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Poi abbiamo delle articolazioni che possiamo definire velari quando il dorso della lingua si sposta

verso il velo pendulo o palatino (ad esempio c e g sono consonati occlusive velari) e abbiamo quelle

che definiamo palatali (quando la lingua va verso il palato), anche se si tratta di un termine generico

in quanto il palato ha diversi luoghi di articolazione per cui possiamo distinguere ancora in

alveopalatali o paleoalveolari (o prevelari).

Ci sono poi delle consonati che hanno lo stesso luogo di articolazione, ma che hanno una

caratteristica particolare, cioè quando le produco la lingua viene retroflessa; queste consonanti sono

alveopalatali o paleoalveolari se penso al luogo di articolazione, ma vengono chiamate anche

invertite o retroflesse (le troviamo molto in area indiana). Poi ci sono delle consonanti alveolari in

cui la lingua tocca o si avvicina a quella parte del palato che chiamiamo alveoli (ad esempio la s di

sera; nel caso di t e d vi è la tendenza a definirle alveolari, ma nella pronuncia italiana abbiamo

delle dentali, mentre si possono definire alveolari nell’inglese).

Abbiamo anche delle interdentali che sono delle fricative in cui l’apice della lingua si appoggia ai

denti superiori e delle labiodentali in cui gli organi fonatori coinvolti sono il labbro inferiore e i

denti superiori.

Una consonante quindi si distingue per il fatto di essere sorda o sonora, per il modo e il luogo di

articolazione, ma vi è anche un’altra variabile che dobbiamo prendere in considerazione: esistono

anche delle consonanti nasali e ho un’articolazione nasale quando c’è una fuoriuscita di aria dalle

fosse nasali oltre che dalla cavità orale, cioè quando il velo pendulo lascia uscire dell’aria dalle

fosse nasali. Questa possibilità determina l’esistenza di un gruppo di consonanti nasali come n e m e

la stessa possibilità vale anche per le vocali, infatti esistono delle vocali nasalizzate.

In più dobbiamo dire che ogni articolazione ha una durata, infatti la vocale può essere lunga o

breve, le consonanti possono essere doppie o rafforzate; poi vi può essere una maggiore o minore

forza muscolare nell’articolazione per cui abbiamo delle articolazioni forti e delle articolazioni

brevi o rilassate. Quindi gli elementi in base ai quali posso distinguere le vocali sono: la vibrazione

o meno delle corde vocali che determina la distinzione in sorde e sonore, il luogo di articolazione, la

caratteristica nasale o orale (il modo di articolazione) e la presenza o meno di un ostacolo che si

oppone alla colonna d’aria proveniente dai polmoni che determina la distinzione tra vocali e

consonanti che vengono prodotte quando non c’è l’ostacolo e che a loro volta si distinguono per il

luogo di articolazione.

In certi manuali possiamo trovare una distinzione terminologica anziché tra vocali e consonanti tra

vocoidi e contoidi, termini che vennero introdotti nel 1943 da un americano, Pike; questi termini

però hanno una valenza strettamente fonetica, quindi non vengono più usati quando di questi suoni

mi occupo prendendo in considerazione la funzione di questi suoni nella sillaba.

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In inglese non esiste la distinzione di genere, ma la differenza salta agli occhi quando devo

riprendere un elemento precedente (quindi con funzione anaforica o deittica); quindi si dice che la

categoria del genere è in certi casi coperta, in altri scoperta e questa distinzione venne fatta dal

Whorf.

Circa le vocali nell’IPA le vediamo rappresentate in un trapezio che ha dei punti in corrispondenza

dei quali abbiamo dei simboli che rappresentano le vocali; questi punti rimandano alle vocali

cardinali e corrispondono ai punti in cui questi suoni vengono prodotti nella bocca.

Si tratta quindi delle vocali di riferimento che si collocano nella figura in punti equidistanti tra cui

però ci possono essere diverse realizzazioni foniche (ad esempio una e un po’ meno chiusa di quella

standard); nella parola pesche la prima e ha una valenza fonologica, cioè contribuisce a una

funzione distintiva per cui se la sostituisco cambia la parola, le seconda e invece non ha questa

funzione, infatti se la pronuncio in modo diverso la funzione non cambia.

Distinguiamo le vocali a seconda del luogo in cui avviene il movimento della lingua che può

avvenire nella parte anteriore, in quella centrale o in quella posteriore della cavità orale e questo

determina la distinzione tra vocali anteriori, centrali e posteriori (qualcuno chiama le vocali

anteriori palatali e quelle posteriori velari).

I lati orizzontali fanno riferimento a questa distinzione per cui a sinistra vi sono le vocali anteriori,

nel mezzo quelle centrali e a destra vi sono quelle posteriori (non esiste una sola vocale anteriore,

posteriore o centrale). Nella distinzione delle vocali la variabile articolatoria è indicata sui lati

verticali: i punti si riferiscono al grado di elevazione della lingua, infatti quando la lingua sta più in

alto nella cavità orale abbiamo una vocale chiusa, quindi possiamo distinguere tra vocali chiuse e

aperte con diversi gradi intermedi.

Al grado di chiusura della cavità orale corrisponde in senso inverso il grado di elevazione della

lingua, quindi una vocale chiusa è anche alta (i) e una vocale aperta è anche bassa (a); anche in

questo caso abbiamo delle variazioni intermedie: se la vocale è semiaperta è anche mediobassa, se

la vocale è semichiusa è anche medioalta (la i è chiusa o alta, la e è semichiusa o medioalta, la ε è

una vocale anteriore semiaperta o mediobassa, la a è una vocale medioanteriore; analogo è il

discorso per le vocali posteriori, ad esempio la o è una vocale posteriore semiaperta o mediobassa).

In corrispondenza di un punto abbiamo due simboli: una volta definita la vocale i come una vocale

alta o chiusa anteriore e orale, mi accorgo che questa definizione non è sufficiente perché in quel

punto c’è un altro simbolo; ma quale vocale mi indica y?

In questo caso devo prendere in considerazione un'altra variabile articolatoria: la i si distingue dalla

u solo perché essa è anteriore, ma in realtà un altro tratto che distingue la i dalla u è che quando

pronuncio la i non arrotondo il labbro, mentre per la u sì; quindi quando articolo una vocale un

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fattore da prendere in considerazione è anche il movimento delle labbra che in certi casi si arrotonda

e all’arrotondamento si accompagna anche l’avanzamento o protusione.

Da qui si parla di vocali labializzate o meno: la i non è labializzata, mentre la u sì e c’è una vocale

che posso definire anteriore, chiusa orale e labializzata che è la y (u in dialetto attico; in latino

possiamo avere ad esempio maximus o maxumus perché qualcuno ha supposto che il latino avesse

conosciuto il suono y).

Ma altri termini che possiamo trovare al posto di labializzata sono arrotondata o no e procheila o

aprocheila (si tratta di un composto possessivo che significa “colui che ha le labbra sporgenti”;

capostazione è un composto determinativo, pettirosso è un composto possessivo, in quanto significa

“colui che ha il petto rosso”), termine che indica che le labbra sono in posizione avanzata, ma cmq è

meglio usare il termine labializzata o meno.

Le vocali nasalizzate si segnano in questo modo: ã; nel trapezio vocalico in corrispondenza di un

punto abbiamo due simboli: quello a sinistra indica la vocale non labializzata, quello a destra la

vocale labializzata. Quando si parla di vocali, pensiamo anche a quella sequenza fonica che

chiamiamo dittongo del quale possiamo dare una semplice definizione: si tratta di suoni vocalici che

appartengono alla stessa sillaba e uno di questi due suoni costituisce il nucleo della sillaba e quindi

è detta vocale sillabica, mentre l’altra no: ai quel simbolo indica la non sillabicità di una vocale;

quando i due elementi appartengono alla stessa sillaba vengono detti tautosillabici, quando non

appartengono alla stessa sillaba sono detti eterosillabici. Una sillaba è un’unità massima di seconda

articolazione che è costituita da un elemento che chiamiamo picco di vocalità che di solito è una

vocale, mentre gli elementi di contorno li chiamiamo attacchi (si tratta di semivocali).

A proposito della sillaba possiamo fare un'altra distinzione: essa può essere aperta, quando non ha

la coda e può essere chiusa quando ha la coda, ma possiamo anche dare la distinzione tra sillaba

breve e lunga (allungamento di compenso: da esmi a e:mi dove i : indicano la lunghezza di una

vocale o di una consonante; una sillaba può essere lunga anche quando la vocale è breve).

Quando ho l’unione di due vocali eterosillabiche (cioè di due sillabe diverse), allora ho uno iato;

una volta vi era una terminologia per cui ai era un dittongo discendente, mentre ia un dittongo

ascendente e l’elemento i era chiamato semiconsonante; oggi invece sappiamo che ai è un dittongo,

ma che ia o uo non sono più chiamati dittongo perché in quella sillaba non si riconosce più una

vocale non sillabica, ma si tratta di una consonante di tipo particolare, quindi ia va interpretata come

sequenza di consonante più vocale (facilmente si può passare da una pronuncia a un'altra).

Circa le vocali anteriori troviamo la:

• i che è una vocale anteriore, chiusa o alta, non arrotondata (cioè non labializzata), orale;

• I è una vocale un po’ meno chiusa e più rilassata;

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• e è una vocale anteriore, semichiusa o medioalta e non labializzata;

• ε è una vocale anteriore, semiaperta o mediobassa, non labializzata;

• æ è una vocale anteriore;

• a è una vocale bassa o aperta che è definibile non anteriore (nel manuale è definita

centrale).

A destra abbiamo invece i simboli delle vocali labializzate corrispondenti; le vocali posteriori

dell’italiano sono tutte labializzate e tra le vocali posteriori vi sono: u che è una vocale posteriore,

alta o chiusa, labializzata e orale, poi abbiamo la semichiusa o e così via. Questo simbolo lo

trovavamo in francese perchè è un’articolazione più arretrata della a che fino a poco tempo fa

poteva essere riconosciuto nelle parole francesi come pâte; oggi siamo in una situazione in cui

questa opposizione non vede più in causa il tratto che ha a che vedere con il luogo di articolazione,

ma sta diventando un’opposizione tra vocale lunga e breve (â non è più una vocale bassa,

ə

posteriore, ma medio anteriore lunga. Al centro delle vocali centrali troviamo la che prende il

nome di schiwa.

Le consonanti si distinguono per due variabili articolatorie, cioè per il luogo di articolazione e per il

modo di articolazione (per le consonanti la corrente d’aria non incontra degli ostacoli); la

classificazione è tra consonanti occlusive (chiamate anche plosive) che si articolano quando l’aria

espiratoria viene bloccata momentaneamente (per questo erano anche dette momentanee) perché i

due organi fonatori entrano in contatto e questo determina un momentaneo blocco (tenuta) e poi un

rapido distacco e questo provoca un effetto di esplosione dell’aria (per questo erano chiamate anche

plosive). Opposte alle occlusive sono le consonanti continue dove possiamo trovare le consonanti

che possiamo definire fricative (si tratta di un sinonimo di costrittive o aspiranti): in questo caso gli

organi fonatori non entrano in contatto, ma si avvicinano molto: l’aria espiratoria trova un

passaggio così stretto che, passando, ne nasce un effetto acustico di frizione (f, v). Poi abbiamo

delle consonanti in cui gli organi fonatori si avvicinano un po’ meno: l’aria espiratoria trova un

passaggio un po’ più largo e quindi c’è una frizione ridotta e queste consonanti sono chiamate

approssimanti (ad esempio la i di ieri è una consonante approssimante palatale sonora): in uomo la u

si indica w perché è un approssimante, la i di ieri ј, in auto la a si indica au perché è una vocale non

sillabica, così la i di baita si indica i.

Nella trascrizione fonetica l’accento si indica con un trattino verticale posto in alto prima

dell’attacco della sillaba o della vocale (nel caso di uomo ‘w ); nella pronuncia del parlante

possono esserci delle variazioni, ad esempio se nella parola uomo avessi uno iato la scriverei u’ .

Poi abbiamo quelle consonanti che chiamiamo nasali, laterali e vibranti; circa le nasali si tratta di

suoni consonantici in cui assistiamo a una fuoriuscita dell’aria espiatoria dalle fosse nasali, quindi,

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quando articolo queste consonanti, abbiamo un’occlusione completa della cavità orale e le

consonanti escono dalle narici, mentre il velo pendulo è basso (in mano la m è una consonante

bilabiale nasale).

Le nasali sono sonore e in più, insieme ad altri foni, in particolare con le laterali e le vibranti,

vengono definite sonoranti in opposizione ad altre consonanti (come le fricative e le occlusive) che

vengono chiamate occluenti. Ci sono dei casi in cui anche per le consonati nasali, laterali e vibranti

devo indicare se si tratta del nucleo di una sillaba e il simbolo che indica la sillabicità delle

consonanti è un trattino verticale messo sotto la consonante che indica che quella consonante

costituisce il nucleo di una sillaba (ad esempio gen. sing di pater è patros, il dativo plur. è patrasi

cioè *patr si + a e in questo caso r diventa una sonante, il trattino sotto la r indica la sillabicità

della consonante, mentre l’asterisco indica che si tratta di una forma che ho ricostruito).

Nelle lingue queste consonanti nasali, laterali e vibranti possono funzionare da sonanti, cioè essere

il nucleo di una sillaba; le nasali assumono il tratto articolatorio della consonate che segue o

precede; certe consonanti nasali sono dei fonemi, mentre altre sono solo variabili combinatorie e

questo è diverso da lingua a lingua.

Nelle consonanti laterali abbiamo il movimento della lingua verso punti diversi del palato, ma l’aria

fuoriesce cmq dai lati (un esempio di consonante laterale è l).

Le consonati vibranti, come le nasali e le laterali, a volte possono essere il nucleo di una sillaba e i

tratta di quelle consonanti che scriviamo abitualmente con la r; esse sono così definite perché, nella

loro articolazione troviamo una vibrazione dovuta al fatto che la lingua entra in contatto con un

altro organo; esse si distinguono in plurivibranti, dette anche trilli e monovibranti.

Le consonati affricate sono quelle consonanti che vengono articolate con un’articolazione che

consiste di due componenti, una occlusiva e una fricativa, ma il tutto costituisce un’unità fonica; si

tratta quindi di un’occlusione subito seguita da una frizione, ma gli organi fonici rimangono nello

stesso punto e se il luogo di articolazione è lo stesso, allora ho un’unica consonante solo costituita

da momenti diversi (pf, in italiano la c di cielo, di cioccolato, o la g di gelo, di giacca che sono

affricate alveopalatali); per indicare le consonanti affricate usiamo due simboli che rimandano alle

occlusive e fricative corrispondenti, e che sono uniti da un segno diacritico che indica che si tratta di

un’unica consonante.

Esistono delle consonanti che hanno un modo di articolazione che definiamo quello proprio delle

consonanti definite elettive, glottidali, termine che indica anche il luogo di articolazione, ma indica

anche un modo di articolare perché si tratta di occlusive articolate con una doppia occlusione della

cavità orale. 15

Si tratta quindi di consonanti che si producono con una prima occlusione a livello glottidale e con

una seconda occlusione a livello della cavità orale; esistono delle occlusive aspirate che

costituiscono un fonema ed esiste anche la labiovelare come kw, cioè un elemento velare seguito da

un appendice labiale.

Esiste un’analisi fonetica combinatoria che tiene conto dei rapporti sintagmatici tra i suoni; sono

oggetto della fonetica combinatoria quei mutamenti che intervengono in un fono a seconda della

vicinanza con altri suoni.

C’è un aspetto della fonetica (che nel manuale si può trovare come soprasegmentale o prosodica)

che si occupa di unità foniche alla stregua dei suoni, ma che hanno uno statuto un po’ diverso; come

posso individuare un fono? Segmentando la catena fonica in una successione lineare; ci sono però

delle unità linguistiche che non si possono individuare segmentando la catena fonica come l’accento

o l’intonazione (la differenza tra una frase affermativa e una interrogativa è segnalato

dall’intonazione, che è quella cosa che nella rappresentazione scritta indico con il punto

interrogativo; quindi questi costituisce quell’unità fonica che chiamo intonazione e che ha una

funzione distintiva). Queste particolari unità fonetiche vengono chiamati tratti di ordine

soprasegmentale (che allude a una possibile rappresentazione grafica) o prosodici (perché il termine

latino accentus è un calco dal greco prosodia).

Parlare delle funzioni delle unità linguistiche permette di capire meglio la distinzione tra fonetica e

fonologia: la fonologia si occupa dei suoni considerati dal punto di vista funzionale e la funzione

distintiva costituisce il fonema. Abbiamo una serie di suoni che sono il prodotto della fonazione

(cioè sono il risultato dei movimenti dell’apparato fonatorio umano) e questi sono l’oggetto della

fonetica, ma questi suoni nelle diverse lingue sono utilizzati in modo diverso con funzione

distintiva. La fonologia studia la forma dell’espressione e il modo in cui questa materia è

organizzata nelle varie lingue significa evocare come nella linguistica è nata la distinzione tra

fonetica e fonologia. In un ambito teorico che possiamo definire funzionalista, cioè in cui la risposta

alla domanda cos’è la lingua è che essa è un sistema che serve a uno scopo, qui nascono delle

metodologie che si occupano delle funzioni delle unità linguistiche.

Con la scuola di Praga, alla fine degli anni 20 dell’800 abbiamo delle definizioni metodologiche tra

cui quella di lingua come sistema di espressione che serve a uno scopo; in più si fa la distinzione tra

fonetica (studio dei suono come fatto fisico) e fonologia (studio del suono come fatto funzionale).

Alcuni esponenti della scuola sono ad esempio Jacobs e il russo Trubecoj al quale dobbiamo la

prima teoria fonatoria esplicita; egli pubblica nel 39 “Fondamenti di fonologia” che compare

all’interno di una rivista e qui troviamo la prima esplicita teoria fonatoria.

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Qui ritroviamo le funzioni delle unità foniche e Trubecoj individua anche la funzione distintiva; il

punto di partenza dell’analisi sono le funzioni proprie delle unità foniche:

• alcune caratteristiche sonore hanno una funzione culminativa, cioè queste unità foniche

mi segnalano quante unità foniche (parole o gruppi di parole) ci sono in una frase; a

questa categoria appartengono gli accenti principali delle parole in tedesco;

• altre caratteristiche sonore esplicano una funzione delimitativa in quanto delimitano (cioè

mi dicono che qui inizia o qui finisce una certa unità fonica) i limiti tra una parola e

un'altra e tra gruppi di parole; ad esempio in quelle lingue in cui o un accento fisso, esso

mi aiuta ad individuare l’ultima sillaba di una parola.

• Ulteriori caratteristiche sonore esplicano una funzione distintiva in quanto distinguono le

singole unità dotate di significato; ogni unità linguistica deve avere delle proprietà sonore

con una funzione distintiva, altrimenti non potrebbe essere differenziata dalle altre unità

linguistiche; quindi la funzione distintiva è un elemento che consente il funzionamento

delle lingue.

La distinzione delle singole unità linguistiche si effettua con le particolarità sonore che hanno una

funzione distintiva, invece per le particolarità sonore che hanno una funzione culminativi o

delimitativa le unità linguistiche non hanno senso; la funzione distintiva si ha quando si ha

un’opposizione distintiva, ed esempio tetto

tatto

tutto

il fonema /e/˜/a/˜/u/ (˜ significa si oppone) e in questo modo io traccio l’inventario dei fonemi di una

lingua che ci porta a riconoscere i fonemi di una lingua; nell’inventario vi è ciò che è dotato di

funzione distintiva, ma posso trovare anche dei fonemi senza la funzione distintiva e allora ho una

variante combinatoria che viene detta allofono, ad esempio se dico

ara

ama

posso inserire nell’inventario dei fonemi la r e la m; ma se dico arte la r è una vibrante alveolare il

cui luogo di articolazione è dettato dalla consonante che segue; quando il tratto articolatorio di una

di queste consonanti dipende dalla consonante che segue, questo tratto articolatorio non può avere

una funzione distintiva e prende il nome di fonema. Poi ci sono le varianti libere che non dipendono

dal contesto.

Se posso documentare l’esistenza di un’opposizione fonologica in una coppia minima, i suoni che

rientrano in questo inventario sono fonemi ed essi sono particolari per ogni lingua, mentre gli altri

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sono solo varianti combinatorie. Ci sono dei casi in cui un’opposizione fonologica sembra esistere,

ma solo sforzandosi di cercarla: riconoscere l’esistenza di un’opposizione fonologica in un sistema

linguistico significa riconoscere che non tutte le opposizioni fonologiche hanno lo stesso statuto e si

tratta delle opposizioni fonologiche con basso rendimento funzionale.

Osservare che in uno stato linguistico determinato posso fare queste osservazioni, mi proietta verso

una diacronia; in più come esiste un mutamento fonetico, esiste anche un mutamento fonologico

che è qualcosa che presuppone dei mutamenti fonetici, ma si ha quando dei mutamenti fonetici

producono degli effetti nel sistema fonologico, cioè quando, a causa dei mutamenti fonetici ho un

cambiamento dei fonemi o una perdita o un acquisto di un nuovo fonema.

Nella prima teoria fonologica l’attenzione di Trubecoj era rivolta a queste opposizioni fonologiche;

in una prospettiva di questo genere la definizione di fonema è quella di più piccola unità distintiva

di una lingua. Trubecoj trattava le opposizioni fonologiche come opposizioni tra fonemi, ma nello

sviluppo successivo Jacobs sposta l’attenzione dal fonema ai tratti che distinguono il fonema: nella

prospettiva di Jacobs è il tratto che diventa importante e in una coppia minima come

batto

patto

porta a un’opposizione /p/˜/b/ si presta attenzione al fatto che i fonemi sono costituiti da tratti e che

il ruolo distintivo lo ha il tratto sonoro che differenzia p e b. Quando dico che la n di anche è nasale

con un tratto velare, così individuo un tratto non distintivo e allora dirò che il tratto velare della

nasale è ridondante; ragionare con i tratti mi aiuta a capire anche un'altra cosa:

anche

/’anke/ (trascrizione fonologica)

Qui sia la nasalità della vocale a che la velarità della consonante n sono tratti ridondanti che dal

punto di vista della finzione distintiva non sono pertinenti perché posso pronunciare a come nasale

o nasale, ma la parola non cambia; invece ho un'altra parola se cambio la n in r,quindi c’è qualcosa

di distintivo in n, ma non la sua velarità che quindi è un tratto ridondante. Un'altra variante

combinatoria è la c (occlusiva palatale).

Nel testo di Trubecoj vi è una classificazione delle opposizioni fonologiche che sono 3 (quindi ho

tre criteri di classificazione); la prima classificazione prende in considerazione, in un sistema

fonologico, il rapporto che l’opposizione che intendo classificare ha in un intero sistema. Tale

classificazione porta a distinguere in:

• opposizioni bilaterali (si tratta di un’opposizione che coinvolge due fonemi la cui base di

comparazione è costituita dagli elementi comuni dei due fonemi, cioè quando la

comparazione tra t e d avviene solo tra loro due);

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• opposizioni plurilaterali (hanno origine quando la base di comparazione si ritrova anche

in altri fonemi);

• opposizioni proporzionali (si hanno quando la base di comparazione è presente in più di

un elemento; sono quelle che denotano un rapporto tra i membri dell’opposizione che si

ritrovano anche in altre opposizioni);

• opposizioni isolate (si hanno quando nel rapporto non abbiamo opposizioni analoghe nel

sistema).

Sosour pensava che la lingua fosse un sistema di elementi correlati, ma pare che questa espressione

fosse abbastanza comune all’epoca nell’ambito degli studi di fonetica.

Nel secondo tipo di classificazione troviamo per la prima volta una nozione che in linguistica

troverà un’applicazione forte, il principio di marcatezza; dopo avere classificato le opposizioni

fonologiche, Trubecoj si interrogava su come potere classificare queste opposizioni basandosi sul

rapporto che si può individuare tra i due elementi fonetici . Se consideriamo un’opposizione tra

consonante sorda e consonante sonora, ci accorgiamo che il tratto distintivo è la presenza o

l’assenza di sonorità: /t/˜/d/

Hanno entrambe un tratto consonantico, sono entrambe occlusive, hanno un luogo di articolazione

dentale solo che t è meno sonora, mentre d è +sonora. L’opposizione tra t e d è quella che viene

chiamata primitiva, cioè si tratta dell’opposizione tra due elementi che si distinguono perché uno di

questi ha una caratteristica di cui l’altro è privo; poi abbiamo le opposizioni graduali, per cui ho una

caratteristica articolatoria che è presente in uno dei due elementi in un certo grado superiore a

quello dell’altro elemento (ad esempio l’opposizione tra semi chiusa e semi aperta.

Il terzo tipo di opposizioni sono quelle equipollenti in cui non individuo nessuno di questi due

rapporti, ma i due elementi stanno sullo stesso piano (ad esempio /t/˜/p/ sono entrambe sue

consonanti occlusive, sorde e cambia solo il luogo di articolazione).

Circa le opposizioni privative in d è presente la caratteristica di sonorità, quindi posso dire che in d

ho la marca di sonorità: d quindi è il membro marcato dell’opposizione in cui trovo quella marca,

quella caratteristica che manca nell’altro che è chiamato elemento non marcato.

Secondo Jacobs(on) se prendo delle lingue che presentano un sistema fonologico di opposizioni tra

sorde e sonore occlusive, mi accorgo che ci sono delle situazioni in cui l’elemento più utilizzato è la

sorda, cioè l’elemento non marcato che non è mai inferiore all’ambito di uso dell’elemento marcato.

Quindi mentre l’elemento non marcato può sostituire l’elemento marcato, non può mai avvenire il

contrario; quando confronto dei sistemi fonologici di lingue diverse, scopro che se in una lingua ho

le consonanti sonore per lo più esse mi dicono che in questa lingua ci sono anche le sorde

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corrispondenti; invece se ho una serie di consonanti sorde, non necessariamente trovo le

corrispondenti sonore: quindi tra l’elemento marcato e quello non marcato esiste un rapporto di

implicazione (se c’è a deve esserci anche b, ma non necessariamente se c’è b c’è anche a).

Quindi se ho l’elemento marcato trovo anche l’elemento non marcato, mentre non necessariamente

la presenza dell’elemento non marcato implica la presenza dell’elemento marcato. Si tratta di

un’osservazione empirica che mi dice che t funziona come elemento marcato e di come elemento

non marcato.

Il rapporto di marcatezza si riscontra non solo a livello fonologico, ma anche in altri ambiti della

lingua; i sistemi morfologici delle lingue sono diversi: ad esempio il latino grammaticalizza solo il

singolare e il plurale, mentre il greco grammaticalizza anche il duale e possiamo dire che se, dal

punto di vista morfologico c’è una marca in più, è più facile segnalare il plurale che il singolare;

infatti è difficile trovare una lingua in cui il plurale possa essere segnalato da zero e singolare essere

segnalato dalla s, infatti se si dovesse trovare verrebbe il sospetto che il plurale è un collettivo e che

il singolare sia il singolare del collettivo e quindi un singolativo. Quindi il plurale, rispetto al

singolare è un elemento marcato e allora se in una lingua ho il plurale, ho anche il singolare.

Anche tra plurale e duale c’è un rapporto di marcatezza: se in una lingua ho il duale, avrà anche il

plurale, ma se ho il plurale non necessariamente avrò anche il duale; esiste anche il parale: certe

lingue grammaticalizzano la distinzione tra duale e parale (ad esempio un paio di calzini) che è la

quantificazione che mi rimanda a due, ma si tratta di cose, oppure può essere una dualità naturale

(le lingue che hanno il parale sono quelle che grammaticalizzano la distinzione tra duale e parale); il

rapporto tra duale e parale è un rapporto di marcatezza.

Anche in morfologia quindi troviamo i rapporti di marcatezza che vedono l’opposizione tra

l’elemento marcato e quello non marcato e un rapporto di implicazione perché la presenza

dell’elemento marcato implica la presenza dell’elemento non marcato, ma non è vero il contrario;

ad esempio: uomo ˜ donna

+umano +umano

+ animato + animato

- femminile +femminile

/t/ ˜ /d/

+occlusivo +occlusivo

+dentale +dentale

-sonoro + sonoro

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Quindi qui il tratto distintivo responsabile del cambiamento della parola è il tratto sonoro (ad

esempio tetto/detto); quando un’opposizione fonologica non vale più ai fini distintivi, ciò che conta

rimane la base di comparazione; dal punti di vista distintivo non vale la distinzione tra uomo e

donna, ma più tra uomo e animale. Quindi l’opposizione fonologica può venire neutralizzata (in

tedesco quando una finale di parola è una consonante sonora, questa si pronuncia come sorda).

Abbiamo quindi l’ultima classificazione delle opposizioni fonologiche che si bipartisce in

opposizioni costanti che si hanno quando l’opposizione rimane sempre tale all’interno del sistema e

le opposizioni neutralizzabili che si hanno quando l’opposizione è soppressa in certe condizioni

contestuali. 21

La fonetica è la scienza che studia la voce o i suoni prodotti e percepito dagli esseri umani per

comunicare verbalmente; la fonetica è una scienza complessa perché deve tenere conto di almeno

tre punti di vista:

• fonetica articolatoria, che descrive l’anatomia degli organi preposti alla produzione, il

cui insieme viene detto apparato fonatorio; studia e descrive la fonazione e fornisce i

criteri per la classificazione dei foni;

• fonetica acustica che descrive la consistenza fisica dei suoni e la loro propagazione in

un mezzo (aria);

• fonetica uditiva che descrive i processi della percezione dei foni e descrive l’anatomia

dell’apparato uditivo, la sua fisiologia e i processi di categorizzazione dei suoni

percepiti.

Le unità minime della fonetica sono i foni, mentre le unità massime, cioè sillabe, parole e frasi,

sono viste come il risultato di una meccanica giustapposizione, in una sequenza lineare, delle unità

minime stesse; in realtà ciascun blocco comunicativo è un continuum; la prosodia. Cioè l’insieme di

fenomeni come pause, variazioni di velocità, di altezza e di volume dell’eloquio, svolge un ruolo

importantissimo nella scansione del messaggio, mentre la scrittura non da della prosodia che una

rappresentazione parziale e sommaria.

La qualità articolatoria, fisica e percettiva dei suoni che vengono prodotti nelle varie situazioni è

molto diversa: il parlato più accurato e scandito viene detto iperarticolato, quello più informale e

trascurato ipoarticolato; in fonetica si è sempre osservato il parlato che tende alla iperarticolazione,

ma si sta ponendo un’attenzione sempre crescente, nelle scienze del linguaggio, per le

manifestazioni del parlato spontaneo, anche se la raccolta e la descrizione del parlato spontaneo

sono più difficili e complesse di quelle del parlato di laboratorio. Nel parlato spontaneo si assiste a

una destrutturazione del segnale che consiste in: velocità di eloquio variabile e molto alta, forte

variabilità dei foni e loro riduzione e tendenza all’omissione di segmenti della sequenza; il parlato

iperarticolato rappresenta una sorta di archivio.

I sistemi alfabetici rappresentano un tentativo di rendere graficamente i suoni delle varie lingue; un

alfabeto fonetico assegna univocamente a ciascun fono uno e un solo simbolo così come a un

simbolo corrisponderà un fono; la trascrizione fonetica è un’operazione che consiste nel

rappresentare per iscritto la forma fonica di una parola o di una frase, utilizzando un alfabeto

fonetico.

Apparato fonatorio:

• polmoni,

• bronchi e trachea, 22

• laringe (pliche vocali, glottide: successione di più cicli di apertura e chiusura della

glottide costituisce quello che viene chiamato meccanismo laringeo che si attiva solo

per la produzione delle vocali e delle consonanti sonore),

• faringe,

• velo del palato,

• ugola,

• cavità orale,

• lingua,

• palato duro,

• alveoli,

• denti,

• labbra,

• cavità nasali.

Luoghi di articolazione:

• bilabiale (labbra si uniscono);

• labiodentale, unione o avvicinamento del labbro inferiore agli incisivi superiori;

• dentale, accostamento apice della lingua agli incisivi superiori;

• alveolare, accostamento punta della lingua con alveoli degli incisivi superiori;

• postalveolare, accostamento parte anteriore lingua con parte anteriore del palato;

• retroflesse, apice della lingua in alto e indietro;

• palatale, dorso della lingua a contatto con il palato;

• velare, dorso della lingua a contatto con il velo del palato;

• uvulare, dorso della lingua a contatto con l’ugola;

• faringale, dorso della lingua a contatto con parete posteriore della faringe;

• glottidale.

La realizzazione di ciascun fono in un determinato contesto dipende anche dalle caratteristiche

articolatorie dei foni precedenti e seguenti: mentre gli organi si stanno disponendo in una

determinata configurazione articolatoria, conservano ancora in parte gli atteggiamenti delle

precedenti articolazioni e nello stesso tempo già iniziano a prepararsi per quelle successive e questo

fenomeno è detto coarticolazione. 23


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DETTAGLI
Esame: Glottologia
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher veroavalon84 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Glottologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Bologna Maria Patrizia.

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