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ESTRATTO DOCUMENTO

Questa forma di tutela è la meno invasiva di tutte, infatti rispetto alle altre sezioni in questa

non si tutela direttamente il bene ma si tratta di una serie di aspetti correlati ad esso.

ART. 49: Manifesti e cartelli pubblicitari

“1. È vietato collocare o affiggere cartelli o altri mezzi di pubblicità sugli edifici e nelle aree

tutelati come beni culturali. Il soprintendente può, tuttavia, autorizzare il collocamento o

l'affissione quando non ne derivi danno all'aspetto, al decoro e alla pubblica fruizione di

detti edifici ed aree. L'autorizzazione è trasmessa al comune ai fini dell'eventuale rilascio

del provvedimento autorizzativo di competenza.

2. Lungo le strade site nell'ambito o in prossimità dei beni indicati al comma 1, è vietato

collocare cartelli o altri mezzi di pubblicità, salvo autorizzazione rilasciata ai sensi della

normativa in materia di circolazione stradale e di pubblicità sulle strade e sui veicoli, previo

parere favorevole della soprintendenza sulla compatibilità della collocazione o della

tipologia del mezzo di pubblicità con l'aspetto, il decoro e la pubblica fruizione dei beni

tutelati.”

Sponsorizzazione culturale: pratica di collaborazione tra pubblico e privato con

riferimento alla valorizzazione del b. c.; un contratto in cui un privato mette a disposizione

un capitale economico (cioè paga qualcosa allo Stato) e lo Stato gli permette così di

fruirne in maniera egoistica. In che senso? Il b. c. è normalmente pubblico, i privati hanno

interesse a goderne e sono disponibili a fare degli investimenti che poi lo stato utilizza per

azioni di restauro o altro. C’è chiaramente un interesse da parte dello Stato, però non si

possono collocare pubblicità perché lederebbero la luce e la prospettiva del monumento:

in questo caso interviene il soprintendente che deve supervisionare affinché ciò non

accada.

ART. 50: Distacco dei Beni Culturali

“1. È vietato, senza l'autorizzazione del soprintendente, disporre ed eseguire il distacco di

affreschi, stemmi, graffiti, lapidi, iscrizioni, tabernacoli ed altri ornamenti, esposti o non alla

pubblica vista.”

Cioè, per esempio, per effettuare un restauro è necessaria l’autorizzazione della

Soprintendenza.

ART. 51: Studi d’artista

Gli studi di artista sono ambiti in cui un determinato artista ha praticato la sua attività.

“1. È vietato modificare la destinazione d'uso degli studi d'artista nonché rimuoverne il

contenuto, costituito da opere, documenti, cimeli e simili, qualora esso, considerato nel

suo insieme ed in relazione al contesto in cui è inserito, sia dichiarato di interesse

particolarmente importante per il suo valore storico, ai sensi dell'articolo 13 (N.B.

dichiarazione di interesse culturale).

2. È altresì vietato modificare la destinazione d'uso degli studi d'artista rispondenti alla

tradizionale tipologia a lucernario e adibiti a tale funzione da almeno vent'anni.”

Gli eredi non sono liberi di modificare la destinazione d’uso degli studi d’artista.

Parte seconda

Beni culturali

TITOLO I

Tutela

Capo IV

Circolazione in ambito Nazionale

Sezione I

Alienazione e altri modi di trasmissione

Per circolazione in ambito nazionale si intende una circolazione giuridica del bene

culturale, ovvero intendiamo il passaggio di proprietà giuridica su un bene da un soggetto

ad un altro. Questa attività di passaggio giuridico avviene attraverso il contratto di

compravendita. Inoltre, la circolazione in ambito nazionale può avvenire anche per

successione o attraverso la formazione di una società.

ART. 53: Beni del demanio culturale

Comma 1:

“1. I beni culturali appartenenti allo Stato, alle regioni e agli altri enti pubblici territoriali che

rientrino nelle tipologie indicate all'articolo 822 del codice civile costituiscono il demanio

culturale.”

Il comma uno dell’articolo 53 ci spiega cosa è il demanio culturale. Il demanio è l’insieme

dei beni pubblici, appartenenti quindi allo stato, che per loro stessa natura non sono

alienabili a terzi. Nel momento in cui un bene diventa un Bene culturale, esso entra a far

parte del cosiddetto Demanio Culturale. I beni culturali pubblici si dividono in due

categorie:

Beni culturali inalienabili

- Beni culturali alienabili previa autorizzazione

-

Comma 2:

“2. I beni del demanio culturale non possono essere alienati, né formare oggetto di diritti a

favore di terzi, se non nei limiti e con le modalità previsti dal presente codice (1).”

Il comma due ci dice che i beni appartenenti al demanio culturale non possono essere

alienati se non nei casi indicati agli articoli seguenti del Codice.

ART. 54: Beni inalienabili

Comma 1:

“1. Sono inalienabili i beni del demanio culturale di seguito indicati (1):

a) gli immobili e le aree di interesse archeologico;

b) gli immobili dichiarati monumenti nazionali a termini della normativa all'epoca vigente

(2);

c) le raccolte di musei, pinacoteche, gallerie e biblioteche;

d) gli archivi;

dbis) gli immobili dichiarati di interesse particolarmente importante ai sensi dell'articolo 10,

comma 3, lettera d) (3);

dter) le cose mobili che siano opera di autore vivente o la cui esecuzione non risalga ad

oltre cinquanta anni, se incluse in raccolte appartenenti ai soggetti di cui all'articolo 53 (3).”

Il comma 1 dell’articolo 54 ci da tutta una serie di beni che non possono essere

assolutamente venduti.

Comma 2:

“2. Sono altresì inalienabili:

a) le cose immobili e mobili appartenenti ai soggetti indicati all'articolo 10, comma 1, che

siano opera di autore non più vivente e la cui esecuzione risalga ad oltre cinquanta anni,

fino alla conclusione del procedimento di verifica previsto dall'articolo 12. Se il

procedimento si conclude con esito negativo, le cose medesime sono liberamente

alienabili, ai fini del presente codice, ai sensi dell'articolo 12, commi 4, 5 e 6 (4);

b) (5);

c) i singoli documenti appartenenti ai soggetti di cui all'articolo 53, nonché gli archivi e i

singoli documenti di enti ed istituti pubblici diversi da quelli indicati al medesimo articolo

53;

d) (6).”

Anche se l’iter finalizzato alla verifica dell’interesse culturale non si è concluso, questi beni

sono inalienabili.

Comma 3:

“3. I beni e le cose di cui ai commi 1 e 2 possono essere oggetto di trasferimento tra lo

Stato, le regioni e gli altri enti pubblici territoriali. Qualora si tratti di beni o cose non in

consegna al Ministero, del trasferimento è data preventiva comunicazione al Ministero

medesimo per le finalità di cui agli articoli 18 e 19 (7).”

È possibile che il bene sia alienato a condizione che questa alienazione avvenga tra

soggetti pubblici (Stato, Regioni ecc.).

ART. 55: Alienabilità di immobili appartenenti al demanio culturale

Comma 1:

“1. I beni culturali immobili appartenenti al demanio culturale e non rientranti tra quelli

elencati nell'articolo 54, comma 1, non possono essere alienati senza l'autorizzazione del

Ministero (1).”

Tutti i beni che non rientrano nell’articolo 54, possono essere alienati a condizione che il

Ministero autorizzi l’autorizzazione stessa. In genere si tratta di beni pubblici di interesse

minore.

Comma 2:

“2. La richiesta di autorizzazione ad alienare è corredata:

a) dalla indicazione della destinazione d'uso in atto;

b) dal programma delle misure necessarie ad assicurare la conservazione del bene;

c) dall'indicazione degli obiettivi di valorizzazione che si intendono perseguire con

l'alienazione del bene e delle modalità e dei tempi previsti per il loro conseguimento;

d) dall'indicazione della destinazione d'uso prevista, anche in funzione degli obiettivi di

valorizzazione da conseguire;

e) dalle modalità di fruizione pubblica del bene, anche in rapporto con la situazione

conseguente alle precedenti destinazioni d'uso (2).”

L’ente pubblico che intende dismettere un bene pubblico appartenente al demanio

culturale, deve prima di tutto richiedere l’autorizzazione ministeriale. Affinché il Ministero

conceda l’autorizzazione, è necessario che già in fase di autorizzazione siano messi in

risalto la destinazione d’uso che il bene venduto andrà a ricoprire. Se il ministero concede

l’autorizzazione, il bene viene automaticamente sdemanializzato, ovvero, il bene culturale

facente parte del demanio culturale, fuoriesca dal demanio stesso. Nonostante questo, il

bene mantiene comunque la qualifica di bene culturale e per questo deve essere

conservato, protetto e tutelato.

Comma 3:

“3. L'autorizzazione è rilasciata su parere del soprintendente, sentita la regione e, per suo

tramite, gli altri enti pubblici territoriali interessati. Il provvedimento, in particolare:

a) detta prescrizioni e condizioni in ordine alle misure di conservazione programmate;

b) stabilisce le condizioni di fruizione pubblica del bene, tenuto conto della situazione

conseguente alle precedenti destinazioni d'uso;

c) si pronuncia sulla congruità delle modalità e dei tempi previsti per il conseguimento

degli obiettivi di valorizzazione indicati nella richiesta (3).

3bis. L'autorizzazione non può essere rilasciata qualora la destinazione d'uso proposta sia

suscettibile di arrecare pregiudizio alla conservazione e fruizione pubblica del bene o

comunque risulti non compatibile con il carattere storico e artistico del bene medesimo. Il

Ministero ha facoltà di indicare, nel provvedimento di diniego, destinazioni d'uso ritenute

compatibili con il carattere del bene e con le esigenze della sua conservazione (4).

3ter. Il Ministero ha altresì facoltà di concordare con il soggetto interessato il contenuto del

provvedimento richiesto, sulla base di una valutazione comparativa fra le proposte

avanzate con la richiesta di autorizzazione ed altre possibili modalità di valorizzazione del

bene (4).

3quater. Qualora l'alienazione riguardi immobili utilizzati a scopo abitativo o commerciale,

la richiesta di autorizzazione è corredata dai soli elementi di cui al comma 2, lettere a), b)

ed e), e l'autorizzazione è rilasciata con le indicazioni di cui al comma 3, lettere a) e b) (4).

3quinquies. L'autorizzazione ad alienare comporta la sdemanializzazione del bene cui

essa si riferisce. Tale bene resta comunque sottoposto a tutte le disposizioni di tutela di

cui al presente titolo (4).

3sexies. L'esecuzione di lavori ed opere di qualunque genere sui beni alienati è sottoposta

a preventiva autorizzazione ai sensi dell'articolo 21, commi 4 e 5 (4).”

L’autorizzazione ci dice come il bene deve essere conservato, come deve essere

utilizzato, quali sono le misure di tutela da prendere. Inoltre, nella riforma del 2008, il

legislatore ha fatto propria una norma contenuta nel codice civile, quella della clausola

risolutiva espressa.

ART. 55bis: Clausola risolutiva

“1. Le prescrizioni e condizioni contenute nell'autorizzazione di cui all'articolo 55 sono

riportate nell'atto di alienazione, del quale costituiscono obbligazione ai sensi dell'articolo

1456 del codice civile ed oggetto di apposita clausola risolutiva espressa. Esse sono

anche trascritte, su richiesta del soprintendente, nei registri immobiliari.

2. Il soprintendente, qualora verifichi l'inadempimento, da parte dell'acquirente,

dell'obbligazione di cui al comma 1, fermo restando l'esercizio dei poteri di tutela, dà

comunicazione delle accertate inadempienze alle amministrazioni alienanti ai fini della

risoluzione di diritto dell'atto di alienazione.”

La clausola risolutiva espressa, in quanto clausola, è una parte di contratto. Essa

consiste in una parte del contratto in cui si pone e si afferma che se una delle due parti fa

o non fa qualcosa indicata nel contratto, il contratto stesso si ritiene risolto (sciolto).

Queste misure, attinenti all’alienazione, obbligano colui che compra il bene a rispettare le

autorizzazioni ministeriali.

ART. 56: Altre alienazioni soggette ad autorizzazione

“1. È altresì soggetta ad autorizzazione da parte del Ministero:

a) l'alienazione dei beni culturali appartenenti allo Stato, alle regioni e agli altri enti pubblici

territoriali, e diversi da quelli indicati negli articoli 54, commi 1 e 2, e 55, comma 1;

b) l'alienazione dei beni culturali appartenenti a soggetti pubblici diversi da quelli indicati

alla lettera a) o a persone giuridiche private senza fine di lucro, ivi compresi gli enti

ecclesiastici civilmente riconosciuti (1).

2. L'autorizzazione è richiesta inoltre:

a) nel caso di vendita, anche parziale, da parte di soggetti di cui al comma 1, lettera b), di

collezioni o serie di oggetti e di raccolte librarie;

b) nel caso di vendita, da parte di persone giuridiche private senza fine di lucro, ivi

compresi gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, di archivi o di singoli documenti (1).”

L’autorizzazione Ministeriale è richiesta per alcune categorie di beni culturali pubblici e

anche in questo caso devono essere indicate esplicitamente le condizioni di utilizzo.

ART. 57: Cessione di beni culturali in favore dello Stato

“1. Gli atti che comportano alienazione di beni culturali a favore dello Stato, ivi comprese

le cessioni in pagamento di obbligazioni tributarie, non sono soggetti ad autorizzazione.

Ci sono dei Beni culturali che per essere alienati non hanno bisogno di autorizzazione.

Questi sono quei Beni che appartengono ai privati e che devono essere ceduti allo Stato.”

Tutte le volte che il privato vende il Bene allo Stato, questa vendita non deve essere

autorizzata. Il Ministero, in ogni caso, vuole controllare l’alienazione e per questo ci deve

essere una notifica dell’alienazione.

ART. 59: Denuncia di trasferimento

“1. Gli atti che trasferiscono, in tutto o in parte, a qualsiasi titolo, la proprietà o la

detenzione di beni culturali sono denunciati al Ministero.

2. La denuncia è effettuata entro trenta giorni:

a) dall'alienante o dal cedente la detenzione, in caso di alienazione a titolo oneroso o

gratuito o di trasferimento della detenzione;

b) dall'acquirente, in caso di trasferimento avvenuto nell'àmbito di procedure di vendita

forzata o fallimentare ovvero in forza di sentenza che produca gli effetti di un contratto di

alienazione non concluso;

c) dall'erede o dal legatario, in caso di successione a causa di morte. Per l'erede, il

termine decorre dall'accettazione dell'eredità o dalla presentazione della dichiarazione ai

competenti uffici tributari; per il legatario, il termine decorre dalla comunicazione notarile

prevista dall'articolo 623 del codice civile, salva rinuncia ai sensi delle disposizioni del

codice civile (1).

3. La denuncia è presentata al competente soprintendente del luogo ove si trovano i beni.

4. La denuncia contiene:

a) i dati identificativi delle parti e la sottoscrizione delle medesime o dei loro rappresentanti

legali;

b) i dati identificativi dei beni;

c) l'indicazione del luogo ove si trovano i beni;

d) l'indicazione della natura e delle condizioni dell'atto di trasferimento;

e) l'indicazione del domicilio in Italia delle parti ai fini delle eventuali comunicazioni

previste dal presente Titolo.

5. Si considera non avvenuta la denuncia priva delle indicazioni previste dal comma 4 o

con indicazioni incomplete o imprecise.”

La dichiarazione di trasferimento può essere fatta sia da colui che vende, sia da colui che

acquista, sia dall’erede o dal legatario. Quest’ultima ipotesi è un’ipotesi particolare poiché

avviene per mortis causa, cioè il proprietario del bene muore e l’erede lo acquista.

LEZIONE VIII

9.04.2015

La Prelazione: Parte seconda

Beni culturali

TITOLO I

Tutela

Capo IV

Circolazione in ambito Nazionale

Sezione II

Prelazione

Il termine prelazione è un termine di origine latina (pre-fero = preferisco). La prelazione è

un diritto che l’ordinamento, in determinate situazioni, attribuisce a determinati soggetti

che per una ragione o per un'altra preferisce privilegiare.

Questo tipo di prelazione è riferita ai beni culturali. Quale è la logica per cui lo stato

riconosce al Ministero e agli altri enti pubblici territoriali questo diritto? La logica, è quella

secondo cui lo stato intende acquistare il diritto di proprietà sui beni che transitano nel

proprio territorio. Quindi, quando un soggetto aliena un bene è necessariamente tenuto a

informare lo stato che in seguito alla denuncia potrà esercitare il diritto di prelazione e

riscattare il bene dal soggetto terzo.

ART. 60: Acquisto in via di prelazione

Comma 1:

“1. Il Ministero o, nel caso previsto dall'articolo 62, comma 3, la regione o agli altri enti

pubblici territoriali interessati, hanno facoltà di acquistare in via di prelazione i beni

culturali alienati a titolo oneroso o conferiti in società, rispettivamente, al medesimo prezzo

stabilito nell'atto di alienazione o al medesimo valore attribuito nell'atto di conferimento

(1).”

Il comma 1 ci dice che il Ministero e gli altri enti pubblici possono acquistare i beni culturali

a titolo oneroso. Il codice in questo caso fa riferimento a tutti quegli atti in cui il bene viene

ceduto a qualcuno a titolo oneroso, cioè pagando. Per conferimento in società, invece, si

intende una situazione in cui più persone si mettono insieme al fine di formare una società.

I conferimenti sono il capitale di rischio iniziale che i soci mettono a disposizione della

società. Nel momento in cui i soci mettono a disposizione questo capitale non fanno altro

che prendere dei beni di cui essi stessi sono proprietari e lo mettono a disposizione della

società. La società è un soggetto giuridico che non esiste fisicamente e che attraverso

questi beni può concretamente operare sul mercato. Il diritto di prelazione, quindi opera

anche nel momento in cui ci si trovi davanti a un conferimento in società dei beni culturali,

per esempio, una biblioteca.

L’articolo 60, naturalmente si occupa di stabilire quanto spetti all’acquirente del bene

culturale in seguito all’attuazione del diritto di prelazione da parte dello stato.

Comma 2:

“2. Qualora il bene sia alienato con altri per un unico corrispettivo o sia ceduto senza

previsione di un corrispettivo in denaro ovvero sia dato in permuta, il valore economico è

determinato d'ufficio dal soggetto che procede alla prelazione ai sensi del comma 1.”

Colui che ha il diritto di esercitare la prelazione, in questo caso lo stato, se il bene culturale

viene alienato con il pagamento di un determinato prezzo, lo stato dovrà pagare

esattamente il prezzo attraverso cui il bene culturale è stato alienato.

Comma 3:

“3. Ove l'alienante non ritenga di accettare la determinazione effettuata ai sensi del

comma 2, il valore economico della cosa è stabilito da un terzo, designato concordemente

dall'alienante e dal soggetto che procede alla prelazione. Se le parti non si accordano per

la nomina del terzo, ovvero per la sua sostituzione qualora il terzo nominato non voglia o

non possa accettare l'incarico, la nomina è effettuata, su richiesta di una delle parti, dal

presidente del tribunale del luogo in cui è stato concluso il contratto. Le spese relative

sono anticipate dall'alienante.”

Questa disposizione è finalizzata a stabilire il giusto prezzo al fine di poter esercitare il

diritto di prelazione. Quindi, se il bene è alienato a titolo gratuito o è alienato in permuta e,

quindi, il prezzo non è riportato sul contratto, il comma tre dell’articolo 60 ci dice come lo

stato deve agire per determinare il prezzo del bene stesso.

ART. 61: Condizioni della prelazione

Comma 1:

“1. La prelazione è esercitata nel termine di sessanta giorni dalla data di ricezione della

denuncia prevista dall'articolo 59.”

La denuncia prevista dall’articolo 59 è la denuncia di trasferimento che fa riferimento alla

denuncia da fare all’ente pubblico in tutti i casi in cui noi cediamo un bene culturale.

A partire dal momento in cui l’atto di trasferimento viene rilasciato, la prelazione viene

esercitata entro sessanta giorni. Se questo non avviene, lo stato perde il diritto di

prelazione che non potrà più essere esercitata su quel bene.

Quale è il rischio di una disposizione così strutturata che prevede un termine di sessanta

giorni? Nel caso in cui non venisse fatta la denuncia di trasferimento, i sessanta giorni

trascorrerebbero senza che lo stato abbia la possibilità di esercitare il suo diritto di

prelazione. Per questo motivo, il legislatore inserisce il comma 2.

Comma 2:

“2. Nel caso in cui la denuncia sia stata omessa o presentata tardivamente oppure risulti

incompleta, la prelazione è esercitata nel termine di centottanta giorni dal momento in cui

il Ministero ha ricevuto la denuncia tardiva o ha comunque acquisito tutti gli elementi

costitutivi della stessa ai sensi dell'articolo 59, comma 4.”

Nel caso in cui la denuncia non ci sia oppure venga fatta tardivamente oppure la denuncia

sia incompleta, la legge ci dice che la prelazione deve essere esercitata entro 180 giorni a

partire dal momento in cui il Ministero riceve la denuncia.

Se la denuncia non viene fatta, oltre che sul piano civilistico, ci sono delle conseguenze

anche sul piano penalistico, riportate nell’articolo 173.

ART. 173: Violazioni in materia di alienazione

“1. È punito con la reclusione fino ad un anno e la multa da euro 1.549,50 a euro 77.469:

a) chiunque, senza la prescritta autorizzazione, aliena i beni culturali indicati negli articoli

55 e 56;

b) chiunque, essendovi tenuto, non presenta, nel termine indicato all'articolo 59, comma 2,

la denuncia degli atti di trasferimento della proprietà o della detenzione di beni culturali;

c) l'alienante di un bene culturale soggetto a prelazione che effettua la consegna della

cosa in pendenza del termine previsto dall'articolo 61, comma 1 (1).”

Il fatto che la denuncia di trasferimento non venga fatta, dà luogo a due conseguenze:

Sul piano penale: reclusione sino a un anno e multa

- Sul piano civile: il processo di prelazione parte quando lo stato riceve la denuncia e

- il termine entro cui esso deve essere effettuato passa da 60 a 180 giorni.

Comma 3 (ART. 61):

“3. Entro i termini indicati dai commi 1 e 2 il provvedimento di prelazione è notificato

all'alienante ed all'acquirente. La proprietà passa allo Stato dalla data dell'ultima notifica.”

Se il Ministero decide di esercitare il diritto di prelazione, deve emettere un provvedimento

di prelazione che deve essere spedito sia all’alienante che all’acquirente.

Comma 4:

“4. In pendenza del termine prescritto dal comma 1 l'atto di alienazione rimane

condizionato sospensivamente all'esercizio della prelazione e all'alienante è vietato

effettuare la consegna della cosa.”

Dal momento che lo stato tende a voler diventare proprietario del bene, oltre a dover fare

la notifica della cessione (articoli 60 e 61), l’articolo 61 al comma quattro stabilisce

un’ulteriore conseguenza che si stabilisce nei rapporti tra privati, cioè tra alienante e

acquirente. Nel momento in cui il bene viene venduto dal punto di vista giuridico, il

contratto è sottoposto a una condizione sospensiva, un istituto previsto nel codice civile.

La condizione sospensiva è quell’avvenimento futuro e incerto dal quale far dipendere

l’efficacia di un contratto. Per esempio: donerò la mia macchina a mio figlio quando si

laureerà. Se mio figlio non si laurea il contratto decade. Sto supponendo un avvenimento

futuro e in certo che se non si realizza fa decadere il contratto. Il comma 4 prevede una

situazione simile a questa. Fino al momento in cui non passa il termine attraverso cui lo

stato può esercitare il proprio diritto, il contratto di compravendita del bene culturale, il

contratto è sottoposto a una condizione sospensiva. Sino a quando non trascorre il

termine di sessanta giorni, il soggetto acquirente non diventa il proprietario del bene.

Commi 5 e 6:

“5. Le clausole del contratto di alienazione non vincolano lo Stato.

6. Nel caso in cui il Ministero eserciti la prelazione su parte delle cose alienate,

l'acquirente ha facoltà di recedere dal contratto.”

Gli ultimi due commi dell’articolo sessantuno, sono due ipotesi particolari che ci

permettono di capire come in questo caso lo stato sia posto in una condizione di

superiorità rispetto alle parti.

Il comma 5: tutte le volte che stipuliamo un contratto, esso è articolato in clausole, che

permettono alle parti di accordarsi. Uno dei contratti che si sta diffondendo maggiormente

in questi anni è quello della nuda proprietà. Essa rappresenta il caso in cui un soggetto

resti proprietario del bene mentre il secondo soggetto è colui che ne gode. In sostanza la

proprietà si scinde in due parti: un soggetto possiede la proprietà giuridica del bene, l’altro

invece può goderne. La vendita della nuda proprietà, quindi prevede che un soggetto

venda il diritto di proprietà a un altro soggetto che la acquista. Il soggetto che vende però

mantiene per se il diritto di usufrutto, cioè può godere del bene a tutti gli effetti, mentre

l’acquirente può diventare pieno proprietario del bene alla morte del primo soggetto,

quando il diritto di usufrutto si estingue.

In questo caso lo stato può esercitare il diritto di prelazione? La questione si era già posta

nel testo unico del 1999 e fu risolta nel 2004 proprio grazie al comma 5 dell’articolo 61.

Quindi, in qualsiasi caso ci sia una vendita, anche nel caso della nuda proprietà, lo stato

può esercitare il diritto di prelazione.

Allo stesso modo, la legge, però si preoccupa di tutelare in qualche misura la posizione del

terzo acquirente, ovvero di colui che compra il bene ma non ne diventa il proprietario

proprio perché lo stato esercita il suo diritto di prelazione. Questo aspetto è legiferato dal

comma 6 dell’articolo 61. Questo comma ci dice che nel caso lo stato eserciti il diritto di

prelazione su una parte del bene, l’acquirente ha la possibilità di recedere dal contratto,

cioè può sciogliere il contratto.

ART. 62: Procedimento per la prelazione

La prelazione è una via di mezzo tra l’esercizio della tutela e quello della valorizzazione

perché se il bene va nelle mani dello stato che esercita il diritto di prelazione, questo

automaticamente lo tutela. Però, anche le regioni e tutti gli enti territoriali, che hanno il

compito di valorizzare il bene, possono avere degli interessi. L’articolo 62 in un certo

senso disciplina questo aspetto.

Comma 1:

“1. Il soprintendente, ricevuta la denuncia di un atto soggetto a prelazione, ne dà

immediata comunicazione alla regione e agli altri enti pubblici territoriali nel cui àmbito si

trova il bene. Trattandosi di bene mobile, la regione ne dà notizia sul proprio Bollettino

Ufficiale ed eventualmente mediante altri idonei mezzi di pubblicità a livello nazionale, con

la descrizione dell'opera e l'indicazione del prezzo.”

L’articolo 59 ci dice che l’ente competente a ricevere la denuncia di trasferimento è la

soprintendenza.

Comma 2:

“2. La regione e gli altri enti pubblici territoriali, nel termine di venti giorni dalla denuncia,

formulano al Ministero una proposta di prelazione, corredata dalla deliberazione

dell'organo competente che predisponga, a valere sul bilancio dell'ente, la necessaria

copertura finanziaria della spesa indicando le specifiche finalità di valorizzazione culturale

del bene (1).”

Il primo ente che quindi ha la possibilità di esercitare il diritto di prelazione è l’ente locale

perché la norma ci dice che, entro un termine di venti giorni, essi possono comunicare allo

stato il loro interesse a esercitare la prelazione al fine di valorizzare il bene.

Comma 3:

“3. Il Ministero può rinunciare all'esercizio della prelazione, trasferendone la facoltà all'ente

interessato entro venti giorni dalla ricezione della denuncia. Detto ente assume il relativo

impegno di spesa, adotta il provvedimento di prelazione e lo notifica all'alienante ed

all'acquirente entro e non oltre sessanta giorni dalla denuncia medesima. La proprietà del

bene passa all'ente che ha esercitato la prelazione dalla data dell'ultima notifica (1).”

Se la regione comunica al Ministero come intente porre in essere il diritto di prelazione e il

Ministero rinuncia alla sua facoltà, allora il diritto di prelazione può essere esercitata

dall’ente locale.

Comma 4:

“4. Nei casi in cui la denuncia sia stata omessa o presentata tardivamente oppure risulti

incompleta, il termine indicato al comma 2 è di novanta giorni ed i termini stabiliti al

comma 3, primo e secondo periodo, sono, rispettivamente, di centoventi e centottanta

giorni. Essi decorrono dal momento in cui il Ministero ha ricevuto la denuncia tardiva o ha

comunque acquisito tutti gli elementi costitutivi della stessa ai sensi dell'articolo 59,

comma 4 (2).”

Nei casi in cui, la denuncia di prelazione sia incompleta o inesistente, il termine per la

presentazione della richiesta da parte degli enti locali è di 90 giorni.

La Circolazione Internazionale del Bene Culturale:

Parte seconda

Beni culturali

TITOLO I

Tutela

Capo V

Circolazione in ambito internazionale

Sezione I

Principi in materia di circolazione internazionale

Il capo V del Titolo I della parte seconda del codice, si occupa della circolazione

internazionale dei beni. Quindi, tratta il caso in cui il bene deve uscire dal territorio

nazionale.

ART. 64 bis: Controllo sulla circolazione

“1. Il controllo sulla circolazione internazionale è finalizzato a preservare l'integrità del

patrimonio culturale in tutte le sue componenti, quali individuate in base al presente codice

ed alle norme previgenti.

2. Il controllo di cui al comma 1 è esercitato ai sensi delle disposizioni del presente capo,

nel rispetto degli indirizzi e dei vincoli fissati in ambito comunitario, nonché degli impegni

assunti mediante la stipula e la ratifica di Convenzioni internazionali. Detto controllo

costituisce funzione di preminente interesse nazionale.

3. Con riferimento al regime della circolazione internazionale, i beni costituenti il

patrimonio culturale non sono assimilabili a merci.”

L’articolo 64 bis è stato introdotto nel 2008.

Lo stato italiano ha concluso dei trattati internazionali che si collocano nella gerarchia delle

fonti al secondo gradino.

ART. 65: Uscita definitiva

Comma 1:

“1. È vietata l'uscita definitiva dal territorio della Repubblica dei beni culturali mobili indicati

nell'articolo 10, commi 1, 2 e 3.”

Tutti i beni culturali, sono beni inesportabili, non possono essere quindi esportati al di fuori

del territorio nazionale.

Comma 2:

“2. È vietata altresì l'uscita:

a) delle cose mobili appartenenti ai soggetti indicati all'articolo 10, comma 1, che siano

opera di autore non più vivente e la cui esecuzione risalga ad oltre cinquanta anni, fino a

quando non sia stata effettuata la verifica prevista dall'articolo 12;

b) dei beni, a chiunque appartenenti, che rientrino nelle categorie indicate all'articolo 10,

comma 3, e che il Ministero, sentito il competente organo consultivo, abbia

preventivamente individuato e, per periodi temporali definiti, abbia escluso dall'uscita,

perché dannosa per il patrimonio culturale in relazione alle caratteristiche oggettive, alla

provenienza o all'appartenenza dei beni medesimi.”

Questo comma mira a evitare l’uscita anche dei beni di cui ancora non sia stata fatta la

verifica o la dichiarazione dell’interesse culturale.

ART. 174: Uscita o esportazioni illecite

“1. Chiunque trasferisce all'estero cose di interesse artistico, storico, archeologico,

etnoantropologico, bibliografico, documentale o archivistico, nonché quelle indicate

all'articolo 11, comma 1, lettere f), g) e h), senza attestato di libera circolazione o licenza

di esportazione, è punito con la reclusione da uno a quattro anni o con la multa da euro

258 a euro 5.165.”

Esiste un’altra categoria di beni per cui la possibilità di uscita dal territorio nazionale è

concessa.

Comma 3 (ART.65):

“3. Fuori dei casi previsti dai commi 1 e 2, è soggetta ad autorizzazione, secondo le

modalità stabilite nella presente sezione e nella sezione II di questo Capo, l'uscita

definitiva dal territorio della Repubblica:

a) delle cose, a chiunque appartenenti, che presentino interesse culturale, siano opera di

autore non più vivente e la cui esecuzione risalga ad oltre cinquanta anni;

b) degli archivi e dei singoli documenti, appartenenti a privati, che presentino interesse

culturale;

c) delle cose rientranti nelle categorie di cui all'articolo 11, comma 1, lettere f), g) ed h), a

chiunque appartengano (1).”

I beni rientranti in queste categorie, a determinate condizioni, possono uscire dal nostro

Paese anche in forma definitiva.

ART. 68: Attestato di libera circolazione

Comma 1:

“1. Chi intende far uscire in via definitiva dal territorio della Repubblica le cose indicate

nell'articolo 65, comma 3, deve farne denuncia e presentarle al competente ufficio di

esportazione, indicando, contestualmente e per ciascuna di esse, il valore venale, al fine

di ottenere l'attestato di libera circolazione (1).”

L’attestato di libera circolazione è quel tipo di provvedimento necessario affinché i beni

stabiliti dall’articolo 65 comma 3 possano uscire dal territorio nazionale. L’uscita senza

autorizzazione dei beni è soggetta alle sanzioni riportate nell’articolo 174. L’attestato deve

essere richiesto all’ufficio di esportazione, un ente competente a cui rivolgersi per fare la

richiesta.

L’articolo, inoltre, parla dell’indicazione del valore venale. Chi intende esportare il bene,

deve indicare all’ufficio il valore economico del bene.

Comma 2:

“2. L'ufficio di esportazione, entro tre giorni dall'avvenuta presentazione della cosa, ne dà

notizia ai competenti uffici del Ministero, che segnalano ad esso, entro i successivi dieci

giorni, ogni elemento conoscitivo utile in ordine agli oggetti presentati per l'uscita definitiva

(1).

3. L'ufficio di esportazione, accertata la congruità del valore indicato, rilascia o nega con

motivato giudizio, anche sulla base delle segnalazioni ricevute, l'attestato di libera

circolazione, dandone comunicazione all'interessato entro quaranta giorni dalla

presentazione della cosa (1).”

Quindi, io presento la domanda, lascio il bene all’ufficio di esportazione che poi entrerà in

contatto con il Ministero. Il Ministero, a questo punto, prende atto che il bene esista e fa

una stimma del suo valore e si rimette in contatto con l’ufficio di esportazione concedendo

o meno l’attestato di circolazione. Tutto questo deve avvenire in 40 giorni.

L’interesse del privato può, anche in questo caso, essere tutelato.

ART. 69: Ricorso amministrativo avverso il diniego di attestato

“1. Avverso il diniego dell'attestato è ammesso, entro i successivi trenta giorni, ricorso al

Ministero, per motivi di legittimità e di merito.

2. Il Ministero, sentito il competente organo consultivo, decide sul ricorso entro il termine

di novanta giorni dalla presentazione dello stesso.

3. Dalla data di presentazione del ricorso amministrativo e fino alla scadenza del termine

di cui al comma 2, il procedimento di dichiarazione è sospeso, ma le cose rimangono

assoggettate alla disposizione di cui all'articolo 14, comma 4 (1).

4. Qualora il Ministero accolga il ricorso, rimette gli atti all'ufficio di esportazione, che

provvede in conformità nei successivi venti giorni.”

ART. 70: Acquisto Coattivo

Comma 1:

“1. Entro il termine indicato all'articolo 68, comma 3, l'ufficio di esportazione, qualora non

abbia già provveduto al rilascio o al diniego dell'attestato di libera circolazione, può

proporre al Ministero l'acquisto coattivo della cosa per la quale è richiesto l'attestato di

libera circolazione, dandone contestuale comunicazione alla regione e all'interessato, al

quale dichiara altresì che l'oggetto gravato dalla proposta di acquisto resta in custodia

presso l'ufficio medesimo fino alla conclusione del relativo procedimento. In tal caso il

termine per il rilascio dell'attestato è prorogato di sessanta giorni (1).”

L’acquisto coattivo è un’ipotesi, identica alla prelazione, in base alla quale lo stato, nel

caso in cui qualcuno voglia esportare un bene all’estero, lo può acquistare coattivamente,

ovvero senza il consenso del proprietario. La finalità, anche in questo caso, è quella di

tutelare il bene.

Quindi, se l’ufficio di esportazione ritiene che il bene culturale abbia un valore tale da

legittimare un tipo di acquisto coattivo, lo può comunicare al Ministero. Se effettua questa

comunicazione, il tempo per rispondere al privato passa da 40 a 120 giorni. In questo

lasso di tempo, il bene resta a disposizione dell’ufficio di esportazione.

Comma 2:

“2. Il Ministero ha la facoltà di acquistare la cosa per il valore indicato nella denuncia. Il

provvedimento di acquisto è notificato all'interessato entro il termine perentorio di novanta

giorni dalla denuncia. Fino a quando non sia intervenuta la notifica del provvedimento di

acquisto, l'interessato può rinunciare all'uscita dell'oggetto e provvedere al ritiro del

medesimo (1).”

L’acquisto coattivo presuppone la volontà del privato di esportare il bene al di fuori del

paese. Finché il privato resta di questo avviso, lo stato, attraverso questo articolo si

riconosce il diritto dell’acquisto coattivo.

Se il valore del bene viene riconosciuto e il Ministero decide di porre in essere l’acquisto

coattivo come si può tutelare il privato? Il privato può decidere di non voler più espropriare

il bene.

Comma 3:

“3. Qualora il Ministero non intenda procedere all'acquisto, ne dà comunicazione, entro

sessanta giorni dalla denuncia, alla regione nel cui territorio si trova l'ufficio di

esportazione proponente. La regione ha facoltà di acquistare la cosa nel rispetto di quanto

stabilito all'articolo 62, commi 2 e 3. Il relativo provvedimento è notificato all'interessato

entro il termine perentorio di novanta giorni dalla denuncia (2).”

Se lo stato non ha intenzione di realizzare l’acquisto coattivo può comunque darne

comunicazione alla regione che, come nel caso della prelazione, può, anch’essa,

procedere all’acquisto coattivo. LEZIONE IX

10.04.2015

Riepilogo

<< Nell’incontro precedente ci siamo occupati di cosa avviene quando il bene culturale è

oggetto di circolazione giuridica e di circolazione materiale. Inoltre, abbiamo parlato della

prelazione, ovvero quel diritto attraverso cui, lo stato in caso di alienazione, può diventare

proprietario del bene.

Ieri ci siamo soffermati sull’ipotesi in cui si voglia portare il bene fuori dal nostro paese in

forma definitiva, cioè, colui il quale è il proprietario del bene lo voglia portare fuori dai

confini nazionali in maniera permanente. L’articolo 65 esclude che quasi tutte le categorie

di beni non possano uscire dal nostro territorio e consente che solo alcune categorie di

beni, quelli disciplinati dall’articolo 65 comma 3, possano uscire. Affinché quest’uscita sia

possibile, il codice obbliga, colui che è intenzionato a far uscire il bene, a inviare una

particolare comunicazione all’ufficio di esportazione che per quanto riguarda Cagliari è una

parte della soprintendenza mentre, per quanto riguarda Sassari c’è un ufficio specifico. Più

genericamente, ogni soprintendenza ha un ufficio competente per ciò che riguarda

l’esportazione. Chi intende esportare un bene, quindi, deve presentare una denuncia

indicando i caratteri del bene, le proprie generalità e il valore venale del bene stesso al

fine che lo Stato possa tutelare al meglio il bene utilizzando il cosiddetto acquisto coattivo

(modalità di acquisto del bene culturale, disciplinata dall’articolo 70, che risponde alla

stessa logica della prelazione).

La caratteristica dell’acquisto coattivo è che lo stato può decidere di acquistare il bene ad

un prezzo uguale a quello del valore venale oppure no, senza che ci sia una volontà di

alienazione del bene culturale da parte del proprietario, cioè anche se il proprietario non

intende venderlo. Il proprietario in questo caso può tutelarsi ritirando la denuncia di

esportazione.>>

Oggi analizzeremo altre due ipotesi:

L’uscita a tempo indefinito: il caso in cui il soggetto proprietario del bene intenda

- portare fuori il bene culturale temporaneamente.

I mezzi di tutela che lo stato ha per ottenere la restituzione del bene culturale che

- sia stato illegittimamente esportato (azione di restituzione)

L’uscita temporanea del Bene Culturale:

ART. 71: Attestato di circolazione temporanea

Commi 1 e 2:

“1. Chi intende far uscire in via temporanea dal territorio della Repubblica, ai sensi degli

articoli 66 e 67, le cose e i beni ivi indicati, deve farne denuncia e presentarli al

competente ufficio di esportazione, indicando, contestualmente e per ciascuno di essi, il

valore venale e il responsabile della sua custodia all'estero, al fine di ottenere l'attestato di

circolazione temporanea.

2. L'ufficio di esportazione, accertata la congruità del valore indicato, rilascia o nega, con

motivato giudizio, l'attestato di circolazione temporanea, dettando le prescrizioni

necessarie e dandone comunicazione all'interessato entro quaranta giorni dalla

presentazione della cosa o del bene. Avverso il provvedimento di diniego di uscita

temporanea è ammesso ricorso amministrativo nei modi previsti dall'articolo 69.”

Questa parte del procedimento è in tutto e per tutto uguale all’ipotesi di esportazione del

bene a tempo definito perché se si intende portare il bene fuori dal nostro paese è

necessario presentare la denuncia all’ufficio di esportazione, indicando il valore del bene e

l’ufficio di esportazione deve decidere se rilasciare o negare l’autorizzazione alla

circolazione temporanea. In questo caso il valore venale del bene ha un significato diverso

da quello dell’acquisto coattivo del bene.

Comma 3:

“3. Qualora per l'uscita temporanea siano presentate cose che rivestano l'interesse

indicato dall'articolo 10, contestualmente alla pronuncia positiva o negativa sono

comunicati all'interessato, ai fini dell'avvio del procedimento di dichiarazione, gli elementi

indicati all'articolo 14, comma 2, e l'oggetto è sottoposto alle misure di cui all'articolo 14,

comma 4 (1).”

In questo caso, l’articolo fa riferimento al procedimento di dichiarazione dell’interesse

culturale, ovvero è sufficiente in questo caso che il proprietario presenti la richiesta di

esportare un bene affinché l’ufficio di esportazione attivi di ufficio il procedimento della

dichiarazione di interesse culturale. Questo comporta che il bene sia vincolato dalle misure

cautelari di prevenzione, quindi lo stato può già tutelare il bene.

Commi 4 e 5:

“4. Nella valutazione circa il rilascio o il rifiuto dell'attestato, gli uffici di esportazione si

attengono ad indirizzi di carattere generale stabiliti dal Ministero, sentito il competente

organo consultivo. Per i casi di uscita temporanea disciplinati dall'articolo 66 e dall'articolo

67, comma 1, lettere b) e c), il rilascio dell'attestato è subordinato all'autorizzazione di cui

all'articolo 48.

5. L'attestato indica anche il termine per il rientro delle cose o dei beni, che è prorogabile

su richiesta dell'interessato, ma non può essere comunque superiore a diciotto mesi dalla

loro uscita dal territorio nazionale, salvo quanto disposto dal comma 8.”

Il comma 5 ci dice quanto può durare l’autorizzazione per l’esportazione del bene

culturale. Il bene culturale, quindi, può essere portato temporaneamente al di fuori del

nostro paese per un periodo di tempo pari a 18 mesi. Questo proprio per consentire allo

stato di tutelare il bene in modo che non resti per troppo tempo al di fuori del nostro paese.

Comma 6:

“6. Il rilascio dell'attestato è sempre subordinato all'assicurazione dei beni da parte

dell'interessato per il valore indicato nella domanda. Per le mostre e le manifestazioni

promosse all'estero dal Ministero o, con la partecipazione statale, da enti pubblici, dagli

istituti italiani di cultura all'estero o da organismi sovranazionali, l'assicurazione può

essere sostituita dall'assunzione dei relativi rischi da parte dello Stato, ai sensi dell'articolo

48, comma 5.”

Questo significa che, io proprietario devo presentare allo stato il valore venale e nel

momento in cui decido di esportare il bene devo pagare un’assicurazione in denaro, pari al

valore del bene stesso. In questo modo, laddove il bene dovesse riportare dei danni o non

dovesse tornare nel nostro paese, l’assicurazione permetterebbe di pagare i danni.

Un’ipotesi particolare di uscita dei beni culturali, è invece disciplinata dall’articolo 66.

ART. 66: Uscita temporanea per manifestazioni

Questo articolo disciplina l’uscita temporanea del bene culturale per manifestazioni. Si

tratta di un’ipotesi diversa rispetto a quella dell’articolo 71. Quest’ultimo, infatti, non ci dice

per quale motivo il proprietario intende portare il bene fuori dal paese.

Comma 1:

“1. Può essere autorizzata l'uscita temporanea dal territorio della Repubblica delle cose e

dei beni culturali indicati nell'articolo 65, commi 1, 2, lettera a), e 3, per manifestazioni,

mostre o esposizioni d'arte di alto interesse culturale, sempre che ne siano garantite

l'integrità e la sicurezza.”

Si tratta di una disposizione importante perché è l’unica ipotesi in cui certe categorie di

beni, quelle indicate dall’articolo 65, possono legittimamente uscire dal nostro paese.

Questi beni, possono uscire dal paese per manifestazioni, poiché, secondo il legislatore, la

loro esportazione gioverebbe alla promozione del patrimonio culturale italiano. L’uscita per

manifestazioni è limitata da sole due ipotesi che escludono radicalmente anche questo

tipo di esportazione.

Comma 2:

“2. Non possono comunque uscire:

a) i beni suscettibili di subire danni nel trasporto o nella permanenza in condizioni

ambientali sfavorevoli;

b) i beni che costituiscono il fondo principale di una determinata ed organica sezione di un

museo, pinacoteca, galleria, archivio o biblioteca o di una collezione artistica o

bibliografica.”

Se il bene quindi rischia di danneggiarsi allora non può uscire dal nostro Paese.

L’entrata dei Beni culturali in Italia:

Questo è il caso in cui un bene culturale, dall’estero viene portato all’interno del nostro

territorio. Anche questa ipotesi è tutelata e rivista dal Codice Urbani.

ART. 72: Ingresso nel territorio nazionale

“1. La spedizione in Italia da uno Stato membro dell'Unione europea o l'importazione da

un Paese terzo delle cose o dei beni indicati nell'articolo 65, comma 3, sono certificati, a

domanda, dall'ufficio di esportazione.

2. I certificati di avvenuta spedizione e di avvenuta importazione sono rilasciati sulla base

di documentazione idonea ad identificare la cosa o il bene e a comprovarne la

provenienza dal territorio dello Stato membro o del Paese terzo dai quali la cosa o il bene

medesimi sono stati, rispettivamente, spediti o importati. Ai fini del rilascio dei detti

certificati non è ammessa la produzione, da parte degli interessati, di atti di notorietà o di

dichiarazioni sostitutive dei medesimi, rese ai sensi delle vigenti disposizioni legislative e

regolamentari in materia di documentazione amministrativa (1).

3. I certificati di avvenuta spedizione e di avvenuta importazione hanno validità

quinquennale e possono essere prorogati su richiesta dell'interessato.

4. Con decreto ministeriale possono essere stabilite condizioni, modalità e procedure per il

rilascio e la proroga dei certificati, con particolare riguardo all'accertamento della

provenienza della cosa o del bene spediti o importati.”

Quindi lo stato, nell’ipotesi in cui un bene culturale provenga nel nostro paese, consente

che colui il quale importi il bene culturale si rivolga alla soprintendenza che, a quel punto

ha l’obbligo di certificare che il bene culturale è arrivato nel nostro paese. Perché lo stato

di fa carico di una simile dichiarazione? Lo stato si fa carico di questa dichiarazione

perché, ha la finalità di tutelare tutti i beni, anche quelli non italiani. Nel momento in cui

all’ufficio di esportazione arriva la comunicazione dell’arrivo in Italia di un bene estero, lo

stato può tracciare il percorso del bene. Questo può essere utile nel caso in cui si perdano

le tracce del bene nel paese stesso da cui il bene è stato importato. Questa norma,

rappresenta un’assicurazione che lo stato italiano, a livello comunitario, ha assunto con la

finalità di attestare la circolazione dei beni culturali stessi.

L’azione di restituzione del Bene Culturale:

Parte seconda

Beni culturali

TITOLO I

Tutela

Capo V

Circolazione in ambito internazionale

Sezione III

Disciplina in materia di restituzione, nell'ambito dell'Unione europea, di beni culturali

illecitamente usciti dal territorio di uno Stato membro

Con azione di restituzione del bene culturale si intende quell’istituito in base al quale è

possibile agire presso un paese estero per ottenere la restituzione del bene culturale. Lo

stato, per definizione, è quell’ente che ha il monopolio della forza pubblica in un

determinato territorio. Al di fuori del territorio italiano, quindi, lo stato non ha più voce in

capitolo. Per quanto riguarda il bene culturale, se questo viene portato al di fuori del nostro

paese, anche nel caso in cui lo stato italiano sia al corrente del luogo in cui il bene stesso

sia situato, non può inviare la propria forza pubblica a recuperare il bene. Questo perché

l’autorità italiana, appunto, al di fuori del nostro paese non ha giurisdizione. Essendo

questo un problema comune a tutti i paesi europei e, essendo la comunità europea

un’unione di stati, gli organi comunitari si sono occupati a più riprese di questa fattispecie.

La soluzione che è stata identificata a livello comunitario per ovviare al problema, è stata

quella di emanare una direttiva comunitaria, ovvero una fonte di diritto che si colloca nel

secondo gradino della gerarchia delle fonti, in base alla quale l’UE detta una legge e poi il

singolo stato la deve porre in essere.

La direttiva della Comunità Economica Europea che ha legiferato l’azione di restituzione è

la direttiva 93 n° 7 (a livello comunitario si mette la direttiva, poi l’anno in cui la direttiva è

stata emanata e alla fine il numero). Questa direttiva è stata la prima a disciplinare l’azione

di restituzione.

Quali sono i caratteri dell’azione di restituzione nel nostro ordinamento?

ART. 75: Restituzione

Comma 1:

“1. Nell'ambito dell'Unione europea, la restituzione dei beni culturali usciti illecitamente dal

territorio di uno Stato membro dopo il 31 dicembre 1992 è regolata dalle disposizioni della

presente sezione, che recepiscono la direttiva CEE (1).”

La direttiva del 93 è stata recepita in Italia con la legge 88 del 1998, questo perché le leggi

comunitarie vengono recepite in Italia, come dagli altri Stati, con delle leggi interne. La

Comunità Europea detta una legge generale e lo Stato membro ne specifica i dettagli. La

legge del 1998, ovviamente, per il principio cronologico, viene superata dal decreto

legislativo n°42 del 2004.

Comma 2:

“2. Ai fini della direttiva CEE, si intendono per beni culturali quelli qualificati, anche dopo la

loro uscita dal territorio di uno Stato membro, in applicazione della legislazione o delle

procedure amministrative ivi vigenti, come appartenenti al patrimonio culturale dello Stato

medesimo, ai sensi dell'articolo 30 del Trattato istitutivo della Comunità economica

europea, nella versione consolidata, quale risulta dalle modifiche introdotte dal Trattato di

Amsterdam e dal Trattato di Nizza (1).”

Quando parliamo di un conflitto di due giurisdizioni dobbiamo intenderci anche sul

significato di bene culturale perché ciò che è un bene culturale in Italia potrebbe non

esserlo in uno stato estero. Ai sensi dell’articolo 75 comma 2, quando parliamo di bene

culturale, ci stiamo riferendo a una definizione di bene culturale data dallo stato che agisce

in materia di restituzione, quindi nel nostro caso l’Italia. Quindi il bene culturale è quello

disciplinato dall’articolo 2 e dall’articolo 10 del Codice Urbani.

Comma 3:

“3. La restituzione è ammessa per i beni di cui al comma 2 che rientrino in una delle

categorie indicate alla lettera a) dell'allegato A, ovvero per quelli che, pur non rientrando in

dette categorie, siano inventariati o catalogati come appartenenti a:

a) collezioni pubbliche museali, archivi e fondi di conservazione di biblioteche. Si

intendono pubbliche le collezioni di proprietà dello Stato, delle regioni, degli altri enti

pubblici territoriali e di ogni altro ente ed istituto pubblico, nonché le collezioni finanziate in

modo significativo dallo Stato, dalle regioni o dagli altri enti pubblici territoriali;

b) istituzioni ecclesiastiche (1).”

Il comma tre ci dice a quale categoria deve appartenere il bene per essere restituito:

Beni appartenenti alle istituzioni ecclesiastiche, dal momento che questa istituzione

- è proprietaria di una parte molto ampia del patrimonio culturale nazionale.

Beni appartenenti allo stato che siano considerati beni culturali in base alla

- legislazione dello stato in questione.

Quando è che l’uscita dei beni è considerata illecita?

Comma 4:

“4. E' illecita l'uscita dei beni avvenuta dal territorio di uno Stato membro in violazione

della legislazione di detto Stato in materia di protezione del patrimonio culturale nazionale

o del regolamento CEE, ovvero determinata dal mancato rientro dei beni medesimi alla

scadenza del termine fissato nel provvedimento di autorizzazione alla spedizione

temporanea (1).”

In questo caso, ci tornano utili tutte le informazioni acquisite in merito all’attestato di libera

circolazione e all’attestato di circolazione temporanea perché questi due attestati sono le

certificazioni che il nostro ordinamento richiede affinché un bene culturale possa uscire dal

nostro territorio. Se io porto un bene fuori dall’Italia a tempo indeterminato oppure lo devo

riportare entro un limite di tempo prestabilito (18 mesi), e non lo faccio, a questo punto

l’azione prevista dalla legislazione può essere esercitata.

ART. 77: Azione di restituzione

Commi 1 e 2:

“1. Per i beni culturali usciti illecitamente dal loro territorio, gli Stati membri dell'Unione

europea possono esercitare l'azione di restituzione davanti all'autorità giudiziaria ordinaria,

secondo quanto previsto dall'articolo 75.

2. L'azione è proposta davanti al tribunale del luogo in cui il bene si trova.”

L’azione di restituzione può essere attuata dallo stato proprietario del bene ponendo la

questione all’autorità giudiziaria del luogo in cui il bene si trova, ovvero al tribunale del

Paese in cui il bene è stato esportato.

L’articolo 77 è il primo che ci permette di capire come funziona realmente l’azione di

restituzione e ci permette di capire come il nostro paese ha attuato la direttiva comunitaria

del 93.

Comma 3:

“3. Oltre ai requisiti previsti nell'articolo 163 del codice di procedura civile, l'atto di

citazione deve contenere:

a) un documento descrittivo del bene richiesto che ne certifichi la qualità di bene culturale;

b) la dichiarazione delle autorità competenti dello Stato richiedente relativa all'uscita

illecita del bene dal territorio nazionale.”

Il comma tre ci dice cosa la richiesta di restituzione deve contenere. Quindi quando il

ministero spedisce questo documento deve dare una descrizione dell’opera e deve dare

atto del fatto che il bene è uscito illecitamente dal nostro territorio oppure che sono scaduti

i diciotto mesi previsti per il rientro del bene in Italia.

Comma 4:

“4. L'atto di citazione è notificato, oltre che al possessore o al detentore a qualsiasi titolo

del bene, anche al Ministero per essere annotato nello speciale registro di trascrizione

delle domande giudiziali di restituzione.”

L’azione di restituzione deve essere presentata presso il tribunale in cui il bene si trova e,

inoltre, deve essere informato il proprietario, il possessore o il detentore. Inoltre, questo

comma ci dice che il soggetto che esercita l’azione di restituzione è il Ministero per i Beni e

le Attività Culturali.

Il fine dell’azione di restituzione è quella di riportare il bene nel paese da cui il bene è stato

esportato in modo che esso possa diventarne nuovamente il proprietario.

ART. 78: Termini di decadenza e di prescrizione dell'azione

“1. L'azione di restituzione è promossa nel termine perentorio di un anno a decorrere dal

giorno in cui lo Stato richiedente ha avuto conoscenza che il bene uscito illecitamente si

trova in un determinato luogo e ne ha identificato il possessore o detentore a qualsiasi

titolo.

2. L'azione di restituzione si prescrive in ogni caso entro il termine di trenta anni dal giorno

dell'uscita illecita del bene dal territorio dello Stato richiedente.

3. L'azione di restituzione non si prescrive per i beni indicati nell'articolo 75, comma 3,

lettere a) e b) (1).”

La prescrizione è quel periodo di tempo decorso il quale non si può più agire in giudizio.

Il comma due ci dice che l’azione di restituzione Italiana ha un termine di prescrizione pari

ai trent’anni. Decorsi trent’anni, in ogni caso, il Ministero non potrà più agire in giudizio.

Inoltre, il Codice Urbani, prevede un altro termine, detto di decadenza. La definizione di

questo è presente nel Codice Civile, anche se non si è ancora capito quale sia

precisamente la differenza tra prescrizione e decadenza. Ciò che è sicuro è che il termine

della decadenza sia molto più breve della prescrizione. La decadenza, nasce da una

condizione diversa da quella della prescrizione e ha un termine molto più breve.

Il termine di decadenza, viene specificato nel comma 1 di questo articolo. Il termine di

decadenza è di un anno a partire dal momento in cui si scopre l’uscita illecita del bene.

Passato un anno, l’azione di restituzione cade in prescrizione.

ART. 79: Indennizzo

“1. Il tribunale, nel disporre la restituzione del bene, può, su domanda della parte

interessata, liquidare un indennizzo determinato in base a criteri equitativi.

2. Per ottenere l'indennizzo previsto dal comma 1, il soggetto interessato è tenuto a

dimostrare di aver usato, all'atto dell'acquisizione, la diligenza necessaria a seconda delle

circostanze.

3. Il soggetto che abbia acquisito il possesso del bene per donazione, eredità o legato non

può beneficiare di una posizione più favorevole di quella del proprio dante causa.

4. Lo Stato richiedente che sia obbligato al pagamento dell'indennizzo può rivalersi nei

confronti del soggetto responsabile dell'illecita circolazione residente in Italia.”

L’indennizzo, in termini generali è quella somma di denaro corrisposta a qualcuno che per

una qualche ragione subisca gli effetti negativi derivanti da un fatto lecito.

La differenza tra l’indennizzo e il risarcimento è che quest’ultimo è dovuto da un soggetto

a un altro a causa di un fatto illecito: nel momento in cui il primo soggetto subisca gli effetti

negativi derivanti da un fatto illecito causato dal secondo soggetto, quest’ultimo è

obbligato a pagare un risarcimento al primo soggetto.

Lo stato si obbliga a pagare un indennizzo al soggetto che ha comprato il bene culturale

all’estero.

Comma 1: Lo Stato paga un indennizzo pari al prezzo pagato dall’acquirente al momento

dell’acquisto.

Comma 2: L’acquirente deve dimostrare che al momento dell’acquisto non era a

conoscenza dell’esportazione illecita del bene. In caso ne fosse consapevole, lo Stato non

deve pagare nessun indennizzo.

ART. 80: Pagamento dell’indennizzo

“1. L'indennizzo è corrisposto da parte dello Stato richiedente contestualmente alla

restituzione del bene.

2. Del pagamento e della consegna del bene è redatto processo verbale a cura di un

notaio, di un ufficiale giudiziario o di funzionari all'uopo designati dal Ministero, al quale è

rimessa copia del processo verbale medesimo.

3. Il processo verbale costituisce titolo idoneo per la cancellazione della trascrizione della

domanda giudiziale.”

Nel momento in cui il bene viene restituito, lo stato che lo acquista deve pagare

l’indennizzo.

ART. 82: Azione di restituzione a favore dell'Italia

“1. L'azione di restituzione dei beni culturali usciti illecitamente dal territorio italiano è

esercitata dal Ministero, d'intesa con il Ministero degli affari esteri, davanti al giudice dello

Stato membro dell'Unione europea in cui si trova il bene culturale.”

L’esercizio dell’azione di restituzione spetta solo ed esclusivamente al Ministero, sia nel

caso in cui il bene sia di proprietà pubblica, sia nel caso in cui il bene sia di proprietà di un

soggetto privato.

ART. 83: Destinazione del bene restituito

“1. Qualora il bene culturale restituito non appartenga allo Stato, il Ministero provvede alla

sua custodia fino alla consegna all'avente diritto.

2. La consegna del bene è subordinata al rimborso allo Stato delle spese sostenute per il

procedimento di restituzione e per la custodia del bene.

3. Quando non sia conosciuto chi abbia diritto alla consegna del bene, il Ministero dà

notizia del provvedimento di restituzione mediante avviso pubblicato nella Gazzetta

Ufficiale della Repubblica italiana e con altra forma di pubblicità.

4. Qualora l'avente diritto non ne richieda la consegna entro cinque anni dalla data di

pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell'avviso previsto dal comma 3, il bene è acquisito

al demanio dello Stato. Il Ministero, sentiti il competente organo consultivo e le regioni

interessate, dispone che il bene sia assegnato ad un museo, biblioteca o archivio dello

Stato, di una regione o di altro ente pubblico territoriale, al fine di assicurarne la migliore

tutela e la pubblica fruizione nel contesto culturale più opportuno.”

Anche in questo caso, in caso di inerzia da parte del proprietario, lo Stato cerca di

acquistarne la proprietà.

Comma 1: Lo stato, sino a quando il bene non torna nelle mani del legittimo proprietario, si

obbliga a conservarlo e tutelarlo.

Comma 2: se anche il bene è di proprietà privata, dal momento che lo Stato ha agito per

ottenere la restituzione, il proprietario può tornare proprietario del bene solo pagando le

spese legali e di deposito allo Stato.

Comma 3: La gazzetta ufficiale è il meccanismo legale attraverso il quale lo Stato, da

comunicazione della promulgazione delle leggi, di tutta una serie di comunicazioni

pubbliche (come concorsi pubblici). Il Ministero dà notizia di essere tornato in possesso di

un bene culturale attraverso la Gazzetta Ufficiale, rendendo l’informazione nota a tutta la

collettività.

Comma 4: nel caso in cui il proprietario decida di non rientrare in possesso del bene

culturale, quest’ultimo, trascorsi cinque anni, entra a far parte del Demanio Culturale dello

Stato. A questo punto, lo Stato si attiva affinché esso sia fruibile dal pubblico. LEZIONE X

16.04.2015

ART. 87: Convenzione UNIDROIT

“1. Resta ferma la disciplina dettata dalla Convenzione dell'UNIDROIT sul ritorno

internazionale dei beni culturali rubati o illecitamente esportati, adottata a Roma il 24

giugno 1995, e dalle relative norme di ratifica ed esecuzione, con riferimento ai beni

indicati nell'annesso alla Convenzione medesima.”

La convenzione Unidroit (entrata in vigore nel 1995) è importante perché si tratta di un

trattato internazionale concluso tra il nostro stato e gli altri paesi aderenti e che quindi si

trova nel secondo gradino delle fonti e per questo più forte rispetto al codice dei beni

culturale. È importante menzionarla perché tra gli stati che hanno sottoscritto questo

trattato, la disciplina della restituzione e riportata negli articoli precedenti non si applica.

Viene applicata invece, la disciplina contenuta nel trattato. Questi stati, infatti, si sono

accordati per avere una disciplina uniforme per ciò che riguarda la restituzione rinunciando

così ad avere una legislazione propria. Nel caso in cui sia necessaria l’azione di

restituzione tra due stati che hanno firmato questo trattato, allora, il Ministero di uno degli

stati è tenuto ad utilizzare la disciplina dell’azione di restituzione come riportata nella

convenzione.

In questa convenzione, sono riportate delle norme che divergono da quelle del codice

urbani. È interessante notare, in materia di restituzione, come la lista dei beni culturali

indicati dalla convenzione, sia una lista di beni più ampia rispetto a quella riportata

nell’articolo 10 commi 1, 2 e 3. Parte seconda

Beni culturali

TITOLO I

Tutela

Capo VI

Ritrovamenti e scoperte

Sezione I

Ricerche e rinvenimenti fortuiti nell'àmbito del territorio nazionale

I beni archeologici, per definizione sono delle cose che per loro stessa natura sono celate

alla vista umana e che per loro stessa natura non hanno un proprietario. Chi per legge ne

è il proprietario, non è consapevole di essere in possesso di un bene culturale. Il Codice

Urbani, quindi, si preoccupa di stabilire gli effetti giuridici derivanti dal rinvenimento del

bene, quali sono gli obblighi che il ritrovatore del bene deve rispettare e stabilisce una

sorta di ricompensa che deve essere data a chi trova il bene.

Che cosa succede quando viene ritrovato un bene al di sopra di un fondo appartenente a

un determinato proprietario? Questa fattispecie è disciplinata dal codice civile. Nel caso in

cui un bene si trovi interrato al disotto di un fondo e questo bene venga trovato, chi ne

diventa proprietario? La legge ci dice che il proprietario di quel bene è il proprietario del

fondo. Il codice civile ci dice “Usque ad sidera, usque ad inferos” che significa che il

proprietario del fondo è proprietario anche della colonna d’aria che parte dal fondo e arriva

fino in cielo e di tutto ciò che è posto al di sotto del suolo. Questa dicitura, però, trova dei

limiti perché la legge tutela il proprietario solo nella misura in cui costui può godere del suo

diritto di proprietà sul fondo.

Lo statuto giuridico applicabile ai beni o alle cose aventi interesse archeologico è uno

statuto giuridico identico a quello dettato dal codice civile oppure differisce in qualche

modo? Se si perché? Lo statuto dei beni archeologico è uno statuto molto diverso da

quello sancito nel Codice Civile. Lo Stato, ovviamente, vuole applicare il suo diritto di

tutela sui beni archeologici e per questo questa disciplina differisce da quella riportata nel

Codice Civile.

ART. 88: Attività di ricerca

Comma 1:

“1. Le ricerche archeologiche e, in genere, le opere per il ritrovamento delle cose indicate

all'articolo

10 in qualunque parte del territorio nazionale sono riservate al Ministero.”

Già il primo comma dell’articolo 88 stabilisce che in linea di massima, il potere di effettuare

le ricerche archeologiche spetta al Ministero. Inoltre, il comma uno parla anche del

ritrovamento delle cose indicate nell’articolo 10. Il Codice parla di cose perché in realtà

non sappiamo ancora se sia un bene culturale oppure no.

Comma 2:

“2. Il Ministero può ordinare l'occupazione temporanea degli immobili ove devono

eseguirsi le ricerche o le opere di cui al comma 1.”

Il Ministero, quindi può autorizzare l’inizio di una campagna di scavo presso un privato.

Comma 3:

“3. Il proprietario dell'immobile ha diritto ad un'indennità per l'occupazione, determinata

secondo le modalità stabilite dalle disposizioni generali in materia di espropriazione per

pubblica utilità.

L'indennità può essere corrisposta in denaro o, a richiesta del proprietario, mediante

rilascio delle cose ritrovate o di parte di esse, quando non interessino le raccolte dello

Stato.”

L’indennità è una somma di denaro che il Ministero si obbliga a pagare nei confronti di un

soggetto che subisca una limitazione dei propri diritti in seguito a un atto lecito. Il Ministero

in modo assolutamente lecito, infatti, può disporre l’occupazione del fondo del privato.

Questo potrebbe causare dei danni al proprietario che, per questo, ha diritto all’indennizzo.

ART. 89: Concessione di Ricerca

Comma 1:

“1. Il Ministero può dare in concessione a soggetti pubblici o privati l'esecuzione delle

ricerche e delle opere indicate nell'articolo 88 ed emettere a favore del concessionario il

decreto di occupazione degli immobili ove devono eseguirsi i lavori.”

Dal momento che una campagna di questo tipo è particolarmente costosa, il Ministero può

darla in concessione, ovvero può dare la campagna di scavo in mano a soggetti pubblici e

privati che possiedono le competenze tecniche per effettuarla. Quindi, il Ministero emette

comunque un decreto secondo cui, appunto, gli è permesso entrare nel fondo di un privato

e, nello stesso momento dà in concessione la ricerca a soggetti pubblici o privati che

hanno le competenze tecniche per poterle effettuare.

Comma 2:

“2. Il concessionario deve osservare, oltre alle prescrizioni imposte nell'atto di

concessione, tutte le altre che il Ministero ritenga di impartire. In caso di inosservanza la

concessione è revocata.”

Nella concessione di ricerca, il Ministero può impartire al concessionario tutta una serie di

indicazioni ulteriori rispetto a quelli derivanti dalle norme tecniche che il concessionario già

conosce. Nel caso in cui queste indicazioni non venissero rispettati la concessione viene

automaticamente revocata.

Comma 3:

“3. La concessione può essere revocata anche quando il Ministero intenda sostituirsi

nell'esecuzione o prosecuzione delle opere. In tal caso sono rimborsate al concessionario

le spese occorse per le opere già eseguite ed il relativo importo è fissato dal Ministero.”

Il Ministero può sostituirsi al concessionario nel momento in cui, il Ministero stesso ritenga

che il concessionario non stia operando bene. A questo punto, il Ministero rimborsa il

concessionario per le opere già eseguite.

ART. 90: Scoperte fortuite

“1. Chi scopre fortuitamente cose immobili o mobili indicate nell'articolo 10 ne fa denuncia

entro ventiquattro ore al soprintendente o al sindaco ovvero all'autorità di pubblica

sicurezza e provvede alla conservazione temporanea di esse, lasciandole nelle condizioni

e nel luogo in cui sono state rinvenute. Della scoperta fortuita sono informati, a cura del

soprintendente, anche i carabinieri preposti alla tutela del patrimonio culturale (1).”

Nel momento in cui si scopre un bene, lo scopritore deve automaticamente informare il

sindaco o il soprintendente. Il legislatore è poi tornato nel 2008 sull’inciso, aggiungendo

che della scoperta devono essere informati anche i carabinieri.

ART. 175: Violazioni in materia di ricerche archeologiche

“1. È punito con l'arresto fino ad un anno e l'ammenda da euro 310 a euro 3.099:

a) chiunque esegue ricerche archeologiche o, in genere, opere per il ritrovamento di cose

indicate all'articolo 10 senza concessione, ovvero non osserva le prescrizioni date

dall'amministrazione;

b) chiunque, essendovi tenuto, non denuncia nel termine prescritto dall'articolo 90, comma

1, le cose indicate nell'articolo 10 rinvenute fortuitamente o non provvede alla loro

conservazione temporanea.”

ART. 176: Impossessamento illecito di beni culturali appartenenti allo Stato

“1. Chiunque si impossessa di beni culturali indicati nell'articolo 10 appartenenti allo Stato

ai sensi dell'articolo 91 è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa da euro 31

a euro 516, 50.

2. La pena è della reclusione da uno a sei anni e della multa da euro 103 a euro 1.033 se

il fatto è commesso da chi abbia ottenuto la concessione di ricerca prevista dall'articolo

89.”

Comma 2 (ART. 90):

“2. Ove si tratti di cose mobili delle quali non si possa altrimenti assicurare la custodia, lo

scopritore ha facoltà di rimuoverle per meglio garantirne la sicurezza e la conservazione

sino alla visita dell'autorità competente e, ove occorra, di chiedere l'ausilio della forza

pubblica.”

Oltre a questo, esiste anche un obbligo di tutela per chi le scopre, che deve lasciare il

bene nelle condizioni e nel luogo in cui esso è stato rinvenuto. Questo avviene in tutti i

casi tranne quando lasciare il bene nel luogo e nello stato in cui è stato rinvenuto orti dei

danni allo stesso.

Comma 3:

“3. Agli obblighi di conservazione e custodia previsti nei commi 1 e 2 è soggetto ogni

detentore di cose scoperte fortuitamente.”

ART. 91: Appartenenza e qualificazione delle cose ritrovate

Comma 1:

“1. Le cose indicate nell'articolo 10, da chiunque e in qualunque modo ritrovate nel

sottosuolo o sui fondali marini, appartengono allo Stato e, a seconda che siano immobili o

mobili, fanno parte del demanio o del patrimonio indisponibile, ai sensi degli articoli 822 e

826 del codice civile.”

Sino alle 12 miglia nautiche, siamo sempre in territorio italiano.

A differenza di quanto sancito nel Codice Civile, tutti i beni appartengono allo stato e non

al proprietario del fondo su cui il bene viene ritrovato.

A seconda che essi siano mobili o immobili, entrano a far parte del demanio pubblico o del

patrimonio indisponibile dello stato (ART. 822 e 826 del Codice Civile).

ART. 92: Premio per i ritrovamenti

Comma 1:

“1. Il Ministero corrisponde un premio non superiore al quarto del valore delle cose

ritrovate:

a) al proprietario dell'immobile dove è avvenuto il ritrovamento;

b) al concessionario dell'attività di ricerca, di cui all'articolo 89, qualora l'attività medesima

non rientri tra i suoi scopi istituzionali o statutari (1);

c) allo scopritore fortuito che ha ottemperato agli obblighi previsti dall'articolo 90.”

A questo punto è possibile analizzare la disciplina dettata con riferimento ai ritrovamenti.

Lo stato, concede un premio, ovvero un corrispettivo in denaro, a chi scopre un bene con

valore archeologico. Il premio spetta sia allo scopritore fortuito, sia allo scopritore sulla

base di una concessione.

A tutti questi soggetti, quindi, viene pagato un premio pari ad un quarto del valore dei beni

culturali stessi.

Comma 2:

“2. Il proprietario dell'immobile che abbia ottenuto la concessione prevista dall'articolo 89

ovvero sia scopritore della cosa, ha diritto ad un premio non superiore alla metà del valore

delle cose ritrovate.”

La legge distingue due ipotesi. Nella prima il premio è pari a un quarto del valore del bene.

Nel secondo caso, invece, il valore del premio aumenta fino alla metà.

Comma 3:

“3. Nessun premio spetta allo scopritore che si sia introdotto e abbia ricercato nel fondo

altrui senza il consenso del proprietario o del possessore.”

ART. 93: Determinazione del Premio

Comma 1:

“1. Il Ministero provvede alla determinazione del premio spettante agli aventi titolo ai sensi

dell'articolo 92, previa stima delle cose ritrovate.”

Il bene culturale, quindi, viene valutato e a partire dal valore del bene stesso si stabilisce il

valore del premio.

Comma 2:

“2. In corso di stima, a ciascuno degli aventi titolo è corrisposto un acconto del premio in

misura non superiore ad un quinto del valore, determinato in via provvisoria, delle cose

ritrovate. L'accettazione dell'acconto non comporta acquiescenza alla stima definitiva.”

Da subito viene riconosciuta una parte del premio e successivamente, viene conclusa la

stimma del valore del premio. Nel caso in cui lo scopritore non sia in accordo con il

Ministero, è possibile nominare un terzo soggetto che può determinare il valore del

premio. Parte seconda

Beni culturali

TITOLO I

Tutela

Capo VII

Espropriazione

Il fatto che la disciplina dell’espropriazione sia inserita nella parte finale del Titolo I, non è

un caso perché essa rappresenta un istituto che gli enti pubblici utilizzano come estrema

ratio. Il legislatore ha consentito sia al Ministero che agli enti pubblici territoriali di

realizzare una forma di espropriazione, ovvero un procedimento amministrativo con il

quale un ente pubblico toglie il diritto di proprietà a un privato per intitolarlo a se

medesimo.

ART. 95: Espropriazione di beni culturali

“1. I beni culturali immobili e mobili possono essere espropriati dal Ministero per causa di

pubblica utilità, quando l'espropriazione risponda ad un importante interesse a migliorare

le condizioni di tutela ai fini della fruizione pubblica dei beni medesimi.

2. Il Ministero può autorizzare, a richiesta, le regioni, gli altri enti pubblici territoriali nonché

ogni altro ente ed istituto pubblico ad effettuare l'espropriazione di cui al comma 1. In tal

caso dichiara la pubblica utilità ai fini dell'esproprio e rimette gli atti all'ente interessato per

la prosecuzione del procedimento.

3. Il Ministero può anche disporre l'espropriazione a favore di persone giuridiche private

senza fine di lucro, curando direttamente il relativo procedimento.”

Se il Ministero, o un ente privato, vogliono espropriare un bene, è necessario che la

pubblica amministrazione motivi l’interesse pubblico fortemente.

ART. 96: Espropriazione per fini strumentali

“1. Possono essere espropriati per causa di pubblica utilità edifici ed aree quando ciò sia

necessario per isolare o restaurare beni culturali immobili, assicurarne la luce o la

prospettiva, garantirne o accrescerne il decoro o il godimento da parte del pubblico,

facilitarne l'accesso.”

In questo caso la pubblica amministrazione non espropria né il bene archeologico né il

terreno ma, espropria le aree limitrofe in cui ritiene opportuno effettuare lavori di qualche

tipo.

ART. 97: Espropriazione per interesse archeologico

“1. Il Ministero può procedere all'espropriazione di immobili al fine di eseguire interventi di

interesse archeologico o ricerche per il ritrovamento delle cose indicate nell'articolo 10.”

Si realizza quando si ritiene che un’area possa avere un interesse archeologico, il

Ministero anzi che occupare il terreno di un privato, lo espropria direttamente.

ART. 98: Dichiarazione di pubblica utilità

“1. La pubblica utilità è dichiarata con decreto ministeriale o, nel caso dell'articolo 96,

anche con provvedimento della regione comunicato al Ministero.

2. Nei casi di espropriazione previsti dagli articoli 96 e 97 l'approvazione del progetto

equivale a dichiarazione di pubblica utilità.”

Questa dichiarazione è necessaria perché il processo si avvii.

ART. 99: Indennità di esproprio per i beni culturali

“1. Nel caso di espropriazione previsto dall'articolo 95 l'indennità consiste nel giusto

prezzo che il bene avrebbe in una libera contrattazione di compravendita all'interno dello

Stato.

2. Il pagamento dell'indennità è effettuato secondo le modalità stabilite dalle disposizioni

generali in materia di espropriazione per pubblica utilità.”

Anche in questo caso, c’è il pagamento di un’indennità al proprietario del bene.

LEZIONE XI

17.04.2015

Parte Seconda

Beni culturali

TITOLO II

Fruizione e valorizzazione

Capo I

Fruizione dei beni culturali

Sezione I

Princìpi generali

Le disposizioni relative al titolo II disciplinano le fattispecie della fruizione e della

valorizzazione dei beni culturali. Prima di cominciare con l’analisi di queste fattispecie è

opportuno sottolineare come questi due concetti si pongono in rapporto alla costituzione.

In modo particolare ci riferiamo agli articoli 117 e 118 della Costituzione. Il primo stabilisce

che in materia di tutela di beni culturali la potestà normativa spetta allo stato. In base a

questa disposizione, infatti, il Parlamento ha approvato il Codice Urbani. Quindi, tutte le

normative che riguardano la tutela, trovano la propria giustificazione nell’articolo 117 della

Costituzione. L’articolo 118, invece, disciplina una potestà normativa concorrente e ci dice

che, in materia di valorizzazione dei beni culturali, la potestà legislativa spetta alle regioni.

In realtà non è sempre esistita questa bipartizione dei poteri perché, ci sono stati, nella vita

della repubblica, dei momenti in cui tutte le competenze legislative erano in capo allo stato

(le regioni come enti giuridici sono state costituite intorno agli anni ’60). Con la riforma

costituzionale del Titolo V del 2001, il legislatore è tornato sulla disciplina della costituzione

perché una serie di competenze che l’impianto originario della costituzione attribuiva allo

stato, sono state trasferite al legislatore regionale. Questa trasformazione prende il

compito di devoluzione. Dopo la riforma del 2001, il legislatore lascia allo stato la potestà

legislativa in materia di tutela dei beni culturali, mentre dà la potestà legislativa in materia

di valorizzazione alle regioni.

Specchietto riassuntivo:

Costituzione del 1948:

Stato a forte decentramento:

Materie regionali poche ed enumerate

- Materie statali non enumerate

- Clausola residuale riservata allo stato

-

Riforma del 2001:

Stato forte decentramento:

Materie regionali numerose sia esclusive sia concorrenti

- Enumerazione delle materie sia statali sia regionali

- Clausola residuale riservata alle regioni

-

Quindi la valorizzazione dei beni culturali diventa una potestà legislativa concorrente dove,

lo stato vota una legge quadro e le regioni, in base a questa, votano delle leggi proprie.

Le disposizioni del Titolo II della Parte Seconda del Codice Urbani, quindi, non sono altro

che le disposizioni cornice votate dal Parlamento Nazionale che ci dettano le norme

generali che disciplinano la fruizione e la valorizzazione dei beni culturali.

ART. 101: Istituti e luoghi della cultura

L’articolo 101 è una disposizione attraverso cui il legislatore ci dà una definizione di quei

concetti che andrà a disciplinare successivamente.

Commi 1 e 2:

“1. Ai fini del presente codice sono istituti e luoghi della cultura i musei, le biblioteche e gli

archivi, le aree e i parchi archeologici, i complessi monumentali.

2. Si intende per:

a) “museo”, una struttura permanente che acquisisce, cataloga, conserva, ordina ed

espone beni culturali per finalità di educazione e di studio (1);

b) “biblioteca”, una struttura permanente che raccoglie, cataloga e conserva un insieme

organizzato di libri, materiali e informazioni, comunque editi o pubblicati su qualunque

supporto, e ne assicura la consultazione al fine di promuovere la lettura e lo studio (1);

c) “archivio”, una struttura permanente che raccoglie, inventaria e conserva documenti

originali di interesse storico e ne assicura la consultazione per finalità di studio e di

ricerca.

d) “area archeologica”, un sito caratterizzato dalla presenza di resti di natura fossile o di

manufatti o strutture preistorici o di età antica;

e) “parco archeologico”, un àmbito territoriale caratterizzato da importanti evidenze

archeologiche e dalla compresenza di valori storici, paesaggistici o ambientali, attrezzato

come museo all'aperto;

f) “complesso monumentale”, un insieme formato da una pluralità di fabbricati edificati

anche in epoche diverse, che con il tempo hanno acquisito, come insieme, una autonoma

rilevanza artistica, storica o etnoantropologica.”

Quindi questi sono i luoghi per cui il codice predispone delle norme riguardanti la

valorizzazione.

Commi 3 e 4:

Il legislatore ci dice quale è lo status giuridico che questi beni possono assumere.

“3. Gli istituti ed i luoghi di cui al comma 1 che appartengono a soggetti pubblici sono

destinati alla pubblica fruizione ed espletano un servizio pubblico.

4. Le strutture espositive e di consultazione nonché i luoghi di cui al comma 1 che

appartengono a soggetti privati e sono aperti al pubblico espletano un servizio privato di

utilità sociale.”

Sulla base di questa distinzione, il codice, distingue a livello complessivo le modalità di

fruizione dei beni culturali. Si tratta ancora una volta di una distinzione tra beni pubblici e

beni di proprietà privata. Nel comma 3 c’è una sorta di vincolo di destinazione. Il

legislatore nazionale stabilisce che i beni di proprietà pubblica sono necessariamente

destinati ad un utilizzo pubblico. In realtà, ci sono dei casi in cui i beni pubblici possono

essere affidati in gestione a dei soggetti privati. Anche il bene privato, comunque, è un

bene del quale la collettività pubblica deve godere, come sottolineato dal comma 4.

Cosa comporta questo dal punto di vista della fruizione?

ART. 104: Fruizione di beni culturali di proprietà privata

Comma 1:

“1. Possono essere assoggettati a visita da parte del pubblico per scopi culturali:

a) i beni culturali immobili indicati all'articolo 10, comma 3, lettere a) e d), che rivestono

interesse eccezionale;

b) le collezioni dichiarate ai sensi dell'articolo 13.”

I beni indicati nell’articolo 10, comma 3, lettere a e d e tutte le collezioni per cui sia

intervenuta la dichiarazione di interesse culturale disciplinata dall’articolo 13, devono

essere necessariamente fruibili per la collettività a fini culturali. Il legislatore nazionale, non

stabilisce in modo dettagliato quali sono le modalità di fruizione del bene culturale perché

queste modalità sono disciplinate direttamente dalle regioni.

Questa disposizione è stata riformata nel 2008, quando il legislatore ha fatto una sorta di

passo indietro, cioè, originariamente questa disposizione prevedeva il comma due che

attualmente recita:

“2. L'interesse eccezionale degli immobili indicati al comma 1, lettera a), è dichiarato con

atto del Ministero, sentito il proprietario.”

Gli immobili di proprietà privata ma soggetti alla fruizione pubblica, sono notificati con un

decreto del Ministro e poi in base alla normativa del 2004, le regioni avevano il compito di

stabilire in che modo il bene poteva essere fruito.

Comma 3:

“3. Le modalità di visita sono concordate tra il proprietario e il soprintendente, che ne dà

comunicazione al comune e alla città metropolitana nel cui territorio si trovano i beni (1).”

Il Ministero identifica il bene come avente un interesse notevole e il soprintendente si

accorda con il proprietario al fine di stabilire le modalità attraverso cui il bene può essere

fruito.

Nella disciplina del 2004, si faceva riferimento al caso in cui il soprintendente e il

proprietario non trovassero un accordo. Inoltre, la disciplina del 2004 prevedeva un

procedimento finalizzato a consentire alla collettività di accedere al bene immobile. Nel

2008 il legislatore ha abrogato l’inciso che riconosceva all’autorità pubblica il potere di

autorizzare la fruizione pubblica anche contro la volontà del proprietario.

Molto più semplice è la situazione che si crea nel caso in cui il bene sia di proprietà

pubblica. Le disposizioni 102 e 104 si limitano semplicemente a stabilire quali sono le

modalità di fruizione del sito.

ART. 102: Fruizione degli istituti e dei luoghi della cultura di appartenenza pubblica

“1. Lo Stato, le regioni, gli altri enti pubblici territoriali ed ogni altro ente ed istituto pubblico,

assicurano la fruizione dei beni presenti negli istituti e nei luoghi indicati all'articolo 101,

nel rispetto dei princìpi fondamentali fissati dal presente codice.

2. Nel rispetto dei princìpi richiamati al comma 1, la legislazione regionale disciplina la

fruizione dei beni presenti negli istituti e nei luoghi della cultura non appartenenti allo Stato

o dei quali lo Stato abbia trasferito la disponibilità sulla base della normativa vigente.

3. La fruizione dei beni culturali pubblici al di fuori degli istituti e dei luoghi di cui all'articolo

101 è assicurata, secondo le disposizioni del presente Titolo, compatibilmente con lo

svolgimento degli scopi istituzionali cui detti beni sono destinati.”

ART. 103: Accesso agli istituti ed ai luoghi della cultura

Comma 1 e 2:

“1. L'accesso agli istituti ed ai luoghi pubblici della cultura può essere gratuito o a

pagamento. Il Ministero, le regioni e gli altri enti pubblici territoriali possono stipulare intese

per coordinare l'accesso ad essi.

2. L'accesso alle biblioteche ed agli archivi pubblici per finalità di lettura, studio e ricerca è

gratuito.”

L’accesso alle biblioteche deve essere sempre gratuito. Il regolamento interno della

biblioteca al limite può richiedere il pagamento di una prestabilita cifra per l’utilizzo di

servizi accessori come le fotocopie o l’utilizzo di una connessione a internet.

Comma 3:

“3. Nei casi di accesso a pagamento, il Ministero, le regioni e gli altri enti pubblici territoriali

determinano:

i casi di libero accesso e di ingresso gratuito;

a) le categorie di biglietti e i criteri per la determinazione del relativo prezzo. Il prezzo

b) del biglietto include gli oneri derivanti dalla stipula delle convenzioni previste alla

lettera c);

le modalità di emissione, distribuzione e vendita del biglietto d'ingresso e di

c) riscossione del corrispettivo, anche mediante convenzioni con soggetti pubblici e

privati. Per la gestione dei biglietti d'ingresso possono essere impiegate nuove

tecnologie informatiche, con possibilità di prevendita e vendita presso terzi

convenzionati.

l'eventuale percentuale dei proventi dei biglietti da assegnare all'Ente nazionale di

d) assistenza e previdenza per i pittori, scultori, musicisti, scrittori ed autori

drammatici.”

Questa disposizione ci spiega come il legislatore regionale deve gestire la fruizione del

bene. Quindi, se l’accesso al bene è a pagamento oppure no, quanto costano i biglietto e

chi li deve emettere. Parte Seconda

Beni culturali

TITOLO II

Fruizione e valorizzazione

Capo I

Fruizione dei beni culturali

Sezione II

Uso dei beni culturali

La sezione seconda del Capo I del Titolo II della Parte seconda del codice, si occupa

dell’uso dei beni culturali. Che differenza c’è tra fruizione ed uso? La fruizione attiene al

momento del godimento in senso lato, esiste un museo all’interno del quale ci sono dei

quadri esposti, nel momento della fruizione un comune cittadino può accedere al museo e

può osservare i quadri. Quando parliamo di uso, invece, facciamo riferimento ad un

utilizzo più incisivo del bene culturale stesso. Un tipo di utilizzo che normalmente è

caratterizzato dal rapporto tra un singolo fruitore e il bene stesso.

ART. 106: Uso individuale di beni culturali

“1. Lo Stato, le regioni e gli altri enti pubblici territoriali possono concedere l'uso dei beni

culturali che abbiano in consegna, per finalità compatibili con la loro destinazione

culturale, a singoli richiedenti (1).

2. Per i beni in consegna al Ministero, il soprintendente determina il canone dovuto e

adotta il relativo provvedimento.”

Affinché il bene possa essere utilizzato da un singolo soggetto, è necessaria

l’autorizzazione da parte del Ministero.

“2bis. Per i beni diversi da quelli indicati al comma 2, la concessione in uso è subordinata

all'autorizzazione del Ministero, rilasciata a condizione che il conferimento garantisca la

conservazione e la fruizione pubblica del bene e sia assicurata la compatibilità della

destinazione d'uso con il carattere storico-artistico del bene medesimo. Con

l'autorizzazione possono essere dettate prescrizioni per la migliore conservazione del

bene (2).”

Nel caso in cui si tratti di beni particolari, magari molto antichi, come un libro manoscritto,

l’uso è concesso solo se viene garantita la conservazione e solo se il bene venga utilizzato

seguendo il carattere storico-artistico del bene stesso. Tra l’altro, nell’autorizzazione sono

contenute delle norme da rispettare al fine che il bene sia conservato nel miglior modo

possibile.

ART. 107: Uso strumentale e precario e riproduzione di beni culturali

Questa è l’ipotesi in cui tra il bene e il fruitore ci sia un contatto più stretto.

“1. Il Ministero, le regioni e gli altri enti pubblici territoriali possono consentire la

riproduzione nonché l'uso strumentale e precario dei beni culturali che abbiano in

consegna, fatte salve le disposizioni di cui al comma 2 e quelle in materia di diritto

d'autore.

2. È di regola vietata la riproduzione di beni culturali che consista nel trarre calchi, per

contatto, dagli originali di sculture e di opere a rilievo in genere, di qualunque materiale tali

beni siano fatti. Tale riproduzione è consentita solo in via eccezionale e nel rispetto delle

modalità stabilite con apposito decreto ministeriale. Sono invece consentiti, previa

autorizzazione del soprintendente, i calchi da copie degli originali già esistenti nonché

quelli ottenuti con tecniche che escludano il contatto diretto con l'originale (1).”

Quindi se sono un artista e decido di fruire del bene culturale, in linea di principio non

posso utilizzare il bene per farne dei calchi. Sono consentiti solo dei calchi effettuati con

delle strumentazioni che non hanno un contatto diretto con il bene stesso oppure effettuati

sui delle copie dell’opera originale. Tutte queste azioni naturalmente devono essere svolte

con l’autorizzazione del soprintendente. Inoltre, al fine di poter effettuare una di queste

azioni, bisogna pagare un corrispettivo in denaro.

ART. 108: Canoni di concessione, corrispettivi di riproduzione, cauzione

“1. I canoni di concessione ed i corrispettivi connessi alle riproduzioni di beni culturali sono

determinati dall'autorità che ha in consegna i beni tenendo anche conto:

a) del carattere delle attività cui si riferiscono le concessioni d'uso;

b) dei mezzi e delle modalità di esecuzione delle riproduzioni;

c) del tipo e del tempo di utilizzazione degli spazi e dei beni;

d) dell'uso e della destinazione delle riproduzioni, nonché dei benefici economici che ne

derivano al richiedente.”

L’ente che gestisce il bene culturale, deve stabilire un adeguato corrispettivo, a titolo di

concessione per il godimento del bene, tenendo conto di tutti gli aspetti posti in luce.


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Corso di laurea: Corso di laurea in beni culturali
SSD:
Università: Cagliari - Unica
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Pamela.93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Legislazione dei Beni Culturali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cagliari - Unica o del prof Deplano Stefano.

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