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Profilo delle letterature romanze medievali

Letteratura francese antica in lingua d'oil

Le chansons de geste: epica francese volgare e matière de France

I poemi epici sono costruiti su lasse variabili monometriche di decasyllabes assonanzati, dal XII secolo (ad eccezione del Roland e del Gormont et Isembart - in octosyllabes -, anteriori). Dopo gli inizi del XIII secolo, sarebbe iniziata la lenta decadenza di un genere rinato solo nell’Italia del XIV-XV secolo, mescidandosi sempre più col romanzo cavalleresco.

La Chanson de Roland

(Fine anno 1000, 1170-1190 d.C.), parte del Ciclo Carolingio (fine del XII secolo) contiene tutti i principali ingredienti dello stile epico. La narrazione si sviluppa in quattro grandi episodi, i cui titoli ideali potrebbero essere: il tradimento, la battaglia, la rivincita, la punizione. Personaggi: l'imperatore dei Franchi Carlo Magno; il fedele paladino Rolando “il prode” / Orlando “campione della fede” (famosa la sua spada Durindarda); il patrigno traditore Gano; il re pagano-saraceno Marsilio.

Sul finire dell’VIII secolo, Carlo Magno è in Spagna da ormai 7 anni; gli resiste ancora Saragozza retta dal re saraceno Marsilio. In un consiglio di guerra viene deciso di inviare un’ambasceria a Marsilio (che finge di aspirare alla pace), e Orlando propone che ne sia a capo il patrigno Gano, il quale, consapevole del rischio mortale della missione, giura vendetta e decide di accordarsi in segreto con Marsilio.

Il suo tradimento mette in moto la macchinazione (che prevede la finta sottomissione dei Saraceni e la conseguente ritirata in Francia di Carlo Magno), che sfocerà nell’agguato di Roncisvalle, sui Pirenei, dove Orlando e l’intera retroguardia da lui capeggiata trovano la morte, dando tuttavia prova di estrema prodezza, fede divina e incondizionata devozione nei riguardi del loro signore terreno, e guadagnando così gloria e fama eterne.

Questa perdita verrà vendicata dall’imperatore, che tornato a Roncisvalle con il grosso del suo esercito, sbaraglia definitivamente i Pagani sconfiggendo poi anche l’emiro Baligante, chiamato in soccorso da re Marsilio. Rientrato infine ad Acquisgrana, fa processare e condannare a morte il malvagio traditore Gano.

I fatti narrati scaturiscono da un episodio storico documentato, ma la loro trasposizione letteraria ne rivisita ed amplifica la portata, conferendo alla vicenda un valore del tutto nuovo, non privo di cliché tematici (in aggiunta ai sintattici).

Nel 778 d.C., l’esercito franco di ritorno da una spedizione in Spagna subì effettivamente un’imboscata, ma da parte dei Baschi, non dei Saraceni; non avrebbe alcun fondamento storico invece l’élite militare dei dodici Pari cui appartiene Orlando nel poema.

A giustificazione dei temi trattati e degli elementi narrativi enfatizzati, l’ideologia della fine del XI secolo - epoca della presunta composizione primigenia dell’opera, e della prima Crociata indetta da Papa Urbano II - è icasticamente rappresentata dalla pregnante formula capace di riassumere lo spirito della Chanson: “Dobbiamo restare qui per il nostro re … I Pagani hanno torto, i Cristiani hanno ragione.”

Le vittorie storicamente attestate di Carlo Magno furono considerate come una tappa del più generale processo di liberazione di terre importanti per la Cristianità; stabilita l’equazione tra “l’esercito imperiale carolingio” e “l’esercito di Cristo, dei difensori del mondo cristiano”, la Chanson riuscì dunque ad esprimere “il principio dell’assoluzione a chi muore per difendere ed ostendere il Cristianesimo” (come sottolineato dal Segre).

Episodio cruciale, quello della morte di Orlando, articolato in 3 lasse che ne ripetono dettagliatamente gli ultimi gesti, conferendo alla narrazione un ritmo lento e solenne, che sembra dilatare il poco tempo rimasto al paladino “campione della fede”. La progressione degli eventi avviene per minimi scatti: prima si accascia sotto un pino, volgendo lo sguardo verso la Spagna e ripensando in lacrime al suo imperatore; poi si rivolge a sé stesso, confessa le proprie colpe e chiede a Dio la grazia; infine sospira, a mani giunte e dopo aver reclinato il capo sul braccio.

Emblematica la sua ascesa nel regno dei cieli tra angeli e santi, accolto in Paradiso per aver portato a compimento l’incarico terreno affidatogli da Carlo Magno, prefigurazione del più elevato disegno divino.

La rivalità tra Orlando e il patrigno Gano può inoltre essere considerata una trasposizione in chiave letteraria di due orientamenti socio-politici della Francia dell’XI secolo, con Orlando “portavoce” degli incorruttibili ufficiali del re, e Gano “incarnazione” dei grandi feudatari, poco inclini all’instabilità legata ad uno stato di guerra e perennemente alla ricerca di maggiori autonomie nei confronti del potere centrale, disposti persino ad infrangere il patto di fedeltà che li legava al loro signore pur di tutelare i propri interessi.

Quanto allo stile, la Chanson supera nettamente qualunque ipotizzabile modello precedente. La struttura narrativa avanza per “lasse similari” e per Leitmotive, ed è ancorata a raffinate strategie di parallelismi tra scene affini o speculari, descritte con minuziosità. La coesione dell’insieme è inoltre garantita da collegamenti a distanza, attraverso la ripetizione di piccole unità (singoli versi, per lo più) investite da una duplice funzione, di riepilogo e di mise en relief.

La Chanson de Guillame

(Inizi XII secolo) è la più antica versione isolata, posteriore solo rispetto all’originaria rolandina, ma comunque riconducibile al Ciclo di Guglielmo d’Orange (organizzato a partire dalla fine del XII secolo). Il poema può essere nettamente diviso in due parti, forse la seconda aggiunta in seguito. Personaggi: Guglielmo d’Orange, verosimilmente Conte di Tolosa e nipote di Carlo Magno, difensore della Francia contro i Saraceni, il re pagano Deramé, il re Ludovico, il garzone di cucina Rainouart, gigante eroicomico debole di cervello ma possente di braccio, la cui forza sovrumana ed inarrestabile azione anti-pagana si sarebbero rivelati cruciali per garantire il successo di Guglielmo; Guiborc, nobile saracena convertitasi al Cristianesimo prima di andare in sposa al protagonista, vera e propria eroina femminile che assiste, incoraggia e aiuta fattivamente il consorte.

La storia si apre con l’invasione delle terre intorno alla Gironda da parte del potente esercito saraceno del re Deramé, con molte perdite tra i ranghi francesi (gli stessi nipoti del protagonista periscono in battaglia); la seconda parte del racconto vede invece Guglielmo alla corte di re Ludovico per chiedere il suo aiuto contro i Pagani; dopo molte titubanze, il sovrano gli concede un’armata, grazie alla quale registrerà una gloriosa ma sofferta vittoria.

La maggiore peculiarità stilistica della Chanson è tuttavia costituita dalla mancanza di dettagliate descrizioni delle scene di battaglia: i fatti d’armi sono appena abbozzati, risolti con brevi schizzi d’insieme o sintetizzati nelle loro linee portanti. Valga come esempio l’episodio peraltro decisivo dell’uccisione del re pagano Deramé dopo l’impetuoso faccia a faccia con Guglielmo, al quale sono dedicati poco più di 10 versi.

Il ciclo dei vassalli ribelli

(Metà XII secolo) Tra le opere più significative riconducibili a questo gruppo: la Chevalerie Ogier (storia dei dissidi tra Carlo Magno e il feudatario Ogier); il Raoul de Cambrai (storia della rivendicazione di un feudo negato al legittimo erede); il Girart de Roussillon (storia della rivalità tra Carlo il Calvo e il suo vassallo Girart). A giustificazione dei temi trattati e degli elementi narrativi enfatizzati, i problemi dell’epoca legati al conflitto tra monarchia ed élite nobiliare feudale. Le chansons si configurerebbero come diretta espressione dell’insofferenza del ceto feudale, che si rivolgeva con nostalgia agli eroi ribelli del passato, in concomitanza al rafforzamento dell’autorità monarchica sotto Luigi VII.

Gormont et Isembart

(Fine XI secolo) Merita una menzione a parte per la sua antichità. Frammento di 661 octosyllabes organizzati in lasse assonanzate, conservato, anonimo, in un solo codice ‘200esco, ma databile per l’arcaicità dello stile a cavallo tra il 1000 e il 1100 d.C. La storia è quella di Isembart, il margaris/ “rinnegato”, che ribellatosi al re di Francia Luigi III, si mette a servizio del re saraceno Gormont, rinnegando la fede cristiana. Isembart esorta Gormont a muovere guerra ai francesi, ma la battaglia di Cayeux sarà fatale per i protagonisti delle gesta: Luigi uccide il sovrano saraceno, e il condottiero paganizzato uccide - senza saperlo - il padre Bernart, e abbandonato dai suoi in fuga, inseguito e ferito dai Francesi, muore invocando la Vergine e la misericordia di Dio; poco tempo dopo, a causa delle gravi ferite riportate in combattimento, morirà anche il re.

Il frammento rimasto è mutilo della parte iniziale, ricostruibile però sulla scorta di rifacimenti successivi, e si apre proprio nel mezzo del conflitto. I vv. 5-8, che descrivono la possenza e l’ardore guerresco del re saraceno, si ripetono identici a mò di ritornello alla fine di ogni lassa per oltre un centinaio di octosyllabes, costituendo una peculiarità del poema, segno di un’ibridazione con generi extra-epici a testimonianza dell’anacronismo dell’opera. Anche in questo caso, i fatti narrati scaturiscono da un episodio storico documentato/un fondo di verità storica, la battaglia di Saucourt, a pochi km da Cayeux, grazie alla quale Luigi III sventò l’invasione della Francia tentata da un’armata scandinava nell’880.

I valori messi in campo sono quelli canonici dell’epica medievale, su tutti, l’opposizione tra Cristiani (invincibili perché guidati da Dio) e Saraceni (infedeli, e seppur valorosi anch’essi, non sorretti dalla vera fede), ideologia sugellata dall’esclamazione di re Luigi dinanzi al corpo morto di Gormont: “Ah! re emiro, tanto sfortunato foste, nobile prode! Se aveste creduto nel Signore Dio, non si sarebbe potuto trovare un uomo migliore di voi!”

Originale e non presente in altre chansons è il tema della conversione all’Islamismo, che gli valse l’epiteto infamante di margaris, “rinnegato”. Nonostante l’indiscusso valore del condottiero francese e il suo pentimento in fin di vita, la morte riservatagli intacca le sue qualità eroiche; egli non viene riconosciuto e muore senza onori, senza perdono né compianti.

Il romanzo cortese

Parallelamente alla massima espansione della letteratura epica, si registrò il primo fiorire del genere del romanzo cortese, ripartito in due filoni: la matière de Rome e la matière de Bretagne, la cui distinzione appare spesso problematica, anche a causa delle crescenti interferenze con l’epica propriamente intesa (matière de France). Ne sono senza dubbio da annoverare alcuni.

I tre grandi romanzi antichi

(Poco dopo la metà XII secolo) Composti sulla scorta di Stazio, Virgilio, Ovidio ed altri autori classici e postclassici, inaugurarono tuttavia un nuovo genere per modalità di strutturazione dei testi (a partire da espressioni del tipo metre en romanz si designò il testo latino versificato in francese, poi, per estensione, il testo narrativo composto direttamente in volgare), caratteri metrico-prosodici (non più decasyllabes organizzati in lasse variabili assonanzatee, ma serie ininterrotta di distici rimati di octosyllabes), tematiche e problematiche (questioni amorose successivamente combinate alle cavalleresche, l’introduzione del magico e del meraviglioso, e di sottili analisi psicologiche dei personaggi, eroi della tradizione antica -Edipo, Enea e Lavinia, gli eroi troiani- che giunsero ad incarnare caratteristiche di dame e cavalieri medievali).

Il modello era l’Ovidio delle Metamorfosi e dell’Ars Amandi, letti alla luce della nuova mentalità cortese che fece capo alla lirica dei trovatori e che permeò il mondo signorile ed accademico, di elevata estrazione sociale. Un’antichità classica che divenne il riflesso della rinascenza del XII secolo.

  • Il Roman de Thèbes Più arretrato cronologicamente rispetto agli altri due romanzi di materia antica, e più arcaico anche dal punto di vista formale, è giunto sino a noi in due redazioni anonime di diversa lunghezza. L’opera si ispira alla Tebaide di Stazio per raccontare la storia della città di Tebe, dalla vicenda incestuosa e tragica di Edipo, alla guerra fratricida che oppose Eteocle e Polinice, sino all’ascesa al trono di Creonte. Nel prologo, che sintetizza gli estremi della narrazione, sono contenute interessanti dichiarazioni d’intenti e di poetica, su tutte, la rivendicazione dell’importanza della tradizione classica, l’individuazione nelle classi colte (metonimicamente rappresentate dalle maggiori gerarchie clericali e dall’elites nobiliare signorile/feudale) degli artefici e fruitori dell’opera, la convinta dissociazione dai generi più popolari (come la produzione fabliolistica) e da personaggi di bassa estrazione, reclamando un argomento “alto”, di portata quasi epica.
  • Il Roman d’Eneas / matière de Rome Anch’esso anonimo e lungo circa 10000 versi. Rimanda all’Eneide di Virgilio (di cui riprende la trama), apportando tuttavia aggiunte di elementi romanzeschi e variazioni personali inerenti l’analisi della dimensione psicologica dei personaggi. La rilettura del mitico fondatore troiano della città di Roma/del mito antico in chiave cavalleresca e cortese impregna tutta l’opera, e gli eroi classici divengono paladini medievali, inseriti nel contesto contemporaneo dell’autore (Enea viene definito franc chevalier/vasals, e Cartagine una città dotata di castelli turriti).
  • Il Roman de Troie (1165) Realizzato dal chierico Benoit, ha goduto di particolare fortuna ed è stato tramandato da una quarantina di manoscritti successivi. Narra la storia di Troia, dalla spedizione degli Argonauti, alla conquista della città da parte dei Greci, sino al loro sventurato ritorno in patria, sposando il gusto per le battaglie d’ispirazione epica con la vena cortese e meditativa delle vicissitudini amorose dei protagonisti, e rispecchiando problemi e visioni sociopolitiche di viva attualità, da ricondurre alla formazione e al consolidamento del vasto dominio dei Plantageneti (figure ed atmosfere della corte plantageneta di Enrico III d’Inghilterra e della moglie Eleonora d’Aquitania, protettrice di poeti e letterati). Nel prologo è ribadita l’importanza di ricorrere consapevolmente alla Lingua Volgare per raggiungere un pubblico ampio, così che le storie pagane antiche, filtrate alla luce della cultura religiosa medievale, possano fungere da modelli comportamentali ed esempi di virtù senza tempo.

Il Roman d’Alexandre

(1180) Merita un cenno a parte rispetto agli altri tre romanzi antichi per via dello straordinario successo raggiunto sin da subito. Composto da Alexandre de Paris verso la fine del XII secolo in quartine di dodecasyllabes (versi alessandrini, utilizzati per la prima volta), si configura come un’ampia rielaborazione nella quale confluiscono almeno quattro diverse redazioni parziali del racconto/branches, a quasi un secolo di distanza dal Frammento franco-provenzale, in octosyllabes, d’un Roman d’Alexandre di Albéric de Pisancon, primo anello a noi noto di una lunga concatenazione. (A ridosso della prima Crociata tra XI-XII secolo, quando la produzione letteraria in volgare era monopolizzata da componimenti agiografico-religiosi e chansons de geste, Alberic fu difatti il primo a rivolgersi al passato classico per recuperare dall’antichità ciò che poteva procurare un utile svago).

L’opera di Alexandre de Paris ripercorre l’intera storia genealogica/cronologia biografica, le vicissitudini esistenziali, politiche e guerresche del grande condottiero macedone, assemblando materiali preesistenti con rimaneggiamenti ed ampliamenti personali, nell’intento di costruire un simbolico cammino di formazione che avrebbe condotto l’eroe dalla gloria terrena alla remissiva constatazione dei limiti umani, oltre i quali neppure la più grande volontà può spingersi.

Nonostante gli scrittori cortesi francesi abbiano incarnato in Alessandro Magno i valori fondativi della civiltà del XII secolo (eccelso cavaliere e uomo di cultura/personificazione vivente del perfetto reggitore, del sodalizio tra clergie - sapere, virtù dello spirito - e chevalerie - prodezza, virtù del corpo -), e sebbene la statura storica e leggendaria del protagonista, unita al fascino esotico delle sue meravigliose avventure, abbiano garantito la fortuna del suo mito per tutto il Medioevo, i limiti che necessariamente è costretto ad accettare (nel romanzo volgare) lo mantengono entro gli estremi stabiliti dall’ortodossia religiosa occidentale, nel pieno rispetto del sistema dei valori morali cristiani.

Fallito il suo tentativo di sondare i territori al di là delle colonne d’Ercole, confine emblematico del mondo conosciuto, ed ascoltate le nefaste profezie degli alberi parlanti del Sole (rivelazione della sua morte imminente) e della Luna (rivelazione della macchia da cui è segnato a causa della madre, che lo aveva illegittimamente concepito), la curiosità e l’orgoglio di Alessandro si infrangono contro la superiorità ineffabile del Fato, o meglio, del volere di Dio.

Il Roman de Tristan

(Metà XII secolo) Se la saga di Alessandro Magno è il risultato composito di materiali diversi, frutto di accumuli e contaminazioni plurisecolari, del tutto originale è l’invenzione della leggenda di Tristano e Isotta, storia di una passione fatale che infrange ogni regola etica e sociale, basata su spunti risalenti a tradizioni celtiche e bretoni.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/09 Filologia e linguistica romanza

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher silviamac91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia romanza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Macerata o del prof Ghidoni Andrea.
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