Legislazione lezione 4
Introduzione ai beni culturali
Iniziamo la parte di diritto dei beni culturali in un modo diverso dal solito, che però, strada facendo, ci farà comprendere come nel tempo il concetto di bene culturale sia mutato. Iniziamo da un'immagine che conosciamo tutti: il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau al cui ingresso si trova la famosa scritta "arbeit macht frei", "il lavoro rende liberi". Ci staremo chiedendo cosa c'entra un campo di concentramento con il diritto dei beni culturali. In realtà, il sito, il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, è un bene culturale. Ed oggi è un bene culturale tutelato dallo stato polacco e, a partire dal 1979, fa parte della lista UNESCO sul patrimonio mondiale dell'umanità.
Il valore di Auschwitz come bene culturale
Ma come mai è un bene culturale? Cosa c'entra con i beni culturali un campo di concentramento? Nell’ambito del corso, scopriremo che un bene culturale si caratterizza per essere un bene tutelato per i suoi caratteri artistici, estetici, architettonici. Un bene culturale, inoltre, si caratterizza per essere testimonianza di civiltà, nozione che incontreremo spesso. Tuttavia, vediamo come in questo luogo, di civiltà ce n'è ben poca, così come in verità c'è ben poco sul piano artistico e architettonico, è una bruttura. Allora, perché lo collochiamo tra i beni culturali?
Auschwitz rappresenta un patrimonio di sofferenza e la sua tutela, in realtà, rappresenta una conquista ulteriore nella nostra storia culturale perché è testimonianza del fatto che si vuole trasformare un luogo di dolore in un monumento, è una sorta di ammonimento per il futuro. In sostanza, è uno spazio per non dimenticare. E allora partire da Auschwitz, per la nostra riflessione sui beni culturali, ci aiuta a capire come il concetto di bene culturale, nel tempo, abbia assunto un'estensione molto ampia. Il bene culturale, oggi, non è più tale per la sua dimensione estetica o architettonica, non è più soltanto questo, ma è tale anche per il suo valore civile. Non è testimonianza di civiltà il fatto che Auschwitz sia esistito, ma è testimonianza di civiltà il fatto che quel luogo sia conservato.
L'arte e la sua funzione storica
L’arte, da sempre, costituisce un valore e in questo modo l’arte viene percepita anche e soprattutto da coloro, la maggior parte delle persone, che non hanno gli strumenti per decifrarne la struttura simbolica, ma ciò nonostante riconoscono il carattere di arte. Anche i più incolti hanno sentito parlare dell'Odissea o della Pietà di Michelangelo e nessuno esiterebbe ad affermare che queste opere rappresentano un valore anche se non ne conoscono i contenuti. È proprio nella forza persuasiva dell’arte che si basano i tentativi, molto ricorrenti nella storia, di funzionalizzare l'arte al perseguimento di scopi politici, per esempio il fascismo.
Si parte dalla forza persuasiva dell’arte per funzionalizzarla al perseguimento di altri scopi. Qual è il momento in cui l’arte viene a compimento? L’arte viene a compimento al momento della sua forma, dato che è proprio la veste formale dell’opera artistica a conferirle efficacia. Pensiamo al momento in cui ci imbattiamo in un’opera d’arte; questa determina sempre un urto emotivo di qualche tipo che porta la persona a essere coinvolta, immedesimata, nella materia elaborata dall'artista. Tolstoj parlava di contagio dell'arte.
Arte nell'antichità e nel Rinascimento
Se andiamo nell’antichità classica, scopriamo che gli artisti erano circondati da un clima di generale ostilità e di pregiudizio. Platone, ad esempio, assimilava gli artisti ai sofisti e diceva: "gli uni e gli altri ci portano in un mondo fittizio, abitato da sogni, idoli, finendo così con il distoglierci da quello che rappresenta il vero sapere", e, ancora, l’arte veniva rimproverata di fomentare le passioni e per questa ragione Platone bandiva gli artisti e i poeti dal suo "Stato ideale".
Anche se ci spostiamo poi dalla tradizione greca a quella latina, vediamo che Cicerone e Seneca criticavano gli artisti. Il rifiuto dell'arte nel mondo greco-romano altro non era che il rifiuto del piacere. Però, al contempo, se questo era il punto di vista dei filosofi dell'epoca, dall'altro il potere politico ben presto comprese le potenzialità dell’arte quale strumento di asservimento. Già nel VI secolo a.C., i tiranni greci si distinguevano per la generosità e i fasti del loro mecenatismo, un po’ come sarebbe accaduto a Firenze con i Medici. Il tiranno greco capiva che, per ingraziarsi il popolo, doveva avvalersi dell’arte perché in quel modo i tiranni greci traevano nell’arte la fonte di legittimazione di quel potere che avevano usurpato. L’arte diventa una sorta di oppio che stordisce i sudditi, nella concezione greco-latina.
Più tardi, nel periodo aureo della democrazia ellenica, fu specialmente la tragedia a piegarsi alla ricerca del consenso politico. Spostandoci dall’antica Grecia alla storia romana, episodi della funzionalizzazione dell’arte non mancavano, per esempio i beni che provenivano dai bottini di guerra (che purtroppo è una tradizione che rimarrà a lungo e di cui noi stessi saremo vittime con Napoleone) e già nel mondo romano si affermava il principio per cui il bottino di guerra spetta a chi ha vinto e fa parte del patrimonio pubblico. È soprattutto con l’avvento del cristianesimo che l’arte diventa un fondamentale instrumentum regni e questo ruolo dell’artista asservito al potere si sviluppa sempre di più nel Rinascimento. Ovviamente, l’artista rinascimentale non godeva di maggior libertà rispetto al passato (pensiamo a Giotto, Bernini, Vasari) erano artisti-cortigiani che dovevano piegarsi a diventare uno strumento di lotta fra le fazioni rivali, in cambio di vantaggi di natura economica e sociale.
La posizione dell’artista sarebbe rimasta sostanzialmente questa: quella di soggetto asservito al potere incondizionatamente almeno fino alla Rivoluzione Francese. Spesso e volentieri la funzione pedagogica dell’arte ha finito con il diventare la sua tomba, tanto che il valore dell’arte è stato posto, il più delle volte, al servizio delle forze dominanti che ne hanno approfittato per manipolare il consenso a proprio piacimento.
Generi artistici e la loro funzione
Quando parliamo di arte, ne parliamo nel senso più generale del termine; però, ci sono diversi generi artistici e non tutti i generi artistici hanno la medesima forza persuasiva. Per esempio, sotto il fascismo, lo strumento principale utilizzato per l’asservimento al potere politico era il cinema. Non tutte le forme d'arte hanno la stessa forza, tant'è vero che, guarda caso, le forme d’arte maggiormente sottoposte a controlli autoritari sono quelle più immediatamente rappresentative: il teatro, il cinema, la letteratura, tutte quelle forme d’arte che utilizzano il linguaggio. La ragione è semplice: le arti che adottano il linguaggio hanno una potenzialità di divulgazione delle idee molto più incisiva rispetto alle altre forme d’arte.
Un altro aspetto è quello della possibilità di riprodurre l'opera d'arte; ci sono però alcune opere che, se riprodotte, smarriscono la loro autenticità (la duplicazione di una tela del Cezanne), ma ci sono forme d’arte che devono essere necessariamente riprodotte (il cinema). È chiaro quindi che la riproducibilità di un’opera d’arte estende la platea dei potenziali fruitori e quindi estende la risonanza e l’efficacia dell'opera stessa.
L’opera letteraria risulta, almeno a un primo livello, maggiormente comprensibile rispetto a un’opera figurativa o musicale perché l’opera figurativa e musicale postulano necessariamente la padronanza di codici simbolici che invece il fruitore di opere letterarie generalmente possiede. Nessun altro codice simbolico ha in sé le capacità espositive e riflessive del linguaggio. Questa affermazione può essere meglio compresa se facciamo un paragone con le arti figurative perché un concetto che viene espresso attraverso un disegno rimane fisso, inerte. È vero che il pittore, a differenza dello scrittore, può rappresentare una scena in tutti i suoi dettagli e simultaneamente, ma non può mai scandire i tempi dell’azione, commentarne gli antefatti e illustrarne gli sviluppi.
L’opera d’arte figurativa, inoltre, a differenza di un’opera letteraria non è riproducibile, quindi riveste i caratteri della rarità e dell’unicità e certamente il possesso di un quadro o di una statua è una forma di investimento commerciale ed è anche un fattore di differenziazione sociale; però, è lo strumento meno adeguato a funzionalizzare l'arte a scopi politici.
Rispetto alla pittura e alla scultura, ancora diversa è la condizione dell'architettura perché è quella forma d’arte che più di ogni altra accompagna la nostra esistenza quotidiana, perché ne esprime la spiritualità, i bisogni, osserva la topografia di un luogo e può ricavare un sacco di dati sui suoi abitanti. Un codice simbolico fra i più facilmente comprensibili è quello adottato dalla danza e dalla pantomima, cioè è il codice simbolico che deriva dal linguaggio del corpo. Ancora oggi, diverse tribù dell’Africa utilizzano la danza per rinsaldare vincoli all’interno di un gruppo.
Un discorso a parte merita la musica, che è arte non verbale e sostanzialmente non rappresentativa; tuttavia, è anche vero che nessun altro genere artistico è in grado, al pari della musica, di tradurre con immediatezza emozioni e sentimenti coinvolgendo direttamente il destinatario. Da questa breve carrellata sui diversi generi artistici, ci rendiamo conto di come possa essere varia la forza persuasiva dell'arte a seconda del genere artistico prescelto.
La tutela dell'arte nei diversi sistemi politici
Da che cosa dipende la condizione dell’arte in un ordinamento? Sicuramente dipende dalla qualità e dalla risonanza dei singoli generi artistici, ma dall'altro lato invece dipende dal tipo di organizzazione che caratterizza un determinato paese, perché un conto è che vi sia un sistema autoritario dove l'arte viene meramente e brutalmente repressa, ma in un sistema invece liberale vige il principio della totale libertà dell’arte, tollerando qualsiasi manifestazione artistica senza negare l’accesso al mercato culturale.
Ci sono poi anche sistemi dispotici che però sono aperti nei confronti dell’arte, qui la repressione dell’arte viene accompagnata da interventi orientativi e di indirizzo. Il fascismo non si colloca, rispetto all’arte, fra i sistemi autoritari ma si colloca fra i sistemi dispotici ma con delle aperture nei confronti dell’arte perché il fascismo aveva compreso la portata e l’importanza dell’arte, ovviamente funzionalizzando l’arte al perseguimento dei propri scopi. Durante il periodo fascista ci sono momenti di grande apertura nei confronti dell'arte, dall'altro lato però gli artisti che lavoravano erano quelli che appartenevano al sindacato e al partito fascista.
La tutela del patrimonio artistico nella storia
In quale periodo storico si può iniziare a parlare concretamente di tutela del patrimonio artistico? Nell’antica Grecia la tutela era legata alle presenze del Sacro, quindi venivano tutelati i luoghi di culti e spesso anche il paesaggio che li circondava, questi rappresentavano degli spazi inviolabili che venivano difesi sia dalle autorità locali o religiose che dalle popolazioni locali. Pensiamo che anche in tempo di guerra, ad esempio, il rispetto degli spazi sacri era un obbligo verso la divinità ed era un dovere per chi deteneva il comando. Con la nascita della polis, il rispetto di queste memorie veniva istituzionalizzato coinvolgendo direttamente il governo.
Ad Atene, per esempio, si conservava la nave di 30 remi con cui Teseo era tornato vittorioso da Creta dopo aver ucciso il minotauro e Plutarco racconta che questa nave veniva periodicamente sottoposta a una continua manutenzione (noi diremo a restauro) dalle autorità cittadine sostituendo, volta per volta, le parti invecchiate (erano le prime forme di restauro). Spostandoci sulla tradizione romana, a Roma troviamo le prime basi di una codificazione giuridica e nella salvaguardia dei beni culturali, addirittura nell’antica Roma troviamo due istituti tutt'ora presenti nel nostro ordinamento:
- La dicatio ad patriam (servitù di uso pubblico), un modo per limitare il diritto di proprietà. La dicatio ad patriam è un modo di costituzione di una servitù. Le servitù sono dei diritti unitari, ad esempio la servitù di passaggio. Nel diritto privato la servitù è uno strumento in virtù del quale c'è su un fondo, ovvero c'è un diritto di passaggio per accedere ad un altro fondo. Nel momento in cui io vendo il mio fondo, lo sto vendendo automaticamente con il diritto di passaggio, non posso eliminare quel diritto di passaggio del fondo servente rispetto al fondo dominante. La servitù ad esempio può essere una servitù di acquedotto, una servitù di gasdotto perché sotto il mio fondo passano i tubi del gas, quindi costituisce una servitù a favore dell'Enel per esempio. La servitù in questo caso si realizza per il fatto che il proprietario di una fontana, di una piazza pone la cosa a disposizione della collettività (ecco perché ad patriam) con carattere di continuità e assoggettandola all’uso pubblico. Qual è l’effetto di mettere a disposizione di tutti il bene? L’effetto è che si crea un consolidamento della posizione del bene nel luogo in cui lo stesso veniva collocato e a quel punto la fontana non può essere più spostata da lì per garantire l’accessibilità alla fruizione pubblica di quel bene.
- Molto simile a questa figura è la deputatio ad cultum, ma quest'ultima si caratterizza per il fatto che un bene viene destinato all’uso religioso (ad cultum appunto). Pensiamo a un’immagine sacra collocata all’interno della chiesa; qui si richiede da un lato il consenso del proprietario del bene all’uso religioso, dall’altro il provvedimento dell’autorità ecclesiastica.
Nel mondo romano, Roma diventava un vero e proprio centro di raccolta di opere d’arte che provenivano dalle tutte le regioni che via via l'Impero conquistava, che venivano sottratte dalle città di origine e portate a Roma come bottini di guerra. Sempre nel mondo romano, a partire dall’età augustea, iniziavano delle vere e proprie iniziative pubbliche di tutela dell’arte. Per esempio, Giulio Cesare aveva deciso di esporre pubblicamente i dipinti di sua proprietà o ancora Plinio il Vecchio condannava la privatizzazione del patrimonio artistico perché, diceva Plinio il Vecchio, il patrimonio deve essere accessibile a tutti, deve essere fruibile. I monumenti che riguardavano la storia di Roma venivano religiosamente conservati perché testimonianze storiche del passato e, sempre a Roma in epoca tardo imperiale, iniziavano ad esservi delle disposizioni, delle norme che vietavano ogni forma di demolizione delle opere d'arte, imponendo alle varie autorità compiti di vigilanza e invitando la popolazione a restaurare gli antichi edifici. Iniziava piano piano a svilupparsi una cultura volta alla tutela dell’opera d’arte, siamo ovviamente agli albori.
Il Rinascimento e la tutela delle opere d'arte
Dobbiamo arrivare al Rinascimento per poter individuare delle vere e proprie radici per la tutela del patrimonio storico e artistico. Qui interveniva, a tutela delle opere d’arte, la Chiesa e uno dei più antichi provvedimenti è la bolla di papa Pio II che nel 1462 vietava di distruggere o di danneggiare gli antichi edifici pubblici o privati senza una licenza del papa e la pena era la scomunica, il carcere o la confisca dei beni. Con una successiva bolla, papa Sisto IV vietava di spogliare le chiese dei marmi e degli antichi ornamenti. Qual era il fine? Perché la Chiesa si preoccupava di tutelare le opere d'arte? L’obiettivo era quello di conservare le tradizioni storiche della Roma imperiale, che nel frattempo era diventata cristiana, era un interesse per l'arte che si intensificava nel XVII secolo. Un editto della metà del 1600 assoggettava, per esempio, a licenza l'esportazione di beni artistici e di scavi archeologici con l'obbligo, già allora, di denunciarne i reperti.
In Toscana, già dal 1500, nel Granducato di Toscana era vietata la rimozione di insegne e di iscrizioni dai palazzi antichi o ancora si vietava l'esportazione di dipinti di autori defunti senza una previa licenza. Nel Granducato di Toscana, si vietava l’esportazione delle opere di 18 autori che venivano elencati in un elenco in cui compaiono i nomi di Michelangelo e Raffaello. Sono le prime disposizioni a tutela dell'arte.
Nel 1726, il cardinale Annibale Albani vietava l’esportazione di statue di marmo, metallo, di figure e altri oggetti antichi. La ragione è che allora si era sviluppato un ricco mercato antiquario che via via stava spogliando la città e quindi, sempre su iniziativa della Chiesa, si iniziava a proteggere queste opere, si intensificava la protezione e tra l’altro bisogna pensare che i pontefici erano tra i maggiori committenti di opere d’arte.
Sempre nella prima metà del XVIII secolo, nel Regno di Napoli, il re Carlo III di Borbone promosse a Ercolano gli scavi archeologici che misero in luce statue di marmo e bronzo, iscrizioni e decorazioni della scena del teatro. Pochi anni dopo iniziavano anche gli scavi di Pompei. Man mano che andiamo avanti...
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