Letteratura inglese postcoloniale
Introduzione alla letteratura inglese postcoloniale
Attraverso una carrellata storica che attraverserà alcuni momenti della letteratura inglese e anglofona, si avrà modo di vedere come la storia britannica e l’impero abbiano interagito con una serie di altre culture. Si tende a definire come ‘orientale’ tutto quello che è considerato diverso da noi, dandone così un’accezione negativa. Tuttavia, intercorrono numerose differenze culturali nelle stesse culture extraeuropee. Ne consegue che quello che definiamo ‘europeo’ e ‘non europeo’ è estremamente impreciso.
Questa imprecisione è figlia di una cultura britannica che è definita ‘metropolitana’ in riferimento alla metropoli londinese, ma il termine è usato nella critica contemporanea come sinonimo di ‘occidentale’, ‘inglese’ in senso lato. Si cercherà di vedere quale rapporto intercorre tra un’identità culturale inglese, europea, occidentale, e culture che sono fuori dall’Europa ma con cui questa ha sempre dialogato, soprattutto a partire dall’espansione coloniale. Quest’ultima si è svolta in un tempo lungo e con modalità diversificate, arrivando a diramarsi in tutto il mondo conosciuto.
Termini chiave sono la rappresentazione culturale, concetti come ‘razza’ e ‘genere’ utilizzati criticamente, in una prospettiva critica postcoloniale.
Testi in bibliografia e temi del corso
W. Shakespeare, Othello
Una tragedia che si riconduce ad uno degli autori più noti nella cultura mondiale, un turning point nella cultura britannica in quanto Shakespeare ha occupato un grande ruolo nella storia della cultura britannica, nonché riconosciuto un drammaturgo chiave nello sviluppo della cultura inglese. Shakespeare non è stato sempre così: molto famoso in vita in quanto imprenditore teatrale di grande successo, fondamentalmente dimenticato nei due secoli successivi, e ripescato come grande drammaturgo, pietra angolare dell’identità britannica solo dai romantici nell’Ottocento.
Si guarderà a Shakespeare perché è un tassello fondamentale di una storia culturale che è costruita ex-post. Non tutti hanno un posto già assegnato nella storia della letteratura: tanti scrittori vengono rivalutati quando viene maturata una diversa consapevolezza, quando idee diverse portano a rivalutarli. Shakespeare, con i rapporti tra centro e periferia, tra impero e colonie e le conseguenze vere ancora oggi, funziona bene: egli sta a cavallo tra 1500 e 1600, anni in cui la Compagnia delle Indie ha avuto dalla regina Elisabetta il primo avallo per andare in India a commerciare. Shakespeare sta nel momento in cui la Gran Bretagna si apre al mondo europeo, ma è importante anche perché è tale per chi viene dopo.
Essere una ‘pietra angolare’ significa essere parte di un immaginario per cui anche chi non ha studiato espressamente quella cosa, ne sa comunque. È talmente tanto parte di un immaginario culturale che filtra in tutte le persone che condividono tale immaginario culturale.
R. Haggard, King Solomon’s Mines (1885)
Romanzo di avventura considerato il capostipite di un genere: avventura, un modo particolare di fare un romanzo, diverso dal romanzo realistico e realista. Ha comunque la struttura narrativa di un romanzo, con dei fili conduttori che permettono di apprezzare un testo, per similarità e differenze, e capirlo.
Un salto di duecento anni da Shakespeare per vedere nel rapporto tra metropolitan ed extra Europa come una certa rappresentazione dell’identità e dell’altro si forma con l’epoca shakespeariana, ma poi sedimenta all’interno della cultura. Si può, inoltre, vedere come questo imprinting sia duraturo, in quanto lascia tracce che si possono ritrovare a distanza di tempo e che sono evidenti soprattutto in un romanzo di avventura.
Il romanzo di avventura ha certe caratteristiche come il lieto fine, qualcosa in cui si debba credere nonostante sia lontano dalla realtà, e proprio per questo ci attira. È una forma semplificata dell’immaginario: il romanzo realistico punta alla complessità, alle sfumature, a restituire i chiaroscuri, quello che si vede ma anche quello che sta tra le righe; il romanzo di avventura è più schematico, un romanzo FORMULAICO (c’è una sorta di schema: situazione iniziale, eroe, difficoltà, nemici, una serie di avventura che allontanano il raggiungimento dell’obiettivo, e il tesoro).
C. Achebe, Things Fall Apart (1958)
Si tratta di un romanzo di un autore nigeriano, che scrive in inglese, quindi anglofono. È interessante vedere la rappresentazione dall’Africa non dal punto di vista degli inglesi che la popolano di individui che contribuiscono alla costruzione dell’identità di britannica, ma con gli occhi di qualcuno nato lì, che conosce la cultura, la lingua nativa, che vuole dare una rappresentazione alternativa dell’Africa.
Questa rappresentazione dall’interno non ce la si può aspettare in un tempo coevo al colonialismo: è stato scritto nel 1958. Questo salto temporale permette di introdurre in chiave diversa l’idea di ‘postcoloniale’, dove questo è anche un modo di guardare la letteratura, di leggere. Nel 1958 la Nigeria è ancora una colonia, ma siamo nel secondo dopoguerra, di conseguenza non stupisce che guardarla nel 1958 dal punto di vista di qualcuno che la conosce e ha studiato la letteratura inglese è un modo per rileggere qualcosa con altri occhi, dall’interno, con uno sguardo critico non solo nei confronti del colonizzatore (l’oppressore, che si installa e stabilisce nuove regole, depreda) ma anche rispetto a aspetti di una cultura locale che è molto diversa dalla cultura del mondo europeo-occidentale.
Sarebbe facile prendere le parti degli oppressi in una maniera acritica, ma lo scrittore vuole discutere l’idea di cosa sia una cultura, cosa ci si aspetti da essa e come la si possa giudicare.
Quello che viene descritto è un’Africa degli ultimi vent’anni dell’Ottocento, quindi la stessa Africa di cui parla Haggard ma con un punto di vista diverso: attraverso la tecnica del realismo. Non più la schematizzazione che ci si aspetta in un romanzo di avventura, bensì quella complessità del romanzo realista con la volontà di indagare anche la psicologia del personaggio.
Cambio di epoca, prospettiva e tecnica narrativa mantenendo lo stesso soggetto: questo permetterà di vedere come ci sono anche delle costanti di sé e dell’altro.
La scelta di una prospettiva postcoloniale
Leggere qualcosa in prospettiva post coloniale significa mettere un filtro: una prospettiva critica non esaurisce mai il percorso critico, ma permette di vedere meglio il valore culturale, gli elementi politico e ideologici, il rapporto tra ciò che una volta si chiamava ‘razza’ e ‘appartenenze etniche’. Si sceglie un punto di vista di analisi di questi romanzi che serve da filo conduttore: bisogna tenere conto che non è unico, non è esaustivo.
Il modulo B (in inglese) è una carrellata attraverso la seconda metà del Novecento. Si cercherà di vedere come la Gran Bretagna cambia quando perde l’impero. Una Gran Bretagna diversa a partire dal fatto che la sua popolazione sarà diversa, perché la popolazione avrà a che fare con l’arrivo di popolazioni provenienti dalle ex colonie, le quali cambiano la faccia della Gran Bretagna. Ad esempio, certi quartieri diventano multietnici, o addirittura coloured.
Siamo abituati a pensare a Londra come una delle metropoli più cosmopolite del pianeta, ma è tale in quanto concentra il mondo. Londra è davvero metropolitan rispetto al resto del paese. Londra è sempre stata una città cosmopolita, ma il processo ha subito un’accelerazione dovuta al passato coloniale e al suo risvolto economico.
Rapporto circolare tra linguaggi e storia
Uno dei temi principali è il rapporto tra centro e periferia, dove per ‘centro’ si include Londra e Gran Bretagna ma estendendolo anche a tutto il mondo occidentale e alla sua cultura. Al di là di questo rapporto e di quello tra passato coloniale e presente della nostra epoca, bisogna domandarsi quale sia il rapporto tra la storia e la contemporaneità. Siamo stati largamente abituati a contestualizzare la letteratura, la filosofia, la storia e a immaginare che le diverse specificità di forme e linguaggi tramite cui si esprime la cultura e quale sia il rapporto tra la storia e queste forme linguistiche.
Una sorta di forma circolare rappresenta come il rapporto tra testo e contesto, quali che siano entrambi, non è un rapporto derivativo. Ovvero, da un dato il contesto storico non può scaturire una determinata forma di un testo e l’interesse di certe tematiche. Un rapporto di causalità stretta non esiste, e bisogna tenere presente che, da un lato, una determinata situazione storica influisce sul modo in cui noi pensiamo e ci esprimiamo, ma anche la proliferazione dei testi influisce sul mondo e sulla storia.
Non viene prima una sorta di conformazione del mondo da cui dipende una conformazione della cultura, anche se, per esempio, nell’interpretazione di Marx tra struttura e sovrastruttura si inserisce una gerarchia (in cui una struttura condiziona una sovrastruttura). In realtà questa interpretazione è insufficiente a riflettere la complessità di un processo molto più circolare. Le espressioni linguistiche-culturali, a loro volta, influenzano e interagiscono con la storia, là dove per quest’ultima si intendono solo certi elementi della storia.
Le rappresentazioni culturali
Anche il proliferare di testi, scrivere, indurre un certo modo di pensare, costruire un immaginario attraverso le rappresentazioni della cultura produce, poi, degli effetti che vanno al di là dei testi. La costruzione culturale che si esplicita attraverso una serie di modalità strutturali produce, in realtà, degli effetti. Ad esempio, per arrivare all’eccidio degli ebrei ci è voluta una determinata costruzione dell’altro: frasi, manifesti, rappresentazioni dell’altro ebreo, tutte con un determinato segno (naso lungo, malvagio, avido, che specula sul denaro, che controlla l’economia e decide se qualcuno sarà in povertà).
Questa costruzione dell’altro è di tipo immateriale: per esercitare una propria autonomia di pensiero bisogna essere in grado di leggere al di là dei testi quali siano le regole di costruzione di questi. In un’immagine dell’altro sovrasemplificata, probabilmente si sta cercando di influenzare un pensiero e proporre delle immagini facilmente recepibili perché risulta più semplice recepire qualcosa di schematico, piuttosto che impegnarsi nella complessità delle cose. Risulta più semplice un messaggio conciso che un’elaborata espressione di pensiero.
Anche la capacità di discernere, di prendere le distanze da un messaggio diventa più difficile in queste situazioni. È difficile vedere le sfumature, ma meno difficile passare da rappresentazioni culturali ai fatti: un libro non è un fucile, ma libri e fucili vanno molto insieme perché non si può produrre un certo effetto in uno stato relativamente moderno senza porsi il problema del consenso. Il problema del consenso diventa centrale in quanto bisogna costruirlo, e lo si fa nella semplificazione dei messaggi.
Il ritmo della televisione e dei social è sostenuto, è paratassi non sintassi, è accostare tante idee semplici, recepibili e che contribuiscano a costruire un noi. Per questo abbiamo bisogno di una forma circolare, è troppo semplicistico un modello derivativo. La forma, le modalità di espressione di una cultura ritornano a ricostruire la complessa struttura che è la contemporaneità o la storia.
Fare attenzione alle rappresentazioni culturali è importante non solo per il rapporto tra colonialismo, imperialismo e rappresentazioni culturali coeve che lo accompagnano, ma anche perché bisogna rendersi conto di come le parole cambiano le cose e le cose influiscano sulle parole in una circolarità. Questo ci rende responsabili di come ci esprimiamo, di cogliere come dietro una manifestazione culturale ci sia una struttura, una costruzione, la quale si trova sia nella frase più semplice che nelle forme più complesse.
La retorica c’è sempre, solo che a volte non ci si fa caso: queste volte si è molto più inclini a subire che non a prendere una posizione critica, in quanto si assorbe senza pensare.
L’alterità e il rapporto con l’altro
Bisogna porsi il problema delle rappresentazioni culturali e delle alterità: ogni momento storico produce certe rappresentazioni di se stessi, ognuna delle quali verrà colta diversamente a seconda dei risvolti psicologici di ognuno. Si mettono insieme delle percezioni della realtà, ma bisogna sapere che sono comunque costruite, hanno comunque degli a priori, hanno degli obiettivi specifici e spesso girano intorno a un concetto di razza o di genere, a un concetto di alterità.
Questo accade perché si tende a costruire la rappresentazione di noi stessi attraverso la metafora della specchio: ci si deve riconoscere, ci si vede quando si è specchiati, uno specchio fisico ma anche costituito dal rapporto con gli altri. Lo sguardo altrui ti costruisce: è sempre il rapporto con l’altro che tende a definire o ad aiutare a dare una definizione della propria identità.
Nella ricerca di un elemento denigratorio, si possono mettere insieme soggetti diversi. La rappresentazione dell’altro è spesso denigratoria perché è preferibile e più facile pensare di essere titolari di qualità piuttosto che di difetti. Tendiamo a costruire costruzioni stereotipate in cui ‘ciò che non sono io’ è portatore di accezioni negative.
Rappresentazione culturale dell’alterità come costruzione
Razza e genere funzionano bene nella rappresentazione di diversità: si è spesso parlato di diversità razziale quando in realtà si tratta di diversità culturale. La razza diventa benzina di una costruzione semplificata dell’altro, come anche il genere. Questo permette di vedere la rappresentazione culturale dell’alterità esattamente come una costruzione.
Pensare le rappresentazioni in termini di costruzione significa coglierne la provvisorietà, dinamicità storica e geografica. Facendo riferimento a un fenomeno naturale, si tende a pensare che quello si ripeterà indipendentemente dalla propria azione. Invece, sostenendo che una determinata rappresentazione del femminile non sia connaturata nella donna in quanto soggetto biologico ma legata a una certa rappresentazione culturale, si può pensare che questa dinamicità sia soggetta a cambiamenti. La società si costruisce in quanto soggetti attivi, consapevoli, capaci di relazionarsi alla complessità.
Quando si propone in una rappresentazione culturale qualcosa di semplice ci si sta derubando della complessità insita nelle cose. La rappresentazione incide sulla contemporaneità e sulla storia tanto quanto elementi oggettivi di carattere economico e politico incidono sulle rappresentazioni. Per questo il modello derivativo è troppo semplice: nella realtà bisogna pensare a questa costante circolarità.
Le dimensioni di spazio e tempo
La cultura si esprime in tanti linguaggi, i quali costruiscono rappresentazioni e costruire significa essere di fronte non ad un fenomeno naturale ma ad un processo collettivo di costruzione che si può modificare e che si modifica nel tempo e nello spazio.
Bisogna tenere conto anche della dimensione dello spazio, nel senso che è sempre indispensabile collocare una rappresentazione culturale non sono in un momento storico ma anche in uno specifico luogo. Rinunciando alla dimensione dello spazio, inevitabilmente si appiattisce. Assumere una prospettiva postcoloniale significa occuparsi di rappresentazioni dell’altro rispettando la dimensione del tempo e dello spazio.
La dimensione dello spazio è interessante perché l’approccio postcoloniale è situated, collocato: non si deve cercare di sottrarsi alle sirene della semplificazione. Gli aspetti di ‘orientale’ ed ‘europeo’ bisogna cercare di guardarli in modo critico nella loro provvisorietà.
Contestualizzazione del colonialismo
Il colonialismo va guardato come un fenomeno storico ma anche culturale. Nel 1897 si coglie l’incredibile estensione dell’impero coloniale britannico: gli Stati Uniti hanno già raggiunto l’indipendenza, ma i Caraibi rimangono sotto l’impero britannico, insieme ad Australia e Nuova Zelanda, passando per l’intero continente africano e il subcontinente indiano, fino ad arrivare al sud-est asiatico. Un’estensione imponente che non si raggiunge in un tempo breve, ma che si estende nell’arco di tre secoli.
Nei differenti continenti ci si sposta in epoche diverse. La dimensione simbolica che accompagna l’espansione imperiale, la quale è un fatto materiale, si nota quanto sia piccola la Gran Bretagna in confronto al resto della popolazione sottomessa, rendendosi conto della sproporzione. Questo è stato possibile perché c’era una capacità pratica (come la marina britannica), quindi una tecnologia superiore, uno sviluppo culturale che era più funzionale a questo tipo di operazione.
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