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Appunti presi durante le lezioni e rielaborati studiando a casa basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Pacca dell’università degli Studi di Pisa - Unipi, Interfacoltà, Corso di laurea in informatica umanistica. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Letteratura italiana contemporanea docente Prof. V. Pacca

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Non è vero che non è possibile comunicare, il modo di farsi capire esiste sempre, va solo trovato e

si deve avere la volontà di farlo. I superstiti si trovano spesso a contestare chi dice di avere fame o

freddo e Levi contesta soprattutto chi dice che non si può comunicare, dato che lui ha vissuto in un

campo con persone provenienti da tutta Europa che parlavano solo la propria lingua.

Gli italiani hanno trovato difficoltà già da Fossoli, il capire o meno il tedesco serviva da

spartiacque. Chi non capiva veniva picchiato, come gli animali (disumanizzazione). A Mauthausen il

nerbo di gomma si chiamava der Dolometscher, l’interprete (Marsalek, Mauthausen).

Le SS erano state addestrate con l’idea che se un uomo non era tedesco e non aveva al suo interno

un qualcosa di tedesco, come la conoscenza della lingua, allora era un barbaro e andava punito.

Chi non conosceva il tedesco o non aveva amici che potessero tradurre moriva subito per

mancanza di informazioni, non poteva infatti sapere come sopravvivere in un Lager.

I superstiti si ricordano ancora alcune frasi o parole di altre lingue che sentivano ogni giorno nel

campo, Levi si ricorda la pronuncia polacca del numero di matricola del prigioniero davanti a lui.

Un caso di comunicazione mancata è il bambino di cui si parla in La tregua, Hurbinek.

Levi ha imparato qualche parola di tedesco grazie ai suoi studi di chimica su libri tedeschi, grazie a

quelle poche parole è riuscito a capire i comandi e a salvarsi. Gli italiani si sono fatti aiutare dagli

spagnoli e dai francesi presenti nel campo, le cui lingue erano più capibili del tedesco. Un alsaziano

ha dato lezioni di tedesco a Levi in cambio di pane; grazie a quelle lezioni si è reso conto che il

tedesco parlato nel lager era una variante rozza del vero tedesco.

Nei vari lager si era creato un dialetto, il lagerjargon, diverso da campo a campo. Il termine

mussulmano si riferiva a un prigioniero stanco e vicino alla morte mentre nel campo femminile si

diceva Schmutzstuck (immondizia) o Smuckstuck (gioiello). Mangiare era diventato fressen (invece

di essen) che si usava solo con gli animali e per dire vattene si diceva hau’ab. Levi ha utilizzato

alcune di queste espressioni durante un colloquio d’affari dopo la guerra.

La seconda lingua più parlata nel campo era lo jiddish, il dialetto degli ebrei derivante dal tedesco.

Chi non soffriva della mancanza di comunicazione erano quelli che si erano arresi (i sommersi).

Oltre alla mancanza di comunicazione interna, mancava anche quella con il mondo esterno. A A.

arrivavano ogni settimana dei prigionieri nuovi che portavano notizie fresche dal mondo esterno e

ogni tanto venivano trovati dei giornali nella spazzatura. Un alsaziano era riuscito addirittura ad

abbonarsi a un giornale. C’erano molti lavoratori liberi che lavoravano nel campo ed era quindi

facile riuscire ad avere notizie recenti, cosa che non avveniva negli altri campo in cui i nuovi

arrivati erano solamente dei prigionieri spostati. Agli ebrei era vietato comunicare con la famiglia,

mentre i prigionieri politici avevano un’ora settimanale in cui ricevevano posta da casa. Levi è

riuscito a spedire alcune lettere a casa (Lilit) grazie a un muratore e a Bianca Guidetti Serra, ma la

maggior parte delle famiglie dei prigionieri era dispersa.

CAP 5

I dodici anni hitleriani hanno creato solamente una violenza inutile. I seguaci di Hitler hanno

“superato il maestro” nella capacità di creare violenza inutile.

Si inizia con il treno con cui vengono trasportate le persone verso i campi, stipato con persone che

variano da 50 a 120. In Italia venivano trasportate 50-60 persone a vagone, mentre nei paesi slavi,

ritenuti inferiori, erano in 120 perché dovevano morire in ogni caso. Veniva consigliato di portare

con sé tutto quello che avevano di valore. Durante il viaggio non venivano dati né acqua né cibo né

stuoie, e non veniva chiesto alle autorità locali di provvedere. I prigionieri che venivano trasportati

più tardi sapevano quale era la situazione perché avevano visto partire i convogli e quindi hanno

avuto il tempo di organizzarsi.

Nel vagone di Levi c’erano delle madri che avevano portato un vaso da notte che è servito per 50

persone, sono poi riusciti a creare un riparo con dei chiodi e una coperta. Nel lager ci si abituava

all’offesa al pudore data dall’andare in bagno con altre persone. Nei lager femminili la gamella

serviva sia per mangiare che per andare in bagno o lavarsi.

Nel lager inoltre si entrava nudi, venivano tolti vestiti e scarpe e una volta dentro venivano tolti

anche tutti i peli. Erano tanti i momenti della giornata in cui gli uomini dovevano spogliarsi:

controllo dei pidocchio, della scabbia, doccia e per le periodiche selezioni.

Nei primi giorni di prigionia inoltre non veniva consegnato un cucchiaio, che doveva essere

fabbricato o comprato, e i prigionieri erano costretti a bere la zuppa come i cani.

Gli appelli duravano da una a due ore e a volte anche tutto il giorno se si sospettava un’evasione.

Gli uomini dovevano rimanere in piedi fino alla fine della conta, anche sotto la pioggia o la neve.

I letti dovevano essere sistemati alla perfezione e si avevano circa due minuti di tempo per farlo

perché poi si passava alla distribuzione del pane; se il letto non era ben fatto o qualcuno si

dimenticava di farlo veniva punito pubblicamente e con ferocia. Ogni baracca aveva due funzionari

addetti alla verifica di ogni letto (bettenbauen= rifare il letto).

In tutta la Germania hitleriana il codice e il galateo da caserma avevano sostituito quello

tradizionale.

Il tatuaggio ai prigionieri veniva fatto solo ad Auschwitz; veniva fatto sull’avambraccio sinistro e ne

erano esclusi solo i prigionieri tedeschi non ebrei. Gli uomini erano tatuati sull’esterno del braccio,

le donne sull’interno, inoltre prima dei numeri degli zingari veniva tatuata una Z e prima degli

ebrei una A, poi diventata una B. Fino al settembre 1944 tutti i bambini venivano mandati al gas,

poi il processo si è fermato e venivano tatuati tutti, anche i neonati. L’operazione non era dolorosa

ma quel tatuaggio stava a significare che da lì non sarebbero mai usciti, come bestiame destinato

al macello.

Un’altra violenza inutile era quella di portare nei campi le persone morenti, come le due

novantenni che erano nel convoglio di Levi. Potevano morire nei loro letti e sarebbe stato più

economico, ma la morte nel terzo Reich doveva essere tormentata.

Nei primi lager il lavoro era senza scopo, serviva solo a perseguitare i prigionieri; secondo la loro

retorica il lavoro nobilita e gli ebrei o gli uomini prigionieri erano ignobili e non adatti al lavoro

classico. Il lavoro era duro e probabilmente serviva solo a evitare resistenze. Per quelli che nel

lager riuscivano ad essere inseriti nel proprio lavoro, il lavoro diventava una difesa perché in un

certo modo recuperavano la loro dignità umana.

Nonostante il lavoro fosse per il nemico, in molti ambivano al lavoro ben fatto; lavorare non faceva

pensare e lavorare male avrebbe comportato molti pericoli. Il muratore di Fossano (SQU e Lilit),

nonostante odiasse la Germania e i tedeschi, costruiva dei muri soliti e diritti e lo faceva per

dignità professionale.

Nei campi il corpo umano è stato utilizzato per fare degli esperimenti; a Dacau, per ordine di

Himmler e della Luftwaffe, alcuni uomini venivano fatti mangiare molto per ricondurli alla

normalità fisiologica e poi venivano introdotti in camere di decompressione in cui si simulava la

rarefazione dell’aria a 20.000 per vedere a che altitudine il sangue umano bolle. Questi risultati si

possono ottenere anche in laboratorio o attraverso delle formule e tabelle.

I capelli dei prigionieri venivano venduti a industrie tedesche che li utilizzavano per la confezione

di tralicci o altri tessuti industriali, le ceneri dei forni venivano invece usate per colmare terreni

paludosi, come isolante termico, o al posto della ghiaia per rivestire i sentieri del villaggio delle SS.

Questa violenza serviva, come dichiara Franz Stangl, per degradare il prigioniero e rendere

possibile al carnefice fare quello che faceva.

CAP 6

Hans Mayer, alias Jean Amèry, teorico del suicidio. Ebreo di Vienna (1912). Non si sente ebreo e

non conosce niente della cultura ebraica. Nel 1938 emigra in Belgio e si chiamerà Jean Amèry,

accetta l’ebraismo e si unisce a un gruppo della Resistenza. Nel 1943 viene arrestato dalla Gestapo

e torturato ma non conosce i nomi dei suoi compagni. Identificato come ebreo viene deportato ad

A. Levi e Amèry si conoscono solo dopo la liberazione attraverso i rispettivi libri e a volte si

scrivono delle lettere. Amèry afferma di ricordarsi di Levi e di aver alloggiato nella stessa baracca

per qualche settimana.

Amèry ha scritto un saggio chiamato L’intellettuale ad Auschwitz e si domanda se essere un

intellettuale nel campo sia un vantaggio o uno svantaggio. Con intellettuale Levi intende una

persona colta che si interessa ad ogni ramo del sapere. L’uomo colto non si trovava bene durante i

lavori manuali perché non conosceva gli arnesi e si sentiva umiliato. Hanno dovuto imparare a

lavorare con le mani per riuscire a salvarsi. I non colti invece erano avvantaggiati perché erano

abituati a lavorare già da bambini.

Amèry racconta di essere riuscito a rendere il colpo a un criminale gigantesco, nonostante sia stato

lui a soccombere si è comunque sentito soddisfatto di se stesso. Levi invece preferisce lasciare la

giustizia nelle mani della legge. Se la sua vita fosse stata diversa, più simile a quella di Amèry,

magari sarebbe riuscito a rendere il colpo.

Amèry è morto suicida a Salisburgo nel 1978.

Il ricordare i versi del canto di Ulisse sarebbe servito a L. a ristabilire un legame con il passato e a

fortificare la sua identità, la sua mente non ha aveva smesso di funzionare. La conoscenza della

chimica lo ha salvato da alcune selezioni. Per L. il lager è stato come un’Università che gli ha

insegnato a guardarsi intorno e a misurare gli uomini. Gli incolti si adattavano prima all’idea di

cercare di non capire, perché capire era impossibile ed era uno sforzo inutile.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in informatica umanistica (Facoltà di Lettere e Filosofia e di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali)
SSD:
Università: Pisa - Unipi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valencina13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pisa - Unipi o del prof Pacca Vinicio.

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