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Kierkegaard e la comunicazione

Tipi di comunicazione

  • Comunicazione di sapere: Mi limito a passare informazioni e conoscenze già codificate. Chi riceve questa comunicazione è un vaso che si riempie e apprende; non è importante come si comunica, ma cosa si dice. È una comunicazione apparentemente impersonale.
  • Comunicazione di potere: È la comunicazione del possibile; non comunico saperi chiusi e necessità, ma saperi aperti. Tengo conto di ciò che accade tra emittente e ricevente della comunicazione, della ricaduta delle mie parole sugli altri, di come vivono quello che dico e devo tener conto che quella modalità può essere cambiata.
  • Comunicazione etica: È una comunicazione di potere che si concentra sull'altro, ovvero si comunica in funzione dei bisogni dell'altro.
  • Comunicazione religiosa: Il tema è quello della fede. Kierkegaard pone questa comunicazione in un ordine gerarchico, dove quella religiosa viene posta più in alto, anche se il filosofo rischia un po’ di cadere in tragedia. La vita non è solo commedia, ma non è neanche di sola tragedia.

Non dobbiamo ridurre la comunicazione solo a comunicazione di sapere, ma usare anche le altre, mentre in passato è stata sempre privilegiata quella di sapere. Bisogna diventare consapevoli che se la comunicazione si riduce ad essere solo di sapere, diventa violenta.

La comunicazione religiosa

Dobbiamo diventare responsabili delle nostre scelte, delle nostre modalità di comunicazione, delle nostre emozioni, dei nostri valori, dei nostri pensieri, cioè di tutte le dimensioni della nostra esistenza. È un'etica un po’ ossessiva della responsabilità.

Il soggetto sbaglia, commette peccato quando non rispetta i 10 comandamenti a certe condizioni, ma secondo Kierkegaard, il peggiore dei peccati è l'indifferenza, perché non permette di valutare le proprie scelte e rende superficiale, irresponsabile e chiuso in sé stesso, pensando solo a sé stessi.

Nel libro "Il cuore della scelta", il professore fa un collegamento con Hannah Arendt, "La banalità del male". Perché il male è banale? Fa riferimento a Eichmann, un gerarca nazista che si è occupato dell'olocausto. Eppure, lui e i suoi uomini non furono ritenuti responsabili della morte di milioni di persone in quanto, quando furono accusati ai processi di Norimberga, si giustificarono dicendo che stavano solo eseguendo degli ordini, rispettando il giuramento di fedeltà che avevano fatto essendo dei militari.

Secondo Kierkegaard, obbedire ciecamente a degli ordini, senza rimanere fedeli a sé stessi e al proprio Dio, nasconde una grande indifferenza, rendendoci irresponsabili rispetto alla nostra vita e alla vita altrui. Per attualizzare la cosa alla vita del nido, agire con indifferenza da parte dei genitori significa dire sempre di sì, magari perché vedono troppo poco il bambino e non vogliono scontentarlo in quel poco tempo, ma anche dire sempre di no significa non entrare nel merito, non fermarsi a ragionare sui bisogni del bambino. Idem se prendono tutte le scelte per il bambino e gli impongono solo i loro valori.

Si diventa indifferenti ogni volta che si è contenti di sé stessi, che si è soddisfatti di come vanno le cose. Il rifiuto dell’indifferenza presume accettare la nostra inquietudine, ma anche volerla condividere con gli altri, non intraprendere un percorso solitario. Non c’è realizzazione al di fuori dell’etica. Il momento dell’etica deve poter inglobare il momento estetico. L’arte ci piace perché unisce il bello con una tensione di carattere etico.

La superficialità tipica della nostra epoca, secondo Heidegger, successore di Kierkegaard, è la “chiacchiera”, il “sì impersonale” che svuota la quotidianità e la riempie di cose passeggere che non lasciano tracce di sé, quindi non si può più scrivere una memoria di questo tempo. Invece dobbiamo essere capaci di scegliere e di progettarci.

Etica vs. discorso religioso

Che differenza c’è tra l’etica e il discorso religioso? L’etica è la morale collettiva, mentre la fede della comunicazione religiosa è un terreno più complesso, è quello in cui si è chiamati a innovare l’etica, a superare prove che non hanno precedenti, situazioni di sfida in cui il rischio dell’errore è enorme e la scelta diventa difficilissima: si ha la sensazione che qualsiasi cosa si scelga, sia comunque sbagliata come se ci si trovasse in un’ingiunzione paradossale.

Pedagogia di Giovanni Maria Bertin

Secondo Giovanni Maria Bertin, noi oscilliamo tra un discorso egocentrico e un discorso eterocentrico.

  • Egocentrico: Si considera sempre il migliore di tutti, e pone sé stesso al centro della propria esistenza.
  • Eterocentrico: Si mette al servizio degli altri, pensa solo agli altri. L'egocentrico per esistere ha bisogno delle persone eterocentriche.

L’eterocentrico delega agli altri l’esercizio delle proprie responsabilità, quindi è un orientamento etico negativo, proprio come quello dell’egocentrismo (non si assumono mai le responsabilità delle loro scelte).

EGO IO = s’implode in se stesso, rischia di diventare un sistema chiuso, perché deve sempre decidere, imporre i suoi valori. ETERO ALTRO = si concentra sull’altro e rischia di annullarsi e di diventare uno strumento dell’altro. Sono due modalità entrambe sbagliate, però l’egocentrico mi ricorda che io esisto come individualità, mentre l’eterocentrico mi ricorda che al mondo esistono anche gli altri.

Secondo Bertin dobbiamo provare a integrare il momento dell’esperienza individuale al momento dell’esperienza collettiva, integrare la soggettività all’intersoggettività per costruire un io razionale:

  • EGO TESI
  • ETERO ANTITESI

Tesi ed antitesi si risolvono in un ordine superiore mai definitivo. L’io e l’altro devono mettersi in ascolto l’uno dell’altro, così continuano a mantenere la mia soggettività ma non la esprimo più in modo autocentrico. Il gregarismo è una forma di eterocentrismo attuale, l’eterocentrico invece o subisce o scappa, non è in grado di interrogare l’egocentrico per avere un incontro (e cercare di capire se lui vuole davvero fare quello che gli viene chiesto, ma anche perché l’altro glielo chiede).

La personalità razionale predilige l’incontro tra tutte le parti dell’esperienza. Bertin dice con un imperativo kantiano: Realizza te stesso realizzando l’altro. Come si fa a realizzare l’altro? È un imperativo limite che però ha un valore categorico: non possiamo realizzare la nostra soggettività se contemporaneamente non realizziamo la nostra alterità. Dobbiamo porci obbiettivi che siano validi per se stessi ma anche per gli altri, coltivandone anche il rispetto.

Kierkegaard e la scelta

Kierkegaard ci parla di un'altra scelta, quella di Adamo; che differenza c’è tra quella di Adamo e Abramo?

  • Abramo: Simbolizza la scelta del padre.
  • Adamo: Simbolizza la scelta del figlio (perché vive nell’Eden, e la loro vita è bella, senza responsabilità, spensierata, serena, felice, limitata dal divieto di mangiare il frutto proibito).

Questa esistenza, a lungo andare diventerebbe noiosa perché è un luogo limitato su cui fare delle esperienze (esperienza significa “provarci” o “mettersi alla prova”). La vita che viene descritta è appagante, purché sia a tempo determinato, in quanto non rende possibile il mutamento. È una vita sempre identica a se stessa e quindi chi ci vive inizia ad annoiarsi e prova un’inquietudine sottile (in essa si percepisce che quello che abbiamo non ci appaga abbastanza, e si ricerca un cambiamento).

Ma non essendoci nessun divieto nell’Eden, cosa ci cerca di cambiare? Cosa c’è al di là della propria vita senza il divieto? C’è il vuoto. Mentre Abramo affronta l’angoscia della responsabilità, Adamo ed Eva affrontano l’angoscia del nulla (con il nulla ci si sente spaesati, non ci si sente più a casa propria “unheimlich”, ci si sente impotenti perché da una parte c’è tutto e dall’altra il nulla).

“Il nulla al di là del pieno” la percezione del vuoto da parte del bambino molto piccolo è la primissima percezione della morte. Da un lato c’è la vita, che non è soggetta a cambiamenti (già data, completa e piena), e dall’altra del vuoto esterno che ci ricorda che non può essere per sempre. L’angoscia del nulla è la prima elaborazione dell’angoscia della morte.

Chi sperimenta l’angoscia del nulla, il divieto è quasi rassicurante, perché al di là del vuoto c’è un’ingiunzione che limita la vita. L’individuo può decidere se stare dentro questo limite, o infrangerlo e andare oltre. Adamo ed Eva, di fronte al divieto, possono decidere se infrangerlo o meno, altrimenti c’è la “scelta dell’ingenuo” che decide di rimanere nella condizione iniziale.

La scelta di Abramo è consapevole, perché la sua fede lo convince che tutto andrà bene (anche se le cose potrebbero andare male), quella di Adamo invece, è inconsapevole perché è sempre vissuto nell’innocenza senza conoscere nulla del mondo. Ha sempre vissuto con Eva, e conoscendo solo le primissime cose del suo mondo, non sa cosa può succedere dopo la scelta. L’angoscia di Adamo coincide con l’angoscia della “prima scelta”, in cui ti si chiede di prendere responsabilità che non si è in grado di avere (perché non si conosce il mondo).

Nel corso della vita ci sono tante micro scelte, che il bambino è costretto a fare, ma arriva il momento di fare una vera scelta.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher iryna.hvardyeyeva di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Fabbri Maurizio.
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