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Lezioni preliminari sulla letteratura e sulla teoria del realismo

Il concetto di letteratura quale oggi è invalso

Come è inteso oggi e in tempi recenti il concetto di letteratura? Ai tempi del dottor Johnson, grande poeta del Settecento e autore del dizionario e delle Vite dei poeti, intellettuale di maggior spicco dell’Illuminismo inglese, quello di letteratura era un concetto ombrello che includeva opere miscellanee, memorie, storie, raccolte di lettere, drammi, racconti, poesie, romanzi, ecc. Si trattava di un concetto di letteratura molto più inclusivo di quello moderno il quale, in maniera più ristretta e mirata, fa riferimento a tre grandi categorie:

  • Romanzo
  • Poesia
  • Dramma

Il concetto moderno di letteratura si sviluppa in Inghilterra tra il 1780 e il 1790 con l’opera dei fratelli Warton (autori e critici letterari), quindi in ambito pre-romantico. Secondo la formalizzazione operata da Francesco Orlando, come si può definire la letteratura? Orlando risponde con tre categorie: vale a dire dell’immaginario, e in questo senso:

Le tre categorie di Orlando

1) La letteratura si occupa di eventi finzionali, si oppone alla storia, che ha come oggetto di studio gli eventi reali. In termini aristotelici si potrebbe parlare della distinzione tra particolare e universale. Ciò che la poesia/letteratura formalizza aspira alla rappresentatività universale (l’umanità, l’eroicità, la malvagità, ecc.). È la capacità di riduzione eidetica di Gadamer, autore di Verità e metodo (eidetico ‘relativo all’idea’); riduzione eidetica significa ridurre l'idea di un fenomeno alla sua essenza fenomenica prima e originale, priva di accessori. Riduzione eidetica significa quindi togliere dal fenomeno preso in considerazione tutti gli elementi accessori per ridurlo alla sua ultima essenza percettiva. Ciò implica che la letteratura trasmette il concetto, l’idea generale e universalizza.

Funziona davvero così? La risposta a questa domanda è affermativa, ma questa definizione di letteratura è stata utilizzata in modo piuttosto discutibile. Si traspone il livello di significato a quello del senso. È considerato uno spostamento verso il generale, apparentemente. Può essere una che impoverisce. Quello dell’immaginario può essere, poi, un criterio discutibile. Non sempre in letteratura abbiamo a che fare con discorsi basati sull’immaginario, sul finzionale. Un esempio è costituito dal discorso saggistico. La scrittura dei saggisti propone delle valenze e delle qualità letterarie che ne trasmettono una funzione estetica e non meramente referenziale, informativa o argomentativa. Orlando sosteneva che parlando in contesti extra-letterari, è possibile produrre letteratura in modo involontario, letteralmente ‘sotto-letteratura’; è il creare verbalmente letteratura, bellezza con le parole. È letteratura dal basso. È totalmente libera e possiamo trovarla in bocca al nostro interlocutore.

Allora, si pone l’accento sulla bellezza, sull’elemento estetico. Genette diceva che ci sono dei tratti convenzionali che permettono di riconoscere la letteratura: strofe, rima, metro sono convenzioni che rimandano alla poesia. Si tratta di tratti discrezionali che permettono di riconoscere la bellezza della parola, ergo la letteratura, anche in generi che non hanno una funzione estetica. Per Genette la funzione della letteratura è quella poetica, dove il linguaggio attira l’attenzione su di sé. Nella sua funzione referenziale, il linguaggio ci informa sul contesto che abbiamo intorno. Nella funzione poetica il linguaggio attira l’attenzione su se stesso, sulla sua forma e sulle strutture che ricrea, sulla sua bellezza che, in termini idealistici, si può trovare ovunque. La funzione estetica è una delle funzioni del discorso letterario. Non è l’unica ma è quella dominante. La letteratura può avere una funzione perlocutoria/politica, vale a dire induce a pensare o a perpetrare un’azione (si parla di letteratura rivoluzionaria). La perlocuzione può essere certamente implicata. La letteratura può avere una funzione terapeutica o psicologica, quindi catartica. C’è poi la funzione edonistica, che ha come scopo il ‘ristorare lo spirito’ per affrontare il mondo. Per Jan Mukarovsky la funzione estetica agisce insieme alle altre e diventa dominante quando il discorso è letterario. Quindi, la funzione poetica/letteraria è sempre presente ma risulta essere dominante in letteratura.

2) La letteratura è caratterizzata dalla figuralità. Il discorso letterario si distingue da quello comune/ordinario perché presenta un più alto tasso di figuralità retorica. Si tratta di un punto ancora più spigoloso di quello riguardante la finzionalità. È storicamente contestabile ed è contestato. Genette sostiene che già nel Seicento, n.b. il Barocco è l’epoca votata alla figuralità, un retore obbiettava che ‘i fanno più figure retoriche in un giorno di mercato che in molti giorni di assemblee accademiche’ (Du Marais). C’è al mercato una retorica poetica che si declina tale o anche superiore all’opera del più sommo poeta. Genette sostiene quindi un regime costituzionalista: quello che definisce i tratti costitutivi di un dato manufatto riconoscibile e tramandabile grazie a questi ultimi come un’opera d’arte.

Orlando, rassegnatosi alla indefinibilità della letteratura, si rifà infine al criterio oggi più in voga:

3) La letteratura è convenzionalità: i primi due criteri si rivelano parziali. Questo criterio implica che è letteratura ciò che conveniamo di chiamare letteratura. Questo è davvero un criterio inclusivo di letteratura. Non è una scoperta recente. La convenzione tramite l’istituzionalizzazione di un dato oggetto è sottoposta a ricezione estetica. La ricezione estetica è dunque resa possibile dall’istituzionalizzazione. Fish sottolinea ‘il lettore non legge le poesie ma le fa’: il lettore legge anche ciò che non è scritto e partecipa alla costituzione del significato. Il lettore non recepisce passivamente ma integra l’opera con la sua lettura. Bahtin diceva che ‘ciò che è altrui, diventa proprio altrui’, altrimenti si tratta di una alterità morta. Il lettore fa le poesie, non le legge semplicemente e contribuisce attivamente alla creazione del significato.

Secondo il concetto di convenzionalità, è poesia ciò che convenzionalmente indichiamo come poesia, è l’istituzione. Questo è il processo di canonizzazione e formalizzazione di tutti i tentativi di riconoscere l’estetico attraverso vari filtri. Questo è il convenzionalismo. Questo è il regime condizionalista: un dato manufatto è un’opera d’arte sotto condizione, secondo criteri che stabiliamo noi stessi. L’opera d’arte si può riconoscere in autori prosastici secondo criteri condizionalisti. Per Orlando nessuna di queste categorie è sufficiente a definire il concetto di letteratura, anche se il terzo criterio è ormai invalso in letteratura per spiegare i fenomeni letteratura.

Proposte recenti sulla letteratura

Quali proposte sono state avanzate più di recente? Ve ne sono molte. La terna proposta da Orlando può essere integrata dalla proposta di J.M. Miller, uno dei critici principali legato all’ambito vagamente decostruzionista in America. Le sue definizioni cercano di alienare la letteratura dall’idea di realtà. In un testo dal titolo ‘La letteratura: pensiero in attività’, Miller sostiene che la letteratura sia aferenziale. La letteratura non imita il mondo con le parole ma lo crea. Non è un discorso di tipo constativo ma performativo. Non imita, non testimonia, non prende atto del mondo così com’è e questo ha importanti conseguenze anche per il concetto di realismo. Si tratta di posizioni non rivoluzionarie. Nel Romanticismo, il concetto di creatività letteraria vedeva l’autore come colui che, al pari di Dio, crea o discrea tramite la facoltà dell’immaginazione. Il poeta non si limita a descrivere il mondo, come fanno tutti gli uomini (Coleridge), ma lo crea. Si tratta di uno scarto considerevole rispetto all’epoca illuminista. Per gli illuministi la mente era uno specchio che riflette la datità esterna e recepisce passivamente. Questa è la metafora dello specchio: l’atto creativo consisteva nella riproduzione di ciò che la mente/lo specchio riflette passivamente. The Mirror and the Lamp (1953) è un testo di Meyer H. Abrams, autorità nell’ambito della critica letteraria inglese della seconda metà del Novecento. Riagganciandosi alle teorie organicistiche di Samuel Taylor Coleridge e studiando in particolare William Wordsworth (di cui in qualche modo legittima in sede critica la grandezza), Abrams dimostra che la poesia prima dei romantici era vista essenzialmente come specchio riflettente il mondo reale, per qualche tipo di mimesis, ma con l'avvento dei romantici la poesia fu vista piuttosto come una lampada che dall'interno del poeta rischiara il cammino. Rispetto alla specchio degli illuministi, per i poeti romantici la mente è una lampada. La mente non svolge un’attività meramente passiva, ma illumina il buio. Senza un atto immaginativo, conoscitivo, epistemico che parta dalla nostra mente al fine di conoscere la realtà, l’uomo non conoscerebbe. Schopenhauer diceva ‘il mondo è la mia rappresentazione’: senza l’io il mondo non esiste. C’è dunque bisogno della partecipazione attiva dell’io e si pone l’enfasi sul carattere dinamico della creatività. Questo concetto era già stato messo in evidenza da Coleridge attraverso la distinzione tra immaginazione primaria e secondaria. La primary imagination è di tutti mentre la secondary imagination è propria del poeta che, al pari di Dio, crea il mondo. Quest’idea dell’aferenzialità è radicata nell’episteme romantica. Lo stile romantico è venuto meno, ma il paradigma culturale è ancora fortemente valido, come fa notare Lotman, e si caratterizza per la ‘tensione verso l’idea di un compito non adempiuto [la missione del dotto (Fichte)] calato sull’umano nei confronti della Storia’. È il senso di un compito da realizzare che si traduceva per i romantici nella tensione verso l’assoluto. È la tensione asintotica per paradigmi, destinata al fallimento dal momento che l’assoluto non può per sua stessa natura essere ricondotto al relativo. Non a caso, in epoca romantica si registra il maggior numero di testi incompiuti. Questo perché per il romanticismo ciò che è incompiuto, ciò che si trova allo stato di frammento è asintoticamente valido perché tende verso l’assoluto. È nell’immanenza che si ritrova l’ascendenza. Il concetto di aferenzialità di Miller è retaggio della cultura romantica, di un paradigma epistemico entro i cui confini ci ritroviamo ancora oggi per alcuni critici. Per Richard Rankin, la cui concezione filosoficamente è vicina a quella degli idealisti, si parla di un mondo perduto: è la realtà finalmente perduta. In ambito Postmoderno è largamente condivisa una concezione della rappresentabilità del mondo in termini costruttivi: il mondo è una costruzione del soggetto conoscente. La realtà dell’individuo è uno dei miti che possiamo lasciare andare. L’individuo conosce per schemi concettuali. C’è una continuità con il paradigma romantico della lampada che si oppone alla metafora illuminista dello specchio. Miller non è il solo ad aver trattato della aferenzialità della letteratura. Sartre ne ha parlato quasi negli stessi termini. È una concezione che sta alla base della poetica e dell’idea postmoderna di letteratura, la quale insiste sui concetti di virtualità, intertestualità dei mondi possibili, metaletterarietà, ecc. La letteratura postmoderna è fortemente intertestuale. È la letteratura sulla letteratura. Piuttosto che rifarsi tradizionalmente al reale inteso come out there, la letteratura in senso Postmoderno coltiva i riferimenti letterari, riscrive il letterario e filtra l’out there con i riferimenti letterari. Parla più di letteratura che di mondo e moltiplica all’infinito i riferimenti letterari cosicché la letteratura è diventata il nuovo demone da combattere (cfr. Orlando, Todorov). La letteratura soffre ormai della malattia dell’intertestualità: creare mondi letterari entro mondi letterari. È la teoria dei mondi possibili nata in epoca postmoderna. Il Postmoderno vive nella dimensione dell’iperletterarietà, della letterarietà estrema, fugge da qualunque tentativo di rappresentare il mondo e l’unico paradigma è la virtualità: la confusione dei piani ontologici (l’autore e il lettore entrano nell’opera). La virtualizzazione dell’esperienza è diventata ormai un cliché. È la lettura di un mondo che è di per sé uno statuto immaginario avente il presupposto di individuare esperienze reali. Per riassumere, l’aferenzialità è tipica della letteratura postmoderna.

Teoria di Paul Ricoeur

Quale teoria si può contrapporre a quella dell’aferenzialità? La risposta più interessante data a questo tipo di problematica viene da Paul Ricoeur: la letteratura è un discorso a aferenzialità indiretta. Non è mimesis automatica e constativa del reale, ma è un atto di ricreazione del reale. Nondimeno, anche l’opera d’arte sembra riferirsi a una realtà altra rispetto a quella che noi conosciamo nel mondo di vita (esperienza reale tramite la quale noi conosciamo il mondo), come lo chiamano i filosofi indirettamente, la letteratura parla di questo mondo metaforicamente, anche se tratta di un mondo iperreale. Adorno scrive ‘niente è nella letteratura che non provenga dal mondo, niente rimane non modificato’. L’esempio più assurdo di fantasticherie postmoderne o di gotico è pur sempre un prelievo dal mondo, dalla realtà storica che conosciamo. In questo senso, anche la letteratura fantastica, il gotico, ecc., si portano dietro una serie di problematiche contestuali della realtà che consociamo nel passaggio dalla realtà finzionale al mondo. Tutto è modificato tramite il processo di formalizzazione che rende diverso il mondo rappresentato nell’opera. La letteratura rappresenta un’alterità carica di storicità. L’opera d’arte più eburnea nel senso della solitudine psicologica dell’autore e che sembra aver reciso nel modo più drammatico il legame con la realtà, né reca tracce almeno attraverso la forma, che è storica, se non nei contenuti, dice Adorno.

Esprimersi in una data forma, sia essa il sonetto, il romanzo storico, metastorico, ecc., è di per sé indice di un rapporto con la Storia e con il mondo. Niente è immodificato. C’è pur sempre una visione finzionale del personaggio storico, ad esempio. Il Napoleone di Lev Tolstoj è tutt’altra cosa rispetto al Napoleone storico. C’è una modificazione letteraria che fa di quel personaggio storico una delle tante rivisitazioni letterarie che rimandano a un archetipo storico attraverso tante versioni. Questo non vale solo per la letteratura ma anche per la storia. L’aferenzialità indiretta aiuta a uscire dal paradigma Postmoderno.

Per molti anni questo paradigma ha suffragato un certo tipo di produzione letteraria e un certo tipo di etica e più recentemente di filosofia. C’è stata una reazione al virtuale, a questa idea che tutto è prodotto della rappresentazione, che tutto è mediatico, che i piani della realtà e della immaginazione sono indistinguibili. La tipica domanda moderna è per McCoy: chi sono io? Qual è lo scopo della mia esistenza in un dato momento storico? Chi è Dio?, e via dicendo. Nel Postmoderno la domanda essenziale invece è: cosa ci faccio qui? Si passa da quesiti sulle essenze a come si può interagire nel mondo possibile. È una identità palinsestale (Bauman), un’identità con tante sfaccettature che cambiano a seconda della situazione. Quella postmoderna è una domanda pragmatica, non esistenziale. Cosa ci facciamo qui? Si passa dal metafisico all’ontologico. Il Postmoderno smette di interrogarsi perché non crede che a tutte le domande si possano trovare delle risposte essenziali e definitive. Il Postmoderno sposa il pragmatismo ontologico. Secondo Ricoeur, invece, questa realtà tanto etuprata dai postmoderni conserva qualche valenza che, da un punto di vista etico, morale e filosofico, è il caso di curare e considerare, non solo come è il caso delle zone in cui l’umano si è disperso. Il più importante poeta irlandese contemporaneo paragona la nostra epoca a quella decadente, al decadentismo tardo-ottocentesco e nota come ci siano significative correlazioni ma con un aggravante in più: i decadenti mantenevano un livello di interrelazione umana che a noi è sconosciuta. La nostra realtà ha perso questa capacità. Siamo nell’epoca della macchina che parla con la macchina. Si è perso qualunque contatto con la realtà concreta.

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