Presupposti di base
In realtà, non è dentro la persona quello che noi andiamo a vedere, ma è qualcosa che c'è tra. Cioè come io percepisco l'altro e come l'altro si rapporta a me. Ed è per questo che la domanda sulle aspettative, le sensazioni e le emozioni non è una domanda retorica, ma è l'oggetto del nostro intervento in ogni contesto se vogliamo fare gli psicologi. Quindi se io chiedo a una persona che cosa si aspetta, quali sono le sue sensazioni, sono proprio sul pezzo dove posso intervenire, cioè sulla relazione.
Quello che io mi aspetto dall'altro, quello che ho pensato di ottenere da questa relazione, quello che vorrei avere dall'altro, è questo l'oggetto del nostro intervento e non è qualcosa che dobbiamo modificare di per sé, ma soltanto valorizzare e conoscere. L'oggetto dell'intervento dello psicologo clinico è la soggettività e quindi la relazione che il soggetto ha con il suo contesto compreso lo psicologo, non so se siete d'accordo.
Il ruolo dei test
Utilizzo e concettualizzazione dei test
Detto questo cosa ci fanno i test in tutto questo? A cosa servono? Nella vostra cultura come vengono concettualizzati i test? Allora, mediante un qualsiasi test anche a crocette io posso intuire qualcosa di come il soggetto vive la relazione con me psicologo, che in quel momento si struttura attraverso un test a crocette.
Normalmente il test viene utilizzato per l'inquadramento diagnostico, per capire come funziona una persona, per definire la sua personalità, o il suo livello di intelligenza, quindi vengono utilizzati nel senso forte del termine, come strumenti di un'indagine "oggettiva". Addirittura ci sono dei test che vengono chiamati test oggettivi e non proiettivi, cioè sono utilizzati come strumenti forti di conoscenza a priori della persona che io ho messo davanti a certi stimoli e le risposte di questa persona indipendentemente dalla relazione e dal contesto nelle quali si strutturano mi permettono a me esperto di definire che cosa ha una persona, come funziona una persona etc.
La maggioranza degli psicologi utilizza i test come strumenti oggettivi, come fonte di informazione più certa rispetto a un colloquio. C'è una collusione forte tra una cultura oggettivante dei test e alcuni degli psicologi che per legittimarsi in certi contesti è meglio che portino dati, strumenti, dei risultati di test che si presuppone che diano delle risposte o delle indicazioni più attendibili rispetto a quelle che posso fare a livello di colloquio o valutazione soggettiva.
Test come pretesto di relazione
Quindi innanzitutto dobbiamo polarizzarci rispetto a questa prospettiva, se un test è qualcosa che ci serve come misurazione esterna oggettiva della persona (e vi assicuro che non è scontato che non abbiamo anche noi una parte dentro di noi che pensa al test in questo modo) rispetto a una concezione del test come nient'altro che un pretesto di relazione, o come una relazione. Qualsiasi test può essere vissuto e utilizzato non come strumento per capire l'altro perché noi siamo gli esperti di quel test e capiamo le risposte etc., ma come pretesti di relazione come qualsiasi altro pretesto, certo hanno qualcosa di diverso rispetto a una relazione normale o al colloquio.
- Chiedere di fare un test è già una proposta di relazione che costruiamo entrambi con un obiettivo e con delle emozioni condivise.
- In un caso utilizzo il test come un oracolo che mi fa venire fuori le risposte oggettive che una persona non può sapere e che quindi non può mentire.
- Dall'altra invece lo posso utilizzare come un momento di relazione, un pretesto di relazione in cui non sono solo io l'esperto di quello che sta succedendo ma anche l'altro si attiva per vedere cosa succede nel suo relazionarsi a me con quello strumento.
Confronto tra test e colloquio
Test quindi è solo un pretesto in cui entrambi siamo coinvolti in un processo di conoscenza. Sicuramente il soggetto che viene a fare il test da noi ci proporrà quella simbolizzazione perché fa parte della nostra cultura, quella del test come oracolare che permette a noi esperti di capire come la persona funziona, quali sono i suoi problemi e quindi dedurre come curare e cambiare le cose che non vanno.
Allora che differenza c'è tra un test e un colloquio se entrambi sono un pretesto di relazione? Quale vantaggio ha fare un test in termini di conoscenza della relazione?
- Con i test ci sono delle regole da seguire, delle procedure, delle consegne standard, proprio per quello ho delle informazioni, la conduzione è sicuramente rigida.
- Inoltre la simbolizzazione culturalmente condivisa dal paziente verrà usata anche con lo psicologo e non solo, uno psicologo fragile teoricamente lo utilizza acquisendo quella simbolizzazione oggettivante.
Il test ci dà qualcosa in più anche se li consideriamo solo come pretesti di relazione come un colloquio. Infatti, sono test standardizzati, quindi io posso somministrarli a tante persone e fare dei confronti, anche se le conduzioni non sono mai uguali per tutti perché il contesto e la persona non è mai uguale, però almeno le tavole e le consegne sono uguali, e mi avvicino a una confrontabilità di risposte. Quindi posso avere una norma standard per quella risposta, che è una media non una normalità, non coincidono norma e normalità. La norma aggiunge solo quella confrontabilità.
Quindi volendo è un'aggiunta di relazione, perché oltre a essere un pretesto di relazione tra me e te, posso aggiungere quello che succede tra me e te a quello che centinaia di persone hanno vissuto davanti a quella tavola in questa situazione, aggiunge un confronto, quindi posso dire se una risposta è sopra o sotto una media.
Test specifici e loro funzioni
Rorschach
L'altra cosa che aggiunge il test rispetto a un colloquio (che ricordiamo ha la stessa profondità e oggettività di un test) è il fatto che il colloquio è nel qui e ora della mia relazione con te, mentre il test va a vedere particolari aspetti della relazione, quindi vanno più a sollecitare risposte su una sfera rispetto a un'altra. Terzo aspetto, volendo il test può accelerare le cose, se non altro perché sulla risposta di un test ci lavoriamo un tot tempo che è maggiore a quello nel colloquio che si sviluppa in uno continuo nel tempo, ci sto di più ci ragiono di più nel test e per questo ricavo più informazioni.
Lo posso fare anche sul colloquio se sbobiniamo un colloquio capiamo nel micro cosa succede e come risponde l'altro, mentre nell'interazione siamo nel flusso della relazione nel tempo e non lo possiamo fare. Quindi il test volendo accelera il processo di conoscenza delle informazioni. Il fatto che il test ci permette di focalizzarci su aspetti diversi della relazione, non della persona, ma della relazione che la persona ha con me e costruisce con me, ci fa capire le differenze tra i test che studiamo in questo corso.
- Rorschach: va a vedere la relazione a livello della percezione, come vedo la macchia, cosa ci potrebbe essere in quella macchia, poi la letteratura è andata più a vedere un aspetto emotivo che io faccio uscire da me e proietto sulla macchia ma in realtà è percezione. L'obiettivo del Rorschach è vedere come la persona di solito organizza la percezione, come affronta l'aspetto più rilevante della nostra relazione con il mondo, che è al 99% guardare il mondo. Quindi visto che è così rilevante, da quelle modalità percettive si deducono delle modalità di funzionamento emozionale, relazionale etc. Se non avessimo la percezione non sapremmo nemmeno chi siamo.
ORT e WAIS
- ORT: aspetto relazionale.
- WAIS: aspetto cognitivo, livello ancora più superiore rispetto alla costruzione di storie emotive relazionali. Più astratto. Come astraggo delle regole che mi permettono di risolvere dei problemi quotidiani della vita. Concretamente che cos'è l'intelligenza e la cognizione? Capacità di risolvere un problema, trovare la regola che unisce le cose, capacità di ragionamento, quindi siamo a un livello più superiore rispetto alla costruzione di storie emotive relazionali. La WAIS va a un livello più astratto, come io riesco ad astrarre dalle mie percezioni delle regole astratte che mi permettono di risolvere le situazioni quotidiane della vita. Per esempio ho una serie di matrici e devo trovare la regola per completarlo.
Scelta dei test
Quindi cosa chiedo al soggetto relazionalmente? Di astrarre una regola astratta che mi permetta di risolvere percettivamente il problema, cioè di andare oltre il precetto e di vedere sequenzialmente la regola che mi permette di astrarre dai percetti la cosa che li collega, quindi andare a un livello più astratto della percezione e della relazione. Quindi sono tre test che vanno a vedere tre cose diverse.
Però se noi reinterpretiamo i test come pretesti relazionali, sono tre test che vanno a vedere tre cose diverse e mettendole insieme uno può avere una visione del soggetto abbastanza completo di come sia il suo funzionamento percettivo di base, di come sia il suo funzionamento relazionale, e di come sia il suo funzionamento cognitivo logico. Quindi uno può sceglierne uno perché ha bisogno di vedere insieme al soggetto per gli scopi che si è dati in quella relazione una cosa o l'altra oppure tutti e tre.
Questi sono i più utilizzati, a parte l'ORT che forse si usa di più il TAT ma noi abbiamo scelto l'ORT. Abbiamo definito la differenza tra test e colloquio e abbiamo definito due modalità di base di concepire il test.
Conclusioni sul metodo
Significato e applicazione
Due parole sul titolo del corso. Cosa vuol dire metodo per voi? Modalità di svolgere un compito e di arrivare a degli obiettivi. Metodo = "Attraverso, oltre, il cammino" in greco. Significa che c'è un obiettivo che ci guida nel cammino e quindi noi utilizziamo delle tecniche per arrivare all'obiettivo ma la cosa più importante è avere un obiettivo se no si utilizzano delle tecniche senza capire dove andare e quindi finisco per utilizzare un test per fare una diagnosi oggettiva quando in realtà non è il mio obiettivo e forse non è nemmeno lo strumento giusto. La cosa necessaria è quindi avere chiaro l'obiettivo dello psicologo clinico perché posso anche finire per utilizzare impropriamente le tecniche. La cosa necessaria è avere una teoria della mente molto chiara, dalla quale deriva un certo obiettivo di intervento, e che da questo obiettivo io scelgo gli strumenti e le tecniche più adatte per raggiungerlo. Il nostro obiettivo è la relazione. Teoria dell'analisi della domanda.
Lo psicologo clinico è esperto della relazione perché la sa leggere in modo non scontato, quindi partendo da questo metodo posso usare il test come pretesto di relazione e non come strumento per catalogare la soggettività della persona. "Psicodiagnosi" quindi se io ho una teoria della mente diventa diagnosi della relazione e non diagnosi della persona e dei suoi sintomi etc.
Emozione e cognizione
Emotivamente io processo sempre lo stimolo: il livello emotivo c'è in tutti i test, anche in quello della WAIS di trovare il blocco mancante volendo. Processo sempre emotivamente lo stimolo, posso dire "oh mio dio io questa cosa non la so fare", l'emozione entra in gioco nella mia percezione. Quindi emozione e cognizione dal punto di vista della relazione umana sono due categorie poco divisibili, quindi è anche inutile dividere i test cognitivi da quelli emotivi, piuttosto diciamo che andiamo a vedere punti diversi della relazione, vedremo una teoria che ci permette di superare quella categorizzazione di cognitivi ed emotivi. Inoltre non è vero che c'è uno stimolo asettico, perché c'è il contesto in cui si sottopone lo stimolo, c'è la nostra storia, c'è il motivo per cui lo sottopongo etc., non c'è mai una situazione oggettiva, c'è sempre un insieme di variabili che vanno a influire sulla risposta. L'oggetto di studio è tra di noi, non andiamo a vedere quello che c'è nella persona ma piuttosto la percezione della nostra relazione, come io vedo l'altro nella mia percezione e non come è l'altro in sé. È una teoria della relazione quella che dobbiamo avere più che una teoria del soggetto. L'unica parte del soggetto che noi vediamo è quella che si pone in relazione con noi. Quindi noi abbiamo bisogno di teorie di relazione e ne vedremo una quella di Matte Blanco e quella di Gucci.
Teorie della relazione
Quindi il fatto di percepire la soggettività che influenza la risposta come qualcosa di negativo in questo contesto perde di senso perché è proprio quello che vogliamo vedere la soggettività. "Devo fare il Rorschach in maniera impeccabile e non dare modo al soggetto di interpretare quello che penso etc." questa è l'ossessione degli psicologi, il fatto di essere asettici, è vero dobbiamo dare lo stesso stimolo la stessa consegna alla persona, ma è impossibile non interpretare reciprocamente la nostra presenza e quella dell'altro. Tutto influenza, la voce le parole etc., tutto. Somministratori diversi che somministrano lo stesso test fanno passare cose diverse, danno stimoli diversi e ottengono più o meno diverse.
Il pregio dei test è che aggiunge una soggettività in più cioè confrontare quella soggettività con le norme, che non è la normalità, è che va a vedere parti specifiche della relazione che vogliamo vedere, insieme al soggetto.
Tipi di assessment
- Assessment non collaborativo
- Assessment poco terapeutico strutturato
- Assessment collaborativo
- Psicologico assessment semi-tradizionale strutturato
L'iter classico di un assessment in ambito clinico è un terapeuta che quando si trova in empasse con un suo paziente che dà segni per esempio di autolesionismo lo invia a un suo collega dicendogli "guarda mi sembra di non capirci più niente fai tu dei test e dimmi su che cosa dobbiamo lavorare e che cosa sta succedendo", quindi manda il paziente da un testista e il testista decide di fare dei test per capire a che livello è di impulsi di percezione di sé etc., fa una serie di test che decide lui in base al quesito del clinico, somministra, codifica, e fa una relazione che normalmente non dà al paziente ma restituisce al terapeuta perché è lui che ha fatto la domanda. Questo è un iter classico in cui c'è un problema, una richiesta di superare e conoscere questo problema, e un esperto di test che sceglie il test adeguato al problema, lo somministra in maniera indipendente da quello che è il soggetto, lo interpreta in base alle sue categorie e lo restituisce a chi fa la domanda. Come la vivrà il paziente che già si sente in empasse col suo terapeuta? Non ci interessa fondamentalmente perché noi dobbiamo fare i test. Questo è l'assessment classico ed è quello che va per la maggiore. Primo capitolo della diagnosi testologica propone esattamente questo iter. Questa è la visione tradizionale ed oggettiva del test, come qualcosa di forte e di oggettivo che ci permette di conoscere quello che è la problematica del paziente e di intervenire. È la tipica raccolta di informazioni indipendentemente dalla relazione.
Assessment terapeutico
L'altro tipo, opposto, di assessment è quello cosiddetto terapeutico in cui l'obiettivo non è più una valutazione l'assessment ma è già una terapia, l'obiettivo è già produrre un cambiamento. Questo perché qualsiasi cosa faccio con la persona già a questa produce un cambiamento per il semplice fatto che la faccio perché interferisce nel vissuto e in una storia. E in più ho proprio l'obiettivo esplicito di produrre cambiamento già nell'atto di fare una valutazione.
Può essere collaborativo o non collaborativo. Non collaborativo vuol dire che io ho l'obiettivo di fare di questo test o di questa valutazione già un obiettivo di cambiamento ma la decido io a priori, e quindi decido che per produrre cambiamento faccio tale cosa. Mentre collaborativo do al paziente la possibilità di decidere lui come fare di questa situazione anche valutativa una produzione di cambiamento.
Obiettivi e metodologia
Quindi l'obiettivo dell'assessment tradizionale è fare la diagnosi del disturbo, pianificare il trattamento conseguentemente alla diagnosi, e poi anche valutare se l'intervento che ho fatto ha avuto un esito. L'iter prima di tutto è quindi una raccolta di informazioni con metodi e tecniche invarianti per indirizzare la terapia e confrontarmi con parametri normativi e formulo ipotesi sul paziente e sul trattamento e scrivere la relazione finale da mandare all'inviante (tribunale scuola genitore terapeuta). Il paziente quasi sempre è all'oscuro.
L'altro assessment ha l'obiettivo di produrre già cambiamenti positivi durante la valutazione, non è più fare una diagnosi del disturbo, della personalità, dell'intelligenza, ma una diagnosi della relazione. La differenza sostanziale è nell'obiettivo, lui deve capire cosa non va nella sua relazione con il mondo, non io dall'esterno valuto cosa non va in lui. Un'altra differenza è di potere, dove in un caso decide tutto il terapeuta e nell'altro anche il paziente decide, inoltre c'è una differenza di posizione nella relazione, la posizione di chi si fida ciecamente dell'esperto è diversa da una relazione in cui viene chiesto subito al paziente che cosa vuole fare quali sono i suoi obiettivi etc.
Nel primo caso siamo nel campo del positivismo, nell'altra c'è una co-costruzione della realtà. Quindi i clienti nel secondo caso, sia collaborativo che non, sono coinvolti in prima persona nel decidere gli obiettivi dell'assessment, al di là del fatto che qualcuno mi ha chiesto di valutarlo si chiedono gli obiettivi del paziente del fatto che lui è l'attore principale.
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