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Due scuole di pensiero:

L’italiano standard esiste ed è identificabile col fiorentino contemporaneo epurato dei tratti

1. locali (es.: la gorgia, aspirazione delle consonanti). La grammatica coinciderebbe con

l’italiano normativo post-manzoniano (‘800/’900).

2. Altri dubitano che esista una varietà standard, specialmente per la lingua parlata, dato che

l’italiano si è diffuso soprattutto come lingua scritta e dunque nessuno ha mai acquisito

nativamente la pronuncia fiorentina. Quest’ultima era appresa soltanto da alcune categorie

operanti nei mass-media (doppiatori, attori, radiocronisti etc...), ma oggigiorno non si

mantiene più la pronuncia “Rai” adeguata a quella fiorentina.

Dal punto di vista grammaticale esiste una norma, che però non rispecchia le varietà parlate

(anche le più formali) e censura tratti trainanti dell’italiano scritto di oggi.

– l’hai la macchina?

Es. Che ne pensi? Ce

POSSIBILE VITALITA’ LINGUISTICA DELL’ITALIANO STANDARD?

Molto bassa: tratti che regrediscono o sono in crisi, suoni che non sono riusciti ad imporsi, categorie

grammaticali sempre meno centrali come il congiuntivo, distinzioni che stanno indebolendosi come

gli/loro (intesi come pronomi plurali non soggetto).

Lo standard normativo non perde forza ma spazio, riducendosi allo scritto più formale.

Lo spazio perduto viene acquistato dalle altre varietà che diventano più accettabili e meno

censurate.

2.3.2. L’italiano neostandard

La novità maggiore degli ultimi 50 anni.

Varietà d’italiano parlata e scritta che coincide in buona parte con lo standard, ma si apre a

fenomeni che lo standard rifiuta o sconsiglia.

Questi fenomeni tipici del parlato vengono accolti anche dallo scritto.

Denominazioni usate:

 neostandard: potrebbe essere la base per un futuro nuovo standard normativo;

 comune: statisticamente è la varietà più diffusa;

 dell’uso medio: usata nel parlato e nello scritto della “media formalità”;

 tendenziale: in movimento, tratti non ancora consolidati;

 senza aggettivi: “italiano” e basta, perché ancora tradizionalmente legata all’italiano.

2.3.3. L’italiano regionale

Percepito già dal ‘700, lo studio dell’italiano regionale è nato nel 1960 come “individuazione degli

errori” e poi come studio delle varietà d’italiano derivanti dall’unione del dialetto con l’italiano

appreso.

L’italiano regionale è una varietà coerente d’italiano, influenzata dal dialetto, che si distingue dallo

standard e dalle altre varietà regionali per i propri elementi locali.

Inoltre nell’italiano regionale rientrano tutte le varietà sviluppate da chi aveva il dialetto come

lingua materna.

PRONUNCIA: non controllabile e spesso simile a quella dell’italiano neostandard; non ostacola la

comunicazione.

GRAMMATICA: più densa di regionalismi sintattici e lessicali, controllabile dal parlante, da questa

dipende la riuscita della comunicazione.

L’italiano regionale non è una varietà omogenea e anche i regionalismi vengono avvertiti e valutati

diversamente; per questo è impossibile stilare una lista definitiva di italiani regionali. Grosso modo

regioni dialettali (non amministrative! Es: italiano di bari diverso dall’

essi corrispondono alle

italiano salentino).

MACROREGIONI: italiano settentrionale, toscano, romano, meridionale.

2.3.4. L’italiano popolare

Varietà d’italiano regionale, parlato e scritto, caratterizzato da molti elementi rifiutati dallo

standard, i quali sono anche esclusivamente presenti solo in essa.

NODI DELLA DISCUSSIONE:

1. carattere di varietà di contatto o di varietà nativa;

2. dimensione scritta e parlata;

3. data di nascita;

4. unitarietà;

rapporti con l’italiano regionale e con l’italiano neostandard;

5.

Prime definizioni: italiano acquisito da chi ha per madre lingua il dialetto (Cortelazzo, 1972)

VARIETA’ DI CONTATTO: nasce dall’incontro continuo tra lingua e dialetto, ma non

1. viene

l’apprendimento avviene secondo regole diverse dall’italiano

tramandato nelle generazioni ->

scolastico e mediante un contatto insufficiente.

FREQUENTI CASI DI PARLANTI CHE HANNO ITALIANO POPOLARE, MA NON

PADRONANZA DEL DIALETTO -> emigrati di 2^ generazione.

Bisogna quindi distinguere tra varietà di contatto e varietà nativa (ovvero trasmessa dalle

generazioni precedenti e quindi più suscettibile all’evoluzione storica).

2. Uso scritto e parlato: falso problema. L’italiano popolare è usato nello stesso modo, tanto che

nello scritto sono evidenti i tipici elementi dell’espressività parlata.

3. Cronologia: l’uso dell’italiano regionale si può far risalire a prima dell’Unità d’Italia, grazie alla

presenza di testi scritti da incolti preunitari. C’è però una netta differenza tra italiano popolare

preunitario e postunitario: il primo era solo scritto, usato da fasce sociali incolte e sempre come

lingua di contatto, il secondo tanto scritto quanto parlato, tramandato come lingua materna ed usato

dalle fasce del proletariato urbano e contadino. d’Italia? O perché dotato di

4. Unitario: potenzialmente ambiguo. Unitario perché post-Unità

caratteristiche simili su tutto il territorio e per tutti gli utenti?

In questo caso come non esiste un italiano parlato unitario, non può esistere neanche un italiano

popolare parlato unitario! Le coordinate diatopiche e diastratiche sono sempre presenti e

direttamente dipendenti.

Dal punto di vista grammaticale però l’unitarietà è maggiore.

Questo perché le differenze grammaticali tra i dialetti regionali italiani sono meno numerose.

Inoltre i processi di semplificazione linguistica sono simili nelle regioni italiane (dessi > dassi,

vengano > venghino etc...).

5. Rapporti con l’italiano neostandard e l’italiano regionale.

Che l’italiano popolare sia influenzato dal regionale è evidente.

Più interessante è la differenza tra il neostandard e il popolare.

Quest’ultimo può infatti avvicinarsi ai registri più colloquiali e informali del neostandard, per cui

alcune forme semplificate sono simili, ma resta decisamente più caratterizzato nei suoi fenomeni

più esclusivi (es. dicci di venire = dì a noi/dì a lei/dì a loro etc...)

3. Il Lessico

3.1 Nozioni generali

LESSICO: insieme delle parole della lingua.

PAROLA: elemento autonomo, graficamente separato dagli altri grazie ad uno spazio bianco o ad

un segno di interpunzione.

sono “cose” diverse per forma e significato.

Lessico, parola, lingua

Il, del, l’... sono invece forme o varianti dello stesso lessema.

L’ -> forma/variante di LO

DELLE -> forma/variante di DELLA

LESSEMA: l’unità di lessico considerata in astratto.

PAROLA/FORMA: possibili varianti di ciascun lessema.

Ogni volta che un lessema o una parola/forma vengono usati si parla di OCCORRENZA o replica.

Es.: IL e LO sono due occorrenze dello stesso lessema ma diversi nella forma.

IL e IL sono due occorrenze dello stessa lessema e della stessa forma.

Ogni lessema porta un SIGNIFICATO.

Il significato può essere suddiviso in ACCEZIONI che raggruppano tutti i SENSI del lessema.

3.2 Quante sono le parole dell’italiano?

Dobbiamo prima decidere se censire i LESSEMI o le FORME.

1. LESSEMI

I VOCABOLARI raccolgono i LESSEMI in LEMMI ordinati alfabeticamente.

Viene usata una forma di CITAZIONE CONVENZIONALE: l’infinito per i verbi, il maschile

singolare per i nomi e gli aggettivi etc...

De Mauro -> 260.000 lessemi

2. FORME

Difficile un conteggio preciso, le stime sono di circa più di due milioni di parole dicibili e scrivibili

in italiano.

Ma cosa intendiamo per ITALIANO?

Non si può infatti attribuire a tutti la conoscenza e l’uso delle parole, insomma un’identica

padronanza della lingua.

Inoltre l’uso delle parole cambia di molto a seconda dell’età, dell’istruzione, del contesto sociale,

geografico etc...

E c’è da considerare la POLISEMIA: la maggior parte dei lessemi ha più significati, fatti da due o

più accezioni.

Per non parlare poi di tutte quelle parole che nel corso dei secoli sono scomparse dall’uso

quotidiano.

PAROLE:

 elementi lessicali (parole piene): significano qualcosa di esplicito.

 elementi funzionali (parole vuote): servono a collegare tra loro gli elementi lessicali, a

rendere il significato più specifico e permettono che la significazione avvenga.

3.3 Chi usa (e quanto si usano) le parole dell’italiano?

E’ impensabile credere che ci siano persone che usino attivamente tutti i 260mila lessemi italiani.

Il lessico dell’italiano può essere rappresentato da un bersaglio, dove al centro troviamo le parole

più utilizzate, mentre in periferia quelle meno frequenti.

Al centro troviamo il cosiddetto vocabolario di base (7mila):

 lessico fondamentale (ca. 2mila unità): costituiscono mediamente il 90% di qualunque testo

italiano, di cui la maggior parte sono lessemi funzionali e verbi, aggettivi, sostantivi di alta

frequenza d’uso;

 lessico di alto uso (alta frequenza) (ca. 2500/3000): lessemi capiti ed usati in Italia da

chiunque abbia un grado d’istruzione medio;

 lessico di alta disponibilità (ca. 2000): parole che sono legate alla nostra vita quotidiana, che

ci capita di pensare spesso, ma quasi mai di scrivere o pronunciare;

Il lessico fondamentale e di alto uso è presente da secoli nella nostra lingua.

Quello ad alta disponibilità invece è più suscettibile all’evoluzione storica, sociale e tecnologica.

Attorno al vocabolario di base troviamo il vocabolario comune: 45mila lessemi usati per produrre

testi che non siano tecnici, né caratterizzati da una particolare area geografica.

Queste parole sono utilizzate soprattutto da chi ha un’istruzione medio - alta: zelante, arpione,

arrabattarsi etc...

Vocabolario di base e vocabolario comune formano il vocabolario corrente: il complesso delle

parole che in linea di massima sono mediamente condivisibili da tutti gli italiani.

Gli altri lessemi presentano invece sfumature regionali, stilistiche e settoriali.

1. Regionalismi: In Italia troviamo una quindicina di varietà regionali italiane. Questi italiani

regionali sono più simili all’italiano comune che al dialetto della propria regione.

Le differenze tra italiano regionale e italiano comune si concretizzano in circa 5mila lessemi.

Questi lessemi sono usati:

 all’interno della regione linguistica d’appartenenza: es. “abbacchio” (romano), “carrobbio”

(lombardo), “piola” (piemontese)

 es. “cannonau” (Sardegna), “campiello” (Veneto),

con riferimento alla regione linguistica:

“borgataro” (romano) etc...

Bisogna poi distinguere l’origine dall’ambito d’uso.

Se la parola proviene da un dialetto non è detto che sia un regionalismo.

Es.: fasullo e inghippo sono parole romane che hanno perso la loro sfumatura regionale e sono

diventate italiane; lo stesso è per cafone o cozza (meridionali).

Esistono poi parole che sono regionalismi ma che di fatto sono le uniche parole italiane a designare

il settentrionale “camozza”.

una certa realtà: es. femminile di camoscio ->

2. Stile: ca. 5mila lessemi sono limitati ai testi letterari.

Acheronteo, cimbalo, mavorzio... vengono compresi solo da chi ha familiarità con la letteratura ed

il loro uso è quasi totalmente scritto.

3. Settoriali: ca. 100mila lessemi, soprattutto tecnici e scientifici; le terminologie settoriali si

evolvono rapidamente riflettendo il progresso tecnico e scientifico.

Quando una parola viene usata in discorsi settoriali con un’accezione precisa, la si definisce

termine. Tutti i mestieri sono ambiti settoriali e richiedono un proprio lessico specifico.

Quando una materia diventa particolarmente importante, alcuni termini vengono divulgati entrando

nel lessico comune: AIDS, colesterolo, Tac, ecografia etc...

GERGHI: sono varietà linguistiche parassite, ovvero prendono in prestito la grammatica e la

sintassi delle lingue che li ospitano. Si possono distinguere gerghi dialettali da quelli italiani.

Ma dal punto di vista lessicale sono delle varietà a sé stanti, con un proprio lessico che crea parole

di significato specifico modificandone la forma e il significato correnti.

Es.: “fascio”, fascista; “erba”, marijuana; “spada” siringa...

3.4 Come si è formato l’italiano?

MODI DI FORMAZIONE:

 parole ereditate dal latino per tradizione diretta (lessemi ereditari/patrimoniali) o per

tradizione indiretta (latinismi/cultismi)

 parole prese da altre lingue (forestierismi/esotismi)

 parole formate in italiano (neoformazioni/formazioni endogene)

3.4.1. Il latino

LESSEMI EREDITARI: parole che derivano dal latino parlato di tutte le epoche. Queste parole

sono passate durante tutte le generazioni, subendo modificazioni di forma e significato, ma senza

che i parlanti ne mettessero in dubbio l’identità. Si può dire che queste parole non sono mai entrate

ufficialmente nell’italiano, perché ne hanno sempre fatto parte.

Es.: non, belli, oggi, sono, tre, dieci, tu etc...

Esse costituiscono il 15% del lessico globale ma il 50% del vocabolario di base, poiché sono i

lessemi più frequenti della nostra lingua: verbi, sostantivi e parole grammaticali. Senza di essi

l’italiano non sarebbe italiano.

LATINISMI/CULTISMI: per secoli il latino è stato la lingua più parlata e fino al secolo scorso la

più scritta. Era la lingua della cultura, usata nelle scienze e nella letteratura nonostante non fosse

una lingua “viva”, materna. Il suo uso ha però dato vita a parole che derivano direttamente dal

latino, che quindi sono prive di un’evoluzione popolare.

Possiamo riconoscerle per la loro vicinanza al latino originale: cultura, concetto, grammatica,

biblioteca, tradizione, secolo, mensile, materno etc...

parole “doppioni” che hanno avuto un duplice esito: colto e popolare.

ALLOTROPI: – –

Es.: examen: esame/sciame pensionem: pensione/pigione vitium: vizio/vezzo etc...

Queste due tradizioni (diretta e indiretta) hanno contribuito a formare numerose famiglie di parole

complesse, dando all’italiano una grande ricchezza espressiva, ma anche una certa difficoltà per chi

apprende la lingua.

I due lessici interagiscono strettamente.

CULTISMI: parole che presentano gruppi (es. consonante + L) che normalmente si sarebbero

semplificati (per evoluzione popolare GL>ghi, PL>pi, FL>ffi etc...), li hanno lasciati rendendoli

foneticamente più accettabili. Es.:glaciale, plurale, inflazione...

L’afflusso dei latinismi è ancora rilevante, grazie all’uso del latino scientifico.

3.4.2. Le altre lingue

IMPURITA’ DELLA LINGUA: non esiste una lingua completamente pura; poiché essa è il

veicolo di scambio col mondo, il suo lessico è sensibile ai mutamenti culturali e ai contatti con gli

altri popoli; le parole che vengono da altre lingue sono detti PRESTITI.

FORESTIERISMI NELL’ITALIANO:

 Greco: grande quantità di termini soprattutto scientifici di origine greca, passati poi al latino

giungere all’italiano;

per

 Inglese: anche qui, la numerosità è dovuta ai termini tecnici; se prendiamo in esame un

lemmario di 50mila lemmi (vocabolario corrente), gli anglicismi arrivano al 3%

 Francese: stesso discorso del’inglese, anche se questo in un lemmario più ridotto aumenta la

propria frequenza di lemmi (5/5.7%)

 Spagnolo/Tedesco/Altre lingue: nel vocabolario di base i vocaboli di origini straniera sono il

12%.

DIFFERENZA TRA FORESTIERISMI E VOCABOLI ADATTATI: i forestierismi

mantengono un’evidente estraneità rispetto alle parole italiane. Es.: hard - disk, jihad,

Weltanschauung...

I vocaboli adattati invece traggono origine da una parola straniera, ma la riadattano secondo la

forma della propria lingua. Es.: arancio (persiano, naranj), bistecca (inglese, beef-steak), guerra

(longobardo, werra), retroterra (tedesco, Hinterland). In quest’ultimo caso il processo di

adattamento è stato tradurre con parole italiane il significato della parola, un procedimento chiamato

CALCO. assimilata a seconda dell’EPOCA STORICA in cui subentra.

Una parola viene o non viene

Le lingue antiche vengono sempre assimilate, mentre con l’aumento dell’istruzione e della

familiarità con le lingue straniere, ora si tende sempre più a lasciare la parola in originale.

Inoltre l’influenza delle lingue è sempre stata contemporanea alle grandi fasi della storia politica,

culturale e letteraria: francese e provenzale nel ‘200/300, lo spagnolo nel ‘500/600, la gallomania

francese del ‘700, infine l’inglese a partire dall’Ottocento (rivoluzione industriale) e l’americano

(media, 2^ guerra mondiale etc...).

Sempre dall’influenza delle lingue possiamo tratte indicazioni sui settori sociali e culturali.

La moda, la società, la politica, la filosofia e le scienze francesi (chic, collant, alleanza, anarchia,

tricolore, burocrazia, impiegato, deismo, teocrazia, illuminismo, pregiudizio, etc...).

Unità di misura, pesi, moda, relazioni sociali per lo spagnolo (baciamano, sfarzo, sussiego, quintale,

tonnellata, alamaro, mantiglia, pastrano...).

Gli alimenti e le bevande delle Americhe (mais, cacao, coca, yucca, daiquiri, tequila, rum etc...).

Tecnologia, informatica, trasporti, comunicazioni per l’inglese (browser, computer, postare,

ipertesto, finalizzare, televisore, fotocamera, telefono, microfono, clacson, jet, motel, tram,

tunnel....).

3.4.3. Le formazioni italiane

Il 35% dei lessemi del vocabolario di base è costituito da formazioni italiane, ovvero lessemi

formati a partire da altri lessemi di base detti “basi”.

Queste basi possono essere ereditari (coppia>accoppiare), prestiti adattati (sterzo>sterzare), prestiti

non adattati (alcool>alcolico, bar>barista).

3.5 Dove sta andando il lessico italiano?

1. Come reagisce il lessico italiano alle pressioni delle altre lingue europee?

2. C’è ancora vitalità nei processi di formazione interna?

1. RAPPORTI TRA ITALIANO E ALTRE LINGUE EUROPEE

Due punti di vista:

 omogeneizzazione lessicale tra tutte le lingue d’Europa

 omogeneizzazione che non dipende dal prevalere di una lingua sull’altra

LESSICO INTELLETTUALE: è il lessico di cultura dove frequentemente parole che

condividono la stessa origine sono simili per forma e significato in tutte le lingue europee.

E’ il caso delle parole legate al Cristianesimo, nonché delle più recenti “composizioni classiche”

tipo fotografia o osteoporosi. Queste formazioni si sono diffuse grazie al francese del 600/700 ed ha

contribuito ad avvicinare i rispettivi lessici intellettuali delle lingue europee.

Dunque, si può affermare un’europeizzazione del lessico italiano, ma questa ha radici lontane,

fondate su materiale linguistico di origine classica, greco-latina, riguardante settori lessicali legati

alla cultura intellettuale ed inoltre non avviene per imposizione, ma piuttosto per condivisione!

Già Leopardi aveva distinto gli europeismi dai barbarismi: gli europeismi sono termini usate in

maniera non ambigua (specifica) che vanno valutate per la loro utilità nel parlare e nello scrivere.

I barbarismi vanno invece valutati anche dal punto di vista estetico per la loro adeguatezza nella

scrittura.

INGLESE: è vero che è la lingua più usata, ma gli anglicismi oltre a restare dal punto di vista

estetico/stilistico un involgarimento della lingua italiana, sono anche numericamente irrisori (si

lemmi, dove le occorrenze dell’inglese non adattato si limitano al

pensi ad un lemmario di 50mila

1.6%).

Inoltre se i sostantivi terminanti per consonante (tipici dell’inglese: film, stop, snack, sport...) sono

preponderanti, è anche vero che questi non minacciano in alcun modo la fonologia italiana, la quale

è sempre stata abituata ad adattarsi a suoni sconosciuti ai propri lessemi ereditari.

VITALITA’ DI UNA LINGUA:

2.  creare parole nuove;

 assimilare parole nuove;

 assegnare nuovi significati a parole vecchie.

4. Morfologia: la forma delle parole italiane

Modi in cui si formano i lessemi delle parole italiane.

4.1 Nozioni generali

MORFOLOGIA: parte della grammatica che studia la struttura delle parole e il modo in cui gli

elementi dotati di significato (i morfi) si combinano per formare i lessemi e le parole della lingua.

FORMAZIONE DELLE PAROLE: stabilisce le regole e gli elementi attraverso i quali la lingua

crea nuovi lessemi. Es.: partire (verbo) > partenza (nome)

FLESSIONE: stabilisce le regole e gli elementi attraverso i quali ogni lessema si articola in tutte le

possibili forme. Es.: partire (lessema) > partire, parto, pariamo, partiste (forme).

è l’unità minima dell’espressione morfologica.

Il morfo

PAROLA: due morfi

1. il primo è PAROL- (che porta il significato principale) e viene detto morfo lessicale

–A

2. il secondo è che porta un significato grammaticale (indicazione del singolare femminile),

viene detto morfo grammaticale.

MORFO GRAMMATICALE:

–A,

1. -E -> morfi flessivi, hanno la funzione di creare le varie forme del lessema (Parol-a, parol-e).

–AIO,

2. -IERE -> morfi derivativi fanno derivare lessemi nuovi a partire da lessemi già esistenti

(Parol-aio, Parol-iere)

MORFEMA: unità minima del contenuto morfologico.

> morfema “singolare” e “maschile”

Es.: -O

L’italiano quindi può esprimere più significati con un solo morfo, ma non può attribuire ad ogni

parte del morfo un morfema.

Questo perché è una lingua a morfologia flessiva o fusiva.

Lo stesso morfema può essere espresso da morfi diversi detti allomorfi o varianti:

–o –a

- il morfema singolare è espresso da in morfo, da in morfema, da -e in variante.

–o,

Dunque -a, -e, sono allomorfi del morfema singolare.

BASI > lessemi che costituiscono la base per le modificazioni morfologiche;

AFFISSI > sono i morfi che si attaccano alle Basi, si dividono in:

- PREFISSI: messi prima della base;

- SUFFISSI: messi dopo la base;

AFFISSI + BASI = DERIVATI

Le basi possono anche unirsi tra di loro per formare lessemi nuovi, come succede in: biancospino,

cavolfiore. Questi lessemi sono detti COMPOSTI.

I derivati e i composti costituiscono la classe dei lessemi dotati di struttura (morfologicamente

complessi). I lessemi dotati solo della base si definiscono invece semplici o privi di struttura.

Esistono infine unità lessicali formate da gruppi di parole che occorrono sempre insieme.

Es.: dovizia di dettagli, errore madornale, pioggia torrenziale... queste sono COLLOCAZIONI

poiché il loro significato è prevedibile solo grazie alla parola successiva.

Quando invece il significato è prevedibile a partire da quello dei componenti si definiscono

POLIREMATICHE (o locuzioni o lessemi complessi).

Es.: carta carbone, vuotare il sacco, giacca a vento etc...

4.2 La formazione delle parole in italiano

La formazione delle parole è dal punto di vista quantitativo la tecnica preminente.

Il vocabolario di base contiene un 53% di lessemi ereditati dal latino, 12% di lessemi proveniente di

altre lingue, 35% di lessemi formati in italiano.

GRADIT 260mila lemmi:

 DERIVATI -> 93mila

 COMPOSTI -> 35mila

Derivati: ca. 60mila formati per “suffissazione”, 17mila con prefissi, 15mila a “suffisso zero”.

Suffissi: verbi (955 in -izzare), nomi e aggettivi.

Prefissi: verbi.

Composti: maggior parte nomi, avverbi (anzitutto, lassù, stanotte) da considerare però più come

frutto dell’unione di parole (univerbazione). Più della metà dei composti appartiene alla categoria

dei “neoclassici” (idrogeno, perimetro), derivanti dalla giustapposizione di ca. 2600 semiparole

(idro, geno, peri, metro, iso, logo etc...).

4.2.1.Tendenze nella formazione delle parole

dall’italiano elitario (1800) all’italiano nazionale (1950), sono

EVOLUZIONE DELLA LINGUA:

intercorsi 150 di cambiamenti; la grande maggioranza di lessemi dotati di struttura si sono formati

proprio in quei due secoli (76% del totale) e sempre sul totale di lessemi attuali, si sono formati il

70% dei derivati e il 96% dei composti.

I neologismi dotati di struttura sono cresciuti sensibilmente di secolo in secolo a differenza dei

neologismi semplici che del resto sono praticamente tutti prestiti di lingue straniere!

Il lessico italiano ha aumentato progressivamente la sua regolarità interna.

PARADIGMI A VENTAGLIO: lavorare > lavorabile > lavorante > lavorativo > lavorazione etc...

PARDIGMI A CUMULO: forma > formale > formalizzare > formalizzazione etc...

Questi paradigmi contribuiscono ad un aumento quantitativo e un rafforzamento qualitativo dei

rapporti tra le parole già esistenti e quelle di nuova formazione.

4.2.2. Affissi, regole e produttività

La produttività degli affissi è molto variabile nel tempo.

Con produttività intendiamo la probabilità che un dato affisso o un dato procedimento formativo

all’interno di un periodo storico determinato.

possano produrre NEOLOGISMI –aio

Ad un esame condotto con criterio storico il suffisso si rivela presente in 600 lessemi, perlopiù

di origine latina, ma la cui produttività è andato sempre più calando!

Altri affissi invece monopolizzano la formazione di neologismi:

 -ista: metà delle migliaia di voci novecentesche sono nate grazie a questo suffisso e i

–istico,

seguenti -izzare, -zione;

 : più dell’80% dei verbi nati nel ‘900 usano questi prefissi;

Dis- , in- , ri- , s-, de-

Nel primo caso i suffissi formano soprattutto nomi d’azione (-zione) e d’agente (-ista), nel secondo

caso tutti quei prefissi servono soprattutto ad esprimere negazione, privazione, contrarietà,

ripetizione etc...

In base alla produttività possiamo classificare gli affissi in :

 morti

 vivi: non produttivi e produttivi (che si dividono in regressivi o progressivi)

non è più segmentabile all’interno della parola che lo contiene, cioè non ci

AFFISSO MORTO:

accorgiamo della sua esistenza. Es.: rapido < rapire+-ido / umido < umore+ido

Altri affissi del genere: emettere, estirpare (e-) / facile, fragile, utile (-ile)

La verità è che si tratta di affissi latini che non hanno mai avuto vitalità nell’italiano, ma sono morti

prima di diventare italiani!

AFFISSO NON PRODUTTIVO: appare in formazioni di struttura riconoscibile, ma non forma

più neologismi; -icare (nevicare), -estre (alpestre), -ìle (canile), -ime (concime), bis- (bisunto,

bisurata)

AFFISSI CON PRODUTTIVITA’ REGRESSIVA: formano sempre meno parole nel corso del

tempo. L’80% dei prefissati con tra- –aio,

si è formano prima del 1500. Altri affissi -iere, -essa,

con-.

AFFISSI CON PRODUTTIVITA’ PROGRESSIVA: formano sempre più parole nel corso del

–izzare, e molti “prefissoidi” come auto-,

tempo. -ista, -istico, -zione mega-, neo- ...

REGOLE DI FORMAZIONE:

 morte: impossibilità di formare comparativi per suffissazione -> migliore, seriore,

peggiore...

 non produttive: unione di elementi che ha prodotto voci come anzitutto, perciò,

buonanotte, infatti etc...

 produttività in regresso: formazione dei nomi deverbali (derivati da verbi) a suffisso zero,

cosiddetti perché il passaggio di categoria avviene senza che alcun morfo specifico lo

segnali (es.: accordo-accordare, scippo-scippare).

Quasi tutti i nomi deverbali si sono formati tra il ‘300/’500 e la produzione odierna è

–zione –aggio.

monopolizzata dai suffissi e

Un altro caso: verbi parasintetici (basi nominali o aggettivali + un prefisso e un suffisso

zero) -> corpo = accorpare / lento = allentare / nervoso = innervosire. Questa regola però è

tuttora vitale vedasi “impasticcare”, “imbruttire”...

L’ultimo caso è la composizione di verbonominali, ovvero verbo+nome come marciapiede,

portacipria, tritatutto. Questi composti sono sempre meno vitali e quando lo sono indicano

mestieri o attività di basso prestigio sociale (rompipalle, leccapiedi, portaborse), mentre

quelli che indicano attività premianti contengono elementi neoclassici o forestierismi.

 produttività in progresso: vi si annoverano le composizioni neoclassiche (fotografia,

osteoporosi) e la determinazioni a sinistra che comprende sia derivati che composti

(cronotappa, megaconcerto, trimotore).

4.2.3. Tendenze produttive

ILLUMINISMO ‘700 -> cominciano a circolare parole composte, derivate dal latino: bio-grafo,

epato-logo, leuco-cita etc... questi termini si dicono COMPOSTI NEOCLASSICI

Questi lessemi sono composti da elementi non autonomi di origine greca o latina, che presi da soli

non avrebbero alcun senso (es.: ho un epato gonfio).

Questi lessemi hanno contribuito all’europeizzazione del lessico intellettuale.

Dal punto di vista linguistico, in italiano troviamo una grande quantità di composti formatisi tutti tra

l’800 e il ‘900: questi composti sono in larga parte composti neoclassici che, seppure si collocano

nel lessico medio - alto e dunque appaiono ridotti in un vocabolario di base, sono riusciti ad

insinuarsi anche nel lessico corrente. Es.: semaforo, pediatra, citofono...

Rivestono quindi un ruolo quantitativamente centrale nella formazione delle parole dell’italiano

moderno.

RAGIONI DELLA CENTRALITA’:

 lingue classiche offrono un serbatoio illimitato di elementi lessicali

 sono considerate prestigiose e spesso preferite agli elementi nativi

 la struttura tipica della parola greca è la modularità della formazione: molti confissi possono

funzionare sia come base che come affisso. Es.: fono-grafo/tele-fono. Questa possibilità

permette di esprimere sinteticamente concetti che altrimenti richiederebbero lunghi giri di

parole

CATEGORIE DEI COMPOSTI NEOCLASSICI:

 composti di due elementi non liberi (omofobo, talassemia);

 composti di elemento libero + elemento non libero (tangentopoli, diplomificio);

 composti di elemento non libero + elemento libero (criptocomunista, oligoelemento,

pornofilm);

Osservando la produttività di questi 3 tipi:

1. Il primo è in calo e tende a restare confinato negli ambiti tecnico-specialistici;

2. Il secondo è stabile, ma con degli alti e bassi;

3. Il terzo tipo cresce regolarmente e costantemente.


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ninja13

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti su L'italiano contemporaneo del professore Ugo Vignuzzi.
Gli appunti su l'Italiano Contemporaneo di Vignuzzi contengono i seguenti argomenti:
Itlaia linguistica contemporanea con analisi delle lingue odierne;
l'italiano all'estero;
repertorio linguistico e assi della variazione linguistica;
lessico e nozioni generali.
Negli appunti su l'italiano contemporaneo del prof. Vignuzzi è presente anche una parte relativa all'analisi dei verbi e della sintassi.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in letteratura, musica e spettacolo
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninja13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Dialettologia italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Vignuzzi Ugo.

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