche se il rapporto esclusivo

franco-tedesco rimane in eredità in sottofondo. Il fatto che questo trattato venga rapidamente

ridimensionato disinnesca la crisi e la scintilla che era partita tra tutti i membri.

Alla fine di tutta questa fase si registra una ridistribuzione di peso a vantaggio della Germania,

perché comunque la Germania, essendo il maggior paese in termini economici dentro la UE, è

inevitabilmente il punto di riferimento di coloro che sono preoccupati della politica francese,

inoltre la Germania dimostra anche di essere il paese in grado di gestire in maniera migliore il

rapporto con i francesi. La primavera del 1963 mette nelle mani del governo tedesco l’iniziativa

per rimettere in moto il percorso dell’integrazione e questo avviene infatti, nella primavera del

‘63, quando il governo tedesco propone una nuova formula per definire l’agenda dell’integrazione,

che mostra chiaramente questo suo nuovo ruolo: questa formula è una maniera non ufficiale di

mettere in discussione il ruolo della commissione nell’iniziativa politica delle norme comunitarie.

In realtà quello che la Germania propone nella primavera del 63 è di concordare dei “pacchetti di

decisioni” grazie ai quali ogni paese abbia la possibilità di vedere portare avanti delle politiche che

sono di suo interesse. Perché questo significa una ridistribuzione di equilibrio a favore della

Germania? Perché la Germania era convinta che i primi anni dell’integrazione fossero andati solo

nella direzione che voleva la Francia e non erano andati avanti altri aspetti che interessavo più ai

tedeschi: per esempio l’evoluzione istituzionale la fusione degli esecutivi (alla quale i francesi si

opponevano), la questione delle risorse proprie (cioè trovare un sistema affinché la comunità non

sia sovvenzionata solo dai soldi degli stati membri, per dare quindi maggiore autonomia alla

commissione) e, inoltre, la questione del ruolo del parlamento e dell’elezione diretta dei membri

del parlamento. Su questi punti la Germania, e non solo, aveva sempre cercato di negoziare con la

Francia, ma alla fine la Francia era sempre riuscita ad ottenere ciò che voleva senza mai concedere

niente su questi altri punti. La decisione di questi “pacchetti” che la Germania proponeva era da

prendere su base inter-governativa, questo ovviamente metteva in secondo piano il ruolo della

commissione. Questa formula dei “pacchetti” in ogni caso viene di fatto accettata: c’è un cambio

di metodo, che quindi segna una discontinuità nel processo di integrazione ma segna anche un

nuovo equilibrio che dà maggiore peso alla Germania.

Tutta questa situazione è la situazione nella quale poi nel ‘65 si apre la crisi della “sedia vuota”,

crisi del giugno ‘65 che è il punto di caduta di tutte le questioni di cui abbiamo parlato fino ad

adesso; è una sorta di verifica generale dello stato d’integrazione e di verifica della direzione verso

la quale l’integrazione deve andare. Questa crisi ha un’origine e una genesi che non hanno tanto a

che fare con i suoi sviluppi e poi con la sua conclusione.

La decisione di De Gaulle di mettere in atto questa protesta fu una risposta alla proposta avanzata

dalla Commissione della CEE nel 1965, che suggeriva modifiche alla politica agricola comune, un

rafforzamento del Parlamento europeo e della Commissione e l'estensione del ricorso a votazioni

a maggioranza qualificata (e non più all'unanimità) in seno al Consiglio dei ministri. La proposta

della Commissione andava nel senso di un rafforzamento dell'integrazione europea e del carattere

sovranazionale della CEE, a cui De Gaulle si opponeva.

Vista la difficoltà di giungere a un compromesso tra la Francia, la Commissione e gli altri stati

membri, il 30 giugno 1965 De Gaulle decise di boicottare le attività della CEE in segno di protesta,

attuando la cosiddetta politica della “sedia vuota”.

Si arriva ad una astensione francese dai lavori del Consiglio e del Coreper e questa astensione

durerà per 6 mesi, fino al gennaio ’66, quando si troverà il compromesso del Lussemburgo. Nelle

settimane che seguono l’apertura della crisi, diventa chiaro che il punto di vista del governo

francese mette in gioco il passaggio alla terza fase del Trattato di Roma, fase in cui le istituzioni

dovevano iniziare a decidere per maggioranza lo scopo della Francia era quello di non far

evolvere il metodo di decisione in direzione sovranazionale. Inoltre il governo francese protesta

per vedere il ruolo della commissione ridimensionato; la Francia vorrebbe anche una revisione dei

trattati.

Questa fase dimostra quanto ancora in realtà, dentro l’azione degli altri 5 paesi membri (Francia

esclusa), gli USA tengano le fila dell’Europa occidentale. Gli americani fanno un lavoro enorme

di cucitura delle posizioni dei 5 rispetto alla Francia che si rivela fondamentale. La priorità generale

comunque, anche nell’ambito della crisi della “sedia vuota”, è quella di non rompere

l’integrazione: non bisogna accontentare De Gaulle in tutto, ma neanche spingere la Francia ad

uscire dalla comunità e a rovesciare tutto quello fatto fin ora. L’Italia in questa crisi della “sedia

vuota” si propone un po’ come mediatore, ma in realtà è la Germania che mantiene

maggiormente gli equilibri.

05/04/2016

La soluzione alla crisi della “sedia vuota”, cioè una soluzione che non spinga la Francia ad uscire

dall’integrazione ma senza che sia accontentata in tutto, è il patto del Lussemburgo. Le richieste

iniziali dei francesi al negoziato per il patto del Lussemburgo sono delle richieste molto pesanti.

Che cosa esce poi dal compromesso del Lussemburgo? Sui poteri della commissione non ci sono

delle limitazioni drastiche come avrebbe voluto De Gaulle, semplicemente la commissione verrà

ridimensionata: De Gaulle avrebbe voluto una destituzione della commissione esistente, con il

trattato della fusione degli esecutivi. De Gaulle voleva anche una rotazione biennale del

presidente della commissione: un presidente che cambia ogni due anni ovviamente significa

indebolire la commissione. Ma questa destituzione della commissione che la Francia voleva, non

verrà realizzata. Quindi, con questo compromesso del Lussemburgo c’è un leggero indebolimento

della commissione, ma comunque De Gaulle non ottiene quello che voleva.

De Gaulle invece ottiene quello che chiedeva in materia della modalità della presa delle decisioni:

la Francia sosteneva che i negoziati dovessero andare avanti fino all’unanimità, i restanti 5 stati

invece volevano il voto di maggioranza per la presa delle decisioni. In questi 6 mesi di crisi della

“sedia vuota” tutti si rendono conto che effettivamente l’integrazione non può andare avanti se

non si è tutti d’accordo: non ci devono essere né vincitori né vinti, si devono adottare decisioni che

portino vantaggi a tutti, si deve trovare un punto comune, nessun paese è in condizione di

accettare una posizione in cui i suoi interessi vengano danneggiati. Per l’integrazione serve una

mediazione, un punto comune che arrivi a soddisfare tutti.

Con la crisi della “sedia vuota”, gli italiani si rendono conto che indebolire la commissione alla fine

avvantaggia solo i paesi più grandi (Francia e Germania in primis) e saranno i paesi piccoli a farne

le spese, per questo l’Italia capisce di dover difendere e promuovere la posizione della

commissione.

In conclusione, con il compromesso del Lussemburgo quindi, l’unanimità diventa la regola per la

presa delle decisioni. Dal punto di vista della commissione, non si arriva ad una destituzione ma

questa viene riformata e ridimensionata. Per quanto riguarda la PAC e la questione delle risorse

proprie, invece, non succede niente nell’immediato poi a giugno del ‘66 si arriva ad una

decisione che era sempre un compromesso, si arriva ad un sistema in cui gli stati versano parte del

bilancio nelle casse dello stato e parte invece arriva dalle entrate agricole.

Qual è il bilancio politico di questo compromesso? Il bilancio politico si capisce aggiungendo al

quadro anche l’uscita della Francia dalla NATO, nel ‘66 pochi mesi dopo gli accordi del

Lussemburgo. Questa decisione della Francia non era una decisione improvvisa, la Francia aveva

già ritirato alcune sue forze armate dall’Atlantico; ma l’effettiva uscita dal Patto Atlantico, per

quanto non fosse un fulmine a ciel sereno, viene annunciata senza nessun preavviso. Questa uscita

dalla NATO congela e solidifica la frattura tra la Francia e gli altri 5 dell’Europa: l’uscita dalla NATO

è una mossa contro sia americani che europei, gli europei vedono questa mossa come una

mancanza di solidarietà europea. Una delle conseguenze dell’uscita della Francia dalla NATO è la

riforma dell’Alleanza Atlantica nel ’67 si arriverà ad una grossa ridiscussione delle basi

dell’Alleanza, che nel ‘67 adotta la strategia della “risposta flessibile” viene creato una sorta di

“pilastro europeo”, ovvero una rafforzata collaborazione tra gli stati europei dell’alleanza atlantica

che quindi configura una idea di una difesa comune europea naturalmente il fatto che la

Francia non ci sia taglia le gambe a qualunque progetto, una difesa europea che non coinvolga la

Francia non ha senso. Quindi da qui in poi la domanda che ci si pone è quando la Francia rientrerà

all’interno dell’alleanza atlantica; era evidentemente indispensabile che la Francia tornasse

indietro sui suoi passi.

L’uscita della Francia dalla NATO e la crisi della “sedia vuota” in generale, segna un periodo di

stallo del processo di integrazione, parliamo del periodo tra il ‘63 e il ‘68, anni considerati anni di

crisi. Questi anni e questo stallo fanno capire e prendere pienamente conoscenza l’inevitabile

irreversibilità del processo di integrazione: la Francia minaccia di uscire ma è solo una minaccia

strumentalizzata che aveva come fine quello di negoziare per i suoi interessi. Questi anni sono

quindi degli anni di consolidamento.

Questa spaccatura tra i 5 da un parte e la Francia gollista dall’altra comunque esiste ed è

innegabile e viene confermata anche dalla seconda candidatura della GB nel ‘66. In GB c’è ancora

al governo il partito laburista (partito anti-europeo), ma c’è anche una generale crisi economica e

monetaria e un continuo declino delle performance economiche del paese che spingono il governo

a chiedere nuovamente di entrare nella comunità. Su che cosa cerca di fare leva la GB in questa

nuova candidatura? La seconda parte degli anni ‘60 è una riflessione generale sulla

competitività delle economie europee nei confronti delle altre economie mondiali: questi sono gli

anni dello sviluppo dell’economia giapponese e le prestazioni del sistema economico americano e

delle sue industrie fanno grandi passi avanti le economie europee invece in questo campo

battono un po’ la fiacca, non sono competitive: su questo discorso la GB può intervenire La GB

è ancora un paese che ha molto da dare all’Europa e su questo terreno Brown gioca la candidatura

britannica, confidando in un esito positivo In realtà così non è, nel giro di qualche mese la GB

sprofonda sempre più nella sua crisi monetaria e, sul piano delle relazioni politiche, la Francia si

dimostra di nuovo contraria all’adesione. Da parte degli altri invece questa volta c’è una maggiore

campagna a favore dell’ingresso della GB, tedeschi in primis. E in Italia Nenni, ministro degli esteri,

si dimostra particolarmente favorevole. Ma il veto francese, che prende spunto dalla crisi della

sterlina, chiude la partita. In questo caso però le reazioni al veto francese degli altri sono

nettamente più dure di quanto non lo siano state alla prima candidatura della GB del ‘62. Su 

proposta italiana, si propone di creare una concertazione politica a prescindere dalla Francia

l’Italia propone di riprendere il progetto della UEO, in cui la GB è presente, e si propone che

all’interno della UEO si discutano le varie questioni europee includendo anche la GB, e si propone

anche un’area di libero scambio con GB e vari paesi vicini: ma questa proposta non va a buon fine,

la Germania blocca tutto dicendo che una integrazione europea senza la Francia non può esistere.

La Francia, dopo aver messo il veto al suo ingresso, dà il contentino alla GB proponendole

l’associazione, ma la GB rifiuta, la GB vuole diventare membro.

Questo periodo è un periodo di stallo, in cui si aspetta che De Gaulle se ne vada: questo succederà

per effetto del Maggio Francese. De Gaulle sarà sostituito da Pompidou.

Durante i fatti del Maggio Francese, De Gaulle inizialmente sceglie di allontanarsi da Parigi. In sua

assenza, il primo ministro Georges Pompidou riesce a padroneggiare la situazion. Al suo rientro a

Parigi, De Gaulle scioglie l'Assemblea nazionale e stravince le elezioni del giugno 1968, con il

partito gollista che ottiene 358 seggi su 487.

L'anno dopo De Gaulle perde (con uno scarto minimo) un referendum su questioni relativamente

banali: dissentono con lui perfino alcuni autorevoli membri del governo come Valéry Giscard

d'Estaing. Nell'indire il referendum, De Gaulle preannuncia che, in caso di esito negativo ne trarrà

tutte le conseguenze e darà le dimissioni. De Gaulle, è entrato gloriosamente nella storia della

repubblica francese e sceglie egli stesso quando e come uscirne. Preso atto dei risultati del

referendum, annuncia le proprie dimissioni con effetto immediato.

06/04/2016

Gli ultimi anni ‘60 sono anni di attesa, anni in cui si aspetta che se ne vada De Gaulle e che quindi

arrivi un governo francese in grado di sbloccare la situazione che la Francia di De Gaulle ha

bloccato. Le questioni bloccate sono l’allargamento, il consolidamento della PAC e l’accordo sul

finanziamento e l’approfondimento della cooperazione politica, monetaria e della riforma

costituzionale. Il processo di integrazione è un processo dinamico, che devo sempre andare avanti.

Anche nel momento in cui un traguardo federale non sia previsto, non significa che comunque il

processo di integrazione non debba andare avanti. Per es. la Francia si oppone alla seconda

candidatura della GB, ma questo non significa che la Francia non voglia collaborare con la GB,

vuole collaborarci fuori dalla comunità si sviluppano infatti degli esempi di collaborazione

bilaterale anglo-francese, si riconosce sempre e comunque che è necessaria una collaborazione

europea, in particolare su alcuni ambiti, per es. nell’ambito tecnologico. C’è l’idea generale che

comunque, una volta conclusi i punti del Trattato di Roma, si debba decidere una nuova agenda

per il nuovo decennio.

Si apre quindi un nuovo capitolo, dobbiamo quindi capire qual era la situazione internazionale e

quale erano le varie situazioni interne dei vari paesi; situazioni che accompagnano l’apertura di

questo nuovo capitolo.

L’elemento più importante da sottolineare è il fatto che gli anni tra il ‘68 e il ‘75 sono gli anni della

grande distensione, che apre dei campi d’azione che prima non esistevano. La grande distensione

è anche un momento in cui la forza e la leadership degli USA sono messi in forte discussione, sono

gli anni della fine della guerra in Vietnam e di Nixon (nel ‘73 gli americani si ritirano dal Vietnam),

sono quindi anni di grossa difficoltà internazionale e interna per gli Stati Uniti (scandalo 

Watergate), non sono anni felici nemmeno dal punto di vista economico per gli Stati Uniti nel

‘71 c’è la fine del sistema di Bretton Woods, la crisi del dollaro e la fine della convertibilità del

dollaro sulla base dell’oro. Sono quindi anni burrascosi per gli USA e di conseguenza anche per i

rapporti tra USA e UE, sono anni di trasformazione e transizione: questa situazione generale è

sicuramente importante per capire come procederà il processo di integrazione.

Parliamo ora delle vicende interne dei vari paesi, non solo della situazione internazionale.

Vediamo la situazione politica dei 4 principali paesi.

Partiamo dal caso Italia no, il paese meno influente nella definizione delle politiche comuni: l’Italia

dall’inizio degli anni ‘60 ha dei governi di centro sinistra che hanno avviato delle riforme

economiche che non sono andate molto lontano, a partire da ‘68/’69, l’Italia entra in un periodo di

grosse difficoltà economiche e politiche. Il ‘68 in Italia e il ‘69 mettono l’economia e il mondo

politico in una condizione di grande difficoltà incomincia quindi un periodo che si propaga fino

alla fine degli anni 70/inizio ’80, in cui si alternano periodi di crescita che però poi producono

inflazione e quindi nuovamente declino quindi l’epoca d’oro di crescita finisce prima per l’Italia

che per gli altri paesi. E anche dal punto di vista politico la situazione è molto instabile, si alternano

vari governi che si dividono sul ruolo del partito comunista, partito che cresce sempre più. Aldo

Moro è la figura che ruota intorno al rapporto tra partito comunista e democrazia cristiana.

Questa discontinuità degli interlocutori Italia ni ha un peso grande nel processo europeo. In

Europa, l’Italia viene vista come un paese debole e instabile In Europa c’è sempre la paura che

in Italia salga al governo il partito comunista e che quindi l’Italia diventi un pese poco affidabile e

che magari esca dalla NATO. Come paese debole l’Italia promuove politiche sociali.

Situazione della Germania: questi sono gli anni del cancellierato di Brandt, eletto nel ‘69. Questo

significa che a capo della Germania c’è un partito social-democratico, in alleanza con un partito

liberale. Brandt è il cancelliere della Ostpolitik, cancelliere che è convinto che l’integrazione

europea sia necessaria alla Germania per ragioni economiche e politiche; ma il suo obiettivo

principale è il cambiamento della politica di chiusura verso l’est, vuole una apertura verso l’Europa

dell’est. Brandt è inoltre convinto che la condizione per fare l’Ostpolitik sia una solida integrazione

europea. Brandt è il cancelliere, ma in Germania dentro al governo ci sono anche altre figure

molto importanti, tra questi il ministro delle finanze Schiller, figura molto importante di questo

periodo. Questo governo tedesco mantiene le basi di una politica economica liberista che già

erano state poste dai precedenti governi: si crede sempre che si debba fare qualunque cosa per

evitare l’inflazione, quindi non si accettano politiche di spesa pubblica in deficit che abbiano come

effetto l’aumento dell’inflazione, che siano legate ad aumenti dei salari che aumentino l’inflazione,

come non viene accettato alcun processo di svalutazione delle monete che sia legato a processi di

inflazione: c’è quindi una volontà di evitare in ogni modo l’inflazione interna e evitare anche paesi

che abbiamo inflazione. Quindi la Germania non cambia tanto dal punto di vista economico e

politico e questo si vede nel ‘68, anno di una grossa crisi economica e monetaria in Francia che

mette sotto attacco il franco francese De Gaulle rifiuta di svalutare il franco chiedendo un aiuto

finanziario alla Germania e questo aiuto finanziario viene negato appunto in linea con il rigore

finanziario tedesco di cui sopra. La filosofia economica a cui si ispira la Germania rimane sempre

stabile e rigida.

Situazione della Francia: passaggio da De Gaulle e Pompidou. Che caratteristiche ha Pompidou?

Vince le elezioni del ‘69 con una buona maggioranza. Pompidou viene dal mondo dell’economia e

dalla finanza, diverso da De Gaulle che era un militare, Pompidou aveva una conoscenza diretta

dell’utilità economica che l’integrazione aveva per la Francia dal punto di vista economico e

politico. Pompidou ha una idea meno gollista del ruolo della Francia: per esempio, De Gaulle nella

crisi del ‘68 aveva rifiutato di svalutare il franco per una questione di prestigio nazionale,

Pompidou invece lo fa, è la prima cosa che fa una volta al governo, perché si rende conto che era

un bisogno della Francia, non aveva senso mantenere una moneta così forte. Pompidou però ha il

problema di non essere uno dei gollisti della prima ora, si è unito ai gollisti negli anni ‘60 e quindi

ha sempre un problema di credibilità di fronte ai gollisti originari, sarà quindi sempre condizionato

dai primi gollisti “ortodossi” e quindi la sua politica, che magari sarebbe stata più incline a

scendere a compromessi, è sempre influenzata da questa fronda interna più intransigente e rigida.

Lo stesso discorso si applica anche al ministro delle finanze di De Gaulle, Giscard D’Estaing. Giscard

esce dal partito gollista e crea un suo partito e, in quanto capo di questo partito, entra nella

coalizione del governo Pompidou come ministro delle finanze In questo periodo, grazie a

Giscard, si vedranno proposte francesi in materia di integrazione monetaria. Questi (Giscard e

Pompidou) sono i due personaggi francesi più in vista nel processo di integrazione, due personaggi

molto attivi dal punto di vista internazionale. Dal punto di vista degli orientamenti di politica

economica, sia Pompidou che Giscard, sono orientati al centro destra, Giscard è più liberista di

quanto non sia Pompidou, però in realtà per entrambi c’è un’idea di dirigismo statale che è più

accentuata di quanto non sia nel mondo tedesco.

Situazione della GB: in questi anni, dopo la seconda candidatura, tornano al potere i conservatori e

arriva alla premiership l’uomo politico britannico più europeista che si sia mai visto, Edward Heath,

uomo che porterà la GB dentro la comunità. Heath è il primo a credere che il futuro della GB si

giochi - non in Europa che sarebbe esagerato - ma con l’integrazione in europea e con una

partecipazione al processo di integrazione europea: i contatti tra GB e Commonwealth

diminuiscono sempre più. L’economia e la sterlina continuano la loro caduta, quindi ora la GB è un

paese che continua ad avere grossi problema, il livello di vita degli inglesi è bassissimo, si tratta di

un paese in crisi cronica che taglia le spese esterne su tutto Heath è il primo a pensare che la

soluzione a questi problemi sia l’integrazione europea.

Situazione degli USA: periodo di presidenza di Nixon, che perde il potere con lo scandalo

Watergate prende il posto di Nixon, Ford, il suo vice, anche lui repubblicano. Dopo i repubblicani

prendono il potere i democratici con Carter. Nixon è un repubblicano, non un grande promotore

dei rapporti con l’UE, è Nixon ad alzare le barriere del mercato americano alzando i dazi. A fronte

delle difficoltà economico della fine deli anni ‘60, nel 71 il governo Nixon mette fine al sistema di

Bretton Woods.

Ora avviamo il discorso su quello che succede: l’arrivo al potere di Brandt in Germania e, a seguire,

di Pompidou in Francia ha l’effetto di permettere una riapertura del processo di integrazione, con

la convocazione di una prima conferenza dei capi di stato e di governo: il vertice dell’Aja. Questa

conferenza viene convocata per sottolineare l’esigenza di un impulso politico.

L’iniziativa della conferenza si divide tra Brandt e Pompidou: entrambi vogliono impostare un

nuovo inizio di dialogo europeo. L’agenda del vertice dell’Aja viene discussa e messa a punto da

Brandt e Pompidou: quello che esce da questa conferenza è un pacchetto di decisioni, l’idea che se

una questione è controversa e non accettabile da tutti i governi, allo stesso tempo si possono

comunque trovare degli obiettivi condivisi. L’agenda della conferenza dell’Aja prevede il

completamento, l’allargamento e l’approfondimento.

Completamento: è una esigenza francese. La Francia chiede che la politica agricola e i meccanismi

di finanziamento della politica agricola e dell’attività comunitaria siano definiti in maniera

irreversibile una volta per tutte. Questa è una condizione che deve essere attuata prima degli altri

punti dell’agenda, prima dell’allargamento, quindi prima che entri che GB, che altrimenti le

avrebbe smontato la PAC.

Il finanziamento del bilancio comunitario avverrà d’ora in poi tramite la TEC, tramite i prelievi

agricoli e dall’1% dell’IVA c’è quindi un maggiore libertà d’azione sul bilancia della commissione

Allargamento: una volta chiusa la questione del completamento, si può passare all’allargamento

ormai è necessario che la GB entri nella comunità, ormai anche la Francia vuole l’ingresso della GB.

Si aprono quindi i lavori per il negoziato d’ingresso della GB, dell’Irlanda e della Danimarca. E

nuove associazioni di altri paesi EFTA.

Approfondimento: cioè una nuova agenda che comprenda la riforma delle istituzioni, il riaprire il

cantiere della politica estera comune – esigenza soprattutto tedesca e italiana- e l’integrazione

monetaria, che interessa in particolare i francesi che dopo la crisi monetaria del ‘68 hanno capito

di avere una moneta debole e quindi di guadagnare da una unione monetaria.

Il vertice dell’Aja dà anche l’ordine a dei comitati di creare dei rapporti su varie materie: il

rapporto Davignon e il rapporto Werner, rapporti che danno vita a due processi che poi si

sviluperanno e diventeranno l’euro e la PESC.

11/04/2016

Oggi riprendiamo a discutere l’attuazione delle decisioni del vertice dell’Aja. L’ultima volta

abbiamo parlato del ”trittico”: completamento, allargamento, approfondimento.

Riprendiamo dai due rapporti:

Il rapporto Davignon è il risultato dei lavori della commissione Davignon, che deve elaborare

proposte per attuare una unione/collaborazione politica tra gli stati membri. Il compito è quello di

cercare il modo migliore per dare vita ad una cooperazione politica, e si fa riferimento alla politica

estera, alla difesa e alla cooperazione culturale, discorso che riporta al Piano Fuchet. Dentro al

comitato questo compito verrà un po’ sfrondato e il centro del ragionamento diventerà la politica

estera: parlare difesa è sempre un campo minato e quindi la difesa esce dal progetto del comitato.

Ed esce anche il tema della cooperazione culturale, anche questo tema molto complesso Si

discuteva dell’idea di una formazione comune, per esempio in questo periodo viene lanciata l’idea

di una università europea, progetto che però va incontro ad un sacco di ostacoli. Inoltre si dibatte

anche sulla possibilità di un riconoscimento europeo dei titoli di studio e su dei programmi

scolastici unici europei.

Quindi rimane solo la politica estera nell’agenda del comitato. I risultati ottenuti dalla

commissione Davignon sono risultati molto limitati. Bisogna capire quanto vincolante si vuole che

sia l’impegno a muoversi tutti insieme, quali siano gli ambiti geografici o tematici sui quali si vuole

collaborare, quale deve essere il ruolo delle istituzioni comuni, se devono esserci ulteriore

istituzioni ecc: sono queste le difficili domande che il comitato Davignon si pone.

Ciò che viene deciso da questo comitato è solo di dare vita ad una forma di consultazione

periodica, con la formazione della CPE (cooperazione politica europea) , tramite una riunione dei

ministri degli esteri che venga preparata da un comitato politico questo comitato politico non è

comunque un organo permanente, ma è solo una assemblea: non c’è una sede permanente, le

riunioni si spostano ogni volta nel paese della presidenza di turno.

Dal punto di vista politico si tratta solo di un confronto internazionale che miri ad avvicinare le

politiche estere degli stati membri in funzione dell’adozione di posizioni comuni. Si tratta quindi di

risultati davvero poco incisivi e impegnativi. I paesi che accettano questo rapporto partono da due

considerazioni: 1) partiamo da un impegno molto scarso, nella speranza che poi questo impegno

cresca. 2) la disponibilità del governo francese c’è solo nel momento in cui si tratti di un incontro

meramente intergovernativo, la preoccupazione della Francia è che, se questo percorso uscisse

dall’ambito intergovernativo, le istituzioni potrebbero essere danneggiate quindi, per questo

motivo, per la Francia andava benissimo che questo progetto non fosse molto influente. Questo

progetto Davignon viene denominato come “Procedura Davignon”, quindi un processo molto

limitato, che viene avviato su due temi in particolare: il Medio Oriente e i paesi dell’Europa

orientale. Si inizia a lavorare su una possibile posizione europea sulla questione arabo-israliana:

ogni paese ha il compito di elaborare un rapporto e delle proposte su un determinato aspetto

della questione. Elaborare e mantenere delle posizioni comuni europee in sede di Nazioni Unite, è

il primo risultato che la CPE ottiene.

Per quanto riguarda il dialogo con i paesi dell’Europa orientale, invece si ottengono dei buoni

risultati: i sei sono interessati ad una azione attiva in sede comunitaria.

Accordi di Helsinki: costituiscono l'atto finale della “Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in

Europa” svoltasi a Helsinki nel luglio e agosto del 1975. Gli accordi vennero firmati da trentacinque

stati, tra cui gli USA, il Canada e tutti gli stati europei tranne Albania e Andorra, e costituì un

tentativo di miglioramento delle relazioni tra il blocco comunista e l'occidente.

Gli accordi di Helsinki vennero visti come un passo significativo per la riduzione delle tensioni della

guerra fredda. Il riconoscimento dell'inviolabilità dei confini nazionali e il rispetto dell'integrità

territoriale fu visto come un notevole successo diplomatico dell'URSS, desiderosa di affermare le

sue acquisizioni territoriali nell'Europa orientale dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Dialogo euro-arabo: iniziativa del dicembre 73, che ha l’obiettivo di mettere intorno ad un tavolo i

membri della comunità europea e quelli dei paesi arabi produttori di petrolio: si promuove un

dialogo tra paesi CEE e paesi arabi sulle questioni petrolifere. L'idea di un dialogo euro-arabo ha

preso forma nel 1973 in seguito alla guerra dello Yom Kippur e della prima crisi petrolifera, grazie

al presidente francese Georges Pompidou e al suo ministro degli esteri Michel Jobert. Le parti

furono la CEE e la Lega Araba. Grazie a questo dialogo, è stata profondamente rivista la natura

delle relazioni euro-arabe per realizzare una riforma radicale delle relazioni tra le parti sulla base

dei principi di uguaglianza e del rispetto degli interessi individuali. Allo stesso tempo, il dialogo

euro-arabo ha avuto un forte contenuto politico, volto a creare una cooperazione euro-araba

contro la politica statunitense in Medio Oriente.

Tra l’ottobre del 1970 e la metà degli anni 70 c’è effettivamente, come tedeschi e italiani

pensavano, una evoluzione rapida delle strutture istituzionali della CPE: viene arricchita da un

organo permanente. Viceversa, non ci sono sostanziali differenza all’interno dei contenuti di

questa collaborazione si continua ad avere questa sede di discussione che produce al massimo

armonizzazione, cioè ognuno mantiene la sua politica ma che questa politica deve essere

armonizzata, si tratta di politiche nazionali che vanno nella direzione di una armonizzazione

rispettando totalmente le politiche nazionali a contrario che nell’ambito comunitario.

L’armonizzazione non prevede cessioni di sovranità.

12/04/2016

Oggi vediamo la dimensione della cooperazione monetaria, parte dell’approfondimento del vertice

dell’Aja e lo sviluppo del piano Werner e vediamo come la vita di questo piano e del progetto di

unione monetaria e il progetto di cooperazione politica, incrocia in maniera violenta con gli stati

uniti.

Integrazione monetaria è resa necessaria dal deteriorarsi del sistema di Bretton Woods, crisi che

inizia già nei primi anni 60 e che poi si accentua: c’è un deprezzamento del valore del dollaro,

contro cui le amministrazioni americane non fanno niente, questo deprezzamento provoca un

flusso di capitali in direzione del marco in quanto il marco diventa una moneta più stabile e

appetibile, questo genera una spinta al rialzo del valore del marco e questo genera difficoltà alle

monete più deboli del sistema monetario internazionale le monete più deboli in Europa si

trovano in difficoltà e tendono a non riuscire a mantenere il loro valore. In questa situazione la

crisi è determinata anche dal fatto che la Germania rifiuti di rivalutare il marco e di stabilirne un

nuovo valore più alto, perché questo innescherebbe un meccanismo di inflazione. Allo stesso

modo il governo francese non vuole svalutare il franco poi il governo Pompidou nel ‘69

deciderà invece di svalutare il franco, azione che riporterà di nuovo all’equilibrio delle monete ma

non risolverà il problema alla base. Questa crisi porta alla consapevolezza che il sistema a cambi

fissi e la centralità del dollaro non è più sostenibile e quindi si decide di cambiare metodo. Il

periodo dal 71 al 76 è un lungo periodo di crisi che porterà alla fine al cambio del sistema.

La prima risposta a queste difficoltà i 6 della comunità avevano iniziato a darla alla fine del 68,

risposta data dal commissario per gli affari economici e finanziari successore di Marjolin, Barre:

figura importante perché commissario ma anche perché nel 76 diventerà ministro delle finanze

con Giscard e sarà uno dei protagonisti della ricerca dell’ integrazione monetaria che poi genererà

il sistema monetario europeo. Barre vuole andare oltre qualunque soluzione nazionale al

problema monetario. Lui è il primo a fare un primo insieme di proposte e in seguito anche un

secondo insieme primo e secondo piano Barre. Ha l’idea che si debbano mettere insieme dei

meccanismi rafforzati di consultazione reciproca e reazione concordata alle crisi monetarie: non

c’è spazio per l’unilateralismo, ma deve esserci un accordo per affrontare di comune accordo le

situazioni problematiche. Barre propone anche dei meccanismi di intervento comune e questo

diventa uno dei temi fondamentali della questione dell’integrazione monetaria questo vuol dire

creare delle riserve comuni di moneta e stabilire degli organi da cui questa riserva comune venga

impiegata per intervenire in aiuto delle monete più deboli o nelle situazioni di crisi: per arrivare a

questo secondo aspetto serve una forte condivisione e un forte impegno comune, questo secondo

passo infatti emergerà con moltissima difficoltà e lentezza: compare da subito nei progetti ma la

sua attuazione sarà sempre rinviata, prenderà forma qualcosa di quel genere solo negli anni 90.

Il secondo piano Barre viene adottato e prevede la creazione di nuovi comitati e organi di

consultazione che devono servire a monitorare e cercare soluzioni quindi esiste già prima del

vertice dell’Aja una sorta di pista in base alla quale il tema dell’unione monetaria viene

considerato come approfondimento per questo viene dato il compito al comitato Werner di

redigere un rapporto in materia.

Il comitato Werner (comitato di esperti con membri dei vari stati) viene preso come esempio di

come non bisogna portare avanti un lavoro: il progetto del piano Werner era molto ambizioso,

elaborato da delegati dei singoli governi (non erano però delegati a rappresentare la politica

economica del loro paese), molti di loro avevano una visione molto più integrazionista di quanto

non fosse quella del loro stato. Il comitato Werner produce un rapporto che è un rapporto di

compromesso, ma pure all’interno di questo compromesso tra visioni diverse è molto ambizioso:

si pensa ad una piena unione monetaria entro dieci anni, ad istituzioni monetarie comuni, alla

messa in comune delle risorse monetarie per la crisi, ad una fissazione permanente delle parità fra

le diverse monete un percorso di vera unione monetaria, con grande cessione di sovranità, da

costruire attraverso tre fasi.

Ma dove sta il compromesso? Ci sono due tendenze diverse: ci sono i paesi che ritengono che si

debba dare la priorità alla convergenza e alla unità delle politiche monetarie (monetaristi. Francia

e Lussemburgo) e invece ci sono gli “economisti” (Germania e olanda) che sono convinti invece

che prima si debbano creare dei meccanismi di uniformizzazione delle politiche fiscali,

dell’andamento dell’inflazione, e dell’andamento dell’economia in senso più generale, e una volta

che queste misure di politica economica avranno dato i suoi risultati, a quel punto si dovranno fare

le scelte monetarie che a quel punto saranno semplici e naturali.

Gli italiani sono in una posizione intermedia, ritengono che si debba procedere

contemporaneamente su entrambi i piani: il rapporto Werner alla fine, con il compromesso, si

avvicinerà all’idea italiana, farà un compromesso tra l’idea dei monetaristi e degli economisti.

L’idea italiana era anche che questo tipo di integrazione dovesse prevedere delle risorse per i paesi

più deboli: deve esserci una capacità di spesa che debba alimentare le politiche di investimento e

di rafforzamento per i paesi più deboli, che altrimenti si troverebbero in difficoltà nel mantenere

gli impegni che un accordo come questo porta. 

Il rapporto Werner viene quindi presentato con questa formula molto ampia gli aspetti più

ambiziosi del progetto non vengono accettati e quindi nel marzo del 71 si arriverà ad un accordo

che riguarderà soprattutto l’impegno reciproco tra i paesi membri a ridurre la fascia di oscillazione

reciproca delle proprio monete di una piccola quota del 60%, una sorta di solidarietà monetaria

rispetto alle fluttuazioni del dollaro. Si avvia quindi un processo, nonostante sia un processo

abbastanza ridotto. Subito dopo l’adozione di questa decisione incomincia una fase di grossissima

tensione monetaria il governo tedesco decide di lasciar fluttuare liberamente il marco e fa

quindi prevalere l’interesse dell’economia tedesca e anche del dollaro: su questo tema ci sarà un

grande scontro tra le posizioni di Brandt e di Schiller (ministro delle finanze che prende la

decisione del marco di cui sopra): Brandt era più ricettivo agli interessi del progetto europeo di

unione monetaria rispetto a Schiller. Questo grande periodo di tensione tra tutti i paesi europei su

vari temi monetari (es. inflazione), sancisce l’impossibilità di andare avanti nel progetto

monetario. Tra l’estate del 71 e l’autunno del 73 assistiamo ad un continuo negoziato sull’unione

monetaria, negoziato che, a causa di questo disaccordo di fondo, non fa altro che girare su se

stesso come un serpentone. 

Nel 71 c’è l’inizio di questo periodo di tensione sulla base degli accordi di Smithsonian gli

europei trovano un nuovo accordo per impegnarsi a trovare un punto comune e venirsi incontro.

Lo “Smithsonian Agreement” fu un accordo raggiunto dai membri nel 1971 per rimediare al caos

monetario seguito alla fine del Sistema di Bretton Woods.

Nell'agosto 1971, infatti, l'allora presidente statunitense Richard Nixon approvò la legge che

sospendeva l'obbligo per la Federal Reserve di convertire dollari in oro al rapporto fisso di 35

dollari l'oncia, stabilito nel 1944 a Bretton Woods. Contestualmente, fu introdotta una tassa del

10% sulle importazioni negli Stati Uniti. Finiva così l'epoca dello standard oro-dollaro.

Tale decisione rischiava però di provocare il caos nell'economia mondiale, che si trovava

improvvisamente senza un sistema monetario internazionale.

Fu così che nel dicembre dello stesso anno, i rappresentanti del Gruppo dei Dieci si riunirono a

Washington, presso lo Smithsonian Institute. Ne nacque il cosiddetto “Smithsonian Agreement”,

con il quale si decise una svalutazione del dollaro del 7,9% fissando un cambio di 38 dollari per

oncia d'oro.

In tutta questa evoluzione, per il progetto della CPE e per il progetto dell’unione monetaria, l’anno

fondamentale è il 73, anno in cui questi due progetti attraversano il loro momento decisivo: in

parte legato all’iniziativa americana di Kissinger che mira a ridefinire le basi del rapporto euro-

americano e in parte legato ad una nuova politica francese.

Kissinger vuole chiedere agli europei maggior attenzione agli interessi degli Stati Uniti.

Quello che caratterizza l’inizio del 73 è una fortissima e inedita sintonia tra la Francia di Pompidou

e la GB di Heath, sintonia che riguarda anche uno sviluppo della cooperazione in politica estera e

in materia di difesa, che nelle prime fasi del rapporto Davignon era stata messa da parte ma che

ora torna ad essere in gioco. Nel momento in cui Kissinger lancia l’” anno dell’Europa” lo fa con un

discorso in cui parla di interessi mondiali degli USA e di interessi regionali dell’Europa: questo

discorso viene percepito come un ostacolo dall’Europa. Quello che Kissinger chiede è che venga

rifondata la Carta Atlantica sulla quale venga messo nero su bianco quanto gli americani si

impegnino nella difese dell’Europa e quindi come gli europei si debbano impegnare nel favorire

l’economia americana; inoltre gli americani chiedono di poter partecipare alle riunioni della CPE a

titolo di rinnovata alleanza euro-americana gli americani credono che sia un loro diritto di alleati

partecipare fin dalle prime fasi alla creazione delle posizioni europee.

Sul ruolo che gli americani debbano avere all’interno dell’Europa si portano avanti numerosi

negoziati durante tutto il 73: gli europei alla richiesta di Kissinger rispondono di voler valutare tra

loro le loro posizioni e poi metterne a parte gli americani gli americani non vogliono invece

partecipare solo a giochi già fatti. Secondo Kissinger, quello che veniva chiesto dagli americani era

abbastanza scontato e semplice, quindi c’è una notevole sorpresa per la reazione degli europei.

Nel ’73 c’è anche la guerra del Kippur a causa di questa guerra i paesi produttori di petrolio

decidono di limitare o vietare le esportazioni verso alcuni paesi occidentali e l'Organizzazione dei

paesi produttori di petrolio (OPEC) decide un aumento massiccio dei prezzi del petrolio. A seguito

della crisi energetica che questa decisione dell’OPEC provoca, al vertice di Copenaghen, gli stati

membri della comunità riconoscono la necessità di adottare una politica comune in materia di

energia. Viene inoltre pubblicata una dichiarazione sull'identità europea.

La reazione americana sarà quella della conferenza di Washington sull’energia, nel ‘74, conferenza

che aveva l’obiettivo di creare un fronte comune dei paesi consumatori di petrolio, da

contrapporre ai paesi dell’OPEC, conferenza che ha l’effetto di spaccare il fronte dei paesi europei:

Francia da un lato e dall’altro i paesi che decidono di aderire all’idea americana.

Ciò che segna l’esaurirsi di questa fase è il cambio di governo in tutti i tre principali paesi UE: in GB

tornano al potere i laburisti, in Francia Pompidou muore e viene sostituto da Giscard e in 

Germania Smith sostituisce Brandt. Questo cambio delle leadership de-dramatizza la situazione

la situazione di tensione del 73 si tranquillizza, l’amministrazione americana rinuncia alla richiesta

di rinnovamento della carta atlantica e anche sulla richiesta di partecipazione alla CPE si arriverà

ad un compromesso (sarà il presidente di turno della CPE ad informare gli americani sulle decisioni

e sulle discussioni), anche se in realtà nella primavera del 74 il dinamismo della CPE si è molto

smorzato.

Sul tema del dialogo euro-arabo, c’è uno svuotamento dei contenuti del dialogo perché gli europei

accettano di non far rientrare il tema petrolio fra i temi oggetto del dialogo. Inoltre, gli europei si

impegneranno per evitare che ci siano dei contenuti politici all’interno del dialogo arabo-europeo.

13/04/2016

Il programma della CPE e dell’unione monetaria venivano fatti rientrare in un nuovo progetto che

al vertice di Parigi dell’ottobre del 72 viene chiamato “Unione Europea”. Il vertice di Parigi viene

riunito come il primo vertice dell’Europa allargata, dopo l’ingresso di Danimarca, GB, Irlanda

questo vertice viene inteso come primo momento di avvio di una comunità rinnovata. L’ingresso

della GB trasforma la comunità in maniera radicale, ne trasforma la natura, sia dal punto di vista

territoriale che politico. L’ingresso della GB, anche perché coincide con una fase in cui nuovi

cantieri vengono aperti, segna proprio un lancio in avanti.

I temi del vertice di Parigi sono molteplici: c’è il tema dell’integrazione monetaria, al vertice si

intende confermare quello che si era imbastito, si ribadisce l’impegno a mantenere gli impegni dei

quali si aveva parlato, viene stabilito un nuovo percorso in materia di rapporti con i paesi in via di

sviluppo l’ingresso della GB non può che cambiare il rapporto con i paesi africani, paesi in via di

sviluppo che entreranno nella cerchia di aiuti allo sviluppo della comunità.

A questo vertice fa tappa anche il ragionamento più ampio di dove debba andare tutto questo, che

non viene concepito come un insieme di progetti separati, tutto questo rientra in un discorso più

ampio di sviluppo dell’integrazione europea e di un obiettivo che certi paesi vorrebbero definito:

c’è sempre l’eterna questione di quale sia il traguardo politico e di quali siano gli orizzonti

dell’integrazione : federazione? Confederazione? Che tipo di istituzioni? Che istituzioni dobbiamo

sviluppare? Più aumenta il numero degli stati membri e più si deve considerare che le istituzioni

devono continuare ad essere rappresentative, democratiche ed efficienti.

Questo dibattito viene affrontato nei mesi che precedono il vertice di Parigi, e al vertice di Parigi,

sotto spinta francese e italiana, quello che Pompidou elabora è una formula che deve servire a

dare qualche cosa a chi lo sollecita ma anche a non impegnare troppo il paese sulla via federalista,

quindi la via che viene vista come traguardo, indicato per il 1980, è quella di “unione europea”.

Unione europea è un termine che dice molto ma è comunque un termine generico, non stabilisce

ne percorsi ne priorità istituzionali, è forte dal punto di vista dell’impatto pubblico ma lascia la via

aperta. Nel comunicato finale del vertice era presente questo termine che indicava un impegno

reciproco, ma ci fa capire come il dibattito fosse ampio e generale. La Francia quindi propone

l’unione europea la proposta italiana invece era stata molto più ambiziosa: Moro vorrebbe una

vera e propria unione politica che dovrebbe contenere la dimensione della difesa e la dimensione

della giustizia, due terreni politici veramente pesanti, ed è significativo che una proposta in

materia di difesa e di sicurezza venga dall’Italia l’Italia che invece per la sua difesa si era sempre

concentrata sugli USA: questa proposta è un riflesso dell’idea politica di Moro ma anche di una

sfiducia nascente dell’Italia nei confronti degli USA. L’Italia in questo periodo è molto preoccupata

per la sua sicurezza ed è quindi suo interesse creare una difesa unitaria europea.

Quindi, il 1973, oltre che contare per la politica monetaria e per la politica estera, conta anche per

la definizione del fine ultimo dell’integrazione e del ruolo delle istituzioni.

L’altro elemento chiave è il cambio del governo in GB. Come abbiamo già detto, nella primavera

del 74 cambiano tutti e 3 i governi europei principali (Francia, GB, Germania) in GB si passa da

Heath a Wilson e al suo segretario agli esteri Callaghan: questo cambia la politica inglese da un

giorno all’altro.

Con Callaghan la “special relationship” con gli USA torna ad essere il primo obiettivo inglese e

quindi viene mandata all’aria qualunque idea di unione politica, di difesa politica, di nucleare

europeo. Dato questo cambio inglese, quello che fino al giorno prima era un traino a tre, Francia-

GB-Germania, ora ridiventa uno scambio bilaterale Francia-Germania. Anche il cambio del governo

degli altri due paesi porta dei cambi di accento, ma il vero scossone lo dà il cambio di governo

inglese.

Nella primavera/estate del 74 ci troviamo con un rapporto franco-tedesco che si ristruttura sulle

due figure “nuove” al governo dei due paesi, Smith e Giscard, che continuano un loro dialogo

bilaterale ma con un contrasto britannico.

Il punto di caduta del processo è il secondo vertice di Parigi, nel quale si dovevano concretizzare

tutti i discorsi del ’73: addirittura si parlava di un governo dell’Europa, e quanto questo piano fosse

ambizioso ce lo dimostra il fatto che ad alimentare questo dibattito fosse un redivivo Jean

Monnet, ormai vecchiotto ma indomito Jean Monnet porta avanti la sua opera di promozione

e, nella preparazione del secondo vertice di Parigi del ’74, Monnet è uno snodo fondamentale nel

dialogo prevalentemente franco-tedesco, che deve far fronte all’ostruzionismo britannico.

Il dibattito è sulla trasformazione in organo permanente del Consiglio, cioè l’idea di dare una

periodicità certa e frequente e dei compiti codificati all’assemblea dei capi di stato e di governo -

che si era riunita all’Aja nel ‘69 e poi in tutte le altre conferenza - gruppo che deve quindi

imprimere la direzione politica sia alla Comunità e sia alla cooperazione politica. Tutto il dibattito

ruota intorno al tipo di competenze di questa istituzione: ci sono alcuni che vogliono che le

competenze di questo gruppo vengano estese anche ai temi economici. Alla fine del dibattito si

otterrà che questo gruppo si riunisca tre volte all’anno, che decida la direzione politica della

comunità, che decida per “consensus” e che debba orientare sia le attività della CPE che la

il

comunità Consiglio diventa quindi un tetto comune che coordini le decisioni dell’alto. Si tratta

quindi di un traino intergovernativo che sta sopra la commissione, che decide all’unanimità e che è

formato da tutti i capi di governo, non dai ministri degli esteri.

È una forte spinta verso l’intergovernativismo per rispondere alle critiche di chi non vuole

l’intergovernativismo, viene contemporaneamente dato il via libera all’elezione diretta del

parlamento europeo e si riconosce la partecipazione della commissione al percorso della CPE.

Al vertice di Parigi del ‘74 viene anche dato mandato al primo ministro belga di preparare un

rapporto che deve stabilire degli orizzonti ulteriori per lo sviluppo delle istituzioni della comunità:

il rapporto del primo ministro belga, Tildemann, riapre il tema della difesa comune questo

rapporto finirà comunque parcheggiato in un angolo in attesa di tempi migliori, con questo

rapporto c’è un appiattimento delle ambizioni nate nel 73 riguardo ai nuovi orizzonti istituzionali.

A questo punto, dobbiamo dire qualcosa sull’allargamento, in particolare sull’ingresso della GB: c’è

il tema della pesca, il tema del ruolo internazionale della sterlina, il tema della PAC, il tema del

contributo finanziario della GB.

La GB chiede delle deroghe o dei tempi lunghi prima di adottare le norme comunitarie, in

particolare per lo zucchero o per i prodotti caseari.

Questo tema si lega a quanto la GB dovrà pagare nella fase di transizione, e che tipo di altre

politiche verranno attivate per far sì che la GB, che non incassa niente dalla PAC, possa avere il

beneficio di altre politiche. In questo senso la GB sollecita l’approvazione di una politica sociale

regionale che sia diretta sulle aree più povere di tutta la comunità europea. Anche l’Italia aveva

sempre spinto per l’approvazione di questa politica, quindi GB e Italia sia alleano per l’attuazione

della Politica Regionale Europea e per l’istituzione del Fondo per lo Sviluppo Europeo. L’attuazione

di questa politica entra nel negoziato per l’allargamento.

Quello che gli inglesi ottengono dal negoziato sull’allargamento è che per 5 anni gli inglesi abbiano

un trattamento privilegiato per i prodotti caseari dalla Nuova Zelanda, un accordo riguardo allo

zucchero che riesce a tutelare gli interessi dei paesi caraibici e, dal punto di vista finanziario di

quello che la GB deve versare per questi 5 anni, la GB ottiene una crescita progressiva dei suoi

contributi: parte dall’ 8% per arrivare al 19% del bilancio comunitario più o meno quello che

versano anche gli altri stati, stati che però incassano molto dalla PAC, cosa che la GB non fa. Quindi

la GB ha dovuto accettare un finanziamento molto alto per lei.

Questo accordo che i conservatori accettano viene criticato molto dai laburisti all’opposizione.

L’accordo poi verrà firmato, ma queste condizioni finanziarie sono un grande problema al

momento della ratifica al trattato di adesione da parte della GB, infatti il trattato viene ratificato

con una maggioranza molto ridotta. L’adesione della GB arriva a delle condizioni che sono molto

pesanti dal punto di vista degli aspetti economici, per le quali Heath verrà fortemente criticato.

Heath deve far capire al popolo che vale la pena di essere entrati nella comunione, per questo poi

nel 74/75 Heath farà di tutto per l’istituzione della Politica Regionale Europea e del Fondo per lo

Sviluppo Europeo. Anche l’Italia spingeva per l’approvazione di questa politica: le esigenze di

questi due paesi però erano molto diverse.

Un’altra politica che viene proposta in questo periodo è quella della Politica Sociale: è con la crisi

sociale e economica che comincia a manifestarsi un nuovo ciclo di attuazione di questa politica, in

cui gli italiani hanno un ruolo particolarmente attivo gli italiani hanno adottato lo statuto dei

lavoratori e il disegno italiano mira a far attuare a livello europeo un sistema sindacale, con una

confederazione europea dei sindacati.

Ultimo tema di questo periodo è la trasformazione del rapporto con i paesi ACP -africa, caraibi,

pacifico-. Sia per la scadenza degli impegni esistenti, sia per l’ingresso della GB, questi rapporti

vengono ridefiniti. Alla fine degli anni 60 cambia tutto il quadro delle relazioni politiche nord-sud.

19/04/2016

Oggi finiamo il capitolo sugli anni 70, dei quali ci manca il tema monetario e capire cosa succede

alla fine degli anni 70 capire questo ci spiega come da una situazione di completo caos

monetario si passi ad una situazione diversa, per lo meno nelle intenzioni, anche se meno nei

risultati.

L’altra questione è quella dell’allargamento mediterraneo: le candidature di Grecia e Portogallo e

poi della Spagna, che portano, attraverso un processo di lungo negoziato, all’adesione di questi tre

stati.

L’integrazione monetaria ed economica era entrata in una situazione che crisi grave nel 74: in

realtà da subito questo processo era stato un processo difficile e complicato il disordine

monetario nell’Europa e del mondo rende questo processo così complicato.

Il 74 è l’anno che sancisce la crisi dell’integrazione Monetaria perché è l’anno in cui anche la

Francia esce dal “serpentone” monetario. 

Nel momento in cui la Francia abbandona, tutto il sistema dimostra di non essere sostenibile

una integrazione monetaria europea senza Francia non ha senso. L’uscita dalla Francia non

significa che l’ipotesi di integrazione monetaria viene abbandonata.

Ci sono alcuni paesi europei, che non fanno parte della comunità, che aderiscono al serpentone e

che mantengono gli impegni. Anche la Germania e i paesi del Benelux mantengono gli impegni e

continuano a lavorare al progetto.

In questi anni ci sono un sacco di organismi che cercano comunque di trovare delle formule che

possano sostituire il serpentone, e questi organismi nascono anche in Francia, la Francia è uno dei

paesi maggiormente convinti che ci sia bisogno di integrazione europea. Questa integrazione

monetaria inoltre vuole essere una risposta alla crisi monetaria mondiale, una risposta al crollo di

Bretton Woods.

Gli anni 70 in generale sono degli anni di profonda difficoltà monetaria: la risposta europea è

quella di creare e produrre numerosi piani di soluzione.

Nel 74 c’è anche un piano francese che anticipa l’idea di una unità di misura comune, l’ECU

(European Currency Unit) l’idea che per rendere il serpente più sofisticato e capace di reagire

alle tensioni monetarie, questo debba essere rafforzato da una unità di misura monetaria che non

dovrebbe essere una moneta ma solo una unità di misura, in modo da sganciare le monete

europee dal riferimento al dollaro, come punto di riferimento e come promozione della stabilità

delle monete europee. Nel 75 la Francia rientra poi nel serpente monetario europeo ma nel 76 è di

nuovo costretta ad abbandonarlo ci sono sempre grosse difficoltà ma non manca mai la volontà

di andare avanti.

Nel 77 arriva una svolta per queste difficoltà, un svolta che arriva da una parte inaspettata: a

formulare una prima proposta di rilancio dell’integrazione monetaria è il nuovo presidente della

camera, Roy Jenkins.

L’arrivo di Jenkins sembra segnalare una politicizzazione della commissione, si tratta del primo

presidente della commissione britannico ed è laburista, come anche lo è il governo britannico.

Jenkins nel giro dei primi 6 mesi era sul punto di dare le dimissioni, era frustrato dalla situazione di

paralisi in cui si trovava la collaborazione europea ed era frustrato dal fatto che il governo della

sua GB rifiutasse qualunque proposta europea. Passati i primi sei mesi di crisi di Jenkins, lui stesso

decide di trovare un tema sul quale imperniare il lavoro della commissione per cercare di

rimettere in moto l’integrazione europea e la sua scelta cade sul tema dell’integrazione monetaria

 sceglie questo tema per sbloccare lo stallo in cui l’integrazione monetaria si trovava ed è inoltre

convinto che ci sia in questo momento lo spazio per lavorare in quella direzione. Inoltre, in Europa

in questo momento ci sono le giuste condizioni per riprendere questo processo: in Francia ci si sta

convincendo che politica di spesa pubblica, di inflazione e di deprezzamento della moneta non

paga, ma che bisogna reagire alle difficoltà del franco con l’instaurazione di una economia molto

rigida, con spesa pubblica bassa e rigidità questa è la stessa visione della Germania: la

Germania non era disposta a parlare di integrazione monetaria con dei paesi che non avessero

questa stessa idea.

Jenkins in un discorso propone la rimessa in moto del progetto di integrazione monetaria: dal 78 al

79 questo tema viene fatto proprio del tandem franco-tedesco Si avvia quindi un negoziato che

verrà portato avanti attraverso tre consigli europei: il secondo è quello più importante, quello di

Brema, quello in cui il piano viene concretizzato, si inizia la vera a propria discussione e si arriva

alle decisioni finali che porteranno poi allo SME, ovvero al Sistema Monetario Europeo, che

sostituisce il serpentone. 

Si parla di creare il famoso Fondo di Riserva Comune questo vuol dire cedere il controllo di una

parte delle proprie risorse ad un ente che le gestisce in comune e che le gestisce per venire in

aiuto dei paesi che si trovano in situazioni di difficoltà. Intorno a questa possibilità e alle condizioni

di questa possibilità verte il progetto: chi gestisce, cosa si gestisce, per quanto tempo, con quali

limiti etc.etc. Su questi quesiti a Bruxelles si sta a spaccare il capello in 4 per anni sul negoziato.

“Una cosa è dire facciamo il fondo europeo, come lo facciamo è un altro discorso.” L’obiettivo

dello SME era creare una zona di stabilità monetaria in Europa, e di farlo riprendendo l’idea del

serpentone cioè attraverso l’impegno dei paesi aderenti a rispettare le bande di oscillazione,

bande che però, in questo nuovo progetto, non sono più delle bande bilaterali costruite intorno ai

singoli valori delle monete, ma utilizzano l’ECU (valore determinato dal paniere di monete,

formato dai valori di tutte le monete che aderiscono al sistemata ponderati) nell’ECU il marco

tedesco conta per il 30% del valore finale, c’è quindi una ponderazione che ha a che fare con le

dimensioni dell’economia è normale che il peso della moneta belga sia diverso da peso della

moneta francese o tedesca. La Germania ottiene un 30% e questa è una forma di riconoscimento

della sua economia e della volontà di stabilità del sistema. La differenza tra il serpentone e questo

sistema SME sta nel fatto che questo sistema viene considerato dai paesi più deboli come un equo

sistema di riferimento, perché in teoria dovrebbe fare sì che l’obbligo di adeguamento e delle

scelte monetarie necessarie per mantenere la propria moneta all’interno della banda di

oscillazione convenuta sia distribuito equamente, non solo sui paesi deboli ma anche su quelli

ricchi se io ho un valore medio che è dato dal valore di tutte le monete, ci sarà anche la moneta

che ha un valore più alto che avrà un obbligo di lavorare per convergere verso il basso. Nell’idea

dell’ECU e dello SME è inscritta questa idea di dover lavorare per un sistema più equo e meno

asimmetrico.

Ciò che veniva imputato al serpente (che poi verrà imputato anche allo SME) è di essere un

sistema asimmetrico nel quale gli obblighi stanno tutti sui paesi più deboli e di non avere un

meccanismo che riesca ad evitare questa situazione Questo è così vero che poi, al momento del

passaggio dallo SME all’euro, si farà di nuovo esattamente questo discorso lo SME verrà

accusato di essere un sistema asimmetrico e l’unico modo per eliminare l’asimmetria del sistema

sarà la moneta unica: la moneta unica è l’arma atomica che deve eliminare l’asimmetria presente

in tutti i tentativi precedenti di ridurre l’egemonia del marco tedesco dentro i piani di integrazione

monetaria europea.

Fin dall’inizio di questo rilancio di questo progetto di integrazione monetaria c’è una posizione

britannica che è di rifiuto, c’è però un grosso tentativo di Smith che è costante e che continua fino

alla fine a cercare di coinvolgere la GB nello SME ma c’è una posizione di chiusura da parte del

governo britannico che si manifesta quasi subito. Inizialmente il ministro delle finanze britannico

entra nel comitato ristretto, composto da un francese e da un tedesco, che elabora il rapporto che

viene presentato al consiglio europeo, ma ne esce ancora prima che il rapporto sia completamente

steso.

Il governo Callaghan è assolutamente contrario, vede nelle proposte tedesche e in tutto il progetto

una sorta di dimensione anti-americana: in realtà nelle proposte tedesche c’è l’idea che questa

nuova realtà monetaria europea che si sta creando possa rappresentare una alternativa al sistema

di riferimento del dollaro. Smith (tedesco) è molto critico nei confronti della politica monetaria

americana, c’è veramente una crisi di fiducia del governo tedesco alla fine degli anni 70 nei

riguardi degli USA e di Carter in particolare il 79 è l’anno della decisione di schierare gli euro-

missili in Europa: è anche questo un momento di crisi nei rapporti tra Europa e USA (gli europei

occidentali vogliono gli euro-missili come garanzia USA sul loro territorio ma l’amministrazione

Carter non è della stessa idea). 

Sono questi anni di scarsa fiducia europea nei confronti degli USA Callaghan vede nello SME

una manifestazione di questa scarsa fiducia e una coalizione europea con l’idea di cooperare in

una maniera indipendente e critica nei riguardi degli USA su questo la GB non è d’accordo.

L’altro elemento che compare adesso ma che poi rimane costante nella visione britannica

dell’integrazione monetaria europea, è il fatto che l’integrazione monetaria europea sia

completamente dominata dalla Germania e dal marco e la GB fa grande fatica ad accettare

questo. Oltretutto l’economia inglese alla fine degli anni 70 è ancora una economia in una grave

crisi, c’è una altissima disoccupazione, la sterlina ha delle grosse difficoltà di stabilità, il partito

laburista è ancora strettamente legato ai sindacati che sono i grandi elettori dei laburisti, e i

sindacati, come tutti i sindacati europei, sono contrari ad una politica monetaria che sia legata al

modello tedesco di autorità: c’è quindi tutto un insieme di ragioni che fanno sì che la GB si tiri fuori

dallo SME, nonostante i tentativi di convincimento di Smith sia costanti e ripetuti.

L’altro paese che ha delle difficoltà in relazione al progetto dello SME è l’Italia. L’Italia del 78 è

l’Italia del rapimento di Moro, una Italia con una situazione politica interna molto complessa: il

partito comunista fa parte dall’esterno della maggioranza di governo, sono gli anni della

solidarietà nazionale, il partito comunista in questi anni sta svolgendo un ruolo di stabilizzazione

del sistema politico, approva una serie di misure di politica economica interna che sono di

stabilizzazione del sistema non è il partito comunista quello che a priori boccia la possibilità di

adesione allo SME, tuttavia il partito comunista insiste insieme ai socialisti che durante il negoziato

si decida per un grosso pacchetto di aiuti finanziari per i paesi più deboli che si impegnino a

partecipare al sistema, è il caso dell’Italia e dell’Irlanda, soprattutto.

Sono questi due paesi, Irlanda e Italia, che alla fine del 78 devono in qualche modo risolvere le loro

questioni interne: nel caso dell’Italia si finirà per ottenere maggiore flessibilità degli altri paesi

riguardo alla banda possibile di oscillazione dove gli altri paesi si impegnano a mantenersi

dentro una banda di oscillazione del + o – 2% di oscillazione, all’Italia viene permessa una banda

del 6%. Sul tema invece dell’aiuto finanziario e delle maggiori risorse, l’Italia non otterrà nulla.

Questa sarà una delle ragioni per cui, una volta firmata l’adesione dell’Italia allo SME, il partito

comunista ritirerà il suo sostegno e uscirà dal governo: per il partito comunista non è che l’Italia

non dovesse entrare nello SME, ma il partito comunista era dell’idea che bisognava negoziare

meglio i tempi, l’Italia aveva bisogno di un rinvio dell’adesione. Sulla scelta Italiana di aderire allo

SME non solo il partito comunista era perplesso, lo era anche la Banca d’Italia, che aveva paura

che l’Italia non fosse in grado di mantenere gli impegni presi e che avrebbe preferito che l’Italia

non si legasse con un progetto così rigido e che mantenesse la sua libertà di azione. Sarà Andreotti

a prendere quasi personalmente la decisione di entrare nello SME.

Non è chiarissimo quali sono le ragioni che hanno pesato di più nello spingere Smith a portare

avanti questo progetto, cosa che è molto criticata dalla Banca tedesca. La banca tedesca riuscirà a

far togliere molte cose dalla proposta iniziale di Smith: Smith è costretto a ridurre la struttura

iniziale che aveva in mente, riuscirà alla fine a portare a casa l’accordo ma con grandi difficoltà:

quindi bisogna capire perché Smith fa tutto questo? C’è sicuramente la forza del rapporto tra

Smith e Giscard e della collaborazione franco-tedesca, sembra ci sia stata una percezione di Smith

del fatto che la comunità europea era seriamente a rischio di disfacimento, che il governo francese

era in una situazione debole a causa della forte critica di Chirac nei confronti dell’integrazione e

quindi Smith cerca di dare una risposta all’esigenza di maggiore integrazione. C’è anche una forte

preoccupazione per la situazione Italiana, l’assassinio di moro è un indice di grave crisi Italiana e

c’è l’idea che si debba consolidare l’integrazione perché questa possa rappresentare un aggancio

forte di stabilità per governi che sul piano interno sono molto provati, come l’Italia, l’idea che la

solidarietà monetaria debba rappresentare un punto di riferimento queste sarebbero le ragioni

di Smith, ragioni soprattutto politiche: il senso dell’integrazione monetaria sarebbe più politico che

economico. Altre spiegazioni invece guardano all’interesse che l’integrazione monetaria europea

avrebbe acquistato in quel momento per la Germania, a fronte della politica monetaria americana

di Carter che crea danni per l’economia tedesca l’economia tedesca perde competitività a

fronte del dollaro: in questo contesto diventerebbe interessante per la Germania e per Smith

avere una risposta comune europea e collaborare con gli europei per rispondere a questa sfida

americana secondo questa visione il progetto di Smith avrebbe un significato più economico

che politico. La risposta a questa domanda ovviamente dipende dal tipo di fonti che uno consulta

e dipende anche da una visione soggettiva.

Con l’inizio del 79 quindi viene adottato lo SME, in realtà anche nello SME si prevedono delle fase

successive di adozione e la prima fase è una fase con contenuti abbastanza limitati che riguardano

per lo più le bande di oscillazione. Per quanto riguarda gli interventi per i paesi più deboli, tutti

quegli interventi entrano in vigore più lentamente, anche perché i primi 4 anni dello SME sono

degli anni turbolenti, in questi 4 anni ci sono ben 7 riallineamenti dei valori delle monete. Nella

maggior parte dei casi è il franco a non rientrare nelle bande, e questo è dovuto all’arrivo di

Mitterrand al governo, governo che porta avanti un programma da governo socialista poco rigido

e poco preoccupato dell’integrazione monetaria, infatti il franco viene svalutato parecchie volte

Mitterrand si concentra sulla politica interna, è convinto che una ripresa dell’economica francese

si possa ottenere con più spesa pubblica e più interventi dello stato nella spesa pubblica, piuttosto

che con il rigore e la stabilità dei cambi. Questo continua fino alla seconda metà dell’83 che segna

una svolta, a quel punto cambiò la coalizione di governo, i comunisti uscirono dal governo e iniziò

una nuova fase di politica francese che riportò la barra su delle misure di austerità e di rigidità

economica per quanto riguarda la politica estera invece, venne rimesso al centro il rapporto

con la Germania e il processo di integrazione.

Quindi, dal 79 all’83 lo SME funziona davvero molto male, ci sono continue perturbazioni

monetarie, il 79 è l’anno del secondo shock petrolifero che ha un grossissimo impatto economico,

si apre per tutta l’Europa occidentale la fase di peggior disoccupazione, continua una difficoltà a

stabilizzare i conti pubblici. I primi anni dello SME sono anni molto molto turbolenti in tutti i sensi.

Parliamo ora dell’allargamento di questi anni.

Mentre una volta si parlava sempre di allargamento mediterraneo e si mettevano insieme tutti i

paesi, più di recente si è cominciato a distinguere tra l’allargamento della Grecia e l’allargamento

di Spagna e Portogallo e questo è giustificato sia dai tempi (la Grecia entra nel 79, Spagna e

Portogallo nell’ 86: in mezzo ci sono 5 anni e molti avvenimenti e un vero cambio di orizzonte

politico e economico).

Guardiamo il caso della Grecia e poi separatamente quello di Spagna e Portogallo.

Il caso della Grecia è un caso semplice e rapido, la Grecia aveva già messo delle basi solide per la

sua adesione, la Grecia è il primo paese ad ottenere una associazione, ovvero un accordo

permanente di associazione nel 61, accordo che crea delle istituzioni (consiglio di associazione, che

si riunisce periodicamente e che discute dell’allargamento della sfera di collaborazione

economica), l’obiettivo dell’associazione era l’unione doganale, quindi un percorso che di fatto

avrebbe fatto della Grecia un membro a tutti gli effetti del mercato comune, anche se in tanti anni

 si diceva che l’UD sarebbe stata preparata nel corso di 20/22 anni. Quindi un percorso lungo ma

che aveva come obiettivo l’adesione. Questo percorso nel 67 è stato interrotto come reazione al

colpo di stato dei colonelli: nel 67 c’è un colpo di stato in Grecia, sale al potere un regime

sostenuto da vari governi come quello USA, ma anche da diversi governi europei, in quanto questi

governi pensavano che il regime dei colonnelli fosse una garanzia contro il comunismo. Quindi la

comunità dopo questo colpo di stato congela l’associazione, non si torna quindi indietro su quanto

era stata fatto, semplicemente non si progredisce. La situazione viene congelata e gli aiuti

finanziari previsti vengono sospesi. Questo non impedisce agli stati europei di continuare a

commerciare con la Grecia o di avere rapporti politici e di sicurezza con la Grecia la Grecia

rimane nel patto atlantico.

Questa fase finisce nel 74, per effetto della questione di Cipro: il governo dei colonnelli che ha una

crisi di consenso sul piano interno tenta di guadagnare un po’ di credibilità favorendo un colpo di

stato che dovrebbe mirare all’annessione di Cipro alla Grecia la cosa fallisce a livello di Cipro ( i

greco-ciprioti non sono disposti a farsi inglobare nella Grecia) ma fallisce anche perché la Turchia

invade Cipro del nord, parte dell’isola in cui la popolazione è di lingua turca questo finisce per

abbattere il regime dei colonnelli e quindi si torna alla democrazia.

Il nuovo governo democratico greco di Karamanlis chiede come prima cosa l’adesione alla

comunità e la chiede in tempi brevi, nonostante la maggior parte dei paesi europei pensassero che

fosse meglio che la Grecia aspettasse di stabilizzarsi prima di entrare nella comunità: la Grecia

chiedeva un rapido ingresso perché credeva che l’adesione avrebbe favorito una stabilizzazione

del sistema democratico appena nato. C’è quindi una grande dimensione politica che viene

evocata da Karamanlis per chiedere che il negoziato della Grecia sia rapido e generoso: Karamanlis

punta e fa leva anche sul fatto che da parte dell’Europa non ci sia mai stato un vero rifiuto nei

confronti del regime dei colonelli. 

Tutto sommato, gli argomenti di Karamanlis funzionano la commissione inizialmente si esprime

in maniera abbastanza dubbiosa e propone un rinvio, ma nei fatti il Consiglio deciderà invece di

accelerare e di venire incontro alle richieste di Karamanlis. Ci sarà anche una questione legata alla

posizione della Turchia, perché una delle esigenze della comunità era sempre stata quella di

mantenere un certo equilibrio nelle relazioni tra la Turchia e la Grecia: i due paesi sono sempre

stati divisi da grandi conflitti e quindi fin dal 59 si era cercato di mantenere un equilibrio tra i due

stati. Nel 74, al momento del negoziato, la cosa si fa particolarmente difficile perché la Turchia sta

occupando una parte di Cipro e gli europei condannano l’invasione di Cipro, gli europei cercano di

ottenere il ritiro di questa occupazione allo stesso tempo non vogliono alienare totalmente la

Turchia, che rimane un alleato dentro il patto atlantico e un paese importante dal punto di vista

geo-politico, un paese con il quale non logorare i rapporti.

Quindi si cerca di ottenere un impegno da parte della Grecia, una volta dentro la comunità,

affinché non opprima la Turchia con il suo diritto di veto.

Quindi nel cercare una soluzione per la questione della Grecia bisogna tenere conto anche del

tema turco, per questo si cercherà di rinviare l’adesione, si cercherà di vincolare la Grecia ad una

serie di comportamenti che non creino problemi alla Turchia è anche in relazione a questa

situazione che gli inglesi insistono sull’idea di rimandare la piena adesione di questi tre paesi alla

comunità (Grecia, Spagna, Portogallo) in quanto questi tre paesi sono considerati non preparati e

troppo poveri per non creare problemi ad una comunità che comunque economicamente non

sta bene.

Tutti sono perplessi su queste candidature: la soluzione degli inglesi è: teniamo ferma

l’integrazione economica e usiamo la CPE, la cornice intergovernativa della cooperazione politica,

per cominciare una integrazione politica e soddisfare la necessità immediata di adesione di questi

paesi, per consolidare i loro governi e farli partecipare politicamente. La posizione inglese è che sia

inutile rispondere con strumenti economici alle esigenze di questi paesi che sono esigenze

soprattutto politiche. Questi paesi hanno bisogno di essere parte dell’Europa occidentale e di

ottenere stabilità per i loro governi democratici: la proposta inglese è di dare ciò a questi paesi

attraverso la CPE la CPE non costa, è intergovernativa, non dà e non impone vincoli economici a

paesi che non sono nelle condizioni materiali di assumere certi vincoli gli inglesi vogliono

sviluppare solo la componente politica dell’integrazione. La soluzione inglese viene bocciata in

primo luogo dai candidati: i candidati reagiscono malissimo, in quanto volevano una membership

piena e completa che consentisse loro di avere voce in capitolo nell’elaborazione di tutte le

politiche.

20/04/2016

Oggi andiamo ad analizzare l’altra parte dell’allargamento mediterraneo, quello di Spagna e

Portogallo: l’allargamento mediterraneo è meglio dividerlo in due tranche quella della Grecia e

quella di Spagna e Portogallo.

Nella questione della Grecia, le necessità politiche sono state determinanti: è stato scritto e

studiato di come l’ingresso nella comunità, di quei paesi che sono usciti da un regime dittatoriale

nella metà degli anni 70 (Grecia, Spagna, Portogallo), è stato di grande aiuto per il passaggio ad un

governo democratico stabile. Anche gli USA riconoscono il ruolo della comunità europea in questo

processo di democratizzazione di questi paesi.

Nel caso della Grecia, l’importanza politica di dare una stabilizzazione al nuovo regime

democratico con l’ingresso nella comunità è molto evidente e così si arriva in modo molto rapido

alla firma per l’adesione.

Per quanto riguarda la Grecia, bisogna considerare anche la questione di Cipro e della Turchia: una

volta che la Grecia entra nella comunità, per la Turchia la vita diventerà davvero difficile la

Grecia userà tutti i modi possibili che ha per esercitare pressione sulla Turchia con il suo diritto di

veto.

La Grecia si schiererà costantemente a fianco della GB e della Danimarca nell’opporsi a qualunque

sviluppo dell’integrazione.

Spagna e Portogallo: due candidature la prima (quella portoghese) arriva molto in fretta, la

seconda (quella spagnola) arriva più tardi: c’è una lunga transizione in Spagna che per due anni

mantiene al potere tutta la classe dirigente che aveva collaborato con il franchismo. Anche dopo la

morte di Franco ci sono comunque due o tre anni di continuità, un disgelo democratico molto

 

lento questo rende difficile una immediata candidatura spagnola una candidatura spagnola

sarà possibile solo nel momento in cui la transizione democratica sarà avvenuta, accadrà nel 78.

Il Portogallo ha una fase di grossa tensione, ma poi si consolida un governo socialista che formula

la candidatura, governo che spera in una risposta rapida per la candidatura che però non arriverà

perché la candidatura portoghese viene agganciata a quella spagnola e per questo entra in un

tunnel di difficolta: la candidatura spagnola solleva tutta una serie di problemi economici: 1) la

PAC 2) la pesca.

La Spagna ha un grosso settore economico nella pesca, il più grosso d’Europa, è un settore

relativamente moderno e di conseguenza fa paura agli europei in quanto in un mercato europeo

della pesca tutti possono andare dappertutto fare andare la Spagna e la sua truppa ittica a

pescare ovunque spaventa gli altri paesi europei.

Nella candidatura spagnola c’è poi un ulteriore problema, il fatto che nel 70, dopo 8 anni di

insistenza (la prima candidatura spagnola è del 62), viene firmato un trattato commerciale tra CEE

e Spagna, che tratta la Spagna come un paese sottosviluppato, e quindi riconosce alla Spagna il

diritto -che in quegli anni reclamavano i paesi in via di sviluppo- di esportare liberamente i propri

prodotto industriali nella comunità europea: eliminazione di tutti i limiti e i dazi dei prodotti

industriali esportati verso l’unione europea, senza reciprocità.

L’Europa non ha paura dell’industria spagnola perché la credono molto ridotta, quello di cui si ha

paura della Spagna è solo la produzione agricola, e quindi la produzione agricola non entra in

questo patto: francesi e Italiani sono preoccupati dalla concorrenza agricola spagnola. Ma la

Spagna non è il paese che la CEE pensava che fosse, in realtà la sua industria è parecchio

sviluppata, la Spagna è riuscita a modernizzare la sua industria, l’industria spagnola è molto

concorrenziale, offre un prodotto moderno ad un buon prezzo. Quindi le suo esportazioni verso la

CEE si impennano notevolmente portando una grande crescita per l’economia spagnola. Inoltre la

Spagna diventa un paese in cui tutti i paesi che sono esclusi dall’esportare liberamente nel

mercato comune, come USA e Giappone, creano delle succursali delle loro industrie in Spagna: in

Spagna c’è un grosso investimento di capitali. Quindi, la Spagna negli anni 70 sta benissimo, ha un

sacco di vantaggi dei quali può usufruire.

La Spagna non è quindi disposta a rinunciare a questi vantaggi, se non in cambio di una piena

adesione con le condizione che detta lei. La Spagna si trova in una posizione negoziale molto forte

in quanto l’Europa vuole andare oltre al patto commerciale precedente. La Spagna impone una

sua posizione parecchio rigida e quindi il negoziato viene portato per le lunghe.

Il negoziato durerà tanto anche perché francesi e Italiani si opporranno soprattutto per la

questione dei prodotti agricoli spagnoli dai quali sono spaventati sarà il governo francese quello

ad opporre più difficoltà durante il negoziato della Spagna.

In questo negoziato della Spagna c’è una grande sponsorizzazione tedesca, legata soprattutto a

vantaggi economici, la Germania è una grande esportatrice e quindi qualunque allargamento le è

favorevole, ma la Germania ha anche delle motivazioni politiche. La GB è lo stesso

sufficientemente favorevole all’ingresso spagnolo. Le resistenze vengono solo da Francia e Italia.

E’ Italiano il commissario Lorenzo Natali che è il commissario deputato ai negoziati di allargamento

 Natali è considerato dagli spagnoli un grande amico, uno che ha cercato di favorire l’adesione

spagnola. 

Il ruolo di Natali ha bilanciato le resistenze nazionali l’Italia si nasconde un po’ in questa

questione dietro alla Francia, gli Italiani lasciano fare i cattivi ai francesi.

Si arriverà alla fine nell’86 all’ingresso della Spagna, periodo di grande crisi europea che si

manifesta su diversi piani: 1) il piano del finanziamento, che è insufficiente per alimentare una

spesa che non sia solo quella della PAC ma che raggiunga anche tutte le altre politiche (sociale,

regionale, di ricerca e sviluppo etc.). C’è inoltre la necessità di affrontare la crisi dell’industria

siderurgica e di quella chimica, la modernizzazione di queste industrie è un grave problema. I

finanziamenti della comunità non sono sufficienti, soprattutto perché il 70% viene preso dalla PAC.

C’è quindi la questione di riformare la PAC e di aumentare il bilancio comunitario.

2) il problema della riforma delle istituzioni. 3) il problema della Spagna e del Portogallo. 4)

problema della GB.

Il problema della GB è quello fondamentale: nel 79 arriva in GB la Thatcher, che fa della questione

del contributo britannico il tema onnipresente della vita comunitaria la GB aveva una

quantificazione del proprio contributo che arrivava al 19% del finanziamento comunitario. La GB è

un paese con una economia meno prospera di quelle degli altri paesi dell’Europa, ma questo non è

sufficiente per abbattere la sua parte di contributi. Questo perché la GB trova il petrolio nel mare

del nord e continua ad essere un grande esportatore: quindi la GB continua a versare il proprio

contributo. Questo porta la GB a diventare il paese europeo che dà più soldi alla comunità rispetto

a quello che incassa. C’è quindi oggettivamente uno squilibrio nei conti della GB con la comunità:

questa è una cosa su cui tutti sono d’accordo, ma con l’arrivo della Thatcher questo diventa un

tema fondamentale e il tema prioritario della politica europea inglese questo dipende dal fatto

che sul piano interno la Thatcher avvia una politica di taglio di spesa pubblica, welfare e salari e di

emarginazione dei sindacati dalla vita politica nazionale: un programma di lacrime e sangue che

scontenta una fetta importante dell’opinione pubblica l’ottenere un abbassamento dei

contribuiti inglesi è quindi una necessità economica ma anche un modo per la Thatcher per

ottenere consenso. Fin dai primi consigli europei a cui la Thatcher partecipa, il tema del contributo

inglese viene sempre proposto e viene messo come condizione inglese a qualunque proposta.

Viene proposto un aggiustamento temporaneo di 3 anni che però non esclude il problema.

Questo tema del problema inglese avvelena un po’ la vita comunitaria, anche perché si lega agli

altri problemi: a quello della PAC, a quello dei finanziamenti, a quello dell’ingresso della Spagna e

del Portogallo e al problema della riforma delle istituzioni.

Il tema della mancanza di fondi e il problema della GB blocca anche gli sviluppi nel campo di tutte

le altre questioni.

Inoltre, ulteriore problema, in molti sostengono che prima di ammettere nuovi membri sia

necessario fare una riforma istituzionale.

Su questo tema in questi anni vengono avanzate alcune proposte: la prima è della commissione

Thorn.

Ci sono poi altre proposte: 

1) il piano Genscher-Colombo Genscher, in quanto parte del governo in Germania, elabora una

proposta di accelerazione dell’integrazione con forte riforma istituzionale. A questa proposta si

aggiunge il ministro Italiano Colombo. Colombo e Genscher elaborano questa proposta e la

presentano al consiglio dei ministri. Da questo piano non si ottiene tanto però solo finisce per

essere il testo della dichiarazione solenne sull’Unione Europea adottata al vertice di Stoccarda

dell’83.

Questo piano voleva accelerare in materia di politica estera: risponde alla preoccupazione tedesca

di questo periodo di continuare sulla via di una integrazione politica dell’Europa: in Germania c’è

una forte volontà di mantenere la distensione e la Germania ritiene che per questo sia necessaria

una forte unità europea questo piano ha una grande componente di sicurezza.

In questo periodo il dialogo bilaterale franco-tedesco si sviluppo nella dimensione di una difesa

europea, tema che viene ripreso per l’ennesima volta. Però con la caduta sia di Giscard che di

Smith, questo dialogo su una integrazione militare europea cade: i loro successori non avranno la

stessa idea in materia di difesa. Genscher è l’elemento di continuità con questa idea franco-

tedesca che era di Smith e Giscard: nel piano Genscher il tema della difesa viene preso in

considerazione. Al piano Genscher, che era molto incentrato sulla difesa, Colombo aggiunge la

parte economica.

2) Il progetto Spinelli: elaborato all’interno del parlamento europeo, Spinelli si mette a capo

dell’elaborazione di questo progetto che ha degli elementi di carattere federale. Questo progetto

verrà poi adottato dal parlamento europeo: in questo piano c’è la necessità di mettere ordine e

coerenza in quello che si era fatto negli anni precedenti: si vuole l’unione delle tre comunità, si

vuole integrare dentro l’unione europea lo SME e la CPE, si vuole incrementare il ruolo legislativo

del parlamento (che in questa fase ha solo un ruolo consultivo), c’è la conferma dell’obiettivo

dell’unione europea, c’è il tema della sussidiarietà e c’è anche la questione della cittadinanza

europea. In questo progetto del parlamento c’è quindi un’anticipazione di molte cose che poi

torneranno.

3) Il ruolo della commissione nel promuovere una serie di regolamenti che favoriscono l’apertura

dei mercati.

4) Il ruolo della Corte di Giustizia, ruolo importante nel produrre una legislazione mirata al

promuovere il primato del diritto dell’UE e nel promuovere giudizi tesi a promuovere la comunità

sopra gli stati nazionali.

Uno di questi giudizi molto famosi è quello del Cassis De Dijon: la corte su questo caso produce la

direttiva del mutuo riconoscimento se un prodotto ha diritto di circolare in uno dei paesi

membri, ha diritto di circolare in ogni paese membri. Questo è un esempio di come la corte

esercita il suo ruolo: in questo caso produce una apertura del mercato comunitario. La corte con le

sue sentenze ha contribuito a rendere il mercato comunque un vero mercato comune.

C’è la consapevolezza in tutta la comunità che quindi sia necessario mettere mano al mercato

comune, per andare verso una nuova apertura dei mercati. E su questo la Thatcher fonda la sua

politica, la Thatcher e il suo partito puntano molto verso una apertura dei mercati. Questa

apertura dei mercati voluta dalla GB si lega a suoi due interessi specifici: la economia della GB è la

prima economia che si terziarizza, è la prima che vede crescere la porzione dell’economia fondata

sui servizi e sui servizi finanziari: la GB è il primo paese d’Europa in cui si liberalizza il trasporto

aereo, si liberalizza tutto ciò che ha a che fare con le reti di trasporto, servizi bancari, di

assicurazione ecc. questa è la terziarizzazione della GB. Quindi, nel dibattito che si apre nei

primi anni 80, la GB diventa un traino formidabile per la riapertura del cantiere per la riapertura

del mercato europeo. Negli anni 80 si apre per la prima volta anche il cantiere per l’apertura della


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Pippis93

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso laurea in scienze politiche, studi internazionali, governo delle amministrazioni
SSD:
Università: Padova - Unipd
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Pippis93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'integrazione europea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Padova - Unipd o del prof Calandri Elena.

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