Geografia culturale
Lo spazio è una porzione di superficie terrestre non modificata dall’uomo. Il termine spazio precede quello di territorio, che si ha quando l’uomo adatta lo spazio alle sue esigenze; è lo spazio antropotizzato. Quindi userò il termine spazio quando farò riferimento agli elementi naturali. Il territorio viene quindi organizzato e assume valore sociale, perché la comunità trae la propria economia dal territorio, in cui si concretizza il rapporto tra uomo e natura, natura e cultura. L’ambiente è l’insieme delle condizioni di spazio e territorio, e quindi condizioni fisiche e umane. Il paesaggio è un insieme organico di elementi e fenomeni che caratterizzano una parte della superficie terrestre (paesaggio alpino, paesaggio collinare). Ma la percezione del paesaggio è soggettiva, quindi è vero che il paesaggio è riflesso del territorio, ma è anche una proiezione soggettiva del territorio. È la cultura che filtra la percezione del paesaggio. La regione è una parte della superficie terrestre con una propria individualità, maturata attraverso un percorso di differenziazione, sia di ordine fisico che culturale.
Evoluzione del pensiero geografico e paradigmi
La geografia analizza le forme territoriali dell’azione sociale e tiene sempre in considerazione l’uomo, a differenza dell’antropologia, in cui lo studio del territorio è fine a se stesso, senza altro scopo. Ogni società si identifica con il proprio territorio, ma assistiamo a processi di deterritorializzazione, come nel caso dei migranti, che però possono avere una riterritorializzazione. Il territorio è la sede delle rappresentazioni simboliche e reali del progetto vitale di ogni società. La geografia è il ponte fra le scienze naturali e le scienze sociali, dunque ha una doppia natura, fisica e antropica. Essa vede l’avvicendarsi tra il paradigma positivista, astratto e matematico, e il paradigma storicista. Con la geografia umana l’attenzione si sposta sul rapporto tra uomo e ambiente; Von Humboldt fu il primo a gettare le basi metodologiche della geografia moderna, nella sua opera Kosmos.
Il maggior esponente dello strutturalismo fu Hartshorne secondo cui ogni realtà naturale e sociale è costituita da strutture che creano collegamenti fra di loro. Lo strutturalismo trascura le forme e si concentra sulle funzioni. La natura è come una struttura e il comportamento umano è la funzione di questa realtà, ma l’uomo subisce la natura, è sempre spettatore. La realizzazione delle strutture viene studiata dal geografo attraverso metodi matematici. Il geografo deve dunque analizzare l’ordine con cui gli elementi si organizzano all’interno della struttura. In geografia lo strutturalismo si concretizza nel funzionalismo. Il territorio è organizzato in centri che distribuiscono servizi, quindi assolvono determinate funzioni. Lo strutturalismo raccoglie l’eredità del positivismo e del determinismo e vi introduce l’elemento temporale, in cui vi sottolinea il concetto di evoluzione. Tra il 1930 e il 1960 nasce il paradigma neopositivista, secondo il quale l’intuizione esige una verifica razionale e non vi è conoscenza assoluta se non quella che proviene dalla ragione. Questo periodo neopositivista sfocia negli anni '50 nell’euforia quantitativa, i dati ufficiali erano solo quelli statistici, come ad esempio il censimento. Quindi si partiva dalla teoria per indagare la realtà, non vi era una comprensione della realtà, ma solo la descrizione attraverso i dati raccolti. Il positivismo invece partiva dal particolare, cioè dall’osservazione della realtà. Con la geografia quantitativa siamo nel secondo dopoguerra, con la crisi sociale ed economica e i geografi si sentono in obbligo di fornire risposte concrete. Assistiamo così alla nascita di strumenti di controllo sociale di effetto immediato e lo sviluppo di nuove tecnologie per l’analisi scientifica delle problematiche sociali e territoriali. Nasce nel mondo anglosassone la “nuova geografia”, che non vuole dare solo descrizioni, come il neopositivismo, ma vuole dare delle risposte, e trovare l’ordine dietro l’apparente caos sociale attraverso le teorie. La New Geography rifiuta i metodi qualitativi e approssimati e promuove nuovi metodi quantitativi: semplicità, generalità, esattezza nelle relazioni tra fenomeni. Si tratta di un sapere applicato all’azione-intervento di pianificazione. I concetti centrali del neopositivismo e della geografia quantitativa sono lo spazio, la regione e il sistema.
Teoria della localizzazione (Christaller)
Lo spazio è vuoto, senza distribuzione; neutro, senza caratteristiche; isotropo, uguale in tutte le dimensioni; commercialmente ricco di valore. Secondo Christaller i servizi si dispongono secondo un ipotetico ordine razionale, basato su una divisione del territorio in maglie uniformi e gerarchizzate, all’interno delle quali si muove un attore, cioè il consumatore, razionale e perfettamente informato sulle caratteristiche del mercato. Christaller parla sempre di centri e non di città per comprendere tutto il territorio, perché con il termine città si sarebbe potuta escludere la campagna. La teoria divenne importante per i geografi americani. Questa teoria prende il nome di teoria delle località centrali. In un primo momento Christaller aveva tentato di introdurre un modello a cerchi, ma si accorse che tale modello lasciva spazi vuoti, quindi c’era una diseconomia. La località centrale deve fornire una vasta gamma di beni e servizi a una popolazione omogeneamente distribuita all’interno dell’area di mercato. La località centrale è il punto centrale dell’agglomerato urbano in cui si producono servizi, ovvero il luogo di produzione di beni centrali (ad esempio Messina è località centrale, rispetto alle sue province, dell’Università). Quindi l’espressione località centrale non corrisponde alla grandezza della città, ma alle sue funzioni, ai servizi offerti. Ogni bene è prodotto se e solo se la sua portata supera la soglia territoriale minima per la produzione efficiente, ovvero se il suo range è maggiore alla soglia. Per ogni centro di ordine superiore esiste una pluralità di centri di ordine inferiore e per Christaller esistono tre condizioni che vincolano l’assetto localizzativo delle città: il vincolo del mercato, il vincolo del traffico e il vincolo dell’amministrazione politica. Questi vengono chiamati principi ordinatori. La località centrale fornisce beni di ordine superiore, ma possiede anche quelli di ordine inferiore. Ma vi sono dei limiti, infatti non è garantito che un centro abbia anche i servizi di ordine inferiore, come nel caso del centro industriale che fornisce questo bene superiore ma non è detto che abbia anche gli altri servizi.
La teoria dei poli di sviluppo (Perroux 1955)
Alla fine della seconda guerra mondiale, si diffuse la convinzione che l’industria fosse il principale fattore dello sviluppo locale, per cui tutte le attenzioni si concentrarono sulle funzioni industriali della città. Negli anni '60 prese campo la teoria dei poli industriali, comprendente i grandi centri industriali: meccanica, metallurgica, siderurgica. Lo sviluppo però non si verifica ovunque e simultaneamente. Esso si manifesta in alcuni punti, i poli di sviluppo, con intensità variabile. Ciò è determinato dall’industria motrice. I pregi sono l’esistenza di uno sviluppo locale selettivo, le relazioni fra interno ed esterno. Ma Perroux non chiarisce il perché dell’esistenza di un’impresa motrice in un’area e non considera tutti i fattori che sostengono lo sviluppo (incentivi, capitale umano, supporti alla formazione etc).
Critiche al neopositivismo
L’obiettività della scienza è irrealizzabile, lo scienziato è parte del suo progetto di ricerca e le sue teorie possono fallire, perché la società è complessa e il ricercatore non è neutro, condivide con la società i problemi. L’uomo non è un dato statistico o il numero di un’equazione e neanche il punto su una mappa.
Geografie radicali e post-moderne
Siamo negli anni '60, caratterizzati come critica ai precedenti paradigmi. Siamo alla fine della guerra fredda e nella crisi del sistema di dominazione occidentale. Nasceva il cosiddetto “problema giallo”, da arretrato la Cina diventa paese di sviluppo. Si affermano due metafore (grammatiche, ci indicano gli elementi base): quella realista, adottata dalle scienze critiche e quella umanista, propria delle scienze ermeneutiche, dove il mondo viene studiato in chiave soggettiva. Assumono peso l’esperienza personale, la dimensione sociale, psicologica e creativa, non più passività ma l’uomo crea, modifica e plasma. Nasce la geografia della percezione, la condotta umana scaturisce da percorsi individuali prodotti dall’interazione di elementi del mondo circostante e conosciamo il mondo attraverso le mappe mentali, cioè in base a come noi percepiamo le cose. Nasce una nuova geografia umanistica, che dà un ruolo importante all’azione, alla conoscenza e alla creatività umane: è l’uomo che costruisce territori e paesaggi, l’uomo è il vero protagonista, abbiamo una geografia antropocentrica. È interessata allo studio dei paesaggi come “spazi vissuti”, c’è scetticismo verso le grandi teorie precedenti.
- 1890-1910 → determinismo con Ratzel natura → uomo
- 1910-1950 → possibilismo con Vidal de la Blache e Febvre natura → uomo
- 1950-1985 → funzionalismo con Christaller e Perroux
- 1985 → pensiero della complessità. Criticismo post-moderno.
La logica disgiunta positivista si basa su evidenza, riduzione, causalità ed esaustività. La logica congiuntiva della complessità invece su basa su pertinenza, olismo, teleologia e aggregatività.
Il concetto di regione
Regione ha vari significati, anche in base alla disciplina, è un termine polisemico. Per Vallega “la regione è uno spazio di specifica localizzazione che in qualche modo si distingue da altri spazi e che si estende nella misura di questo distinguersi. È l’aspetto, la forma a caratterizzare questo tipo di regione, che i geografi hanno chiamato regione formale”.
Etimo originario indoeuropeo: kwel che significa elevare, prendersi cura. La cultura è l’attività con cui l’uomo sviluppa le proprie capacità umane. Nell’antichità classica risaliva all’idea di paideia, cioè la formazione generale dell’uomo e del cittadino. Questa nozione di cultura passa dall’antichità classica al medioevo cristiano ed era posseduta solo da coloro che avevano le arti liberali. Nell’illuminismo la cultura è una ricchezza di tutti, migliorabile con la ragione e l’educazione. Nell’arte contemporanea, Kapp per la prima volta introduce il concetto di geografia culturale. Il precursore dell’antropologia culturale (che ha portato alla nascita della geografia culturale) è Tylor che definisce la cultura come un insieme complesso di conoscenze, credenze, valori morali, leggi, costumi e ogni altra capacità acquisita dall’uomo in quanto membro di una società. La cultura non è statica ma evolve nel tempo. Rutzel in Anthropogeographie ha introdotto i concetti di popolazione naturale (pastori-allevatori) e popolazione culturale (agricoltori), coloro che avevano una cultura materiale. Con la scuola di Berk...
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