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Se questo è un uomo

"Se questo è un uomo" nasce da vari resoconti orali fatti da Levi tra la fine del 1945 e l'inizio del 1946. Per questo testo sembra anche che Levi parli di qualche appunto preso durante la sua prigionia quando lavorava nel laboratorio di Chimica, questi appunti però non sono stati preservati. Il libro è stato scritto per gruppi di capitoli. Il primo capitolo scritto è stato "Storia di 10 giorni", che è l'unico resoconto diaristico giorno per giorno di cosa è accaduto dal momento in cui i tedeschi hanno abbandonato il campo fino all'arrivo dei russi. Il capitolo "Esame di chimica" è stato scritto a marzo 1946.

Struttura del libro

"Se questo è un uomo" non è un romanzo, è un assemblaggio di pezzi vari, una serie di episodi staccati ed autosufficienti. A marzo-maggio 1947 Levi pubblica alcuni capitoli su una rivista comunista di Vercelli "L'amico del popolo". Levi infatti inizialmente aveva pensato di far uscire il suo libro in capitoli su una rivista. I primi due capitoli pubblicati nella rivista comunista furono "Il viaggio" e "Sul fondo". Notare bene che "Sul fondo" doveva essere inizialmente il titolo del libro.

Dopo aver pubblicato i primi due capitoli sulla rivista la pubblicazione però si blocca. Nell'agosto del 1947 esce sulla rivista fiorentina "Il ponte" il capitolo "Ottobre 1944". La rivista "Il ponte" è stata fondata da Pietro Calamandrei nel 1945 ed è di ispirazione antifascista. Questo capitolo è uscito come anticipazione del libro.

Proposta e pubblicazione

Nel 1947 Levi propose "Se questo è un uomo" all'editore Einaudi che rifiutò di pubblicarlo. Il rifiuto fu dato da Natalia Ginzburg, che si rifiutò di pubblicare il libro perché disse che il pubblico del dopoguerra voleva solo dimenticare quanto successo e in più la lingua con cui Levi aveva scritto il libro era una lingua con un tono alto e classico mentre il pubblico apprezzava l'utilizzo della lingua comune. Nell'ottobre del 1947 "Se questo è un uomo" venne pubblicato dall'editore De Silva, piccola casa editrice di Torino appartenente a Franco Antonicelli, maestro di Levi al liceo e noto antifascista.

Questa prima edizione del libro aveva la copertina con un disegno di Francisco Goya, ed era un disegno crudo, che prometteva cose diverse rispetto a quanto scritto nel libro. Il libro ebbe un discreto successo anche se i risultati di vendita furono inferiori alle aspettative. Il primo che recensisce il libro nel novembre del 1947 fu Enrico Cajumi. Il secondo che si accorge e recensisce il libro di Levi è Italo Calvino. Cajumi nella sua recensione accosta il lavoro di Levi con il primo romanzo di Calvino "Il sentiero dei nidi di ragno". È grazie a questo accostamento che Calvino scopre il libro di Levi.

Successivo interesse

Nel dicembre del 1947 Levi fu assunto da una ditta di vernici e abbandona, anche se non del tutto, l'idea di essere uno scrittore. Nel 1955 a Palazzo Madama, Levi parla per la prima volta in pubblico. In questi anni però era cambiato l'atteggiamento del pubblico nei confronti della resistenza. Levi, che lavorava già come traduttore per loro, ripropose alla Einaudi "Se questo è un uomo" e la Einaudi accettò e pubblicò il libro di Levi nel 1958 nella catena chiamata "Saggi".

Edizione del 1958

L'edizione del 1958 è diversa da quella del 1947. Quella del 1958 è ampliata, ci sono episodi in più (primi paragrafi del primo capitolo). In più viene aggiunto il capitolo "Iniziazione". La copertina di questa edizione è un disegno astratto di Bruno Munari, maggiore designer italiano del '900. Nel 1963 (anno di pubblicazione de "La tregua") esce l'edizione narrativa del libro in "Coralli". "Se questo è un uomo" contiene 1 epigrafe e 17 capitoli tematici. Tempi verbali: tranne il primo e l'ultimo capitolo, il tempo è presente (racconto giorno per giorno).

Prefazione

Levi comincia la prefazione con ironia, parla di fortuna, fortuna di esser stato deportato ad Auschwitz quando i tedeschi non sterminavano più tutti gli ebrei perché avevano bisogno di manodopera ed infatti nel 1944 la condizione di vita dei deportati era anche se leggermente migliorata. Auschwitz era un campo ibrido, era un campo di sterminio e di lavoro. Levi dichiara subito che la sua intenzione, in questo libro, non è di dare una visione violenta delle cose, come altri hanno già ampiamente fatto. Levi fa una dichiarazione di intenti, vuole fornire documenti per uno studio pacato dell'animo umano, vuole infatti indagare sul comportamento umano di persone ordinarie in una situazione straordinaria. Dice anche che il libro è stato scritto anche per liberarsi e raccontare agli altri, una sorta di liberazione interiore.

Levi parla di deportati e non di ebrei, perché non vuole indagare sullo sterminio degli ebrei ma solo sull'animo umano in generale. Nella prefazione c'è un ammonimento, attenzione perché se è successo può risuccedere. Spiega poi che i capitoli non sono stati scritti in successione logica ma solo per ordine di urgenza. Levi sente poi il bisogno di dire che i fatti non sono inventati perché ha paura di non essere creduto.

Il viaggio

I primi quattro capoversi di questo capitolo sono stati aggiunti nell'edizione del 1958. Levi parte cominciando a parlare delle leggi razziali. L'inizio di questo capitolo è molto simile a "Le mie ragioni" di Silvio Pellico (1932). Tra il 1938 e il 1943 era in atto la persecuzione dei diritti, cacciavano gli ebrei da qualsiasi posto e allora erano costretti a stare nei ghetti. "Civili fantasmi cartesiani" alludono a René Descartes (razionalità filosofica, illusione di vivere). Tipico degli ebrei dopo le leggi razziali era l'ostilità verso il regime senza però forme concrete.

Gli ebrei italiani avevano avuto i diritti civili nel 1861 e sotto il regime erano tendenzialmente fascisti e avevano fedeltà verso l'apparato statale. Levi comincia a raccontare che aveva preso parte a una banda partigiana in Valle d'Aosta affiliata al partito "Giustizia e Libertà" che era antifascista e laico, e praticava il socialismo antimarxista. Levi dice che però per organizzare una banda partigiana si ha bisogno di armi e uomini valorosi (e non gente che viene per nascondersi) e nella banda di cui faceva parte mancava l'organizzazione. In questa porzione di racconto si vede il Levi narratore, il Levi che scrive dopo la guerra.

Quando si parla di fini ("Il fine giustifica i mezzi") al razionalismo cartesiano si affianca il pragmatismo machiavellico. Levi con ciò vuole dire che è giusto che i fascisti gli abbiano catturati perché loro erano disorganizzati. Dice che quando non avendo saputo perseguire i propri scopi con mezzi idonei, "il successivo svolgersi dei fatti" è stata una giusta punizione. Da ricordare è che quando furono catturati i fascisti in realtà stavano cercando la "Banda dei Casalesi".

Nei successivi interrogatori Levi ritenne meglio dichiararsi ebreo e non partigiano, perché i partigiani venivano fucilati subito mentre gli ebrei forse avrebbero avuto qualche possibilità in più di salvarsi. (Vedere il racconto di Lilit "oro" dove, a differenza di qui che dice di essersi dichiarato ebreo per convenienza, Levi fa spuntare una scelta irrazionale di orgoglio "Anche noi ebrei siamo capaci di qualcosa".) Portarono quindi Levi al campo di raccolta di Fossoli (Carpi). All'arrivo di Levi nel campo, gli ebrei all'interno erano pochi, ma nel giro di poche settimane il numero aumentò notevolmente. C'era anche qualche ebreo che si consegnava alla legge in quanto tale (continua fedeltà al regime).

Quando arrivarono le SS al campo, tutti si aspettavano il peggio ma in realtà non accadde niente. Il mattino del 21 febbraio seppero che l'indomani gli ebrei sarebbero partiti. (C'era poco preavviso e nessuno poteva organizzare rivolte). Levi parla poi dei condannati a morte, dicendo che la loro esecuzione è un atto formale e il condannato, prima dell'esecuzione, lo si lascia da solo e gli si dà ogni conforto spirituale, in modo che il condannato non senta attorno a sé l'odio ma solo la giustizia. La condizione dei deportati invece era diversa, perché loro non avevano fatto niente per cui dovevano pentirsi e per cui dovevano essere perdonati. I deportati non erano colpevoli di nulla e non provavano la vergogna e il senso di colpa che poteva provare un condannato a morte.

Qui Levi non drammatizza ma tende a mettere in sordina, fa capire cioè le cose senza però entrare nel dettaglio. "E venne la notte" è una frase evocativa che richiama la Bibbia, ricorda i giorni della creazione e l'ultima cena. Giovanni dice "Ed era notte", scesero le tenebre nel cuore di Giuda. I deportati hanno due reazioni di fronte all'ultima notte di libertà (morte): pregare, abbandonarsi nel bere e nella passione. "Nefande ultime passioni" Vanda Maestro passa la sua ultima notte con il direttore del campo per evitare la deportazione, ma una volta vista l'inutilità del gesto tenta il suicidio. Vanda infatti quando arriva ad Auschwitz era già pronta per essere una sommersa.

Levi racconta della famiglia Gottegno (ebrei ortodossi) con curiosità, tutta la famiglia infatti, dopo aver preparato tutti per il viaggio, si mise in cerchio con le candele accese per il lutto, a pregare e piangere tutta la notte. È una sorta di lutto anticipato per ciò a cui andavano incontro. Levi utilizza il "noi" ma non è così ben chiaro di chi sta parlando, lascia nell'oscuro. Rispetto all'argomento di cui sta trattando, Levi utilizza una lingua alta e nutrita di cultura e letteratura. L'alba arrivò a destabilizzarli, a delle cose dette e fatte quella notte è bene che non resti memoria. Da qui finisce il pezzo aggiunto nell'edizione del 1958.

Assurdità burocratica

Inizia raccontando subito dell'assurda burocrazia tedesca, fecero l'appello. "Wieviel Stück" che significa "quanti pezzi". Già qui comincia la spersonalizzazione dei deportati che entro poco perderanno anche il nome e avranno solo la matricola tatuata. Qui infatti non li chiamano già più uomini ma pezzi. Mentre li caricavano sui treni arrivarono i primi colpi di violenza inutile, percosse senza collera (Ses). C'era una distinzione tra chi capiva il tedesco e chi no, chi non lo capiva veniva picchiato per fargli fare la cosa giusta.

I treni italiani erano meno stipati dei treni polacchi, perché dovevano fare viaggi più lunghi. Erano messi in vagoni merci, gli uomini venivano visti come merci. Qui Levi fa una riflessione filosofica sul piacere e sul dolore: nulla è perfetto nella vita umana. Ci sono tre impedimenti verso la felicità e verso l'infelicità:

  • L'insufficiente conoscenza del futuro che porta speranza e incertezza del domani.
  • Sicurezza della morte, impone il limite ad ogni gioia ma anche ad ogni dolore.
  • Inevitabili cure materiali.

La sofferenza immediata (freddo, disagi e percosse) ha impedito che i deportati pensassero alla sofferenza del futuro. Tutti i deportati, quando il treno passa il Brennero, si alzano in piedi per salutare l'Italia. (23 febbraio) Levi si perde nel pensiero della felicità che si può provare quando al ritorno, con i vagoni completamente aperti, vedranno i primi nomi italiani. (di quel vagone di 45 persone tornarono in 4). Durante il viaggio i deportati avevano sete, e non potevano bere. Levi parla poi di Vanda Maestro senza nominarla, avevano fatto tutto il viaggio accanto e si salutarono senza paura e con rassegnazione.

Selezione al campo

Levi parla poi della prima selezione all'ingresso del campo, una selezione fatta senza che loro sapessero. (Momento decisivo: si decide chi muore e chi resta a lavorare per il Reich). "Tutto era silenzioso come un acquario" è una similitudine per dire che tutto avvenne in modo placido. Più che tragico, l'ingresso ad Auschwitz era grottesco. In 10 minuti gli uomini validi vengono raggruppati, mentre gli altri vennero inghiottiti dalla notte e nessuno seppe più niente di loro. Qui Levi, da uomo che è tornato e che sa, dice che tutti quelli spariti quella notte sono stati mandati al gas entro i successivi due giorni. Parla di Emilia, bambina di tre anni mandata al gas perché figlia di ebrei (ciò era una necessità storica per i tedeschi). Questa è una morte individuale e fuori campo. Le morti individuali sono una eccezione.

Parlando di morte individuale e morte collettiva si fa riferimento a "I promessi sposi" capitolo 34 "La madre di Cecilia" la morte di una persona ci colpisce molto di più della morte di migliaia senza nome. Levi parla ancora una volta di fortuna: a volte si selezionava chi doveva andare al gas, scegliendo tra quelli che scendevano da una parte piuttosto che dall'altra (destino cieco). Dopo aver visto le SS che selezionavano, si vede l'entrata di altri prigionieri aiutanti. La conclusione del capitolo fu aggiunta nell'edizione del 1958 per far avere ancora di più un aspetto grottesco. Qui Levi fa la sua prima citazione dantesca. Il soldato tedesco che invece di dire "Guai a voi anime prave" (Inferno III 84, citazione che Caronte fa ai nuovi arrivati all'inferno), chiede ai prigionieri se hanno oro e gioielli di lasciarglieli che tanto a loro non serviranno più. Questo gesto scatena la risa e la collera tra i deportati, perché innanzitutto si vede bene che è un traffico privato del soldato, e poi perché si aspettavano l'inferno e invece non era ancora tutto così tragico.

Sul fondo

"Sul fondo" era il titolo che Levi all'inizio aveva pensato di dare al libro. Inizia il capitolo con l'arrivo di Levi al vero e proprio lager, la Buna Monowitz. Qui Levi all'ingresso del lager vede scritto sulla porta "ARBEIT MACHT FREI" (Il lavoro rende liberi). Si tratta di dantismo dissimulato la porta con la scritta "Arbeit macht frei" ricorda la porta dell'inferno dove c'è scritto "Lasciate ogni speranza o voi che entrate". La situazione però è leggermente diversa perché la scritta sulla porta all'entrata del lager lascia anche una minima speranza mentre invece la porta dell'inferno no. "Arbeit macht frei" Levi gli dà un significato ironico, egli traduce in modo più chiaro, la libertà che troverete è la morte mentre il lavoro è la vostra vita.

I deportati vengono portati in una stanza dove c'è un rubinetto ma sopra c'è un cartello con su scritto che l'acqua non si può bere scherzo dei tedeschi, erano 4 giorni che non bevevano e c'era un rubinetto, Per Levi era tutto organizzato, tutto fatto apposta perché sapevano che i deportati avevano sete. Allora Levi beve comunque l'acqua e invita anche i compagni, ma tutti sono costretti a sputare perché l'acqua aveva un forte odore di palude ed era effettivamente imbevibile. "Questo è l'inferno" dice Levi. Quello era l'inferno dei loro giorni. I deportati vengono lasciati in questa stanza ad aspettarsi il terribile ma in realtà non succede niente ed il tempo sembra non passare mai. "Se questo è un uomo" è un libro pieno di personaggi che vanno e vengono, e ci sono pochi personaggi fissi.

"Non avevo mai visto uomini anziani nudi" vergogna per la propria nudità, essere nudi poi fa sentire totalmente indifesi. (Genesi 3.7 nudità di Adamo ed Eva). Qui Levi ci fa conoscere Flesh che è quello che capisce il tedesco e funge da traduttore. I tedeschi danno ordini, mettere le scarpe in un certo angolo ecc, ma sono ordini in cui non c'è una logica, questo perché si mira a non dare punti di riferimento ai nuovi arrivati ordini che si contraddicono serve per evitare la gerarchia. Appena andati via i tedeschi entrano quattro persone, probabilmente altri prigionieri che lavorano, che parlano una lingua diversa anche dal tedesco. Aiutanti come gli abbiamo visti stasera o iersera già qui si vede il disorientamento. Questi quattro aiutanti cominciano a rasare i nuovi arrivati uno ad uno. I nuovi deportati gli porgono domande su tutto ma loro non rispondono.

Dopo la completa rasatura i deportati vengono portati nella sala docce e vengono lasciati soli. I deportati, rimasti appunto soli, cominciano a porgersi domande a vicenda. L'ingegner Levi (con moglie e figlia) chiede spesso a Primo Levi se secondo lui anche le donne in quel momento sono come loro e se secondo lui le potranno rivedere. Mentendo, Primo gli risponde che sì secondo lui le rivedranno, ma lui ha già in mente il pensiero che i tedeschi li stanno deridendo tutti prima di ucciderli e chi crede di poter sopravvivere è un pazzo. Poco dopo entra nella stanza un prigioniero vestito a righe. Egli fa prima un discorso cercando di spiegargli tutto e poi risponde alle domande. Scoprirono così di essere a Monowitz, vicino ad Auschwitz, in alta Slesia, e questo è un campo dove i deportati lavorano la gomma Buna da qui il nome di "Buna Monowitz". Il prigioniero racconta di essere un medico dentista e che lui sta meglio dei deportati perché lui non è un ebreo ma è solo un criminale. Egli però evita di parlare di alcuni argomenti, per esempio quando gli chiedono notizie sulle donne.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valencina13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Pacca Vinicio.
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