Storia della filosofia (2020-2021)
Scienze filosofiche (magistrale) - Università degli Studi di Firenze
Professore: Gianluca Garelli
Tema del corso: I sogni falsi ("falso" nel senso di sogni fittizi, inventati dalla ragione)
Lezione 1
Dipinto di Francisco Goya “Il sogno della ragione genera mostri”: è un titolo terribilmente ambiguo, in quanto il termine ‘sueño’ (pronuncia: suegno) significa sia ‘sonno’ che ‘sogno’. Inoltre, c’è un altro motivo del perché tale titolo sia ambiguo: il doppio senso del genitivo, che lo si può intendere come soggettivo o oggettivo (se non ti ricordi vedi registrazione dal minuto 19’30”).
C’è una sorta di accordo nell’immaginare che il primo grande protagonista della vicenda della relazione fra sogno e razionalità è Eraclito di Efeso (pronuncia: éfeso), filosofo presocratico, il quale dice nel frammento 89 Diels-Kranz (due grandi filologi): “per chi è sveglio esiste solo un mondo comune a tutti, mentre nel sonno ciascuno si ritira nel proprio”: ossia nel sonno ciascuno sta nel mondo che è ‘idíon’ (la parola italiana ‘idiota’ deriva esattamente da questa: idiota, nel senso etimologico del termine, nel suo significato originale, non significa persona poco intelligente, ma significa colui che tende a non relazionarsi a ciò che è esterno rispetto a sé stesso, cioè persona che è concentrata soltanto su ciò che è proprio). Eraclito con questa proposizione stabilisce una grande scissione tra il mondo della veglia (dove è possibile il ‘logos’, ossia il discorso, la comunicazione fra le persone) e il mondo del sonno (dove c’è idiozia, nel senso ovviamente originario del termine, ossia un mondo dove ci sono contenuti non condivisibili).
C’è un altro frammento Diels-Kranz interessante, in cui Eraclito dice: “La stessa cosa è il vivente e il morto, il desto e il dormiente”. Possiamo interpretare questo frammento banalmente dicendo che descrive due stati che proviamo tutti nella vita, il sonno e la veglia. Ma il peso dell’affermazione è più radicale. La parola d’ordine in Eraclito è il ‘divenire’ (panta rei [si pronuncia come si legge]: “tutto scorre”), infatti secondo Eraclito nulla propriamente è in quanto tutto è in continuo divenire. Ecco che ora ci viene il senso della sua affermazione: in questa generale instabilità del mondo, non siamo legittimati ad affermare una distinzione tra due stati che apparentemente sono opposti, come la morte e la vita, il sonno e la veglia; non siamo legittimati a ritenere questi due stati come qualcosa di radicalmente diverso.
Se vogliamo capire che rapporto c’era tra l’uomo antico greco (e più in generale tra l’uomo antico) e il mondo del sogno, ossia tra la visione antica del mondo del sogno e in relazione al mondo della veglia, dobbiamo spogliarci dei nostri pregiudizi moderni.
In Eric Dodds, nel suo libro I greci e l’irrazionale (raccolta di saggi del 1951: tratta per esempio del demone di Socrate, ma di tante altre cose), c’è l’idea di fondo che quando noi leggiamo la grecità dobbiamo fare lo sforzo di tentare un’opera di conciliazione di orizzonti apparentemente lontani fra loro, lo sforzo di non sovrapporre l’orizzonte moderno a quello antico, lo sforzo di cercare di capire che cosa ci fosse originariamente nel pensiero antico. In questo libro di Eric Dodds c’è anche il tema del sogno, in cui afferma che l’uomo greco vive parallelamente in due mondi, il mondo del sogno (onirico) e quello della veglia, “ciascuno con la propria logica e i propri limiti”: da precisare “ciascuno con la propria logica”, ossia non si tratta di distinguere un mondo logico da un mondo illogico, ma ciascun mondo ha la propria razionalità, e, importante, non c’è un mondo che è più valido dell’altro.
Dodds sta dicendo che se noi vogliamo comprendere che cosa era il sogno per i Greci, è fallace partire da una visione epistemologica del sogno, ma dobbiamo comprendere la verità che vi è in entrambi i due mondi. Per Dodds il mondo dei sogni è, per così dire, il mondo del logos e non dell’autoreferenzialità: nel sogno possiamo incontrare parenti lontani, i morti, gli dèi, evadere dalle forme del tempo e dello spazio. Dunque, sulla scia di Dodds, non dobbiamo fare una distinzione del tipo moderno vs primitivo: nella cultura dell’epoca il sogno veniva interpretato non come qualcosa di irrazionale, ma come qualcosa di consigliero, di diverso semplicemente dalla razionalità: Dodds cita infatti alcuni uomini illustri, come Marco Aurelio, che trassero ispirazione dai propri sogni; dunque non solo gli ignoranti avevano questa concezione del sogno, ma tutto il popolo greco antico.
In succinto il tema centrale fin qui esposto è questo: la critica che gli antichi facevano dei sogni come mondo dotato di senso, alla critica che invece i moderni impostano (da Cartesio a Kant e così in avanti) del sogno come quel mondo che rappresenta l’ipotesi scettica radicale del contrario della razionalità.
Adesso facciamo un passo verso la questione del rapporto fra il sogno e la filosofia, a partire dall’epoca antica. La filosofia antica si pone già le prime domande di natura epistemica sui sogni, a partire già dalle scuole socratiche, poi Platone e poi Aristotele e così via dicendo. Aristotele per esempio si occupa del tema del sogno nei Parva Naturalia (“piccoli trattati di storia naturale”) e nel De anima: Aristotele comincia ad occuparsi del sogno in termini che noi moderni definiremmo scientifici, ossia in una prospettiva fisiologica, cioè si cerca di spiegare come le esperienze della veglia in qualche modo rimangono in circolo nel nostro sistema fisiologico anche di notte ma in modo caotico.
Il filosofo da prendere in considerazione per il nostro tema però è Platone. Prima di affrontare Platone in rapporto a ciò che lui ha detto sul sogno, occorre dire che, nella visione greca antica, Il sogno non si fa, il sogno si vede. In Platone infatti il termine Idea significa rappresentazione mentale nel senso di un atto del vedere.
Il passo di Platone che a noi maggiormente interessa è quello che troviamo nel Teeteto (dialogo platonico), e precisamente il passo 158 CD. In questo passo abbiamo due interlocutori: Teeteto (un matematico) e Socrate (ricordati che nessuno dei due interlocutori esprime il pensiero di Platone, ossia non va identificato in generale Platone con uno dei suoi personaggi nei suoi dialoghi, nemmeno con Socrate). Questo passo lo analizzeremo nella prossima lezione.
Lezione 2
Parleremo di sogni come prodotto della ragione, come qualcosa di fittizio. Platone e Aristotele in relazione al sogno: Aristotele tentò di approcciarsi al sogno da un punto di vista fisiologico. Aristotele tenta di dare al problema del sogno una soluzione che noi oggi chiameremmo scientifica: ad Aristotele interessa capire quali sono le dinamiche corporee che ci portano a generare i sogni.
Noi vogliamo rivolgere la nostra attenzione a Platone. Eravamo rimasti al Teeteto (scritto della maturità di Platone). Ricordiamoci di non confondere ciò che dicono i personaggi con il pensiero di Platone: nemmeno Socrate possiamo identificarlo con il pensiero di Platone. Platone è stato il primo che ha tematizzato in termini filosofici il grande problema riguardo a che cosa significa che la nostra memoria abbia bisogno di supporti esterni, e quale sia il doppio legame che la nostra memoria finisce per avere rispetto a questi supporti esterni: c’è sicuramente un elemento di arricchimento, ma anche tutta una serie di conseguenze che vedremo.
Nel passo del Teeteto che analizzeremo (158 CD), abbiamo due interlocutori: Socrate e Teeteto (un matematico): qui Socrate guida il dialogo, e Teeteto si dimostra in qualche punto un po’ ingenuo, seppure tutt’altro che stupido in quanto matematico.
Il Teeteto è un grande dialogo intorno al tema della conoscenza. In questo passo Teeteto e Socrate stanno vagliando un grande tema: ossia quale sia il valore di verità della sensazione, che rapporto ci sia tra la conoscenza intellettuale e quella sensibile: in termini semplici, se i sensi siano veritieri oppure ingannino. Lo sfondo su cui questo confronto si sta sviluppando è uno sfondo nel quale Platone sta interrogandosi su una insospettabile alleanza del pensiero antico, e questa alleanza, che Platone considera in modo ostile, è un’alleanza tra la sofistica e il pensiero di Eraclito. La polemica di Platone con i sofisti è famosa: Platone ritiene che la prospettiva dei sofisti non garantisce la stabilità della conoscenza. La preparazione che i sofisti pensavano di dare ai loro studenti, era una preparazione che secondo Platone non era in grado di radicare in una prospettiva filosofica stabile e unitaria il sapere umano e di conseguenza il comportamento umano: secondo il principio che Platone aveva ereditato da Socrate, ossia che l’ignoranza è il primo motivo della malvagità. La sofistica rifiuta l’idea che il sapere vada radicato in un qualcosa di stabile e unitario: prendiamo il più grande sofista che ci è noto del mondo antico, ossia Protagora: “L’uomo è misura di tutte le cose” (la sua famosa frase); ora, su questo modo di pensare, Platone vede che esso è un piano inclinato al cui fondo c’è il relativismo: se l’uomo è misura di tutte le cose, allora non ci sarà un criterio unico e stabile per definire valori che permettano la comunicazione fra i modi che i singoli individui hanno per conferire significato, valore e realtà alle loro singole esperienze.
Il modo di ragionare dei sofisti è un modo di ragionare non comunicativo secondo Platone. Il pensiero di Eraclito, per tornare a prima, a quella insospettabile alleanza, è nient’altro che un pensiero sofista, in quanto appunto il suo motto era panta rei (“tutto scorre”). Il pensiero sofista nel fondamento è l’elogio della sensazione, la quale è prettamente soggettiva, non oggettiva (per esempio: se io ho caldo in questa stanza, può darsi che qualcuno, per qualsiasi motivo, senta invece freddo, e dunque dalla sensazione, che è soggettiva, non si può giungere a qualcosa di stabile, unitario e oggettivo). Dice Platone: se il fondamento del sapere scientifico è fondato sulla sensazione, allora questo sapere non può essere stabile, e Platone cerca di combattere come un nemico questa concezione, al fine di trovare un fondamento stabile per giungere ad una conoscenza che sia diversa dalla mera doxa (termine greco che significa ‘opinione’. La doxa prettamente significa ciò che sembra, ciò che appare, e questo sembrare può essere sia una dimensione pubblica [la fama, per esempio], ma anche privata [a me sembra di avere freddo, caldo, ecc.]).
Il tema del sogno e il tema della sensazione cominciano a diventare due facce della stessa medaglia: il tema del sogno (o della follia, dice Platone in questo passaggio) e il tema della sensazione sono i due casi estremi di una situazione nella quale ciò che vediamo, ciò che esperiamo sembra vero ma siamo soliti considerarli come qualcosa di falso o potenzialmente ingannevole. Platone qui sta dicendo che il sogno e la follia sono concepiti dal pensiero come casi estremi di aberrazione della sensazione, cioè casi estremi di un modo di sentire che ci induce alla credenza in rappresentazioni erronee e false.
Questa concezione di Platone, che possiamo esprimere nei termini di un inizio nel fatto di vedere il sogno sotto una prospettiva razionale, ossia si inizia non più a credere tanto alla verità del sogno, è un passaggio che non va inteso drasticamente, come un grado o uno scalino superato, come un passaggio drastico e netto nella storia della filosofia (infatti Marco Aurelio, che abbiamo citato nella lezione precedente e che è vissuto molto dopo Platone, dava importanza al sogno anche come consigliere per la vita vera). Tuttavia, qui sta succedendo qualcosa, cioè sta cominciando a entrare in gioco un dispositivo scettico: etimologicamente lo scettico è colui che vuole andare a vedere come stanno le cose, che non si fida se non di ciò che vede lui stesso (oggi lo intendiamo superficialmente come colui che non crede a nulla). L’istanza che qui sta iniziando a farsi strada è un’istanza scettica.
Comincia ad avere senso l’introduzione del sogno come modello di radicalizzazione del dubbio: sogno e follia sono casi nei quali la nostra mente crede di essere di fronte a rappresentazioni veritiere, ma che sono potenzialmente fallaci. Socrate interroga Teeteto dicendogli che cosa è che noi concepiamo come fonte della verità “qui e su due piedi” (passo letto del Teeteto), ossia nella realtà? La risposta è: la sensazione. Ecco, se la fonte della verità deriva da ciò che sentiamo, come facciamo allora a stabilire veramente ciò che è reale da ciò che non lo è, a distinguere il sogno dalla veglia.
In altri termini: come facciamo allora a stabilire la verità della sensazione, se è da questa che noi traiamo le nostre conclusioni circa la realtà e la falsità? Come possiamo dal punto di vista non razionale, non dell’intelletto, ma dell’opinione, della sensazione, stabilire questa differenza? Se la verità è concepita come un manifestarsi, un venire alla luce, come lo era nell’antica Grecia, allora ci possono essere manifestazioni veritiere sia nel sogno che nella veglia. Una cultura che concepisce la verità come manifestazione, non ha come prima preoccupazione l’idea di capire se qualche cosa è conforme alla sua immagine, cioè se qualche cosa è una copia di quella vera: questo problema epistemologico nasce dopo, e un segno di questo problema epistemologico, un segno dell’inizio dell’epistemologia in relazione al sogno, lo abbiamo già nel Teeteto di Platone.
Marco Tullio Cicerone è importante per il nostro corso, per 3 motivi:
- Cicerone come fonte decisiva perché a lui dobbiamo la trasmissione di gran parte del pensiero scettico e delle sue argomentazioni anche rispetto al tema del sogno, nella sua opera intitolata Accademica.
- Le opere nelle quali Cicerone prende le distanze dall’antica pratica della divinazione: De divinatione.
- Cicerone come gigantesco reinventore letterario del tema del sogno: nelle sua opera De republica e a una sezione di questa opera intitolata Somnium Scipionis.
Anche Pìndaro è stato importante per quanto riguarda il sogno, dicendo che siamo solo esseri effimeri, sogno.
Lezione 3
(Per quanto riguarda il testo di Cartesio, non va studiata la parte (qualora ci fosse in qualche edizione) chiamata “obiezioni e risposte”)
(Accademico e pirroniano, sono termini che, per il nostro corso, possono valere come sinonimi di ‘scettico’)
Un personaggio emblematico riguardo all’inizio dell’approccio scettico verso il sogno è Montaigne (si fa risalire a lui la nascita dell’età moderna): Montaigne costituisce una figura chiave nella traduzione di tutta questa dimensione scettica riferita al sogno che noi abbiamo ereditato da una buona parte della sua concezione proveniente dall’antichità e dal medioevo verso l’età moderna. Montaigne vive tra il 1533 (nascita) e il 1592 (morte) ed è considerato il padre dello scetticismo moderno.
Immagine emblematica in relazione a Montaigne è la bilancia: soppesare, ponderare la realtà, cedere la propria razionalità in preda a giudizi affrettati. Tutto può essere revocato in dubbio: “la persuasione della certezza è un indizio certo di follia e di estrema incertezza” dice Montaigne, ossia nel momento in cui tu credi di essere in possesso di una certezza assoluta è proprio in quel momento lì che la tua ragione rischia di sragionare, e dunque in realtà ti muovi nell’estrema incertezza. L’atteggiamento filosofico, per Montaigne, è quello che sa dubitare, che ha il coraggio di dubitare, di mettere tutto sulla bilancia. Questo passaggio è tratto degli Essais (pronuncia: essé), che significa ‘saggi’: ma ‘saggio’ nell’utilizzo che ne fa Montaigne va interpretato più come ‘assaggio’, ‘tentativo’ di esprimere una posizione, di mettere alla prova il nostro sapere, di assaggiare un determinato contenuto, che non contiene dunque una sorta di prontuario di morale stabile e sicuro, ma proprio il contrario: la scelta filosofica dell’espressione “saggio” è una scelta scettica nella misura in cui la ragione umana si trova in balìa di un mondo nel quale sembra non trovare più le proprie certezze.
20 anni prima della sua morte Montaigne assiste (non personalmente) al grande influsso dei conflitti e guerre di religione nella cosiddetta notte di San Bartolomeo (1572): nella quale i Cattolici hanno fatto strage degli Ugonotti, evento che precede di due decenni la morte di Montaigne e poco più di due decenni la nascita di Cartesio (1596), evento simbolico rispetto al dramma che attraversa almeno tutta la prima metà del ‘600, cioè le guerre di religione nel cuore dell’Europa.
Perché insisto su queste guerre religiose? Per un motivo: è stato notato da un filosofo inglese di nome Popkin nel suo scritto Storia dello scetticismo (risale alla fine del 1970) che nel quadro generale e conflittuale delle guerre di religione che si combattono in Europa, lo scetticismo assume un ruolo ambiguo: lo scetticismo diventa il cavallo di battaglia di tutti i partiti che si scontrano in questi conflitti, ossia l’atteggiamento scettico lo ritroviamo sia presso coloro che sembrano assumere...
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