Filosofia del diritto: mito e tragedia greca
Mito e tragedia
Mito: forma di sapere ancestrale con una particolare natura; le caratteristiche del mito sopravvengono anche all'interno della tragedia. Fondamentale è la differenza tra parola e segno. La capacità evocativa della parola è tale grazie a un mistero che va man mano perdendosi nei linguaggi ogni volta che essa viene ridotta a segno. Non è possibile conoscere la tragedia per via etimologica.
La tragedia greca si attesta come un’esperienza unica della Grecia classica. Cosa significa la tragedia per l’uomo greco? Non è solo un’occasione di tipo culturale o di svago, ma un unicum nella vita di Atene. La vita della tragedia si accompagna alla vita di Atene e dei tre principali tragediografi Eschilo, Sofocle, Euripide, che scrissero più di 90 opere ciascuno, ma a tutt'oggi il patrimonio della tragedia classica si attesta in 32 tragedie totali (7 di Eschilo, 7 di Sofocle e 18 di Euripide). Analizzeremo Antigone di Sofocle e Le Eumenidi di Eschilo.
Adattamenti del mito e della tragedia
Come il mito, pur mantenendo una parte di integrità, si evolve col tempo aggiungendo elementi per adattarsi ai mutamenti della società, allo stesso modo avviene con la tragedia: i tragediografi inseriscono elementi che rendono attuale il racconto per gli Ateniesi. Tuttavia, l’operazione che i tragediografi pongono in essere ogniqualvolta narrano un mito sulla scena e lo rappresentano è quella di porre una situazione di tipo dilemmatico, ovvero di porre un interrogativo che gli Ateniesi devono attualizzare rispetto alla situazione politica in cui si trovano. Il fine della tragedia è eminentemente pedagogico; la rappresentazione sulla scena serve per educare la cittadinanza.
L'autrice francese Mireille Delmas-Marty scrive: “Prima e dopo la scrittura della tragedia da parte di Eschilo, Sofocle, Euripide, c'è una zona d'ombra: le date che delimitano tale periodo rappresentano una soglia invalicabile da sconfinare senza cadere in 'ciò che non è ancora tragedia' e 'ciò che non lo è più'; ma tra 'il non ancora' e 'il non più' c'è una forza potente che cambia la tragedia e la rinnova profondamente: la tragedia riflette anno dopo anno i cambiamenti di Atene, la fa vivere, se ne nutre e la fa risplendere di capolavori diversi.”
Contesto politico e sociale
Atene in quegli anni assiste a grandi cambiamenti politici: con Clistene e Pericle si attesta la nascita della democrazia e ciò non a caso coincide con la nascita di una nuova generazione di cittadini: i Sofisti. Venuta meno l'oligarchia, e diffondendosi l'idea di governo basato sull'ottenimento del consenso popolare, i Sofisti erano quelli che a pagamento scrivevano i bei discorsi per fare acquisire il consenso, che si poteva anche acquisire senza rispettare la verità (credevano che essenzialmente la verità non esistesse, avevano un concetto di verità = ciò che dicono i più); il loro unico scopo era di captare il consenso, argomentarlo in un bel discorso e promuovere l'uomo politico di turno. Ecco il motivo per cui Platone prima e Aristotele se la prendono con i Sofisti: questi propugnavano un’idea anche di filosofia indifferente ai concetti di verità e realtà.
Le tensioni politiche dell’epoca erano tra i demos, cioè queste nuove classi, e gli aristoi, le classi più antiche di Atene, che avevano competenze eminentemente giuridiche (nomofilachia): essi infatti, in quanto vecchi e custodi della memoria e delle origini della città, avevano compiti di funzione sociale come legiferare e giudicare i crimini.
Con le riforme di Clistene e Pericle, nel periodo in cui la tragedia prende corpo, si assiste a un sovvertimento dell'ordine antico che pone un problema in primis ad Atene e di conseguenza anche ai tragediografi. Le opere pedagogiche che Eschilo e Sofocle pongono in essere si inseriscono proprio in questo scenario; entrambi i tragediografi erano aristoi e attivamente coinvolti nella vita politica del tempo (Sofocle si spende per evitare lacerazioni nel tessuto sociale tra demos e aristoi). Questa dimensione politica della polis è quella in cui la tragedia vive e cambia.
Antigone di Sofocle
Nella scrittura della versione sofoclea dell'Antigone è proprio Sofocle ad aggiungere due elementi determinanti: il divieto della sepoltura di Polinice e il richiamo alle leggi non scritte come motivo del gesto di seppellire il fratello. Inoltre, sappiamo che I Sette contro Tebe è tragedia antecedente all'Antigone: molti elementi che si ritrovano nell'Antigone vi erano contenuti, sono frutto di interpretazioni successive in quanto la versione sofoclea dell'Antigone diventa stabile, riprendendo il concetto del mito che mantiene un nucleo originario ma poi può essere soggetto a variazioni da parte di chi lo tratta.
Trama di Antigone
L'opera racconta la storia di Antigone, che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte. Scoperta, Antigone viene condannata dal re a vivere il resto dei suoi giorni imprigionata in una grotta. In seguito alle profezie dell’indovino Tiresia e alle suppliche del coro, Creonte decide infine di liberarla, ma troppo tardi, perché Antigone nel frattempo si è impiccata. Questo porta al suicidio il figlio di Creonte, Emone (promesso sposo di Antigone), e poi la moglie di Creonte, Euridice, lasciando Creonte solo a maledire la propria stoltezza.
Ma aveva ragione Creonte o Antigone? Creonte non si limita ad eseguire la legge: è re di Tebe e fa le leggi. Quando Eteocle e Polinice si uccidono fuori dalle mura di Tebe, egli decide che Polinice è il traditore di Tebe ed emana un decreto in cui vieta di dare sepoltura al traditore pena l'essere mandato a morte, mentre Eteocle avrebbe dovuto ricevere tutti gli onori in quanto difensore della propria città.
Dilemma tra Creonte e Antigone
Antigone tuttavia seppellisce il fratello, infrangendo la legge, per due motivi: l'amore che provava nei confronti di Polinice e il rispetto delle leggi non scritte che impongono di onorare i morti (leggi non scritte = tradizione, leggi consuetudinarie). Antigone, condotta dal re in quanto colpevole, si giustifica con: “Gli uomini non possono mutare le leggi non scritte, che sono da ora e sono da sempre”.
Creonte ha decretato il divieto di seppellire Polinice in primis perché Polinice ha combattuto contro Tebe, la sua città (è un atto empio, esiste anche un legame di sangue tra polis e città) ma allo stesso tempo lo ha fatto per difendere la sua posizione personale di sovrano. Quindi Creonte non fa ciò per il bene della sua città: solo all'inizio ha un comportamento adeguato (e il coro dei vecchi qui gli dà ragione), ma poi cambia e assume un comportamento dispotico: in un dialogo con il figlio Emone dimostra di considerare la polis un oggetto di sua proprietà e a sua disposizione. Creonte ora rappresenta la figura del tiranno e ritiene in quanto tale di poter legiferare qualunque cosa. Ma invece Emone gli ricorda che la cosa più bella di un uomo è quella di ascoltare l'altro e cercare di vedere, attraverso il dialogo, il valore di quello che sta dicendo. Emone avverte Creonte che la polis è dalla parte di Antigone.
Antigone infrange la legge soprattutto per i legami di sangue, ma perché Ismene, l'altra sorella, non fa lo stesso? Antigone si eccettua da famiglia e da Tebe per seguire le leggi non scritte. Questo perché su Antigone, e non su Ismene, incombe la tragedia della stirpe di Edipo. È lei che accompagna il padre accecatosi in esilio.
Concezioni di legge
Motivi a sostegno di Creonte: l'atto di Polinice è un atto empio, punito anche in altre città; egli aveva tutte le ragioni per emettere un decreto che vietasse la sepoltura di Polinice (infatti all'inizio il coro lo tratta come un sovrano illuminato). Tuttavia, accanto a questo decreto esistono anche le leggi consuetudinarie che impongono di rendere onore ai morti: quale delle due leggi è superiore?
Leggi consuetudinarie si reggono sulle consuetudini. Leggi scritte si reggono sul potere dell'autorità che le emana, a sua volta si regge sulla polis. Il potere di Creonte di fare leggi è legittimo, ha il titolo di re in quanto fratello di Giocasta. Nella concezione moderna di diritto, la legge scritta è superiore alla legge non scritta. Hobbes sostiene: “La fonte della legge sta esclusivamente nella volontà del sovrano, che è assoluto-absolutus, cioè sciolto da ogni vincolo che non sia la sua mutevole volontà—auctoritas non veritas facit legem; tutto ciò che sta al di fuori della legge scritta diventa legge solo nella misura in cui il sovrano dice che c'è” (es. oggi in molti ordinamenti come il nostro gli usi hanno regime nella misura in cui sono richiamati dalla legge).
Quindi dal punto di vista del diritto moderno è giusto dire che l'unica fonte legittima e autorizzata dell'ordinamento è quella della legge scritta. Infatti Creonte, che nella tragedia da un certo punto in avanti incarna la figura del tiranno, rappresenta quella che nella modernità sarà l'idealtipo di sovrano per un certo tipo di giuspositivismo. Ma quando si parla dei classici bisogna sottolineare che non si limitano a parlare a noi, ma parlano di noi: nell’Antigone troviamo già prefigurata l’idea di sovrano assoluto che poi sarà di Hobbes. Creonte, che da un certo punto in avanti rappresenta il tiranno, è tale quando rifiuta il dialogo con Emone, con Antigone e dice che la polis è di proprietà di chi la governa (sacrilegio dire ciò per un uomo greco, non si può accettare né che la polis sia di uno solo né che sia del popolo in quanto la polis non è semplicemente la somma delle singole volontà, non è oggetto a disposizione della volontà di chicchessia, non è questione di numeri, ma è il principio che le tiene insieme; è proprio questo più che tiene insieme le volontà nella polis) concede al sovrano tutti i poteri eccetto quello di vita.
(Concezione di stato classica: la polis non è di nessuno, non è questione di numeri ma sostanziale che non può concepire stato del popolo o del sovrano, differenza sostanziale dalla concezione di stato Hobbes: lo stato è del sovrano e del popolo: il popolo dallo stato di natura decide di fare un contratto in cui cede ad uno solo il diritto su tutto tranne alla vita). Concezione di stato Rousseau: lo stato è di tutti, gli uomini nello stato di natura cedono ciascuno i loro diritti uti singuli e li riottengono uti cives.
Quindi Creonte abdica al suo ruolo di governatore e diventa un tiranno (e Aristotele dice che la tirannia spesso nasce dalla democrazia): è l'esito infausto dell'idea che la polis sia un oggetto a disposizione di qualcuno.
Motivi a sostegno di Antigone
Nella concezione classica di diritto c'è una gerarchia di fonti nella quale le leggi non scritte (gli odierni principi) vengono prima delle leggi scritte, e le leggi scritte sono valide nella misura in cui non violano quelle non scritte. Questo è il messaggio che sostiene Brecht, che con un commediografo francese negli anni '40 ha adattato l’Antigone ai loro tempi: Creonte diventa Hitler, Antigone un'eroina che si immola per ricordare all'umanità che prima delle leggi scritte vengono le leggi non scritte, le quali i sovrani non possono violare.
Ma se riteniamo che i principi vengano prima delle leggi scritte, perché sentiamo il bisogno di mettere per iscritto i principi e fare delle leggi scritte? Dworkin contro maestro positivista Hart, che sostiene diritto = solo regole scritte. L'allievo sostiene che anche i principi sono diritto; i principi non sono scritti, sono ciò che è nascosto e traspare dalle disposizioni della Costituzione americana (ha prospettiva anglo-americana), e ciascun giudice recupera attraverso la propria coscienza i principi con cui poi giudica le leggi, perché i principi se vengono scritti diventano regole. E si apre poi la questione sull'interpretazione delle leggi e dei principi e delle clausole generali che devono essere adottati.
Il dilemma della tragedia
Per risolvere il quesito di quale tipo di legge sia superiore possiamo pensare alla struttura della tragedia: la tragedia è un dilemma, cioè una domanda problematica e totale che non una soluzione univoca, cioè c'è uno scontro tra posizioni che si escludono a vicenda poiché hanno pari valore. Errore di Brecht: pensare che nell'Antigone venga rappresentata una gerarchia di norme, ci sono le leggi non scritte che sono superiori alle leggi scritte, ma se così fosse non sarebbe un vero dilemma, sarebbe solo un dilemma apparente, poiché avremo già la soluzione per scioglierlo: che le leggi non scritte sono superiori a quelle scritte, e di conseguenza sarebbe già stabilita in partenza la regola di comportamento: ogni volta che trovi una legge scritta che contrasta con una legge non scritta, viola la legge scritta!
Invece l'Antigone in quanto tragedia non ha la struttura che le ha dato Brecht, bensì ha una struttura dilemmatica poiché entrambe le posizioni, di Creonte e di Antigone, sono legittime! Formula di Radbruch (positivista che dopo Norimberga diventa giusnaturalista: se un diritto è altamente ingiusto, può essere violato, ma bisogna sempre intendersi sul concetto di altamente ingiusto, è una formula difficile da applicare, è auspicabile solo se si avesse già prima un criterio che dice una volta per tutte che cosa è intollerabile. Il problema della tragedia è che il criterio non c'è, va cercato di volta in volta e si ottiene attraverso il dialogo.
Se c'è un cambiamento in Creonte da sovrano buono a tiranno, c'è anche un cambiamento in Antigone; infatti ella all'inizio ricorda a Creonte e quindi a tutta la polis che c’è qualcosa che trascende le leggi scritte, che viene prima, di cui bisogna mantenere memoria: anche il diritto scritto deve custodire dentro di sé l'idea che c'è qualcosa che non è il prodotto di una volontà, come le leggi scritte, ma che la volontà deve riconoscere. Invece la posizione di Creonte, che si sostanzia nel tiranno, sostiene tutto il contrario: che il diritto è frutto della volontà del sovrano e non c'è nulla al di fuori della volontà del sovrano che può essere diritto.
Ma anche Antigone sbaglia in quanto si eccettua dalla polis: quando, in quanto colpevole, viene trasportata nel luogo della sua sepoltura (anche se Creonte fin da subito cambia idea, invece che ucciderla voleva segregarla in una grotta) è lei stessa a uccidersi. Infatti Creonte, dopo aver liquidato Emone, aveva parlato con l'indovino Tiresia il quale lo avverte che, se non avesse presto risolto il problema, una terribile sciagura si sarebbe abbattuta sulla sua città. Creonte, consapevole delle capacità di Tiresia, corre da Antigone, ma lei si è già uccisa; c'è anche il figlio Emone che per il dolore si avventa contro la spada del padre e si uccide. Anche la moglie di Creonte finisce per uccidersi. Alla fine Creonte dice al coro “Portate via di me questo nulla che ne resta.” Antigone sbaglia perché all'inizio predica il dialogo, il ricordo di qualcosa che ci trascende, ma poi si eccettua fisicamente dalla possibilità stessa del dialogo; infatti se uno si toglie la vita non può più parlare con gli altri (per assurdo se non lo avesse fatto Creonte si sarebbe scusato con lei, Emone avrebbe ereditato la città di Tebe e lei, in quanto promessa sposa, regina della città, e forse avrebbero fatto meglio del vecchio sovrano). Il togliersi la vita toglie di mezzo il dialogo, cioè impedisce al principio di manifestarsi.
Antigone e Creonte rifiutano entrambi il dialogo = entrambi impediscono al principio di manifestarsi. Anche se all'inizio ci sembra che solo Antigone sia dalla parte del giusto, tuttavia anche Creonte all'inizio lo è, altrimenti se entrambi non fossero sulla stessa posizione non avremmo un dilemma (quindi Brecht, ideologo, allo stesso modo del Processo di Galileo, ha preso questi episodi e ne ha fatti dei fantocci a suo uso e consumo: nessuno dei due personaggi intende dire quello che ha detto Brecht.
All'inizio Antigone aveva ragione perché ricorda a Creonte e quindi alla città di Tebe che esiste qualcosa che non è a disposizione della nostra volontà: quando gli ricorda che le leggi non scritte non possono essere abolite dalle leggi scritte intende dirgli che “c'è qualcosa che ti precede e tu non puoi abolirlo: il principio.” Tuttavia ella passa dalla parte del torto quando, credendo che sia tutto così a disposizione della sua volontà, si toglie la vita (finendo per comportarsi alla stessa maniera del sovrano che rifiuta il dialogo e toglie di mezzo il principio).
Antigone = aristoi, Creonte = Pericle, cioè quel demos che in quel periodo stava sottraendo, attraverso la Boulè (il tribunale dei 500), agli aristoi quelle competenze giuridiche che gli erano sempre state proprie. Il messaggio che Sofocle vuole attraverso la tragedia è che queste due forze devono correre parallelamente per il bene della città. Mette in guardia Pericle: “Se ti comporterai come Creonte succederà questo, che Atene finisce.” Mette in guardia gli aristoi: “Se vi comporterete come Antigone succederà questo, che Atene finisce.”
Il messaggio di Sofocle è pedagogico e politico: gli aristoi e il demos devono collaborare insieme. Quindi nella tragedia non c'è nessuna gerarchia di norme; entrambi i punti di vista dei due personaggi sono legittimi (all'inizio Antigone invoca il principio, Creonte non si piega agli affetti).
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