Religioni e filosofie dell’Asia orientale – Prof. Cestari
Modulo 1 - introduzioni a metodologia e critica
Modulo 2 - inizia da inizio dicembre e si occupa di presentare le religioni e il pensiero di alcuni
orientamenti dell'Asia orientale.
Tre grossi filoni:
1. pensiero, religioni cinesi
2. pensiero, religioni giapponesi
3. pensiero e religioni buddhiste
Esame orale, scegliere il primo argomento (su 3), gli altri due li sceglie la commissione. Argomenti
che troviamo fra quelli spiegati a lezione o presenti all’interno dei testi dell’esame. Non basarsi
solo sulle lezioni.
30/09
Idea di “cultura”, “moderno”, “nazione”, orientalismo, occidentalismo, colonialismo, post-
colonialismo, rapporto fra culture.
Modernizzazione del Giappone, Meiji (1868-1911), fino ad allora la cultura cinese ha
rappresentato per il Giappone un elemento di enorme importanza.
Giappone e Cina in antichità avevano dei rapporti molto stretti.
Come si dovrebbero avvicinare le culture dell'Asia orientale? Che approccio è meglio usare quando
ci avviciniamo ad una cultura?
Oriente = parola che ha il suo fascino, forza che riesce ad attirare certe categorie di persone,
attribuiamo a questo punto cardinale un’aura magnetica di qualche tipo.
Nell’ambito degli studi del settore, la parola “oriente” è una parola che negli ultimi 30-40 anni ha
attirato sempre più attenzione, non positive. È una parola che nasce, si sviluppa, si afferma in un
determinato contesto storico del colonialismo. L’oriente è una struttura mentale che si sviluppa in
contemporanea con lo sviluppo delle avventure coloniali degli stati europei.
Oriente = quantità enorme di culture, popoli, stati che vanno dalla Turchia fino al Giappone. Non
esiste nessuna cultura che si sia sviluppata in isolamento. Non è possibile. Le rare culture che lo
fanno tendono ad essere molto più ridotte e limitate rispetto a quelle che si basano su scambi.
Non esistono culture isolate.
Non c’è una caratteristica “orientale” che accomuna tutte queste culture. È una parola vuota,
contenitore.
La parola oriente nasce quando nasce il concetto di Occidente, modernità. Espansione degli stati
coloniali europei (1800). Prima di allora non esisteva l’idea di occidente. Dopo invece alcuni stati
hanno iniziato a definire se stessi in modo diverso dagli altri. Hanno cominciato a costruire una
loro idea di stato e rapporto con culture differente.
Questa cosa non è scollegata con la nascita dell’oriente.
C. Colombo quando arriva in America non si rende conto del fatto che le tribù abbiano la loro
lingua. Gli stati europei non avevano la conoscenza adeguata per conoscere quello che era fuori
dalla loro zona europea.
Si può cominciare a parlare di occidente quando le potenze coloniali hanno bisogno di mercati per
espandere le loro imprese commerciali e produttive, devo trovare nuovi mercati: vanno in altri
paesi ed impongono materie prime e meccanismi di espansione politica e culturale (colonialismo).
In questo contesto, cominciano ad emergere degli approcci ideologici che tendono a riflettere e a
giustificare il tipo di rapporto che l’Europa aveva con il resto del mondo.
Darwinismo sociale, Spencer: (non la teoria dell’evoluzione di darwin)
è un’applicazione non scientifica, strampalata delle teorie di Darwin al rapporto fra culture, fra
quelle che venivano chiamate razze umane.
Razza = parola vuota dal punto di vista scientifico = a livello di cromosomi, di mappa del genoma,
dal punto di vista genetico le razze umane non esistono.
Quando parliamo di darwinismo sociale si parla di una teoria fatta per dimostrare che la cultura
del nord ovest europea era scientificamente superiore a tutte le altre culture del mondo.
Darwinismo sociale fa una scala, all’interno in cui viene creato un sistema di classificazione di tutte
le culture in versione ascendente.
C’è l’idea che ci sia stata una evoluzione, delle culture più evolute rispetto alle altre. Dobbiamo
capire a che livello mettere una certa popolazione.
Non c’è più solo un dominio, c’è qualcosa di molto più sottile, c’è una classificazione. Un
approccio intellettuale più sofisticato che ci consente di definire il livello di una cultura sulla base
di un modello preciso.
Questa cosa ha degli effetti molto importanti. Il colonialismo è sempre stata una forma di violenza,
particolarmente quello ottocentesco, perché è basato su una serie di idee e concezioni che vedono
i colonizzatori come persone che fanno del bene delle persone che colonizzano.
I selvaggi non sono in grado di sopravvivere da soli, quindi dobbiamo portare la civiltà, la fede…
Il colonialismo culturale ottocentesco è caratterizzato non tanto da una violenza fisica, ma è la
parte meno pericolosa in realtà, la più pericolosa è la violenza che non si vede, ancora più negativa
perché riesce a rendere complici anche colori che stanno al di sotto dello stivale dei colonialisti.
Violenza epistemologica: noi abbiamo diversi tipi di violenza. La più evidente è la violenza fisica, è
visibile, si vede, posso accorgermi e reagire.
C’è una forma di violenza, non solo del colonialismo, che non passa attraverso l’aggressione fisica,
ma attraverso una catalogazione, definire in un certo modo.
Violenza legata alla conoscenza. Mentre la violenza fisica è evidente, quella epistemologica è
sottile, modifica il modo in cui il subordinato vede se stesso.
Il subordinato di fronte ad un atto di violenza epistemologica, tende ad assumere il punto di vista
del dominante.
Non vale solo per il colonialismo, è un meccanismo che troviamo in tante situazioni.
È una costruzione di una visione del mondo che riduce le possibilità di un mondo diverso da quello
strutturato in quel modo lì. Attraverso questo meccanismo di violenza, che si proietta nel
subordinato, anche lui comincerà a pensare in quel modo.
Il colonialismo ha introdotto all’interno delle culture in cui si è espanso una mentalità di questo
genere (europeo = superiore, noi = subordinati, possiamo solo ambire ad essere schiavi, servi..).
Forma di giustificazione ideologica molto più raffinata rispetto all’impero romano.
Schiavitù mentale, prima di essere una schiavitù fisica. Questa forma di violenza funziona nella
testa. Nell’ottocento si sviluppano ideologie che giustificano l’imperialismo e che fanno si che si
veda quella stessa espansione coloniale in modo positivo.
Questo modo di intendere era giustificato da una serie di fattori oggettivi, l’Europa del nord ovest
all’epoca era in piena rivoluzione industriale, potenza produttiva impressionante. Nessun altro
stato del mondo aveva una potenza del genere. Questo fattore è di tipo casuale.
Con lo sviluppo dell’ottocento si mettono in moto dei meccanismi ideologici di trasformazione del
modo di pensare delle persone, sia nell’occidente sia nel resto del mondo che spingevano e
portavano a pensare ad una grande differenza tra gli occidentali (modello civiltà e modernità) e
il resto del mondo.
Non abbiamo un solo occidente, la parola occidente cambia con l’andare della storia.
Non esiste un occidente unico, oggi l’italia fa più o meno parte dell’occidente, però nell’800 non
era così.
01/10
Germania e Italia si sono sviluppati dopo come stato nazione (erano insieme di staterelli).
Le parole che usiamo hanno sempre una storia. È molto importante capire di quali argomenti
stiamo parlando e a quale periodo storico ci stiamo referendo.
La storia e la geografia sono delle entità manipolabili.
La geografia è una rappresentazione. È soggetta ad una serie di fattori storici e culturali.
Il potere è anche qualche cosa che ha a vedere con la rappresentazione del mondo e della realtà. Il
potere non è solo potere politico o potere economico o potere giuridico e via dicendo, è anche
potere rappresentativo. Nel momento in cui si impone una certa idea, questa cambia la nostra
visione e realtà. Ad esempio l'Europa al centro della cartina geografica.
Potere della rappresentazione. Quando noi rappresentiamo qualcosa noi facciamo sempre un atto
di approssimazione, non è mai perfetta.
L’astrazione è inevitabile, ma diventa pericolosa quando si sostituisce e si confonde con la realtà.
La mappa di Mercatore serve per delineare dei rapporti di forza tra le nazioni, per cui il nord del
mondo sembra più grande del sud. Attraverso rappresentazioni del genere ci rappresentiamo più
forti di quanto lo siamo in realtà. Le rappresentazioni non sono mai innocenti, non esistono
rappresentazioni neutre.
Queste rappresentazioni ci sono state passate ed insegnate, siamo inseriti in un contesto preciso,
allo stesso modo abbiamo un bagaglio che ci è arrivato.
Oriente: molto spesso dietro a questo termine si nascondono delle implicazioni politiche,
culturali…
Anni 70 → Edward Said: “orientalism” volume di enorme importanza per i seguenti studi coloniali
ecc.
prima volta in cui viene tematizzata la parola orientalismo con un significato non più acritico.
Tematizza in senso critico.
La sua idea centrale è quella di definire l’oriente come un luogo inventato dall’occidente.
Un luogo misterioso, di avventure, di creature esotiche.
Usare inappropriatamente un termine come zen si tratta di costruzioni immaginarie che si
contrappongono di solito almeno in termini di stile, significa uno scarto rispetto al quotidiano.
Modo di vivere lontano dalla modernità, tuttavia questa cosa si rigira in senso negativo,
irrazionalità ecc.
Noi abbiamo un immaginario che si viene a creare che molto spesso è auto contradditorio.
Tutto ciò che non è occidente viene proiettato in quest’altro contenitore che si chiama oriente.
Karl Leowith → strategia retorica e concettuale molto molto precisa, tutte queste cose sono
incasellate in modo da dire una cosa e una sola: noi occidentali e loro orientali siamo agli opposti.
Logica della opposizione.
Suzuki -> saggio nel 1960, periodo in cui l’America era la potenza mondiale indiscussa. Giapponesi
nei campi di concentramento americani, in quel conteso una parte consistente della gioventù
americana decide di averne abbastanza e a partire dalla fine degli anni 60, hanno l’esigenza di
trovare un mondo alternativo a qualcosa che non funzionava più (figli dei fiori….)
rispetto a questo il riferimento a l’oriente diventa una possibile alternativa a quello che veniva
visto come occidente. Quindi si può pensare che l’appeal che generava era visto come alternativa.
Quello che conta in questo contesto è mostrare ancora come si gioca sulla logica dell’opposizione.
Io sono il contrario di te. In questo caso è un contrario che arriva alla contraddizione.
La logica dell’opposizione messa in campo da Suzuki è una logica della contraddizione piena.
Notiamo un’altra cosa importante: il primo passo di Leowith diceva una cosa simile a quella di
Suzuki. Il primo lo ha detto un europeo, il secondo lo ha detto una giapponese.
Suzuki → orientale che dice queste cose di se stesso.
Il fatto che anche il subordinato penserà di se stesso ne allo stesso modo della cultura dominante.
Il subordinato non si contrappone alla cultura dominante ma fa una cosa diversa: accetta la
logica della cultura dominante e la gira all’opposto. Se in generale lo schema cultura dominante è
quello di ritenere che l’occidente è il portatore della scienza (arrivo di una nuova era), di cultura e
libertà, la cultura subalterna può continuare a giocare sulla stessa logica oppositiva solo girandola
di segno: “voi occidentali vi definite analitici e scientifici, noi siamo irrazionali e naturalistici”.
(suzuki)
In contrapposizione alla cultura dominante c’è una controcultura che punta all’opposto.
Quello che fa suzuki è un procedimento che ha una genesi complessa che è legata anche a certe
interpretazioni del buddhismo in quell’epoca.
C’era un’importantissima società di studi buddhisti che aveva sede a Londra che interpretava e
andava alla ricerca delle origini del buddhismo perché si riteneva che così si riuscirebbe a capire
quale sia il vero buddhismo rispetto alle degenerazioni del buddhismo.
Vero buddhismo originario vs degenerato
02/10
Si crea una Dualità, tra colonizzatore e colonizzato, civilizzatore e selvaggio, paesi avanzati e paesi
in via di sviluppo.
Sviluppo di una logica dualistica = atto di violenza molto forte. Viene fatto fa parte dalla cultura
dominante rispetto alla cultura subordinata al punto che io non vedo più l’altra cultura, ma vedo
solo quei tratti che a me interessa attribuire all’altra cultura. Non è una meccanismo presente solo
a livello di culture, ma lo troviamo anche nei rapporti interpersonali. Proiettiamo il nostro
inconscio sull’altro, o quello che vorremmo essere e lo proiettiamo sull’altro. (ad esempio i
genitori che proiettano i loro desideri sui figli).
Quando si creano dei rapporti dualistici fra culture, quando si interpreta una cultura in un modo
cosi semplice con una contrapposizione netta tipo A e B.
Il pericolo giallo nasce agli inizi del 900 quando il Giappone sconfigge la Russia.
Istituire il rapporto tra due culture in modo così oppositivo è già un segno di violenza
epistemologica. l’altro viene ridotto ad una categoria che io posso controllare, mi oppongo alla
definizione di questa persona e questo gruppo sociale come equivalente a me. Nel volerlo tenere
distinto a tutti i costi in questo modo separativo in realtà io sto proiettando nell’altro i miei
fantasmi.
Sto proiettando quello che io non voglio sia presente dentro la mia cultura.
Questo meccanismo dipende dal fatto che “noi” dobbiamo creare una identità per noi stessi.
Questo gruppo sociale deve contrapporsi contro qualche altro gruppo sociale per identificare
meglio se stessi. Comincia il noi contro il loro, noi siamo così loro sono diversi, e non succede solo
a livello di nazioni, succede anche tra un paesino e un altro paesino vicino.
Costruiamo delle cose che non esistono.
Per stabilire la nostra identità dobbiamo buttar fuori quello che non vogliamo, dobbiamo definirla.
Molte volte quello che sembra una descrizione di una certa cultura, paese, comunità non è solo
una descrizione, è un atto che impone un certo codice, è una prescrizione.
Anche quella che normalmente si pensa come una descrizione in realtà è un modo che serve per
aggregare maggiormente quel gruppo sociale, per far modo che ci siano meno devianze, che il “si
pensa, si dice” siano accettate in modo più tranquillo.
Quando noi non vediamo un‘alternativa siamo abituati a pensare che quell’unica cosa che
vediamo sia l’unica cosa possibile.
Anche una cosa banale come il cibo ha uno sfondo antropologico e sociale di enorme importanza.
Ci dice molte cose su come le culture agiscono. Non c’è una elaborazione culturale che rimanga
isolata all’interno di una certa cultura.
Ralph Linton dipinge una scena di vita quotidiana.
Tutte le culture nel corso dei tempi si sono ibridate. Quando parliamo di ibridazione parliamo di
meccanismi che han sempre accompagnato le popolazioni. Il tentativo di identificare delle identità
forti fa vittime non soltanto fra quelli a cui è impedito entrare in un determinato territorio ma fa
vittime anche in quelli che fan parte del territorio. Taglia la possibilità agli esseri umani di
svilupparti naturalmente. Non sono fatti per vivere a compartimenti stagni, laddove c’è si crea un
conflitto.
Se noi creiamo delle identità forti, queste diventano troppo pesanti da gestire non solo perché chi
è escluso ma anche per chi si trova investito da quell’identità. Perché quando diventa forte mi
impedisce di esplorare veramente chi sono, diventa una specie di obbligo perché ci tagliamo fuori
una parte.
Abbiamo bisogno di creare una linea di confine perché altrimenti abbiamo paura.
Il problema è che abbiamo paura. La paura non è la migliore consigliera in fatto di decisioni, la
gente che ha paura fa delle cose che se non avesse paura non farebbe mai. La paura impedisce di
pensare.
Penso di dominare la paura attraverso le barriere.
La parola occidente è una parola che ad un certo punto della storia è usata come “noi siamo
superiori agli altri, portiamo la scienza, la modernità, siamo avanzati, gli altri non lo sono”.
l’occidente è una costruzione che ad un certo punto ha avuto bisogno di esteriorizzare
determinate caratteristiche che non voleva per creare un’identità chiara e forte.
Occidente = auto-costruzione di senso che ha interpretato l’altro non per quello che era ma per
quello che gli serviva fosse, in maniera da distanziarsi → gialli / bianchi.
Oriente = costruzione subordinata che serviva all’occidente perché doveva diventare più forte,
l’occidente doveva crearsi un’identità forte, attraverso quindi l’oriente l’occidente ritiene di
prendere coscienza di se. Cioè istituisce la sua identità, definisce la sua identità, decide che cosa
vuol dire essere occidente, lo decide.
Nel momento in cui questi gruppi cominciano ad assumere un’identità rigida, tanto maggiore il
livello di rigidità = maggiore potenziale di conflitto.
Conflitto anche rispetto a chi si trova all’interno di un determinato gruppo.
La stessa violenza che ha costruito l’oriente è la stessa violenza che ha costruito l’occidente.
Oriente ed occidente sono inventati, sono stati presi degl
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