Barocco
Il secolo del '600 viene anche chiamato barocco. In questo periodo la letteratura vuole ispirare meraviglia, attraverso giochi tra realtà e illusione e figure retoriche estremamente ardite. In Francia si riteneva che il barocco non fosse esistito, in quanto il '600 veniva considerato come l'età del classicismo, in cui la letteratura francese era misurata e semplice, sfuggendo in tal modo dai giochi del barocco. Jean Rousset, nella sua opera critica Circé et le paon (1954), afferma invece l'esistenza di una letteratura francese barocca, che con il classicismo acquista nuove regole. Secondo il classicismo, per creare un capolavoro bisogna aderire a delle leggi e a delle regole; questo per delle ragioni storiche, in quanto rappresenta una conseguenza della politica adottata in Francia nel '600.
Storia
Nel '600 si afferma la centralizzazione monarchica, dopo che la Francia è uscita da terribili guerre di religione. Enrico IV viene assassinato da un fanatico e governa Luigi XIII, che sceglie come ministro Richelieu. Durante questo governo inizia la strada verso la centralizzazione del potere. Gli obiettivi del governo erano abbassare le pretese di aristocratici e grandi feudatari e ridurre le differenze (anche culturali) in nome di un’unificazione linguistica. Bisognava dunque creare un ceto intellettuale in grado di attuarla attraverso delle opere, promuovendo un francese che andasse incontro a tutte le esigenze. Per cui Luigi XIII crea l’Académie Française, composta da intellettuali pagati dalla corona il cui obiettivo era quello di creare un dizionario e dare delle regole agli altri intellettuali.
Luigi XIII si occupa inoltre del teatro, considerato come un potente fattore di identificazione culturale; a differenza della carta stampata, fruibile da poche persone, a teatro ci possono andare molte più persone, raggiungendo così un pubblico più vasto. Quando Luigi XIII e Richelieu muoiono, Luigi XIV ha solo 4 anni. La reggenza passa nelle mani della madre Anna Bolena, che nomina primo ministro Mazarino: egli porta avanti la politica di Richelieu ma suscita molte rivalità e rivendicazioni da parte dei feudatari. Durante la sua reggenza si ha il cosiddetto periodo della Fronda, una guerra civile tra la corona e i principi e grandi feudatari che non accettano la centralizzazione del potere. Quando Mazarino muore, Luigi XIV prende il potere e porta a compimento la centralizzazione monarchica, spostando la capitale a Versailles. Egli crea inoltre un’etichetta a corte. Nel primo periodo del suo regno, quando era più giovane, stimola molto la produzione teatrale; nel secondo periodo, quando è più anziano, gestire l’economia del paese diventa più difficile e la letteratura ne risente. Il potere del re deve affermarsi anche in ambito culturale: per questo la Francia strappa all’Italia il primato culturale e linguistico.
Teatro (1600)
In quel periodo a Parigi c’erano due teatri principali: l’Hôtel de Bourgogne e il Théâtre du Marais. Erano rettangolari con una platea dove c’erano i posti in piedi, poco costosi e dunque popolari, e con dei palchi per le persone di condizione. Sia la corte che i grandi aristocratici chiamavano le compagnie teatrali per delle rappresentazioni private. Esistevano comunque delle compagnie itineranti in provincia, che si esercitavano per poi ambire ai teatri parigini, come fece Molière.
A Parigi c’era anche la commedia dell’arte («les italiens»). Si recitava su canovaccio, e non c’erano dunque veri e propri copioni. Le parti dei personaggi erano rappresentate dalle maschere, con dei caratteri prefissati, come Arlecchino o Pulcinella. Era molto fisica nella sua interpretazione: si trattava infatti di una recitazione acrobatica, e si riusciva a seguire anche se non si conosceva perfettamente l’italiano. La commedia dell’arte fu molto utile per la formazione di Molière, che infatti era molto sensibile alla resa scenica.
Esistevano però altri generi teatrali: la farsa, con opere grossolane e fisiche e storie di violenza e tradimenti; la commedia sostenuta; il pastorale, basato su una natura idilliaca e, come la commedia sostenuta, proveniente dall’Italia; i mystères, che mettevano in scena episodi biblici. Mentre i primi tre fanno parte del genere della commedia, quest’ultimo fa parte invece della tragedia. Un’altra tradizione religiosa era rappresentata dal teatro dei gesuiti, i quali conoscevano bene le potenzialità educative e divulgative del teatro. I teologi però condannavano il teatro, e per questo gli attori venivano scomunicati.
Corneille
Corneille è considerato il più grande tragediografo del '600. Egli, di origine normanna, comincia a scrivere nella prima metà del secolo. Proviene da una famiglia della buona borghesia; quando diventa famoso il re infatti nobilita il padre, e di conseguenza tutta la famiglia, per ringraziarlo della sua opera intellettuale. Frequenta il collegio dei gesuiti della sua città, entrando in questo modo in contatto con il teatro. Inizia la sua carriera scrivendo commedie; in particolare si rifà alla commedia sostenuta e al pastorale. Le sue commedie non sono comiche, ma fanno sorridere. Sono così definite perché hanno un lieto fine e perché contengono personaggi di media estrazione sociale. Nelle sue commedie c’è sempre un intreccio amoroso, ed esse sono sempre ambientate nella realtà contemporanea, quindi nella realtà di una città. Dalle sue opere emerge il gusto del multiforme e del molteplice, tipicamente barocco. Un esempio di sua commedia è L’illusion comique, in cui presenta il teatro nel teatro, secondo il procedimento della «mise en abîme». Arriva al genere tragico scrivendo Le Cid.
Le Cid
Quest’opera è definibile come tragicommedia, in quanto è una tragedia che finisce bene; è questo un miscuglio di generi in cui si riconosce il barocco. Essa rappresenta la prima grande realizzazione tragica francese. Le tragicommedie dovevano avere degli illustri antecedenti, come la storia romana o greca oppure dei miti: non possono rappresentare storie di fantasia. Inoltre il loro contesto generale non deve essere contraddetto ma deve essere verosimile, e deve contenere l’unità di tempo, luogo e azione.
Viene messa in scena nel 1637. Essa contiene personaggi anche di stirpe reale, e si rifà alla storia spagnola medievale: parla infatti di un eroe spagnolo che combatte contro i Mori e li sconfigge. Quest’opera ha un successo sconvolgente, e per questo nascono delle rivalità. In particolare nasce la cosiddetta «querelle du Cid», cioè una discussione critica e teorica su quest’opera. L’opera è composta da 5 atti ed è dedicata a una dama. Il Cid del titolo è rappresentato dal personaggio don Rodrigue. La prima frase dell’opera è “La scène est à Seville”, che ci fa subito capire che l’unità di luogo viene mantenuta, anche se in senso ampio.
Atto I
Scena I (nel teatro classico: scena di esposizione)
Ci troviamo a casa di Chimène, e troviamo un dialogo tra la protagonista e la sua «suivante» (confidente)
“Elvire...père?”
Mi hai raccontato le cose come stanno?
“Tous… flamme”
charmés=estasiata
Tuo padre stima don Rodrigue, e quindi vorrà che lo sposi. In questo modo Chimène concilia amore e dovere.
“Dis-moi… côté?”
Chimène vuole che le venga ripetuto un’altra volta, in questo modo gli spettatori capiscono cosa succede. È molto contenta perché le permette di mostrare apertamente il suo amore. Chimène ha però 2 pretendenti: don Sanche e don Rodrigue. Tutti i personaggi sono preoccupati della propria rispettabilità: per questo Chimène non può mostrare la sua preferenza, in base alla sua condizione di giovane donna.
“Non… époux”
Ho fatto vedere che sei completamente neutra e che aspetti l’ordine di tuo padre. Il verso utilizzato è l’alessandrino, cioè un dodecasillabo, il verso della tradizione classica francese che dà un effetto di forte musicalità.
“Ce respect… plaire”
Elvire riproduce le parole pronunciate dal padre di Chimène e le dice che è stato contento del suo grande riserbo. Sono entrambe giovani ma si vede che sono di virtù nobile. Emerge una predilezione verso don Rodrigue, che appartiene a una famiglia particolarmente nobile di cavalieri e il cui padre è un combattente estremamente valoroso. Per questi motivi, il padre afferma che Chimène è autorizzata ad amarlo.
“Il allait… contents”
Elvire continua a raccontare cosa stava succedendo.
“Il semble… revers”
Emerge il motivo del presagio, in quanto Chimène si rivela timorosa.
“Vous… déçue”
Elvire la rassicura.
Scena II
Ci troviamo nel palazzo reale: c’è dunque stato un cambio di scena. Questo è possibile in quanto sulla scena sono presenti più scenografie, secondo la tecnica del «décor simultané». Vediamo ora disegnarsi l’intreccio secondario, un’altra storia d’amore collegata a quella principale.
“Page… paresse”
Si lamenta perché Chimène è in ritardo.
“La page rentre” rappresenta un’indicazione di scena.
“Madame… amour”
Parla la confidente dell’infanta, cioè della principessa.
“Ce n’est… peines”
Sono io che ho facilitato questa storia e ho insistito, perché mi interessa che la loro unione si realizzi felicemente.
“Madame… indiscrète”
Però mostrate un eccesso di dolore/tristezza: come mai?
“Ma tristesse… l’aime”
Rivela la verità: ama follemente don Rodrigue.
“Je l’aime… coeur”
Questo rappresenta un momento topico, e infatti l’alessandrino è diviso in 3, attraverso la tecnica della «stichomythie». Emerge il forte turbamento dell’infante.
“Pardonnez-moi… fille?”
Ho fatto di tutto per farli innamorare perché non può stare con un semplice cavaliere: solo un principe è degno della sua stirpe.
“Il m’en… pas”
Me lo ricordo benissimo al punto che mi ucciderei. Il valore della stirpe è dunque fortemente ancorato, ma si fa strada anche il valore individuale. Si tratta di una «tirade», cioè di un monologo in cui spiega le sue intenzioni.
“Ma plus… l’espoir”
Devo sperare di perdere la speranza (gioco di parole).
“Mais… peine”
Andiamo a intrattenerci con Chimène, per distrarci.
Scena III
Ci troviamo nel cortile davanti al palazzo reale. Ci sono due nuovi personaggi, ovvero i due padri: Lecomte, il padre di Chimène, e don Diègue, il padre di don Rodrigue. Don Diègue è appena stato scelto come precettore al posto di Lecomte.
“Enfin… Castille”
Lecomte si lamenta che don Diègue abbia ricevuto un posto che spettava a lui.
“Cette… passés”
Don Diègue dice che si tratta di un segno d’onore che è stato messo sulla sua famiglia, di cui sono stati riconosciuti tutti i servigi.
“Pour… présents”
Lecomte afferma che il re si sbaglia, in quanto è convinto di aver subito un’ingiustizia.
“Ne parlons… gendre”
Don Diègue propone di parlarne, e afferma che il re merita rispetto assoluto, e non bisogna dunque contestare le sue scelte. In questo modo cerca una conciliazione, chiedendo inoltre la mano di Chimène per Rodrigue.
“À des… vanité”
Lecomte è arrabbiato e adirato. La discussione si scalda progressivamente, e di conseguenza cambia il ritmo: ogni personaggio ha ora solo un verso. Lecomte dà uno schiaffo a don Diègue, il che è una cosa gravissima. Don Diègue sfodera la spada ma Lecomte gliela frega, macchiando così la sua stirpe.
“Ton épée… ornement”
Lecomte accusa don Diègue di non sapersi difendere. L’affronto, per non macchiare indelebilmente la stirpe, deve essere lavato con il sangue: ci vuole quindi un duello riparatore, ma don Diègue è troppo vecchio per affrontarlo.
Scena IV
Troviamo ora una «tirade» di don Diègue, in cui dà sfogo alla sua amarezza.
“Fer jadis… mains”
Questa spada deve passare in altre mani.
Scena V
In questa scena troviamo un dialogo tra don Diègue e don Rodrigue.
“Rodrigue… coeur?”
Don Diègue provoca il figlio.
“Agrèable… venger”
Don Diègue è contento di vederlo così, e gli dice di riparare un affronto che hanno subito.
“D’un affront… C’est”
Si tratta di un affronto che ha colpito tutta la famiglia, e tocca a don Rodrigue sostenere il loro onore. O lo uccide o sarà ucciso, il che sarebbe un affronto molto grave. Don Diègue non gli dà false illusioni, e gli dice che il suo avversario è un grande guerriero. Don Rodrigue scopre che si tratta del padre di Chimène e resta senza parole.
“Ne réplique… venge”
Don Diègue gli dice di non replicare, anche se è innamorato di sua figlia, ma di vendicarsi e di vendicarli, in quanto anche lui è stato disonorato.
Scena VI
Nel teatro francese questa rappresenta la scena più importante. Troviamo qui un verso variabile, che serve nella tragedia quando il personaggio dà voce alle alternative della sua anima. Ogni strofa rende una parte del suo pensiero.
“Percé… Chimène!”
La sua prima reazione è lo sbalordimento e la realizzazione del dolore, e perciò una presa di coscienza. Si dipinge dunque come un infelice amante e gli sembra di morire, in quanto è stato offeso e l’offensore è il padre di colei che ama.
“Que je… honneur?”
Inizia ora la seconda fase del suo pensiero. Ci son due elementi che rendono inconciliabile il conflitto: l’onore e l’amore, che rappresentano due assoluti, ma lui deve scegliere. È ridotto a questa triste alternativa: o tradisce il suo amore o perde l’onore e cade nell’infamia. Âme généreuse: termine chiave del Cid.
“Il vaut… pas”
Ecco qui la prima decisione di Rodrigue: si vuole uccidere così non dovrà scegliere.
“À mon… Chimène”
Siccome in ogni caso la mia anima è mutilata, mi uccido almeno senza offendere Chimène.
“Mourir… Chimène”
Questa è l’ultima fase del suo pensiero. Pensa che non può morire senza salvare il suo onore, e se in tutti e due i casi dovrà perdere Chimène allora tanto vale che salvi la sua stirpe.
“Oui… Chimène”
L’esigenza genealogica ha quindi la precedenza. Almeno morirà facendo parte di una famiglia onorata. Conclude affermando che non avrebbe dovuto esitare così tanto. Il primo atto pone dunque la contraddizione inconciliabile di fronte a cui si trova Rodrigue, rappresentata da due esigenze insopprimibili. L’onore era un valore molto sentito a quel tempo, ma amore e onore erano concepite come istanze egualmente virtuose; non si tratta dunque di una lotta tra bene e male. La messa in scena è molto spoglia: l’unico elemento di scena è la spada, anche se non è indicata da Corneille in quanto tale.
Atto II
Scena I
In questo atto entra in scena un’altra istanza importante nel teatro tragico: l’istanza politica. Troviamo qui la conversazione con un personaggio di secondo piano: don Arias, un cortigiano. Lecomte si rende conto di aver agito senza riflettere.
“Je l’avoue… remède”
Afferma che ormai la cosa è irreparabile.
“Qu’aux… satisfactions”
La volontà del re è che non ci siano duelli: bisogna dunque trovare un accordo.
“Monsieur… suffisants”
Lecomte afferma di avere diritto a un trattamento diverso.
Scena II
In questa scena ci troviamo davanti al palazzo reale, e assistiamo a un dialogo tra don Rodrigue e Lecomte. Il ritmo è incalzante: don Rodrigue provoca e insiste, mentre Lecomte risponde con repliche brevissime e concise.
“Parlons bas”
Don Rodrigue dice di parlare a bassa voce, in quanto il duello era proibito.
“À quatre… savoir”
Don Rodrigue sfida Lecomte: gli dice di allontanarsi per provargli che il suo sangue non vuole essere macchiato.
“Te mesurer… main!”
Lecomte gli dice che è alle prime armi: come può pensare di uscire vittorioso dalla sfida?
“Mes pareils… maître”
Don Rodrigue replica dicendo di non avere bisogno di esperienza. Da questo punto in poi si rovesciano i ruoli all’interno del dialogo.
“Oui… invincible”
Don Rodrigue afferma che tutti potrebbero tremare di fronte a questa sfida, ma non lui, in quanto non considera Lecomte invincibile.
“Ce grand… mort”
Ho fatto bene a volere che ti sposassi con mia figlia: hai abbastanza virtù da capire che il tuo dovere è sfidarmi in duello. I personaggi condividono dunque gli stessi valori, portando così lo spettatore ad ammirarli. Lecomte aggiunge inoltre che don Rodrigue gli fa compassione, dal momento che...
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