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Il postcoloniale

Le terminologie sono tante:

  • ‘Letteratura dei paesi di lingua inglese’ è l’etichetta più adatta attualmente
  • Si parla di letterature anglofone o di ‘World Literature’ per indicare letterature provenienti da varie aree.

Tuttavia, questa terminologia appiattisce quella di ‘letteratura che aveva postcoloniale’, eclissando quella di letteratura dei paesi di lingua inglese. È un termine di valenza importante perché rimanda a un percorso storico molto lungo che ha caratterizzato i rapporti tra molti popoli. È un segno, una cicatrice, un marchio che è difficile da dimenticare perché segna l’identità.

Il movimento postcoloniale

Il postcoloniale è un movimento intellettuale, culturale e letterario ampio e in continua trasformazione. Ha suscitato e continua a suscitare dibattiti molto forti. L’etichetta ‘postcoloniale’ si ricollega agli anni Cinquanta e Sessanta, ovvero al momento storico della lotta per l’autonomia e l’indipendenza dei paesi colonizzati, in particolare da Inghilterra e Francia. Comincerà a emergere in quell’epoca in quanto connesso alla lotta e all’acquisizione dell’indipendenza prima de iure e poi de facto di queste colonie.

Questo termine fu introdotto prima nelle accademie americane e successivamente in quelle britanniche. L’anno fondamentale è il 1964, quando si è concesso spazio alle ‘letterature del Commonwealth’ all’università di Leeds.

Terminologie correlate

  • Letteratura anticoloniale: letteratura più settoriale e legata alla pamphlettistica; ha in sé un forte elemento politico e si dichiara nemica del colonialismo, che è visto come un male.
  • Letteratura postcoloniale: è un termine più ampio che include una molteplicità di risposte; persiste un atteggiamento critico nei confronti del colonialismo, però è più variegato.

È una letteratura in cui l’esperienza del colonialismo è rivisitata in un’ottica critica in cui l’interesse è indagare i rapporti umani e come questi sono stati condizionati, cambiati e l’esito di tale condizionamento. Il colonialismo potrebbe avere degli esiti e dei risultati positivi, non in termini economici ma umani. C’è dunque una disponibilità a osservare e riflettere su questi processi con animo più pacato:

  • Dominatore e sottomesso
  • Questioni politiche

Il valore dei testi postcoloniali

Sarebbe sbagliato leggervi solo una posizione di parte. È un fenomeno complesso, variegato, che cerca risposte senza prediligere un’unica posizione. Per questo, si apre un’indagine molto vasta sul presente, sul passato e così via, in modo a volte sorprendente. Un esempio è il testo di D. Malouf Imaginary Life. È un testo postcoloniale che non riguarda l’Australia ma la storia romana e in particolare un periodo della vita di Nasone Ovidio, artista e portavoce dell’Impero Romano che si trova al margine, anche geograficamente. Vive un’esperienza che lo porta lontano dai valori dell’Impero, in un’altra realtà, e scopre altri valori umani. Malouf ci costringe a riflettere sulle differenze tra un certo modo di pensare e un altro. Questo è il valore o la funzione dei testi post-coloniali.

Differenza tra post-coloniale e postcoloniale

Il termine post-coloniale ha una valenza storico-politica mentre l’etichetta postcoloniale ha una valenza etica, propone cioè un’ottica etica sul colonialismo. Il primo termine si riferisce soprattutto alle realtà di quei paesi che hanno da poco raggiunto l’indipendenza. Si focalizza cioè su una realtà immediata e circoscritta nel tempo. Il secondo ha una valenza temporale più dilatata, oltre a un approccio davvero critico: movimento complesso di risposte critiche legate alla storia del postcolonialismo che tiene conto di una serie di rapporti tra varie etnie e lingue. Alla luce della fine del colonialismo, si indaga con sguardo critico ciò che è accaduto. Quest’approccio ci consente di muoverci all’interno di alcune problematiche, come ad esempio i rapporti tra i popoli e gli individui.

Questione etico-morale: è parte integrante dell’approccio postcoloniale. Concerne l’aspetto empatico, raziocinante e intellettuale. Gli approcci teorici sono molti, ma, per quanto riguarda l’etica, Emmanuel Levinas è un punto di riferimento. È un filosofo vissuto per quasi tutto il XX secolo e vive anche di prima mano l’esperienza drammatica dei campi di sterminio. Levinas ha tentato di spostare l’interesse della filosofia dalla metafisica (o dall’epistemologia/ontologia) al discorso etico, all’aspetto morale e al senso di responsabilità verso l’altro, oltre a concentrarsi sul concetto di ospitalità.

Concetti totalizzanti e il pensiero di Levinas

Come pericolo, Levinas individua i concetti totalizzanti alla luce dell’esperienza dell’Olocausto: ‘le leggi possono essere usate come giustificazione del male che si fa agli altri’. Levinas auspica un dialogo tra Io e l’Altro/Alterità = tutto ciò che non è Io, tra Self e Other, un dialogo che si spera essere paritario. Il Self è identificato col Western Subject, soggetto forte e dominante, associato all’ordine, alla civiltà, maschio e bianco. L’altro è il subordinato, il dominato, è il soggetto controllato dall’Impero. Le categorie sono queste e il pensiero postcoloniale si propone di decostruire e annientare tale distinzione. Secondo Levinas, considerare qualcuno diverso, relegandolo in una nicchia o considerandolo non umano perché non avente le medesime caratteristiche, è la frame of mind che ha giustificato la colonizzazione. La colonizzazione e l’imperialismo si sono affermati non soltanto sul piano economico e territoriale, ma anche culturale. Si tratta di processi di acculturazione molto complessi. È importante che il linguaggio sia un commercio etico ed è importante coltivare il valore dell’ospitalità per aprirsi maggiormente e rompere alcune barriere. È un processo evidentemente molto complesso.

La radice ‘colonia’ e i suoi derivati

  • Secondo S. Battaglia, Grande dizionario della Lingua Italiana, la colonia nell’Ottocento e nel Novecento è il territorio di un paese extra-europeo assoggettato alla sovranità di uno Stato europeo il quale, con la giustificazione della civiltà, ha distrutto l’organizzazione politica e giuridica e culturale del paese assoggettato per importare il proprio sistema di giurisdizione e sfruttare nuove risorse economiche. Il colonizzatore è il ‘fondatore delle colonie’. Il colonialismo si fonda su questioni di interesse economico ma implica anche il processo di civilizzazione di popoli ritenuti inferiori.
  • I primi colonizzatori erano viaggiatori, pionieri, proto-antropologi che hanno lasciato testimonianze documentarie e diaristiche che descrivono questi territori e i loro popoli visti come barbari violenti, half devil, half child (Kipling). Questo è lo stereotipo tipico del soggetto coloniale.
  • Sempre a Kipling si deve l’espressione the white man’s burden, desunta da una poesia del 1899, considerata una sorta di inno dell’impresa coloniale. Si esalta nel testo l’impresa americana della conquista delle Filippine, anche se non è un’esaltazione del tutto acritica. Ogni volta che figura nei testi, il termine ‘burden’ è fortemente connotato in questo senso.

Questi stereotipi si concretizzano nel tempo: i popoli colonizzati erano visti come soggetti altri da civilizzare perché dimostravano di non conoscere l’ABC del rapporto umano. Erano violenti e potenzialmente malvagi (devil) ma anche ingenui (child), quindi bambini da formare. Questo era il compito, il fardello dell’uomo bianco. Il postcoloniale non può dimenticare questo.

Critica postcoloniale e Robert Young

Un critico, Robert Young, nel suo Postcolonialism: a very short introduction, insiste su come il postcoloniale voglia disgregare o ribaltare le nostre convenzioni. Nell’introduzione, il termine montage (montaggio fotografico) si riferisce a un gioco prospettico, ovvero ribaltare i nostri punti di vista per adottarne di meno consueti. È un linguaggio semplice ma in quasi ogni frase ci sono raccordi ad altre teorie.

Franz Fanon: I = other, not you. È stato uno psichiatra afro-caraibico che ha avvertito con intensità questo disagio identitario. Convinto di essere francese, Fanon sente fortemente questa lacerazione. In Opere nere e maschere bianche, Fanon sostiene che, per essere accettato, il nero dovesse indossare una maschera bianca > discrasia.

Il postcoloniale ha come obiettivo lo spostamento del dominante e il rovesciamento delle prospettive. Si oppone anche alla globalizzazione. Poi Young comincia a essere più chiaro e mette a fuoco dei punti politici coi quali si può essere d’accordo o meno. Soprattutto, Young si concentra sulla questione della egualità, condizione non ancora raggiunta. Il popolo colonizzato è considerato inferiore perché childlike o maligno. Questo è l’atteggiamento paternalistico dell’Occidente, che si pone come persona più matura, competente e civilizzata alla quale questi popoli si devono affidare. Young dà questo quadro di concetti molto chiari che si commentano da sé.

L'etichetta 'letteratura post-coloniale'

Quindi, l’etichetta ‘letteratura post-coloniale’ rivela un’anima molteplice e legata a luoghi diversi. Inevitabilmente c’è una consapevolezza etica dei popoli autoctoni, con una loro identità culturale e la legacy lasciata dalla Gran Bretagna, la mother country, che grava ancora su di loro. Non hanno mantenuto intatta la loro cultura e la loro identità che sono necessariamente entrate in contatto con la cultura europea. Quello tra dominatori e dominati fu spesso un incontro violento e questo si riflette chiaramente sul piano letterario. Le letterature post-coloniali possiedono un’anima duplice in quanto sono ex-periferia dell’Impero che reca ancora i segni della cultura della madrepatria. A volte questo retaggio è negato ma non può comunque essere ignorato.

Il punto di vista di Salman Rushdie

  • Tra le varie etichette ve ne è una davvero desueta e tende a essere ormai superata, ‘la letteratura del Commonwealth’. Salman Rushdie ha sempre anticipato un po’ i tempi, ponendosi all’avanguardia della critica e della letteratura post-coloniale. Rushdie ha messo in rilievo il carattere negativo di questa etichetta, poiché suscita un senso di ghettizzazione, isolamento. ‘Commonwealth literature does not exist’, scrive in una raccolta di saggi del 1982. La raccolta ha un titolo molto provocatorio, Imaginary Homelands: Essays and Criticism. Ciò che Rushdie scriveva era immediatamente inserito nella Commonwealth Literature, quella canonica e Rushdie non accettava questa cosa. Tenne un seminario a Cambridge sulla letteratura. Il seminario riguardava gli English Studies e si tenne nel 1983. Rushdie disse di essersi sentito in una situazione strana, un po’ come Fanon. Si rese conto di essere immediatamente catalogato all’interno di una certa letteratura, indipendentemente dal contenuto delle opere. Nel suo saggio, Rushdie sottolinea che la Commonwealth Literature è quasi un mostro. È in realtà un rimando politico alle ex-colonie, agli allora domini, ex-protettorati quali Canada, Australia, Jamaica, India, Nuova Zelanda, Caraibi, e così via. Non è un concetto letterario. Il Sudafrica si era ritirato per dieci anni per poi reintegrarsi, come anche il Pakistan. Rushdie mette in evidenza l’impraticabilità di una etichetta economico-politica qualora sia applicata in riferimento alle letterature in inglese. È come un ghetto esclusivo che include tutti gli autori non bianchi e non britannici, Io vs. Altro. Rushdie è stato seguito da molti.

Uso della lingua inglese

Lui sposta l’attenzione sul fatto che questa letteratura sia scritta in inglese. Lui parla di Literature of the English Language, in quanto queste letterature hanno tutte in comune il medesimo veicolo linguistico. Un tratto caratteristico della letteratura post-coloniale è l’uso che questi scrittori hanno fatto dell’inglese, non ridotto a dialetto. L’inglese è stato trasformato, plasmato. Non è usato per fini esclusivamente comunicativi come il pidgin il Kitchen English. È un inglese un po’ diverso: è una lingua trasformata con una marca peculiare e estraniante, risultante dalla dislocazione operata attraverso la lingua. L’inglese diventa una lingua stratificata a livello sintattico, ritmico, per le sue nuove sonorità, e così via. È una lingua duplice, un inglese che non è British English. Riprende alcune marche stilistiche peculiari. Non è scorretto, ma possiede valenze duplici, molteplici, con echi e tracce di un’altra identità che non è solo quella dell’Impero nella poliglossia. Gli artisti che si dedicano a questa operazione creano degli spazi per se stessi entro i confini della lingua. In questo senso anche il linguaggio si carica di un burden, di un lascito. In queste letterature c’è un livello transnazionale grazie alla lingua, che rimandano a una marca identitaria nazionale. Termini come contaminazione, ibridazione, meticciato, aventi un’accezione negativa, acquistano un valore più positivo nel contesto della critica letteraria perché contribuiscono a sfaldare l’idea dell’essenzialismo, dell’Io dominante.

Writing back e critica dell'Impero

In un altro scritto, Rushdie introduce il concetto di writing back, con ironia. L’impero risponde scrivendo ‘with a vengeance’, termine più aulico rispetto al più comune ‘revenge’. È un’espressione che ricava da ‘strikes back’, un gioco di parole. Questa espressione fu ripresa da alcuni studiosi australiani, i quali scrissero The Empire Strikes Back, un testo diventato ormai sacro nell’ambito della critica post-coloniale. È il primo testo importante della critica post-coloniale. Gli autori di questo testo notano come nella letteratura di quegli anni, questi testi spiccassero per via di una data caratteristica: il desiderio di rispondere a quello che una volta era l’Impero in senso non solo politico ma anche culturale, creando dei miti alternativi, dei miti consolidati sono allora ricostruiti.

Questa è chiamata anche la Literature of Resistance.

Testi fondanti nella letteratura inglese

Ci sono tre testi fondanti nella letteratura inglese che sono legati al mito della colonialità. Questi testi sono molto spesso bacchettati dagli scrittori postcoloniali e dai critici:

  1. Robinson Crusoe di Daniel Defoe: è un’apologia dell’Homo Faber, ma anche la prima giustificazione importante di un’impresa di colonizzazione. Prendendo il controllo della nuova terra e sottomettendo e civilizzando Friday, Robinson Crusoe crea un impero. Autori provenienti da varie colonie hanno provato a mettere in luce l’altro volto di Robinson, in modo da far emergere la posizione di superiorità assunta dalle civiltà europee (l’Occidente e il Cristianesimo). Robinson è il padre patriarca che si rivolge a Friday con ‘Call me Father’. È una giustificazione del presentarsi all’altro come una figura di riferimento. Robinson fa di Friday un amico ma al contempo lo sottomette, facendone un subordinato. La figura paterna riunisce in sé paternità e dialogo ma sempre nella subordinazione. Nelle varie riscritture di Defoe, Robinson è stato dipinto come un colonizzatore brutale che schiavizza Friday, si fa chiamare ‘master’ (Cfr. Foe di Cotzee). La fase della riscrittura fu molto forte negli anni Ottanta e Novanta. Cotzee dipinge Defoe come l’autore che decide consapevolmente di creare un romanzo immaginario. Immagina che nella vicenda ci sia stata una naufraga (nel romanzo di Defoe non ci sono donne) che giunge nell’isola dove si trovano Friday e Robinson. Qui trova un Robinson abbruttito, che non parla, che non si è evoluto, che ha fatto proprio un territorio rimasto sterile, ciò per sottolineare l’inutilità dell’impresa coloniale. Nemmeno Friday parla. Gli è stata tagliata la lingua e forse è stato addirittura evirato. Rappresenta il simbolo della violenza del colonialismo che rifiuta di dare la voce al colonizzato. Coetzee presenta la problematica di Friday che non parla, che è chiuso nel suo universo, che sta lì, risponde al suo padrone ma vive nel suo mondo, coi suoi rituali. Friday è al centro del romanzo. L’altro c’è, esiste, ma non si spiega al soggetto occidentale. È mutilato per qualche motivo e resta un mistero.
  2. La Tempesta di Shakespeare
  3. Heart of Darkness di Joseph Conrad

Questi sono i miti dell’Occidente nell’ambito della riscrittura letteraria. Sono grandi opere della letteratura britannica alle quali la periferia risponde con opere parodiche, di denuncia, con l’intento di avvicinarsi all’umanità dell’altro. Come diceva Young, il post-coloniale ci costringe a ribaltare la prospettiva e la riscrittura dei miti dell’Occidente fa proprio questo.

Il post-colonialismo e l'uguaglianza

Il post-colonialismo si pone il problema dell’uguaglianza, della parità dei diritti anche a livello economico. L’Occidente è sempre favorito, nonostante la fase di spostamento dalla forma di dominio diretto a uno indiretto. Da ciò si possono sviluppare forme di Neo-colonialismo, come se il dominio continuasse. La letteratura tocca i temi dell’autonomia raggiunta pienamente o meno. L’autore entra più nel merito del rapporto tra dominatori e dominati, analizzando le conseguenze delle interazioni tra le due culture.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/10 Letteratura inglese

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher minniti.vale di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura dei Paesi di lingua inglese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Giovannelli Laura.
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