Lavoro II modulo - Origo - Prova di completamento
Prova di completamento nei primi due appelli estivi, solo in una delle due date.
La prospettiva dell’economista: L’economia delle risorse umane
Edward Lazear è l’economista che ha fondato i pilastri della personnel economics. Che differenza c’è tra l’approccio dell’economista e quello che si occupa in maniera pratica della gestione delle risorse umane? Quando si osserva un approccio di management ci si sofferma molto sui case study, sui dettagli, invece l’approccio dell’economista è un approccio più di generalizzazione dei comportamenti. L’economista osserva diversi casi e cerca di ricostruire dei fatti stilizzati o delle regolarità di comportamento. Si fa attenzione a correlare delle relazioni di causa-effetto tra le variabili. Anche nelle aziende, quando due variabili si muovono assieme non necessariamente significa che una si muova in relazione all’altra. Bisogna essere sicuri che una variabile ne causa un’altra.
Gli strumenti dell’analisi economica per identificare le relazioni tra variabili o alcuni fatti stilizzati relativi alla gestione delle risorse umane. Si utilizzano sostanzialmente due strumenti:
- Modello economico: è una semplificazione della realtà in cui faccio una serie di ipotesi semplificatrici a volte poco realistiche (ad esempio assumo che il mercato sia in concorrenza perfetta) che mi permettono di identificare più chiaramente che relazione c’è tra le variabili che voglio studiare. Il vantaggio del modello teorico è che lo posso usare per fare delle previsioni per vedere cosa succede a una determinata variabile cambiando l’altra, mi consente di identificare in maniera chiara la relazione di causa-effetto. Lo svantaggio è che a volte devo usare delle ipotesi semplificatrici molto forti, che rendono il modello un riferimento astratto con il quale leggere la realtà.
- Analisi dei dati: le aziende al giorno d’oggi sono consapevoli che hanno una quantità infinita di dati che possono utilizzare, a partire dai dati amministrativi fino ai social media. Le imprese hanno fame di dati, ma non hanno ancora abbastanza competenze per usare questi dati. Sempre più l’analisi economica si sta focalizzando sui dati, che sono usati in due modi: li uso per verificare se le previsioni del modello teorico sono vere nella realtà, uso l’evidenza empirica che ricavo dai dati per rivedere alcune ipotesi del mio modello; oppure i dati possono venire prima del modello, raccolgo i dati e osservo che ci sono delle regolarità nei comportamenti degli agenti economici, sono i cosiddetti fatti stilizzati, le regolarità empiriche, che mettono in evidenza aspetti/connessioni della realtà che possono essere meglio compresi se “isolati”/valorizzati in un modello teorico. A questo punto cerco di identificare una regola teorica, un modello teorico, che spiega quello che i dati hanno evidenziato.
Si lavorerà sulle diverse forme contrattuali all’interno dell’impresa. Alcune delle domande a cui cercheremo di rispondere sono:
- Perché lavoratori e imprese preferiscono contratti duraturi?
- Quali sono le condizioni in cui l’azienda non vuole farsi scappare un lavoratore?
L’azienda deve andare bene, il lavoratore deve avere delle competenze importanti per l’impresa, deve essere affidabile, leale (contano le soft skills). Nel settore della grande distribuzione (supermercati e catene di abbigliamento) in Italia, la quota di impiegati temporanei è inferiore al 5%, nei supermercati come Esselunga c’è una forte fidelizzazione dei lavoratori oltre che dei clienti.
- È meglio assumere un nuovo lavoratore o far fare delle ore di lavoro straordinario ai lavoratori già occupati?
- Qual è il pacchetto retributivo ottimale che deve usare l’impresa?
È meglio pagare i lavoratori in base alla loro performance o in base alle ore lavorate? Sono più efficaci incentivi basati sulla performance assoluta o su quella lavorativa?
- Perché nelle aziende è diffuso il teamwork?
- Quando un team funziona?
Quali sono gli elementi essenziali per avere un mercato?
Devo avere qualcuno che produce/vende e qualcuno che compra, ho bisogno di un’offerta del bene/servizio scambiato e una domanda di questo bene/servizio, ma ciò non è sufficiente, devo anche dare un prezzo a questo bene scambiato. Applichiamo questi concetti al mercato del lavoro. Il prezzo del mercato del lavoro è lo stipendio/salario. Le due parti che si incontrano sono impresa e lavoratori. Chi domanda è l’impresa perché il bene scambiato sul mercato del lavoro è il servizio lavoro, le ore di lavoro, sono le imprese che domandano ai lavoratori le ore di lavoro e sono i lavoratori che offrono le loro ore di lavoro per produrre. Nell’analisi economica si deve sempre partire dal bene scambiato e da chi lo possiede, in questo caso le ore di lavoro che sono offerte dagli individui. In questo corso quando si parla di offerta di lavoro si fa riferimento agli individui e quando si parla di domanda di lavoro si fa riferimento alle imprese.
Vediamo come l’impresa fa a decidere quanti lavoratori assumere, quante ore di lavoro usare nel processo produttivo. Partiamo dal modello di base, che è il modello di concorrenza perfetta:
Domanda di lavoro quando i mercati sono perfettamente concorrenziali
L’impresa ha bisogno di qualcuno che lavori per lei perché ha bisogno di produrre qualcosa. Il modo in cui l’analisi economica mette in relazione gli input, i fattori produttivi con l’output, il bene o servizio prodotto, è la funzione di produzione. Questa funzione di produzione mi dice come l’impresa combina i fattori produttivi per ottenere il bene che produce ed è scritta in questo modo:
- Y: quantità di output, di bene/servizio prodotto dall’impresa (ex: numero di smartphone prodotti)
- L: più in generale unità di lavoro, possono essere teste o numero di ore di lavoro
- K: quantità di capitale fisico che può avere due definizioni nell’analisi economica. Quella più limitata è il numero delle macchine, delle apparecchiature utilizzate dall’impresa per produrre. Una definizione un po’ più ampia è quella in cui nel capitale fisico faccio rientrare tutto quello che non è lavoro, ad esempio le materie prime. Nell’analisi economica non ci interessiamo molto del capitale finanziario (ex: stabilimento Apple, con macchinari, alluminio)
Ragioniamo nel breve periodo: la differenza tra breve e lungo periodo nell’analisi economica dipende dalla flessibilità dei fattori produttivi. Si considera breve periodo se uno dei fattori produttivi non può essere variato facilmente, abbiamo una funzione di produzione relativamente semplice. Assumiamo di essere nel breve periodo quando il capitale fisico è fisso. Consideriamo quindi un’impresa che ha una grande quantità di impianti e macchinari K=0. Quando diciamo che la quantità di output dipende dal lavoro, non sto dicendo che non c’è capitale, ma come azienda il capitale che ho è dato, non è una mia variabile di scelta. La mia variabile di scelta è l’input variabile e quindi il lavoro.
F: nella funzione di produzione rappresenta il modo in cui l’impresa può combinare i fattori produttivi per ottenere l’output che dipende dalla tecnologia a disposizione e ciò determina anche il grado di sostituibilità tra i due fattori produttivi
Che caratteristiche ha questa funzione di produzione di breve periodo? Assumiamo che la derivata prima sia positiva. La derivata prima della funzione di produzione misura come varia l’output prodotto a seguito di una variazione infinitesimale. La derivata prima misura la produttività marginale del lavoro. Se assumo che la derivata prima sia positiva allora la produttività marginale del lavoro è positiva, ovvero se io aggiungo un’ora di lavoro nella mia impresa o un lavoratore in più questo sicuro produrrà qualcosa in più.
Assumo però (e questo me lo dice la derivata seconda), che quanto produce in più questo lavoratore è via via decrescente. L’idea è che se io ho una certa quantità di capitale fisico, aggiungo un lavoratore nella mia impresa che produce una certa quantità e così anche il secondo lavoratore e così via. Ma arriverò a un punto in cui quando si è aggiunta una certa quantità di lavoratori non riesco più a produrre più di una certa quantità. Quindi l’idea della produttività marginale decrescente, è che se la quantità di capitale fisico è fisso, arriverò a un punto in cui anche se assumo nuovi lavoratori l’apporto del nuovo lavoratore in termini è inferiore rispetto all’apporto del lavoratore precedente, quindi la produttività marginale dell’ultimo lavoratore è inferiore rispetto a quella del penultimo lavoratore.
Un modo per rappresentare graficamente questa funzione è una funzione concava, significa che la produzione aumenta con la quantità di lavoro, ma in maniera via via decrescente.
Essendo in un mercato perfettamente concorrenziale, l’impresa è price taker, il prezzo del bene prodotto è dato. Assumiamo che l’impresa possa vendere il suo bene a un prezzo dato P. Assumiamo che anche il salario W è dato. Poniamo P=1, lo mettiamo così per semplificare.
Come posso definire i profitti per la mia impresa? Per gli economisti i profitti sono dati dai ricavi totali meno i costi totali. Il mio ricavo totale è prezzo per quantità venduta. Il prezzo è 1, la Q prodotta e venduta la esprimo attraverso la mia funzione di produzione, quindi F(L). Il costo variabile di produzione che l’impresa sostiene è solo il costo del lavoro in questo caso, è dato da salario per lavoro, wL -> l’obiettivo della mia impresa è scegliere la quantità di lavoro che le consente di massimizzare i profitti. Il profitto quindi è dato da F(L) - wL.
L’impresa ragiona al margine, vede cosa succede al fatturato e ai costi se utilizza un’unità in più di lavoro. Se utilizzo un’unità in più di lavoro, di quanto aumenta il fatturato? Questo dipende da quanto varia l’output a seguito dell’aggiunta di una unità di lavoro, che è la mia definizione di produttività marginale. Supponiamo di voler assumere un lavoratore in più, produco Tshirt e ognuna mi costa 10 euro. Il mio lavoratore in più produce 5 Tshirt in più. Quindi il mio fatturato, grazie a questo lavoratore aumenta di 50 euro. Il prodotto tra il prezzo dell’output e la produttività marginale del lavoratore si chiama valore della produttività marginale del lavoratore, che non è altro che la variazione del fatturato associata al fatto di avere un lavoratore in più in azienda.
Il ricavo marginale è di quanto variano i ricavi totali a seguito dell’aggiunta di un lavoratore in più. Il costo dell’avere un lavoratore che lavora un’ora in più è 10 euro, ciò provoca un aumento del fatturato di 50 euro e costi di 10 euro. Questa impresa farà lavorare il lavoratore un’ora in più? Sì, perché aumenta il fatturato, questo lavoratore in più produce per l’impresa un pezzo di profitto in più. Il costo di un’unità di lavoro si chiama costo marginale.
Da questa prima analisi abbiamo capito che fintanto che il ricavo marginale è maggiore del costo marginale i profitti aumentano. L’impresa continuerà ad aggiungere un’unità di lavoro fintanto che il ricavo marginale è maggiore del costo marginale, ma ad un certo punto se vale la regola della produttività marginale decrescente, arrivo ad un punto in cui l’ultimo lavoratore assunto produrrà una quantità tale di output per cui il fatturato in più che riesco ad ottenere non riesce a coprire i costi del lavoratore. Se continuo ad assumere lavoratori arriverò a un punto in cui il costo marginale è superiore al ricavo marginale. Quindi l’impresa riduce i lavoratori e così aumentano i profitti. Se il ricavo marginale è uguale al costo marginale, l’impresa non ha incentivo a cambiare la quantità di lavoro usata e sta massimizzando i profitti.
L’impresa massimizza i profitti scegliendo quella quantità di lavoro tale per cui il ricavo marginale è uguale al costo marginale, al salario. Posso trovare la quantità ottima del lavoro attraverso la funzione inversa
Quindi se il ricavo marginale è superiore al costo marginale del lavoro, aumento le unità di lavoro e aumentano i profitti; se il ricavo marginale è inferiore, riduco il lavoro e aumentano i profitti; soltanto quando il ricavo è uguale al costo l’impresa non ha incentivo a cambiare la quantità di lavoro usata e sta massimizzando i profitti.
Siamo partiti dal problema di massimizzazione del profitto che ha l’impresa in concorrenza perfetta e abbiamo derivato la funzione di domanda di lavoro che è una relazione tra la quantità di lavoro richiesta dalle imprese e il salario. Questa relazione coincide di fatto con la curva del prodotto marginale del lavoro. Sotto l’ipotesi che le unità aggiuntive di lavoro producono via via meno, la così detta legge dei rendimenti decrescenti del fattore produttivo (in questo caso il lavoro), la curva del valore del prodotto marginale è inclinata negativamente.
Per cui dato un certo livello del salario l’impresa andrà a identificare quella quantità di lavoro, in questo grafico L*, che le consente di eguagliare il salario al valore del prodotto marginale del lavoro. Se faccio questo esercizio per diversi livelli di salario ottengo che la curva di domanda di lavoro coincide con la curva del valore del prodotto marginale. Se rappresento sull’asse delle x le unità di lavoro L utilizzate dall’impresa e sull’asse delle y rappresento salario, quindi è come se avessi una funzione dal pdv grafico in cui il salario è funzione del lavoro, mentre in realtà la nostra definizione economica di domanda di lavoro è il contrario, è la quantità di lavoro L in funzione di salario -> la curva del valore della produttività marginale del lavoro mi rappresenta la curva di domanda inversa di lavoro. Abbiamo assunto che la produttività marginale del lavoro è decrescente, quindi il valore della produttività marginale del lavoro è una curva con inclinazione negativa. Quindi come fa l’impresa che massimizza i profitti a decidere quante unità di lavoro usare? L’impresa osserva il salario di mercato, un certo valore di w, e va a determinare la quantità di lavoro (L*) sulla curva del valore del prodotto marginale di lavoro, in corrispondenza del salario w. Non è altro che una rappresentazione grafica del risultato F’(L*)=W.
Se il salario aumenta sopra W, la quantità di lavoro utilizzata dall’impresa diminuisce, perché ora il lavoro costa di più. Se voglio massimizzare i profitti devo avere una produttività marginale del lavoro più alta e se la produttività è decrescente per rendere l’ultima unità di lavoro più produttiva devo ridurre i lavoratori.
Il modello semplice ci porta a una realtà che la domanda di lavoro è negativamente correlata al salario, se il salario aumenta le imprese diminuiscono la quantità di lavoro e viceversa. Siccome più il salario è elevato, più il mio lavoro deve essere produttivo, se vale questa legge dei rendimenti decrescenti, se il salario è più elevato io devo occupare meno lavoro, perché più lavoro occupo, più l’ultima unità che occupo è relativamente meno produttiva. Se il lavoro costa troppo, le imprese tendono ad occupare di meno, quindi dal lato della domanda c’è una reazione negativa o inversa tra costo del lavoro e livello di occupazione.
Implicazioni del modello
- Se il salario aumenta le imprese riducono i lavoratori e il salario è sempre in corrispondenza della curva del valore del prodotto marginale, che equivale a dire che i lavoratori sono sempre pagati in base alla loro produttività e soprattutto assumiamo che l’impresa possa agevolmente aumentare o ridurre la quantità di lavoro impiegata.
- Se c’è un eccesso di offerta, ovvero numero di lavoratori > posti disponibili, e il salario è libero di aggiustarsi, la competizione tra i lavoratori porta a una riduzione del salario fino a quando nel mercato non viene riassorbito questo eccesso di offerta. Vale anche il contrario se c’è eccesso di domanda, competizione tra imprese porta aumento salario di equilibrio fino a quando eccesso di domanda riassorbito.
- È un modello in cui non ci dovrebbe essere disoccupazione involontaria. Ovvero gli individui che non lavorano, sono quegli individui che a quel salario di mercato non sono disposti ad accettare il lavoro, quindi c’è comunque non occupazione, però questi individui non sono disoccupati (nel senso delle nostre statistiche) sono individui che non accettano il lavoro a quel salario.
Non sono cose che osserviamo nel mondo reale. Nella realtà osserviamo che i salari monetari sono rigidi verso il basso, non dipendono solo dalla produttività del lavoratore ma spesso dipendono anche dall’anzianità lavorativa o se faccio straordinari, i costi di licenziamento e di assunzione possono essere rilevanti.
Questi risultati dipendono dall’ipotesi di concorrenza perfetta del mercato del lavoro, che presuppone:
- Un elevato numero di imprese e lavoratori;
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