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Teologia i S Tercali introduzione al corso

Perché teologia

Perché, con un taglio filosofico, può essere di accompagnamento ad ogni percorso di studi. Es. L'astrofisico si occupa di studiare le stelle, ma prima o poi si troverà a chiedersi il senso delle stelle. La filosofia e la teologia si occupano del senso del creato e dell'universo, questo non significa che le scienze siano inutili, ma che sono una parte di qualcosa di più ampio che si andrà a completare con gli studi sul senso delle cose.

Il rapporto filosofia teologia

Filosofia: autocoscienza dell'uomo, cioè ciò che l'uomo comprende di sé. Gli strumenti del filosofo: sé, la propria ragione e la propria esperienza.

Teologia: sapere critico della fede, la fede è l'oggetto e il sapere critico è lo strumento di analisi.

Fede: risposta personale alla rivelazione. Rivelazione: dal punto di vista del credente è la totalità dell'esperienza (l'intera esistenza è rivelazione di Dio). Nel cristianesimo l'intero creato e la sua esperienza sono rivelazione di Dio. La filosofia e la teologia utilizzano la ragione. La filosofia applica la ragione all'esperienza, la teologia applica la ragione all'esperienza, interpretandola come una rivelazione.

Filosofia e teologia sviluppano la questione del senso delle cose.

Paolo VI e il pensiero alla morte

Si parte da un testo di tre pagine in cui il pontefice esprime la sua ricerca sul senso dell'esistenza. Paolo VI (1897-1978), ordinato sacerdote a Brescia nel 1920, tra il 1924-1933 a Roma ha rapporti col mondo universitario, dal 1934-1954 lavora in Vaticano, 1954-1963 cardinale a Roma, poi pontefice.

Il "Pensiero alla morte", manoscritto, quindi non da pubblicare ma molto curato, forse un testamento spirituale, è collocabile tra l'estate del 1965 e i primi mesi del 1966, appena concluso il Concilio Vaticano II, quando Paolo VI ritiene di aver già portato a termine il suo compito e di essere prossimo alla morte. La riflessione, in vista della morte, si interroga sul senso della vita.

La o le citazioni bibliche d’inizio sono simili ad un sottotitolo. "Tempus resolutionis meae instat [È giunto il tempo di sciogliere le vele]" (2 Tim 4,6). "Certus quod velox est depositio tabernaculi mei [Sono certo che presto dovrò lasciare questa mia tenda]" (2 Petr 1,14). "Finis venit, venit finis [La fine! Giunge la fine]" (Ez 2,7).

La precarietà della vita

La vita è qualcosa di precario: una disastrosa rovina, ma anche una misteriosa metamorfosi. "Questa ovvia considerazione sulla precarietà della vita temporale e sull'avvicinarsi inevitabile e sempre più prossimo della sua fine si impone. Non è saggia la cecità davanti a tale immancabile sorte, davanti alla disastrosa rovina che porta con sé, davanti alla misteriosa metamorfosi che sta per compiersi nell'essere mio, davanti a ciò che si prepara."

La considerazione è estremamente personale e morale. "Vedo che la considerazione prevalente si fa estremamente personale: io, chi sono? Che cosa resta di me? Dove vado? E perciò estremamente morale: che cosa devo fare? Quali sono le mie responsabilità? E vedo anche che rispetto alla vita presente è vano avere speranze; rispetto ad essa si hanno dei doveri e delle aspettative funzionali e momentanee; le speranze sono per l'al di là."

Il pensiero, coerente con una considerazione cristiana della vita, potrebbe essere sia un monologo che un dialogo. Sarà entrambe le cose: un monologo se visto in chiave filosofica, ma anche un dialogo se visto come un’ipotesi di conversazione con qualcuno alla base della vita. "E vedo che questa suprema considerazione non può svolgersi in un monologo soggettivo, nel solito dramma umano che al crescere della luce fa crescere l'oscurità del destino umano; deve svolgersi in dialogo con la Realtà divina, donde vengo e dove certamente vado; secondo la lucerna che Cristo ci pone in mano per il grande passaggio. Credo, o Signore."

La riflessione alla morte

Dalla datazione in un notes, in cui il testo precedente è del 1965 e il successivo del 1966, si può collocare nell'inverno 1965-1966. Il pontefice immagina di essere pronto a morire, il pezzo seguente conferma la teoria. Il testo è quasi pubblicabile, sicuramente pronto per essere letto. Questa parte chiude la fase introduttiva. Tratto caratteristico è come si presenta dedito al servizio.

"L'ora viene. Da qualche tempo ne ho il presentimento. Più ancora che la stanchezza fisica, pronta a cedere ad ogni momento, il dramma delle mie responsabilità sembra suggerire come soluzione provvidenziale il mio esodo da questo mondo, affinché la Provvidenza possa manifestarsi e trarre la Chiesa a migliori fortune. La Provvidenza ha, sì, tanti modi d'intervenire nel gioco formidabile delle circostanze, che stringono la mia pochezza; ma quello della mia chiamata all'altra vita pare ovvio, perché altri subentri più valido e non vincolato dalle presenti difficoltà. "Servus inutilis sum [Sono un servo inutile]" [cfr. Mt 25,30]."

La luce della ragione e della fede

Per Paolo VI le due luci della ragione e della fede sono ciò che può guidare. "Ambulate dum lucem habetis [Camminate finché avete la luce]" (Gv 12,35). Il clima di fondo è la ricerca della luce per chiarire il senso della vita e illuminare il restante percorso. C’è il desiderio – suo di capire meglio il passato e altrui – per percorrere bene la strada restante. Non sarà mai totale, ma c’è.

La luce ha tre possibili risvolti: la delusione di aver sbagliato, il rimorso di aver perso occasioni e infine la saggezza con cui Paolo VI dichiara di voler affrontare la restante vita. Tutto il resto del pensiero sarà dedicato alla saggezza.

"Ecco: mi piacerebbe, terminando, d'essere nella luce. Di solito la fine della vita temporale, se non è oscurata da infermità, ha una sua fosca chiarezza: quella delle memorie, così belle, così attraenti, così incomplete, così nostalgiche, e così chiare ormai per denunciare il loro passato irrecuperabile e per irridere al loro disperato richiamo. Vi è la luce che svela la delusione d'una vita fondata su beni effimeri e su speranze fallaci. Vi è quella di oscuri e ormai inefficaci rimorsi. Vi è quella della saggezza che finalmente intravede la vanità delle cose e il valore delle virtù che dovevano caratterizzare il corso della vita: "vanitas vanitatum [vanità delle vanità]" [cfr. Qo 1,2]."

Gratitudine e riconoscenza

Di tre cose fondamentali, la prima presa in esame è un misto di gratitudine e riconoscenza verso la vita e il mondo, la gratitudine parla di un dono gratuito. Il mondo è così bello che attrae in sé, l’uomo si tende a fermare al mondo, che però non è né il fine né la fine, ma un inizio. Seguirà poi il pentimento per non esserne stato all’altezza, col dispiacere di non essere riuscito ad apprezzarlo appieno.

"Quanto a me vorrei avere finalmente una nozione riassuntiva e sapiente sul mondo e sulla vita: penso che tale nozione dovrebbe esprimersi in riconoscenza: tutto era dono, tutto era grazia; e com'era bello il panorama attraverso il quale si è passati; troppo bello, tanto che ci si è lasciati attrarre e incantare, mentre doveva apparire segno e invito. Ma, in ogni modo, sembra che il congedo debba esprimersi in un grande e semplice atto di riconoscenza, anzi di gratitudine: questa vita mortale è, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente, un avvenimento degno d'essere cantato in gaudio e in gloria: la vita, la vita dell'uomo!"

Anche il mondo è dono, come un quadro straordinario, che però non si è vissuto abbastanza. Quanto più uno si addentra nella vita, tanto più è consapevole della grandezza.

"Né meno degno d'esaltazione e di felice stupore è il quadro che circonda la vita dell'uomo: questo mondo immenso, misterioso, magnifico, questo universo dalle mille forze, dalle mille leggi, dalle mille bellezze, dalle mille profondità. È un panorama incantevole. Pare prodigalità senza misura. Assale, a questo sguardo quasi retrospettivo, il rammarico di non averlo ammirato abbastanza questo quadro, di non aver osservato quanto meritavano le meraviglie della natura, le ricchezze sorprendenti del macrocosmo e del microcosmo. Perché non ho studiato abbastanza, esplorato, ammirato la stanza nella quale la vita si svolge? Quale imperdonabile distrazione, quale riprovevole superficialità!"

Monologo e dialogo

Probabilmente ogni monologo per lui è base per un dialogo. La fede dà nome all’origine del dono. Il dono diventa un invito, un’opportunità, anziché un caso.

"Tuttavia, almeno in extremis, si deve riconoscere che quel mondo, "qui per Ipsum factus est [che è stato fatto per mezzo di Lui" [cfr. Gv 1,10] , è stupendo, Ti saluto e ti celebro all'ultimo istante, sì, con immensa ammirazione; e, come si diceva, con gratitudine: tutto è dono; dietro la vita, dietro la natura, l'universo, sta la Sapienza; e poi, lo dirò in questo commiato luminoso, (Tu ce lo hai rivelato, o Cristo Signore) sta l'Amore!"

Centrale è l’evocazione del Padre Nostro. "La scena del mondo è un disegno, oggi tuttora incomprensibile per la sua maggior parte, d'un Dio creatore, che si chiama il Padre nostro che sta nei cieli! Grazie, o Dio, grazie e gloria a Te, o Padre! In questo ultimo sguardo mi accorgo che questa scena affascinante e misteriosa è un riverbero, è un riflesso della prima ed unica Luce; è una rivelazione naturale d'una straordinaria ricchezza e bellezza, la quale doveva essere un’iniziazione, un preludio, un anticipo, un invito alla visione dell'invisibile Sole, "quem nemo vidit unquam [che nessuno ha mai visto]" (cfr. Gv 1,18): "unigenitus Filius, qui est in sinu Patris, Ipse enarravit [il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato]" [cfr. Gv 1,18]. Così sia, così sia."

Pentimento e crescita

Il secondo tema fondamentale è il pentimento: tanto più l’uomo vede la realtà, quanto più si rende conto di esserne indegno. L’uomo guarda alla sua vita con il pentimento che ha in sé un’opportunità nel rapporto con Dio. Il pentimento è occasione di crescita, il pentimento approfondisce la relazione, non chiude in sé stesso.

"Ma ora, in questo tramonto rivelatore un altro pensiero, oltre quello dell'ultima luce vespertina, presagio dell'eterna aurora, occupa il mio spirito: ed è l'ansia di profittare dell'undicesima ora, la fretta di fare qualcosa d'importante prima che sia troppo tardi. Come riparare le azioni mal fatte, come ricuperare il tempo perduto, come afferrare in quest'ultima possibilità di scelta l'unum necessarium [la sola cosa necessaria]"?

Alla gratitudine succede il pentimento. Al grido di gloria verso Dio Creatore e Padre succede il grido che invoca misericordia e perdono. Che almeno questo io sappia fare: invocare la tua bontà, e confessare con la mia colpa la tua infinita capacità di salvare. "Kyrie eleison; Christe eleison; Kyrie eleison [Signore pietà; Cristo pietà; Signore pietà]".

Il pentimento è un intreccio tra consapevolezza di aver ricevuto un dono e quella di non esserne degno. Sant’Agostino unisce miseria e misericordia, la miseria è dell’uomo, la misericordia di Dio. La miseria e la misericordia sono nella relazione tra Gesù che perdona e la prostituta che dovrebbe essere lapidata.

"Qui affiora alla memoria la povera storia della mia vita, intessuta, per un verso, dall'ordito di singolari e innumerevoli benefici, derivanti da un'ineffabile bontà (è questa che spero potrò un giorno vedere ed "in eterno cantare"); e, per l'altro, attraversata da una trama di misere azioni, che si preferirebbe non ricordare, tanto sono manchevoli, imperfette, sbagliate, insipienti, ridicole. "Tu scis insipientiam meam [Dio, tu conosci la mia stoltezza]" (Sal 68,6). Povera vita stentata, gretta, meschina, tanto tanto bisognosa di pazienza, di riparazione, d'infinita misericordia. Sempre mi pare suprema la sintesi di S. Agostino: "miseria et misericordia". Miseria mia, misericordia di Dio. Ch'io possa almeno ora onorare Chi Tu sei, il Dio d'infinita bontà, invocando, accettando, celebrando la tua dolcissima misericordia."

Donare amore

Il terzo tema è fare del tempo che gli resta un dono d’amore, vista la gratitudine e riconoscenza, e il pentimento per il cammino già percorso. "Volentieri, semplicemente, umilmente, fortemente": danno importanza alla libertà, quindi volontà e autenticità, alla verità nonché alla capacità di riconoscere ciò che si ha ricevuto, il che significa rendersi conto e prendere consapevolezza di ciò che ognuno ha meritato e di ciò che è stato donato. Tutto questo deve essere accompagnato dalla forza.

La volontà è centrale, quella di Dio si trova nella circostanza naturale della nostra vita. Ad esempio avere accanto qualcuno che ha bisogno è una circostanza in cui si esprime la volontà di Dio. Nella nostra vita il bisogno reciproco non è un caso, ma un progetto. Tutti noi siamo puro bisogno: da piccoli abbiamo bisogno di qualcuno che si occupi di noi, una volta cresciuti altri hanno di noi bisogno. La nostra vita in prospettiva cristiana, nel suo bisogno ha anche un progetto e un compito per ognuno di noi.

"E poi un atto, finalmente, di buona volontà: non più guardare indietro, ma fare volentieri, semplicemente, umilmente, fortemente il dovere risultante dalle circostanze in cui mi trovo, come tua volontà."

Alla luce di tutto ciò che ha vissuto, Paolo VI si rende conto di ciò che la vita gli chiede. "Fare presto. Fare tutto. Fare bene. Fare lietamente: ciò che ora tu vuoi da me, anche se supera immensamente le mie forze e mi chiede la vita. Finalmente, a quest'ultima ora."

La paternità di Dio

Centrale è la paternità di Dio, con un riferimento alla propria vita. La sua è una riflessione davanti alla morte. La prospettiva cristiana è fondamentale, cioè che l’incontro con Cristo è Vita. La scoperta del preconio pasquale, inno recitato e cantato nella veglia di Pasqua.

"Curvo il capo ed alzo lo spirito. Umilio me stesso ed esalto te, Dio, "la cui natura è bontà" (S. Leone). Lascia che in questa ultima veglia io renda omaggio, a Te, Dio vivo e vero, che domani sarai mio giudice e che dia a te la lode che più ambisci, il nome che preferisci: sei Padre. Poi io penso, qui davanti alla morte, maestra della filosofia della vita, che l'avvenimento fra tutti più grande fu per me, come lo è per quanti hanno pari fortuna, l'incontro con Cristo, la Vita. Tutto qui sarebbe da rimeditare con la chiarezza rivelatrice, che la lampada della morte dà a tale incontro. "Nihil enim nobis nasci profuit, nisi redimi profuisset [A nulla infatti ci sarebbe valso il nascere se non ci fosse servito a essere redenti]". Questa è la scoperta del preconio pasquale, e questo è il criterio di valutazione d'ogni cosa riguardante l'umana esistenza ed il suo vero ed unico destino, che non si determina se non in ordine a Cristo: "o mira circa nos tuae pietatis dignatio [o meravigliosa pietà del tuo amore per noi]"! Meraviglia delle meraviglie, il mistero della nostra vita in Cristo. Qui la fede, qui la speranza, qui l'amore cantano la nascita e celebrano le esequie dell'uomo. Io credo, io spero, io amo, nel nome Tuo, o Signore."

Il cristianesimo e la vita

Paolo VI si chiede perché sia stato chiamato, sebbene così piccolo e misero. Riconosce che il cristianesimo gli ha fatto bene, perché voler bene come Gesù ha migliorato la sua vita. Il cristianesimo e il Vangelo ci migliorano la vita, ci danno un dono di beneficio, con effetti positivi sulla nostra esistenza. Davanti la gran misericordia e la libertà con il perdono di Cristo, risaltano alla piccolezza dell’uomo.

A volte Dio è così buono da apparire ingiusto, perché noi lo provochiamo all’ira e lui dona misericordia. "E poi ancora mi domando: perché hai chiamato me, perché mi hai scelto? Così inetto, così renitente, così povero di mente e di cuore? Lo so: "quae stulta sunt mundi elegit Deus... ut non glorietur omnis caro in conspectu eius [Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole... perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio]" (1 Cor 1,27-28). La mia elezione indica due cose: la mia pochezza; la tua libertà, misericordiosa e potente. La quale non si è fermata nemmeno davanti alle mie infedeltà, alla mia miseria, alla mia capacità di tradirTi: "Deus meus, Deus meus, audebo dicere... in quodam aestasis tripudio de Te praesumendo dicam: nisi quia Deus es, iniustus esses, quia peccavimus graviter... et Tu placatus es. Nos Te provocamus ad iram, Tu autem conducis nos ad misericordiam [Mio Dio, mio Dio, oserò dire... in un estatico tripudio di Te dirò con presunzione: se non fossi Dio, saresti ingiusto, poiché abbiamo peccato gravemente... e Tu Ti plachi. Noi Ti provochiamo all'ira, e Tu invece ci conduci alla misericordia]"! (Autore incerto, De visitatione infirmorum, l. I, c. V, in PL 40,1150).

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giulia-Malatini di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teologia I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Stercal Claudio.
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