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Questo è l’assessment classico ed è quello che va per la maggiore. PRIMO CAPITOLO DELLA DIAGNOSI

TESTOLOGICA PROPONE ESATTAMENTE QUESTO ITER.

Questa è la visione tradizionale ed oggettiva del test, come qualcosa di forte e di oggettivo che ci permette

di consocere quello che è la problematica del pz e di intervenire.

È la tipica raccolta di informazioni indipendentemente dalla relazione

L’altro tipo, opposto, di assessment è quello cosiddetto TERAPEUTICO in cui l’obiettivo non è piu una

valutazione l’assessmenr ma è già una terapia, l’obiettivo è già produrre un cambiamento. Questo perché

qualsiasi cosa faccio con la persona già a questa produce un cambiamento per il semplice fatto che la faccio

perché interferisce nel vissuto e in una storia. E in più ho proprio l’obiettivo esplicito di produrre

cambiamento già nell’atto di fare una valutazione.

Può essere collaborativo o non collaborativo. Non collaborativo vuol dire che io ho l’obiettivo di fare di

questo test o di questa valutazione già un obiettivo di cambiamento ma la decido io a priori, e quindi

decido che per produrre cambiamento faccio tale cosa. Mentre collaborativo do al pz la possibilità di

decidere lui come fare di questa situazione anche valutativa una produzione di cambiamento.

Quindi l’obiettivo dell’assessment tradizionale è fare la diagnosi del disturbo, pianificare il trattamento

conseguentemente alla diagnosi, e poi anche valutare se l’intervento che ho fatto ha avuto un esito. L’iter

prima di tutto è quindi una raccolta di informazioni con metodi e tecniche invarianti per indirizzare la

terapia e confrontarmi con parametri normativi e formulo ipotesi sul pz e sul trattamento e scrivere la

relazione finale da mandare all’inviante (tribunale scuola genitore terapeuta) Il paziente quasi sempre è

all’oscuro.

L’altro assessment ha l’obiettivo di produrre già cambiamenti positivi durante la valutazione, non è più fare

una diagnosi del disturbo, della personalità, dell’intelligenza, ma una diagnosi della relazione. La differenza

sostanziale è nell’obiettivo, lui deve capire cosa non va nella sua relazione con il mondo, non io dall’esterno

valuto cosa non va in lui. Un'altra differenza è di potere, dove in un caso decide tutto il terapeuta e nell

altro anche il paziente decide, inoltre c’è una differenza di posizione nella relazione, la posizione di chi si

fida cecamente dell esperto è diversa da una relazione in cui viene chiesto subito al pz che cosa vuole fare

quali sono i suoi obiettivi etc.

Nel primo caso siamo nel campo del positivismo, nell’altra c’è una cocostruzione della realtà.

Quindi i clienti nel secondo caso, sia collaborativo che non, sono coinvolti in prima persona nel decidere gli

obiettivi dell’assessment, al di là del fatto che qualcuno mi ha chiesto di valutarlo si chiedono gli obiettivi

del pz del fatto che lui è lì a fare una valutazione. Osservare i risultati dei test insieme a lui, deve essergli

chiaro che in quel contesto lui capirà qualcosa di sé, non solo io di lui. Non sono io che ho la verità in tasca,

è importante discutere i risultati del test col pz, il test non è un manuale, io possono condividere con il pz

un’ipotesi visto che tu puoi conoscere meglio di tutti cosa succede nella tua vita, io posso solo condividere

con te delle ipotesi. Inoltre non sono solo io che posso proporre delle risoluzioni ma proprio perché il pz è

attivo in quella relazione, è lo stesso pz che può suggerire delle soluzioni ai suoi problemi, visto che è lui

l’esperto di se stesso, è lui che può cambiare la sua vita. Anche preparare il resoconto scritto, posso farlo da

solo nel mio studio o posso condividere con lui e costruirlo con lui, diventa un processo di costruzione

condivisa di alternative, che è molto più efficace. Infine coinvolgo la persona dove è possibile nel divulgare i

risultati, là dove è possibile posso coinvolgere il pz a informare lui l’inviante o comunque condividere una

relazione prima di darla. È già una terapia, non è come prima solo un processo di conoscenza arbitraria

come prima, e forse azione di potere.

ASSESSMENT TRADIZIONALE

OBIETTIVI: diagnosi del disturbo; pianificazione del trattamento; valutazione dell’intervento svolto

ITER: raccolta informazioni attraverso metodi e tecniche standardizzate e oggettivanti; confronto con

parametri normativi; formulazione ipotesi di funzionamento e intervento; stesura di una relazione; ;

restituzione a inviante e/o paziente

ASSESSMENT TERAPEUTICO

OBIETTIVI: gli stessi, diagnosi DELLA RELAZIONE; favorire cambiamenti positivi per i clienti

DIFFERENZE SOSTANZIALI: differenza di potere ridotta il più possibile; differenza di positioning e di

relazione; cambio epistemologico

ASSESSMENT COLLABORATIVO

I clienti sono coinvolti in prima persona nello: stabilire gli obiettivi dell’assessment; osservare le risposte

ai test; discutere i possibili significati dei test; elaborare suggerimenti utili; preparare resoconti scritti;

contribuire a diffondere i risultati relativi al percorso effettuato agli altri professionisti coinvolti nell’invio

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Cosa si aspetta negri da questo corso? Questi obiettivi

- corso esperienziale il più possibile, facendo varie cose, innanzitutto questo valorizzare la nostra relazione

come esperienza che ci permette di capire qualche cosa di quello che succede con le persone e nella

situazione terapeutica, quindi analizzare le similitudini che possono esserci nella relazione qui in aula con

quella che potrebbe esserci nella relazione terapeutica o testistica, possiamo valorizzare le similitudini per

apprendere meglio, per esempio la cosa delle aspettative, degli obiettivi etc

Esperienziale anche per la sperimentazione di uno dei tre test, che non li vedremo solo da punto di vista

teorico ma cercheremo ma vedremo anche lui che somministra test, quindi ci invita a porci nella posizione

di co-terapeuti, vedere e analizzare e discutere insieme come codificare la somministrazione di negri dei

test nelle video registrazioni.

- corso critico il più possibile, l’approccio che ci propone è il suo, quello che ha maturato lui, noi dobbiamo

maturare il nostro rispetto a quello che è il test e quello che è il nostro lavoro da psicologo clinico perché

quello che dice lui non è la verità ma è solo una delle possibilità. Noi dobbiamo essere attivi costruttori del

nostro modo di essere psicologi

- corso utile e professionalizzante il più possibile, ci mette in condizione di saper utilizzare almeno quei 4

test compreso il blacky, già in magistrale bisogna almeno saper somministrare e decodificare i test, poi

iniziare a interpretarli ma quello si impara con l’esperienza. Alcuni dicono che i test si insegnano solo al

dottorato non alla magistrale, secondo negri invece no.

TORNIAMO ALL’ASSESSMENT TERAPEUTICO

Abbiamo visto lo schema con la suddivisione tra tradizionale e terapeutico, che è una divisione non pratica

ma di mentalità e di epistemologia di fondo, entrambe fondamentalmente fanno la stessa cosa:

somministrano i test ma con obiettivi e modalità diverse anche se con standardizzazione identica, da una

parte c’è chi non intende l’assessment solo come una raccolta di informazioni svolta ad avere un giudizio

esterno della persona ma considera la situazione testistica una situazione relazionale che già attiva dei

cambiamenti. All’interno di questo ci sono terapeuti o testisti che condividono dall’inizio alla fine il

processo di valutazione e altri invece che lo decidono più rigidamente a priori, e all’interno dell’assessment

collaborativo che è quello che noi percorriamo troviamo quello più strutturato e meno strutturato. Quello

meno strutturato è quello che segue un po’ l’evoluzione della relazione col paziente e non ha delle fasi

prestabilite. Semi strutturate significa che ha già in mente una procedura, uno schema di processo da

seguire, poi eventualmente lo può cambiare.

Tutto questo discorso sull’assessment si trova nel libro di Finn

Quindi abbiamo visti gli obiettivi dei due diversi assessment, la differenza più rilevante sta negli obiettivi,

anche nel terapeutico l’obiettivo è la diagnosi ma se noi abbiamo una teoria della mente diversa non

faremo piu una diagnosi prettamente individuale e del disturbo, della personalità, della patologia ma la

intenderemo come una diagnosi della relazione perché è quello che noi vediamo e sperimentiamo della

persona ed è quello che lei sperimenta di noi, noi sperimentiamo relazioni, il concetto di io separato dal

contesto è un concetto più filosofico che reale, siamo qualcuno perché siamo in relazione sempre e

continuamente con il contesto, con la nostra esperienza passata etc. L’aggiunta è che vogliamo far

diventare questa esperienza una esperienza che attivi cambiamento, in questa teoria della mente non è un

cambiamento performativo ma è un attivare un contesto dove si favorisca il cambiamento che arriva dalla

persona che lo può produrre cioè il soggetto stesso.

L’idea che Finn scrive nel libro è che i testisti siano persone che fanno più fatica a stare in una relazione

terapeutica e quindi si affidano a un mezzo tecnico ritenuto più tutelante della loro soggetività. Quindi Finn

dice che dobbiamo smetterla di prenderci in giro, e renderci conto che ogni volta che somministriamo un

test a qualcuno si tratta di un evento interpersonale che ha un impatto su quella persona nel bene o nel

male, talvolta lo vogliamo ignorare per semplificare il nostro lavoro in modo da poter somministrare piu

test ma ogni volta non riconosciamo che il nostro lavoro non è un prelievo di sangue, e diamo quindi un

messaggio sbagliato su quello che è il nostro lavoro.

Inoltre abbiamo detto che nell’assessment terapeutico cambia la posizione che noi affidiamo alla persona,

questo perché noi abbiamo un’idea della relazione, una teoria della relazione, quindi agiamo in modo tale

da costruire una relazione diversa. Se non abbiamo una teoria della mente come teoria della relazione

come modo di stare in relazione con gli altri non ci pensiamo a questa cosa, quindi la scelta di coinvolgere la

persona in tutte le fasi è dettata da una scelta teorica, da un posizionamento teorico. Quindi li

coinvolgiamo fin dall’inizio nello stabilire gli obiettivi di questa esperienza che ci poniamo, e vedremo come.

Li coinvolgiamo nell’osservare se stessi già durante il test. Li coinvolgiamo nel discutere il significato del test

che non è più una cosa che appartiene solo al tecnico e che conosce solo il tecnico ma è un’esperienza di

cui è esperto anche e soprattutto il pz. Li coinvolgiamo anche nel tentare delle soluzione ai problemi che

portano perché di solito vengono con una delega completa rispetto a quale sarà il modo con cui risolvere i

problemi e chi è il miglior esperto di se stesso se non il pz stesso? Li coinvolgiamo nel preparare i resoconti,

non faremo più relazioni asettiche come se fosse una persona sconosciuta, ma faremo relazioni più

concrete e più dirette alla persona che le utilizzerà cioè il pz. Vedremo esempi. Infine coinvolgeremo la

persona nel distribuire le informazioni, non siamo solo noi che contattiamo l’inviante o il committente, il

comune la scuola il giudice etc, ma possiamo anche pensare che la persona possa esprimere il suo consenso

o dissenso rispetto a quello che noi abbiamo steso nella relazione, possiamo anche mettere la sua posizione

nella relazione, scrivendo magari che non è d’accordo su qualcosa anche se se lo facciamo bene è difficile

che arriviamo a un dissenso perché dovremmo aver costruito insieme passo passo una collaborazione attiva

nell avere una visione condivisa, e poi li coinvolgeremo nel riferirli all’inviante quando possibile.

Finn ha elaborato una sequenza di 6 fasi dell’assessment semi strutturate, che possono corrispondere a 6

sedute ma anche a piu sedute:

1. Una seduta iniziale

2. Una seduta di raccolta dei test standardizzati, uguale per tutti, si somministrano secondo standard

3. Una seduta di intervento

4. Una seduta di discussione e riepilogo di quanto emerso nella fase precedente, non si parla più di

relazione finale o di restituzione, ma discussione e riepilogo perché abbiamo cambiato

epistemologia

5. L’invio di una lettera di riepilogo dei risultati al cliente e discutere con lui dei risultati, non tutti lo

fanno, molti individuano nella restituzione scritta un potenziale negativo di fraintendimento e di

pericolo, evitano per esempio di restituire risultati ritenuti incoerenti con la relazione terapeutica

che si sta vivendo, oppure con la domanda, altri invece restituiscono oralmente ma non scritto. Non

dare niente, neppure un restituzione orale, significa impostare la relazione in un certo modo in cui

il paziente non ha bisogno di ricevere delle informazioni che sono ad uso e fine unicamente del

terapeuta o dell’inviante o del committente.

6. Seduta di follow-up, la persona tornata alla sua vita cerca di mettere in atto i cambiamenti e un

domani può tornare a vedere come le cose sono andate dato che era un rapporto di collaborazione

Non è possibile comunque non prendere posizione su queste cose, è il discorso di prima, uno può prendere

la prassi consolidata in un istituto di tipo ospedaliero e metterla in atto perché tutti hanno fatto così, ma

uno può anche dire “non è proprio quello che vorrei fare forse”, quindi prendere posizione è inevitabile ad

ogni passaggio

Domanda: ma se il pz è il massimo esperto di se stesso perché non sa già qual è la soluzione ai suoi

problemi? Innanzitutto il pz è massimo esperto di se stesso ma soprattutto del suo disagio, del suo

problema che conosce benissimo e sente ogni giorno. Dobbiamo avere una teoria della mente che ci

permetta di capire perché non riusciamo a connettere le informazioni di cui disponiamo in maniera

ottimale per uscire dalla situazione disfunzionale. Quindi sottolineiamo il fatto che le informazioni che

servono per uscire da quella situazione io le ho già, non è che lo psicologo dall’esterno capisce ciò che il pz

non vede e non capisce, piuttosto vede le stesse cose che lui gli racconta, che gli fa vivere nella relazione

terapeutica, e grazie alla relazione, cioè all’incontro con un punto di vista diverso, a una teoria della

relazione diversa, si possono mettere insieme le cose di cui il pz già dispone in maniera già diversa in modo

che si esca da quella situazione disfunzionale, e che il pz ricolleghi simbolicamente (simbolo significa

mettere insieme le cose) in maniera diversa da quella con cui mette insieme le cose continuamente, darsi

una spiegazione diversa, una narrazione diversa, ma io gli elementi della narrazione li ho già e li vivo tutti i

giorni sulla mia pelle ma devo costruire grazie all’incontro con una diversità una narrazione diversa che mi

permetta di uscire da una certa situazione disfunzionale.

1. ANALISI DELLA DOMANDA

L’iter per i malati di oncologia

La prima cosa è guardare la domanda. Da chi arriva la domanda? Arriva dal medico prima di tutto. La prima

relazione da analizzare è quella col medico. Può esserci di tutto in quella domanda, il fatto che vede la

persona soffrire, può essere che la persona ha chiesto di andare dallo psicologo, può essere che la persona

sofferente crea un problema non alla persona in sé ma al reparto. Quindi prima di tutto si analizza la

domanda. In questo caso utente e committente non sono nella stessa posizione, quindi bisognerebbe

ricongiungere le due cose e almeno sgombrare il campo che il vero motivo dell’intervento non sia la

persona ma il committente stesso che delega ad altri la domanda.

Dopo aver fatto questo lavoro col committente si può anche vedere la persona, ma in ottica di questo tipo

non diamo per scontato che la persona abbia bisogno di noi e del cosiddetto supporto in questo momento

della sua vita, è una cosa che poniamo come possibilità. In questa prima fase l’obiettivo è definire la

persona come quella che è legittimata a porre domande, come quella che è legittimata a capire qualcosa di

se. Non abbiamo nessun potere e legittimazione di definire a priori se una persona ha bisogno di supporto

o di altro, possiamo solo chiedere e offrire delle possibilità ma se non vengono accolte è più un nostro

bisogno quello di intervenire.

IN GENERALE uscendo dal contesto oncologico, io non posso iniziare un’assessment collaborativo

terapeutico senza chiedere alla persona cosa lui vuole conoscere di se stesso. Il passaggio dal chiedere una

trasformazione di sé al voler conoscere è già un’evoluzione dal punto di vista mentale. Di solito vengono

per chiedere “mi tolga questo sintomo”, “mi cambi questa cosa”. Quando noi rimettiamo al paziente il fatto

che è lui che deve dire che cosa rivedere che cosa non va nella sua vita, già cambiamo la posizione del

paziente e già poniamo che l’obiettivo non è primariamente cambiare le cose ma attivare una conoscenza,

cioè iniziamo a vedere che cosa possiamo capire insieme, che cosa LUI vuole capire. Questa è la prima fase,

le sedute di contrattazione: dove si costruisce una relazione col paziente diversa da quella che di solito il

paziente ci pone. Già qui si attiva una competenza, cioè è il paziente che si deve attivare per capire se

stesso, deve definire cosa vuole vedere con quel tipo di valutazione. E già qui l’ansia diminuisce, perché un

conto è andare da una persona che mi restituisce un verdetto finale su di me del quale io non so niente, un

conto è andare da una persona che mi dice che sono io quello che deve capire qualcosa. Il coinvolgimento

aumenta e sicuramente la curiosità aumenta.

Poi possiamo anche chiedere al paziente delle ipotesi di risposta rispetto ai problemi che pone perché

sicuramente lui si sarà già dato delle risposte alle domande che pone, perché si arrabbia, perché non va

bene a scuola etc. Quindi già chiedere che risposte si è dato attiva in qualche modo la conoscenza del

soggetto, dire che è lui che ci può fare qualcosa, ma anche fa capire a noi il perché certe risposte non hanno

funzionato nella sua vita.

Assolutamente poi in questa fase è inevitabile fare una raccolta di informazioni sul contesto in cui lui vive e

la sua storia precedente al problema, la sua storia personale, familiare, senza il contesto le info non

assumono significato, entro la storia entro il contesto familiare che vede il problema in un certo modo o in

un altro qul problema assume un senso un significato. Senza guardare al contesto ho solo una posizione

arbitraria di come io vedo le cose ma in quella storia familiare, in quella storia di quel problema, magari le

cose assumono un percorso diverso.

Ritornando all’analisi della domanda io devo comunque farmi un’idea rispetto al contesto di appartenenza

del soggetto per dare un senso a quello che succede nel qui e ora della relazione e alla narrazione che lui mi

pone. Ricordate lo schema del modello iso:

il modello dell’analisi della relazione di domanda chiamato Triangolo ISO dove :

- I - sta per l’individuo o componente organizzativa che porge la domanda che si focalizza,

simultaneamente:

nel racconto del problema, degli eventi che succedono nel là e allora, entro le relazioni che la persona

intrattiene nell’ambito dei vari contesti d’appartenenza;

nella dinamica affettiva della relazione con lo psicologo, che si dispiega nel qui e ora del rapporto.

- O - sta per organizzazione in cui è insorto il problema; (contesto)

- S - sta per setting della relazione tra chi pone la domanda e lo psicologo.

Devo avere tutte e tre le polarità ben delineate per fare un percorso di senso completo, devo capire cosa

emotivamente succede nel qui e ora, qual è la narrazione del problema che il soggetto mi racconta, come lo

racconta è indicativo di come sono strutturati i problemi e di come non li riesce a risolvere, e devo vedere la

coerenza di quello che viviamo nel qui e ora emotivamente, di quello che lui mi racconta, e di quello che

probabilmente potrebbe essere il suo contesto originario dove vive tutti i giorni. Se io faccio coerenza tra

queste tre cose posso restituire un quadro più complesso di quello che sta succedendo.

Siamo ancora all’inizio e ovviamente sempre in questa ottica devo anche affrontare gli aspetti più tecnici

per mettere il soggetto nella condizione di poter capire lui stesso cosa succederà in questa situazione,

definire i tempi, i costi, la privacy, chi saprà che cosa. Se io definisco in modo chiaro tutti questi aspetti

anche quelli temporali io permetto al soggetto di entrare non in una scatola buia dove non sa cosa

succederà ma dove lui sa esattamente cosa sta succedendo e quale sarà l’esito, quindi lo metto nella

situazione di essere padrone di questa situazione.

Si definisce il contratto dell’assessment:

- domande, perplessità, dilemmi che vogliono capire/risolvere attraverso l’assessment, obiettivi

personale

- ipotesi di risposta alle loro domande

- raccolta di informazioni circa gli aspetti contestuali

- aspetti pratici dell’assessment, tempi costi privacy e a chi saranno mandati i risultati

Ansia diminuisce, coinvolgimento aumenta, curiosità sollecitata

Si attiva una competenza

2. SOMMINISTRAZIONE DEI TEST

Si fanno i test standardizzati come da manuale. Quindi in questa fase non ci si differenzia dall’assessment

tradizionale.

Due cose ci guidano in questa fase.

Una è la selezione dai test: i test non devono essere scelti perché conosco quelli e non altri, non devono

essere scelti perché ci rendono di piu in termini di onorario, non dobbiamo fare i test che si fanno

normalmente in un servizio, ma dobbiamo scegliere il test in base agli obiettivi e le problematiche che

abbiamo condiviso con il soggetto quindi in caso fare anche test che non conosciamo e che non abbiamo a

disposizione.

Poi si inizia con i test più attinenti ai problemi e le domande e poi con quelli più distanti, perché se io do

senso al fatto che utilizzo un test per il suo problema coltivo, continuo a coltivare, un certo tipo di relazione

in cui il pz capisce dove stiamo andando e è al timone con me, se io faccio un test perché suppongo che

oltre al problema ha anche un QI basso e gli faccio la WAIS è poco coerente con quello che mi ha chiesto e

quindi il paziente mette in dubbio la nostra collaborazione con lui perché non capisce cosa c’entra con il suo

problema. Quindi iniziare con i test che anche in base alla spiegazione che gli diamo del perché gli stiamo

facendo quello sono più coerenti con le domande con cui si è presentato. La consegna è spiegare il

significato del test, che cosa va a vedere e perché lo facciamo. Molti testisti non lo spiegano perché fanno

quel test e che obiettivo ha. E’ importante usare la consegna per non far sentire il soggetto all’interno di

una valutazione o di un giudizio su di lui, invece magari facendo la WAIS gli si dice che si sembra valutativo

ma si andrà a vedere non quanto risponde o quanto è intelligente ma come risponde alle domande e i

processi che utilizzano nella vita quotidiana per risolvere i problemi, questo dà tutta un’altra aspettativa al

soggetto. Quando dicevamo che noi siamo gli esperti della relazione e del costruire e leggere la relazione

era proprio questo, vuol dire misurarsi col costruire la relazione perché ho in mente come costruirla e a che

livello portarla, proprio perché io ho in mente che qualsiasi cosa dico e faccio con il soggetto ha un effetto

allora cerco di costruire una narrazione, una relazione che abbia un certo tipo di condizionamento

reciproco e di finalità reciproca.

Inoltre è importante invitare il cliente a osservare quello che succede durante il test per capire anche lui

l’aspetto su cui ci stiamo focalizzando, se è un problema di concentrazione posso dirgli di osservare cosa

succede durante la Wais dove la concentrazione è richiesta.

E poi a fine test gli si chiede di fare lui una comparazione tra quello che succede nel qui e ora del test e

quello che normalmente vive di quel problema nella sua vita quotidiana. È lui che è esperto della sua vita

quotidiana quindi è solo lui depositario di quelle informazioni e quindi solo lui può fare i confronti. Ma devo

attivare il soggetto nel poterlo fare perché se no non lo farà.

Selezione test psicologici standardizzati rilevanti rispetto al problema presentato dal cliente

Prima test più attinenti alla domanda e spiegazione di quelli apparentemente più lontani

Invito al cliente a osservare le sue risposte specialmente se esse sono annesse al problema lamentato

all’inizio

Indagare l’esperienza durante il test, confronto con la vita quotidiana, riflessione con particolari risposte,

iniziare a co-costruire nuove risposte

3. SEDUTA DI INTERVENTO

Proprio perché l’obiettivo non è la valutazione ma è attivare un processo di conoscenza e quindi a sua volta

di cambiamento, io posso proprio perché sono esperto di relazione creare delle situazione dove metto il

soggetto di fronte al suo problema. Possono anche semplicemente essere i test che ho già fatto che

riprendo e in qualche modo cerco di rivivere davanti a noi sulla nostra pelle la stessa cosa che ha vissuto in

precedenza e cercare di entraci dentro. Per esempio con un paziente aggressivo che si lamenta degli altri

che sono aggressivi con lui posso chiedere cosa unisce le storie che ha raccontato, e dato che la persona

non è così distante da quello che ha raccontato può fare connessioni. Farlo riflettere sulle cose che si

ripetono può fargli attivare delle conoscenze e iniziare a costruire delle nuove storie in cui magari è lui che

costruisce le premesse dell’aggressività degli altri nei suoi confronti perché è lui aggressivo.

Quindi l’intervento è creare situazioni relazionali che aumentino la conoscenza del soggetto su se stesso.

Un’altra modalità è anche chiamare il contesto familiare, quando è utile. Per esempio con un bambino si

mette la famiglia all’interno seduta in modo che tutti diventino costruttori attivi di una nuova narrazione.

Portare nella stanza quei problemi della vita del cliente che sono il focus dell’assessment

Evocare diversi stati emotivi legati a tali problemi per una migliore comprensione

Attivare il cliente nel costruire una nuova storia di sé e del problema invece che restituirla noi tutta

insieme alla fine

Test non standardizzati, test standardizzati usati in modo creativo, o tecniche come role-play o disegno

Nelle sedute di intervento di casi familiari con bambini spesso si invita tutto il nucleo

4. DISCUSSIONE E RIEPILOGO

Il clino porta le sue ipotesi sui risultati dei test: sono ipotesi, deve presentarle come ipotesi non come verità

assolute, non si può dire “ho capito che il tuo problema è questo…” oppure “la diagnosi è che sei..” queste

non sono ipotesi, e invece dobbiamo metterle sotto forma di ipotesi quindi si lascia aperta la possibilità di

cambiarle e la possibilità al paziente di poter convincere il testista che ha sbagliato.

Il cliente esprime se e in che modo queste ipotesi calzino con la propria esperienza e il proprio modo di

vedere le cose, perché se è lui l’esperto di ciò che gli succede l’unico test è quello di capire se lui ci si ritrova

in qualche modo. Se avete fatto un buon percorso di conoscenza reciproca di solito arrivate a questo

accordo, e il cliente dirà “è proprio vero, è una cosa che sento”. E quindi si arriva alla fine con delle risposte

condivise e non con una relazione calata dall’alto, e con delle ipotesi di intervento che arrivano più dal

paziente che dal testista.

Il clinico porta le sue ipotesi sui risultati dei test

Il cliente esprime se e in che modo queste ipotesi calzino con la propria esperienza e il proprio modo di

vedere le cose

Al termine: risposte condivise rispetto alle domande e possibili passi per andare oltre ai propri problemi

Distinzione del livello di informazione da restituire alla persona

LIVELLO 1: si restituisce pari pari quello che la persona ci ha portato. Riporto le informazioni che coincidono

con il modo con cui i clienti già pensano a sé stessi. Su questo non aggiungo niente rispetto a quello che la

persona mi ha già raccontato. La persona si sente pigra e riporto i risultati delle tavole in cui si vede che

“probabilmente lei si sente pigro..”

Dobbiamo poi passare a un livello più informativo

LIVELLO 2: ricontestualizzo e amplio il modo abituale che i clienti hanno di sentire se stessi. Quindi aggiungo

“probabilmente lei si sente pigro ma non sempre, ma solamente quando pensa di potersi perdere”. E’ già

un’aggiunta, una connessione di informazioni di cui il paziente già disponeva ma che io metto insieme e uso

per fare una nuova narrazione di quel paziente

LIVELLO 3: ancora più informativo e contestualizzato. Quindi la situazione potrebbe essere che io a questo

paziente ho fatto anche una Wais e ho scoperto che è pieno di risorse, ha un Qi molto alto eppure non si

butta mai nelle situazioni e non le utilizza queste risorse. E io queste informazioni le metto insieme in un

contesto più ampio “lei è pieno di risorse, anche lei lo ha visto che andava molto bene alle domande che le

ho fatto, non è che lo dico io, quindi lei ha sperimentato sulla sua pelle che lei ha delle risorse, io ho creato

una situazione che le ha permesso di vedere questa cosa su di sé, cosa che normalmente nella sua vita non

vede perché si vede carente di risorse quindi non si butta nelle cose e si sente pigro per questo”. Quindi

sono informazioni che contrastano il modo abituale di pensare a se stesso del paziente.

Questo in altre parole è quello che nell’orientamento sistemico dice che la restituzione alla famiglia o al

paziente deve avere 3 caratteristiche:

- deve essere un’ipotesi circolare, cioè deve connettere più persone

- deve essere dissonante rispetto a quello che la persona si racconta continuamente, ma non troppo

- deve essere plausibile, nel senso che c’è quell’equilibrio tra il fatto che comunque mi devo riconoscere in

quello che dici, quindi non puoi dirmi che ho le risorse se non me lo dimostri per esempio con i risultati

della wais

E’ bene conoscere LA TEORIA DELL’AUTOVERIFICA: cioè noi normalmente nella vita confermiamo noi stessi,

l’obiettivo vero del nostro stare con gli altri è confermare quello che di noi sappiamo, scegliamo gli amici

che ci fanno sentire come ci siamo sempre sentiti, un partner che confermi la nostra identità. Dobbiamo

tenerlo bene a mente perché il test è usato per questo primariamente, per confermare le spiegazioni che

mi sono sempre dato, e per confermare me stesso. Quindi se io non sono attento a questa cosa

somministro il test e la persona lo utilizza per confermare se stessa dicendo “ha visto? Non sono capace di

far nulla etc” mentre invece il test deve essere usato per disconfermare una certa sensazione su se stessi.

Ma non che gli dico delle cose diverse che IO gli metto ma perché gli faccio vedere e sperimentare cose che

lui non ha ancora sperimentato di se stesso. E ovviamente in questa prospettiva bisogna sempre rendere

possibile la discussione e il dissenso.

5. IL RESOCONTO SCRITTO

Non è la relazione classica del testista sulla persona, asettica, ma è una vera e propria lettera, non formale,

che si stende per lasciarla alla persona. Non deve essere formale, per esempio la si può scrivere usando le

parole che sono venute fuori durante il test, o gli esempi che sono venuti fuori durante il test. Proprio

perché è un processo condiviso devo stare in conversazione con il soggetto. Quindi devo fare una

restituzione innanzitutto al paziente perché è lui che le utilizzerà quelle informazioni più che gli altri.

Ovviamente questo quando è possibile. Devo comunque anche fare una relazione per il giudice che me la

chiede o per la scuola che me la chiede ma nulla mi vieta di utilizzare la relazione come anche produttiva di

cambiamento del soggetto.

Devo discuterla con il cliente quella relazione prima di consegnarla, chiedere se va bene se scrivo cosi o

cosà prima di consegnarla a chi me l’ha chiesta, se è d’accordo, ovviamente dipende molto dal contesto e

dal mandato e dal committente quanto possiamo condividere queste informazioni. Ai bambini si può fare

un discorso sotto forma di fiaba nella logica di adattarsi alla cultura e al linguaggio del pz.

Perché lasciarla anche al paziente in forma scritta? Perché se è un processo di conoscenza condivisa, che

abbiamo condiviso e siamo tutti d’accordo perché non lasciargliela? Se ci siamo assicurati che è una

conoscenza produttiva di cambiamento per lui è una cosa che lui potrà rileggerla nella sua vita quando gli

risuccederanno le cose per cui è venuto da noi e in questa possiamo anche contemplare delle domande di

cambiamento che il paziente potrà rileggere nella sua vita, l’idea è di attivare un processo una conoscenza

che poi il pz porta avanti da solo, non è che noi gli diamo la soluzione che gli risolve il problema, ma

attiviamo un percorso di autoconoscenza e di autogestione che il pz dovrà portare avanti da solo. Quindi

l’idea di una lettera che si porta a casa, fatta in un certo modo, esito di un processo di condivisione, in

questa ottica non è niente di negativo o pericoloso se l’abbiamo condivisa per un certo fine per Negri e

nemmeno per noi, amen.

Vera e propria lettera informale indirizzata al cliente che racchiude anche i risultati condivisi negli

incontri precedenti

Può esserci anche una relazione più formale quando l’assessment coinvolge un ospedale, la scuola o un

altro ente esterno e si discute con il cliente di questa relazione

I clienti sono invitati a commentare e/o correggere il resoconto scritto e a fornire un feedback di

valutazione diretto al clinico

Ai bambini piccoli vengono tipicamente inviati i resoconti scritti sotto forma di fiaba

6. SEDUTE DI FOLLOW-UP

Se è un percorso che ti attiva perché non riattivarlo continuamente e dire al paziente “perché non ci

rivediamo tra sei mesi e mi dici come va? E condividiamo quello che abbiamo capito, se è coerente, se è

diverso..” L’idea di prevedere questa cosa è un ottimo potenziatore del cambiamento dove magari

guadagniamo di meno rispetto a fare una terapia continuativa di 10 mesi ma otteniamo lo stesso risultato

nel far si che il paziente porti avanti lui un certo percorso.

Ovviamente questo tipo di intervento è un intervento terapeutico paragonabile a una terapia, non vale né

più né meno di una terapia. Anzi in molti contesti una persona non accetterà mai una terapia classica di

tante sedute per tanti mesi mentre un percorso di questo tipo focalizzato sul problema etc può aprire un

percorso di cambiamento e conoscenza inimmaginabile per quella persona. Oppure per una persona che

non ha in quel momento le capacità economiche per una terapia classica. E dal nostro punto di vista

nessuno può impedirci di farla anche se non abbiamo finito il percorso di specializzazione, non siamo nella

terapia tecnicamente definita, questa può risolversi anche in poche sedute, in uno o due mesi.

SLIDES

Teorie di riferimento di questo approccio utilizzate da Finn, teorie di Rogers, teorie intersoggettive,

interpersonali, analisi della domanda, etc vedi nel testo. La cosa che è necessaria a priori andando avanti in

questo percorso, i nostri strumenti a priori sono le teorie. Scegliere e prendere posizioni sulle teorie.

Scegliere una propria teoria della mente e delle relazioni è imprescindibile per poi arrivare a una pratica.

Prima di tutto, prima di imparare una prassi, devo prendere posizione e avere una teoria.

3

La cosa più importante è avere una teoria che ci dica che cosa facciamo con il soggetto e quale è il nostro

obiettivo e che metodi utilizzare per raggiungerlo, la teoria ci deve guidare nella costruzione della relazione

con la soggettività dell’altro.

Il paziente che non formula una domanda non forma neanche una relazione con me. Nel contesto

oncologico per esempio la domanda forte la fa il primario.

Per esempio nel caso del giudice che mi fa una domanda sul soggetto inviato io devo prima di tutto

contrattare con il giudice la domanda che lui mi fa, ponendo dei limiti a quello che io posso fare o non fare,

e la decisione non sarà nostra, il nostro sarà solo un processo di conoscenza

CONTESTI DI ASSESSMENT NON VOLONTARIO

Come stimolare comunque la collaborazione?

- condividendo con loro le domande dell’inviante

- accordarsi con quest’ultimo sulla possibilità di mantenere segrete le domande personali del cliente

- assicurare che l’esito della valutazione sarà discusso col cliente

- attivare la ricerca di loro obiettivi e scopi

- porli in posizione di collaboratori e esperti

- decostruire oracolarità e scientificità del nostro ruolo

4

Ancora importanza dell’avere chiara una teoria della mente. E’ la teoria della mente che tira i fili della

nostra valutazione testologica. Senza una teoria della mente sarà altro che tira le fila: il committente per

esempio, o il paziente.

ORT

L’Ort tra i tre test è il più semplice, non si deve fare nient’altro che seguire la consegna, far raccontare la

storia al soggetto, e la codifica è più narrativa che altro, diversamente dal Rorschach. E’ vero che anche in

quello ci sono delle tavole da somministrare e le consegne sono altrettanto semplici, però una volta finita

questa fase bisogna fare delle domande il più possibile non tendenziose, per capire dove ha visto il percetto

come l’ha visto e quali sono le determinanti. Il Rorschach quindi andrebbe fatto quando già si conosce la

politica affettiva del soggetto per saper fare le domande inerenti a quella, se uno non ha in mente la

codifica non può fare la seconda parte. Mentre la WAIS la procedura di somministrazione e la codifica

sembra semplice ma non lo è.

Tavole dell’Ort

Si chiede al soggetto di raccontare una storia con una parte iniziale, una parte centrale e una parte finale.

Gli si dice di prendersi tutto il tempo che vuole e che non ci sono risposte né giuste né sbagliate. La

consegna è quindi molto semplice. Ci sono immagini poco definite che devono venire descritti.

Questa consegna la si può ripetere per la prima e la seconda tavola, se dopo la seconda tavola il soggetto

continua a produrre storie che non hanno tutte e tre le parti richieste dobbiamo chiederci come mai e

analizzare la cosa, le prime due volte invece gli si ripete la consegna per essere sicuri che abbia capito,

magari non lo sta facendo solo perché non ha capito.

In realtà hanno tolto dalla consegna la frase che non ci sono risposte né giuste né sbagliate perché dicono

che è una bugia, perché con la codifica poi ci sono delle risposte che sono più giuste di altre, più vicine alle

norme.

Tornando alla cosa che non ci sono risposte né giuste né sbagliate. E’ vero che da un certo punto di vista c’è

una variabilità continua, non c’è una norma di riferimento, non ci sono dei punti di riferimento forti. Questo

è vero però è anche vero che non siamo in un relativismo assoluto, la realtà esiste, è un punto di

riferimento che ci garantisce di non delirare, perché dobbiamo fare in modo di essere in confronto con la

stessa realtà. E’ vero che è sempre relativa a quello che succede tra me e te, a quello che succede in quella

situazione, a quel contesto etc, ma è anche vero che è possibile che tutte le persone facciano esperienze

simili e quindi abbiano delle deduzioni simili rispetto a queste esperienze. Quindi dire che non ci sono

risposte né giuste né sbagliate è dare una credenza errata al paziente e prenderlo in giro, però gli si deve

dire per esempio “di fare come crede, di sentirsi libero”, che non ci interessa vedere se lui dice una cosa

giusta o sbagliata, ma ci interessa sapere che cosa sta vedendo in quel momento.

Cosa manca in questa presentazione secondo l’ottica dell’assessment terapeutico quindi non valutativo ma

come attivazione di un processo di conoscenza??

- chiedere “cosa si aspetta dal test?” quindi le domande sugli obiettivi della persona che si pone in questo

contesto specifico. Tipo “vorrei capire perché sono sempre pigro”

- dire la finalità del test, che non sono io il padrone della verità ma condivido cosa andiamo a vedere con

questo test.

Uno dei problemi alla relazione può essere il silenzio.

Sono 13 tavole. 45 minuti in genere sono sufficienti ma dipende dal soggetto.

La mia proposta è uscire dallo scontato di questa cultura preminente psicologica, dal mio punto di vista la

mente non è questa cosa. I test proiettivi nascono in quella cultura. I test proiettivi nasconono per dare al

soggetto uno stimolo per proiettare qualche cosa di inconscio, nasce perché io devo in qualche modo

liberare il soggetto per far venire fuori ciò che di più vero e profondo c’è.

Nascono da questa teoria della mente

Dobbiamo mettere da parte questa concezione e utilizzare una teoria diversa per esempio di Matte Blanco,

per cui la mente è un modo di essere e ci sono due modalità in cui la mente, il soggetto, si relaziona con il

contesto. Una è il pensiero simmetrico e l’altro è il pensiero evidente. Già questa cosa ci dice che la mente

e l’inconscio non è qualcosa che sta dentro al soggetto ma è una modalità di stare in relazione con. Quindi

abbiamo già sfatato uno dei punti essenziali cioè che la mente è interna al soggetto, invece è proprietà

della relazione col mondo. La seconda cosa che sfatiamo è che non è conoscibile: qualsiasi cosa che è una

relazione con l’esterno io posso vederla proprio perché non è una cosa che si nasconde dentro di noi.

Quindi è da mettere in discussione che non sia conoscibile. E’ qualcosa di relazionale e conoscibile.

Le due modalità principali sono quella evidente e quella simmetrica. La modalità simmetrica è quella

prevalente ed è la parte della mente che funziona in maniera non logica, anzi, non è che non ha una logica

questa modalità di relazione, ma ne ha una diversa da quella classica quindi lontana dal principio di identità

e di non contraddizione, ma ha una logica che non ci è familiare ma è comunque la modalità prevalente con

cui entriamo in relazione col mondo. E questa modalità funziona con due regole:

- regola della generalizzazione qualsiasi cosa con cui io mi metto in relazione la metto in relazione con

un’altra cosa che a lei somigli. Quindi c’è una parte della mente che si relazione col mondo facendo

associazioni tra le cose. Rapporto le cose con cose che le connettono ma queste connessione non sono

logiche, non seguono le connessioni logiche. Quindi per esempio io vedo una persona ma non la vedo per la

persona che è nel qui e ora in questo contesto ma associo questa persona a una serie di altre persone o di

altri elementi o di prototipi che io ho immagazzinato. Quindi io faccio una parificazione immediata tra

l’elemento percettivo che io

- regola della simmetria

MATTE BLANCO

La rappresentazione freudiana della psiche umana è fondata su una sorta di metafora archeologica,

stratigrafica: in superficie troviamo la coscienza, al di sotto il pre-conscio, pronto a sua volta a farsi

coscienza, e ancora più sotto, sepolto, l’inconscio. Una spazializzazione in profondità, che sfrutta un

dominio semantico concreto per rappresentarne uno astratto : come fanno le metafore, appunto. Ignacio

Matte Blanco, psicanalista cileno (Santiago del Cile, 1908- Roma, 1995), ha sviluppato il pensiero di Freud

contestando questa topografia della psiche, e spostando l’attenzione da un problema di localizzazione ad

un problema di qualità. La grande proposta di Matte Blanco è l’idea che il pensiero umano sia il risultato

dell’interazione e della relazione tra due logiche : la logica simmetrica e la logica asimmetrica.

La prima vive la realtà come una Totalità omogenea e indivisibile, in cui governano il principio di

generalizzazione (che tratta l’elemento singolo come se fosse la categoria) e il principio di simmetria (che

produce la reversibilità delle relazioni : A>B è dunque al tempo stesso B>A). Al contrario, la logica

asimmetrica, che corrisponde a quella classica e aristotelica, ci permette di distinguere e analizzare gli

oggetti della nostra esperienza, vista come una successione discreta di elementi. Matte Blanco

chiama bilogica la combinazione di queste due modalità di pensiero opposte e complementari. La ragione

ha bisogno di relazioni asimmetriche, mentre la natura dell’emozione è simmetrica, ma c’è dell’emozione

nella ragione, e della ragione nell’emozione : altrimenti detto, le due logiche coesistono in modo

inseparabile. A livello cosciente, è l’asimmetria che prevale, e dunque la divisione del mondo, l’individualità


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia clinica
SSD:
Docente: Negri Att
Università: Bergamo - Unibg
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lallalaus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodi e tecniche psicodiagnostiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bergamo - Unibg o del prof Negri Att.

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