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La diagnosi: gnosis, conoscenza; serve per conoscere innanzitutto. Campo

medico prettamente, poi arrivata al campo psicologico. Come si arriva a una

diagnosi? In psicologia sta cercando di emulare le evidenze scientifiche di base della

medicina, gli strumenti e le prove. Ma la psicologia di fronte a un paziente? Il

paziente arriva da noi per chiedere qualcosa. Occorre la domanda del paziente per

è

fare diagnosi. Aiutare la persona a capire se normale o meno: concetto di

normalità concetto molto sfuggente.

è

La normalità un concetto che si utilizza spesso al negativo, per sottrazione… gli

accadimenti della vita, se producono in noi cambiamenti che sembrano non avere

è

a che fare con ciò che accaduto (es. colite, dermatite, incidente, insonnia,

pensieri ossessivi, sintomo isterico…) allora si comincia a pensare alla non

normalità. Qualcosa di inaspettato, in primo luogo per il soggetto stesso. Ma il

concetto di normalità resta un concetto fallace, astratto. Nessuno ha normalità

psichica in realtà.

è

La questione riuscire pensare, elaborare con il nostro psichico ciò che di doloroso

ci accade. Elaborare significa fare delle operazioni non scontate e importantissime

in quanto non riuscire a pensare, sentire, elaborare qualcosa di doloroso significa

non organizzare in pensiero ciò che accade e dunque ciò avrà conseguenze. Se i

traumi si accumulano, prima o poi riappariranno, niente si risolve senza

elaborazione. Il paziente viene da noi chiedendo che gli si dica che non ha niente,

è

che normale.

Per fare una diagnosi non bastano strumenti e conoscenze, serve anche la

conoscenza sulle conoscenze: come utilizzare questo sapere? Serve saper anche

veicolare la diagnosi con le parole del paziente, saper comunicare nel modo in cui

è

comunica chi abbiamo davanti. Il problema utilizzare tutte le nostre conoscenze.

Non c’è diagnosi senza un’idea di prognosi e senza un’idea di terapia. Saper

è

indicare la strada. Fare diagnosi mettere insieme informazioni: da dove

è

vengono? Nulla deve sfuggire. Il primo contatto spesso molto eloquente ed

esplicativo. Se si telefona o ci si presenta; chi chiama; cosa dice; l’aspetto (…) il

tono di voce, l’ambivalenza, … la partecipazione affettiva, il parlare o piangere per

è

tutto il primo incontro.. tutto estremamente indicativo della persona, prima

ancora che ci dica di cosa soffre o pensa di soffrire. Come la persona si presenta,

è, è è

per ciò che fondamentale da osservare. Ognuno si presenta per ciò che

perché esiste l’inconscio. Per quanto controllo si possa pensare di avere su se

stessi, qualcosa sfuggirà e si presenterà senza volere. Bisogna lasciar fare -

essere- il paziente. Lasciar mostrare al paziente ciò che ci vuole mostrare. Libertà

è

del patto psicoterapeutico: il patto psicoterapeutico molto libero: servono

incontri per capire le necessità dell’altro –e proprie- prima di accettare un paziente.

Il processo diagnostico inizia subito: si recepiscono tantissime cose e a tanti livelli

differenti. Le domande sono lecite nel processo diagnostico, dopo che il paziente

È

ha mostrato ciò che voleva mostrare. importante vedere come il paziente si

relaziona a noi, se noi ci poniamo come interlocutori, chiedendo dunque delle cose:

scopriamo se la persona entra in relazione con noi o meno (predittivo per la cura).

Le domande iniziali saranno pacate, quasi mediche, di richiesta di delucidazioni o

dettagli, cercare di fare un anamnesi.

Cosa vogliamo vedere? Cosa cerchiamo?

L’organizzazione delle difese: che difese psichiche ha?

C’è già un aspetto terapeutico nel processo diagnostico, il potersi liberare di pesi,

segreti, vergogne, problemi… il nostro deve comunque sempre essere un

comportamento etico. Tenere conto di ciò che ci chiede, delle sue risorse mentali

ed economiche ed indicare il miglior trattamento psicoterapico per il paziente.

Storia del soggetto: chiedere dal presente, dal fatto scatenante, risalire piano al

passato. Trovare i momenti critici della storia del paziente. Soffermarcisi molto

prima di passare all’antichità. Inoltre, con un paziente particolarmente reticente si

chiede la storia. Non dare peso solo agli eventi socialmente considerati negativi,

ma anche a quelli considerati positivi ma che influiscono e cambiano la vita delle

persone. Tutto può essere traumatico, perché cambia l’economia della persona.

Psicodinamico sarà il contesto in cui il bisogno di far diagnosi troverà il suo modo di

essere, ma la diagnosi sarà psicanalitica, in quanto a teoria di base. Una

dimensione del pensiero psicanalitico prevede l’astensione dall’accettare un

paziente, fare una diagnosi non comporta o obbliga nulla. Competenze teoriche e

qualità soggettive necessarie.

Se un paziente si rivolge a un analista per chiedere un’analisi verificare sempre

quale forza motivazionale c’è dietro, se adeguata a sostenere un’analisi, a più

è

livelli. La psicanalisi non necessariamente piacevole infatti, tira fuori questioni

scomode ben sistemate nell’inconscio infatti. Tentare anche con interpretazioni di

prova la prontezza del paziente. La reazione (negazione, conferma etc) ci darà

risposte sul suo essere in grado o meno di lavorare analiticamente. Serve un certo

tipo di regressione: circa 4 volte la settimana su un lettino. Differentemente dagli

altri contesti psicoterapici in cui c’è un palese bisogno di cura, nel caso dell’analisi

c’è una grossa differenza in generale e nei colloqui iniziali anche.

Il colloquio psicanalitico ha il massimo di provocazione e il massimo di libertà, il

paziente va lasciato essere, va lasciato molto da solo. Attraverso ciò che dice

raccogliamo gli elementi, poche domande, interpretazioni di prova.

Al contrario, nella situazione psicoterapica avviene una grande prudenza e rispetto

(nessuna interpretazione nei colloqui preliminari) e non c’è altrettanta libertà,

è

l’intervista maggiormente strutturata, maggiormente schematica, cercando di

non lasciare grosse falle, di arrivare a una diagnosi (in questo caso

psicodinamica). DIAGNOSI:

INQUADRARE; SCHEMA MENTALE DA TENERE PRESENTE:

-DATI ANAGRAFICI

-CULTURA, RELIGIONE

-FAMIGLIA DI ORIGINE E CONDIZIONI (mestieri, situazioni economiche e quindi

socioculturali)

-LIVELLO DI ISTRUZIONE (conseguito, aspirazioni etc)

-ALTRE PSICOTERAPIE E ALTRI TRATTAMENTI (TERAPICI E FARMACOLOGICI)

NB: ESITO E MOMENTO DI VITA IN CUI SI COLLOCANO

-MOTIVAZIONE DEL PAZIENTE

-MODALITà DI INVIO (come ci ha trovato?)

-SITUAZIONE ATTUALE (che problema ha?) è

-PERCHE VIENE PROPRIO ORA? (se non lo capiamo da soli lo chiediamo)

recente o una motivazione antica, rimandata, o peggiorata?

-STORIA PERSONALE* è

E’ importante non avere fretta. Ogni paziente diverso dall’altro a prescindere

dalla diagnosi. Il paziente deve poter dire ciò che vuole. Siamo tenuti a chiedere

che idea il paziente abbia in merito al proprio disturbo: questo input ci serve per

capire il gradiente di capacità di interiorizzare, essere vicino a un sé interno, ai

è

propri bisogni infantili o meno… un pensiero che pensa su di sé un paziente

maggiormente indicato alla psicoterapia di uno con meno spiegazioni (non per

chiusura intellettiva quanto piuttosto emotiva, paura rispetto a ciò che gli succede

serve ancora più prudenza!). Il paziente ci parlerà della storia della propria

malattia. Fidarsi ciecamente denuncia un infantilizzazione nel funzionamento della

persona, al contrario una sfiducia o una sospettosità parlano dell’angoscia del

paziente e mettono in guardia rispetto a cosa si dice al paziente (che userà

qualsiasi pretesto per andarsene probabilmente…).

*STORIA DEL PAZIENTE: diversa se si tratta di un bambino, di un adolescente, un

adulto o un anziano. Prendiamo in considerazione un giovane/un adulto. I traumi, i

problemi, più sono precoci più destabilizzano il funzionamento psichico della

persona. Dobbiamo tenere presente che ci deve essere uno spazio per l’infanzia,

per la latenza, l’adolescenza, la maturità e la vecchiaia. Ognuno di questi ambiti ha i

suoi specifici problemi. Luogo di nascita, crescita, primi contatti con l’ambiente.

è

L’ambiente la madre, che poi diventa l’ambiente (Winnicott, “è una madre-

ambiente”, l’ambiente prenderà le caratteristiche della madre…).

MADRE-AMBIENTE DI WINNICOTT

L’ambiente sarà vissuto con benessere o malessere molto anche a seconda

dell’ambiente primario. Anche se ovviamente alcune caratteristiche oggettive di

ogni ambiente servono a capire l’organizzazione mentale e le difese che il paziente

ha dovuto sviluppare. Dobbiamo sviluppare l’idea della realtà psichica della persona

è

davanti che una compenetrazione fra realtà interna ed esterna. Una vita con

è

traumi e separazioni inevitabile, ma il livello, la pesantezza e la gravità cambiano;

cambia anche la resilienza del soggetto. E’ sempre una commistione fra mondo

esterno ed interno, aspetti protettivi (para-eccitatori, di origine materna, che

diventano pensiero) e aspetti propositivi verso la vita (presenti in alcuni e in altri

no).

GENITORI

Aspetto a cui non si può porre rimedio, non si scelgono. E in genere tendiamo a

ripetere le stesse relazioni con gli altri, soprattutto proprio se i rapporti primari sono

stati carenti. Andiamo a cercare copie, rifacimenti di tali figure nelle persone che

è

incontriamo nella vita. Per questo il cambiamento una delle cose più difficili da

è

fare. Il paziente ci darà una versione deformata dei propri genitori, ma comunque

importante tale versione.

NB: Sono cambiate le situazioni socioambientali, le famiglie non sono più le

famiglie ottocentesche di cui parlava Freud (l’Edipo ad esempio non finisce più vs i

5 anni come pensava S.F).

EVENTUALI FRATELLI E SORELLE

Capire la struttura della famiglia, se sono stati desiderati, considerati, ruoli…

Condizioni di eventuali fratelli e sorelle, comprese quelle psicologiche.

PRIMA INFANZIA

La psicanalisi infantile ci insegna che le prime relazioni sono fondamentali. Il

è è

paziente sa se stato desiderato o no? Ovviamente l’essere desiderati o meno

molto importante. Ha avuto dei problemi nella prima infanzia? Linguaggio,

è

motricità, controllo degli sfinteri etc.. Più grave il disturbo più si deve indagare

nella prima infanzia. Già da piccoli c’è un utilizzo inconscio della malattia a fini

psicologici (vedi enuresi e encopresi) linguaggio corporeo. Onicofagia,

tricotillomania, disturbi dell’apprendimento… Prime vere separazioni (es. asilo),

sapere come sono andate ci parlano del rapporto; le separazioni sono relative

sempre a due persone, quindi guardare anche alla madre: non solo il bambino ma

anche lei a volte fa fatica a separarsi. Anche questi problemi sono cambiati: la

psicanalisi ha insegnato che i bambini bisogna amarli perché siano sani ora ci sono

è

problemi di dipendenza, rapporti simbiotici etc. L’equilibrio sempre difficile. Anche

troppo buono stroppia. Fenomeno della pedofilia da non sottovalutare: bambini

bloccati, mutacichi, etc, “il niente” deve essere sempre un campanello d’allarme su

eventuali violenze. Possibilità che diamo all’essere umano di esprimere l’inesprimibile

è è

una funzione importantissima: l’inesprimibile sempre blocco, malattia, anche

malattia somatica. Costruire le condizioni, uno spazio per favorire una liberazione

di contenuti che son stati scissi (presenti ma scissi e nascosti, non rimossi).

I bambini che si sono ammalati anche conservano traumi a volte. Poi ci sono

perdite, separazioni, il primo contatto con la morte (se avviene precocemente

prenderà un certo senso, altrimenti un altro..)

ADOLESCENZA

è

Se un adolescente allora ci occuperemo degli aspetti tipici di questo periodo in

è

modo attento e preciso; nel caso di un adulto invece c’è da valutare se il caso di

soffermarcisi o meno. L’adolescenza presenta le trasformazioni fisiche, il

cambiamento del corpo, dismorfofobie, la sessualità. Interrogare sulla

soddisfazione o meno rispetto al corpo: spesso segno di un possibile senso di non

adeguatezza vs il mondo e verso i rapporti con gli altri. Si tende a mettere nel

corpo difficoltà relazionali. Tipici esordi adolescenziali: disturbi alimentari,

schizofrenia, depressione, comportamenti a rischio, comportamenti antisociali (da

indagare bene: se si tratta di un gruppo, di un gruppuscolo…)

ETA’ ADULTO

Risultato di tutti i precedenti momenti e di avvenimenti, vissuti, eredità precedente

a cui si sommano accadimenti, in ogni caso cambiamenti che fanno rompere

qualcosa. Lutti e lutti non elaborati sono grandi capitoli di questa epoca: lutto

normale, lutto complicato, lutto non elaborato (depressione).

ETA’ ANZIANA

Momenti di grossi cambiamenti nell’economia dell’individuo; cambio di ruoli,

problema della perdita della propria funzione (pensionamento ad esempio), senso

di inutilità…

SE AL PAZIENTE VIENE IN MENTE QUALCOSA DI CUI NON ABBIAMO

PARLATO: lasciare uno spazio anche a questo, magari a inizio del colloquio

successivo.

Concetto di continuum:

Non si può procedere per categorie fisse, dobbiamo poter spostarci da un

funzionamento all’altro, conoscendo bene le caratteristiche prevalenti di un certo

funzionamento e di un altro.

Es: -Isteria: contatti con la psicosomatica, col pensiero paranoide, con la patologia al limite (o

patologia del confine, gli stati limite, borderline)

-Nevrosi attuali: capitolo centrale del funzionamento umano: nevrastenia, nevrosi d’angoscia,

attacchi di panico, ipocondria sono su di un continuum

-Organizzazione paranoide

-Psicosomatica

Concetto di funzionamento:

Funzionamento in termini psicanalitici:

difese, organizzazione delle strutture, pulsioni, relazione con l’oggetto

ISTERIA

Uno dei quadri clinici più antichi; “isteron”: utero. Studiata da sempre, da

Ippocrate, alla medicina romana fino ad oggi. L’interpretazione sottostante della

è

parola isteron da cui deriva il termine una spiegazione dell’idea che se ne aveva in

alcuni periodi della storia della medicina: l’irritazione uterina. L’utero si sarebbe

mosso all’interno del corpo e a seconda di dove si fermava veniva interpretato in

maniera diversa. Es. bolo isterico: senso di soffocamento (una delle manifestazioni ansiose dell’isteria)

Si aveva la certezza si trattasse di una malattia femminile quindi; l’utero si sarebbe

irritato per molti motivi, fra cui principalmente idee mai totalmente espresse sulla

psicologia femminile…ad esempio che le donne non riuscissero a gestire i propri

istinti. Questa idea arriva fino all’800: l’insoddisfazione sessuale di base; ma

parlarne voleva dire mettere gli uomini sul banco degli imputati! (…) idea passata

sempre un po’ sottotraccia.

Medioevo: il femminile era metaforizzato in un modo repellente e preoccupante

(streghe al rogo segnale preciso vs questo pregiudizio sottotraccia del pensiero

occidentale); motivi anche socio-ambientali ovviamente, ad es. la condizione della

donna per cui si può perfino leggere l’isteria come una sorta di ribellione a uno

stato di acquiescenza della donna (prevalente fra le meno abbienti).

Perché le cose cambino si deve aspettare l’800: prima di Freud se ne parlava

esclusivamente in termini consci (di imitazione, dunque di responsabilità del

paziente); con l’avvento del pensiero freudiano si rivide la questione in termine di

è

imitazione inconscia, si solleva il paziente dalla responsabilità. L’800 il secolo

dell’apertura dei manicomi, precedentemente non esistevano luoghi di cura, i malati

mentali vagavano per le città.

Manicomio: mania - comé: curo la follia; luoghi di cura inizialmente non adeguati

a tale funzione, ma l’ospedalizzazione dell’isteria resta comunque un’idea

progressista e relativamente recente nata dalla rivoluzione francese. In queste

circostanze, privi di diagnosi, i pazienti dei manicomi erano estremamente

eterogenei: dalle psicosi, quelle organiche (oligofrenie, epilessie, sifilitici, alcolisti…)a

quelle psicogene e così via... Si legavano le crisi epilettiche a un immaginario di

intervento divino, attirarono molta attenzione..

Perché anche le isteriche e gli isterici hanno cominciato ad avere queste crisi di

grande male? I medici cominciarono però a notare delle differenze: l’isterico non si

fa male cadendo, non perde urine, feci, non si morde la lingua, l’epilettico invece

normalmente si fa male etc. , entrambi però creano allarme e attirano attenzioni.

bisogno enorme di essere guardati bisogno narcisistico, il funzionamento isterico

nasce da questo bisogno inconsapevole ma dirompente di stare al centro

dell’attenzione. E’ una caratteristica peculiare del funzionamento isterico carenza

narcisistica come spiegazione psicanalitica.

C’è un bisogno di rispecchiamento, di essere aiutati, curati, insultati, insomma presi

è

in considerazione, tutto piuttosto che ignorati. Il bisogno di essere guardati una

metafora per il bisogno di ascolto, il bisogno di pensare assieme a qualcun altro ai

propri problemi.

Considerare sempre la persona come un sistema, con vari tipo di funzionamento

su un continuum.

-Esistono sia isterie nevrotiche che psicotiche: sono que

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher guianerli di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia del disagio sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Zamperini Adriano.
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