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famiglia per avere dei vantaggi fiscali. Ci sono delle coppie che addirittura si dividono fintamente per avere

un vantaggio fiscale.

La scuola può fare pochissimo senza la famiglia, oltretutto la scuola dovrebbe essere concepita in funzione

sussidiaria rispetto alla famiglia. Soprattutto nei primi tempi, dove un bambino normalmente si identifica nei

genitori, la scuola può fare poco rispetto alla famiglia.

Nella famiglia si fa l'apprendistato delle responsabilità sociali e della solidarietà.

214: "va affermata la priorità della famiglia rispetto alla società e allo stato". Hobbes non aveva lo

stesso punto di vista, Locke invece si (società naturali e spontanee). Rousseau faceva coincidere le due

cose. La priorità della famiglia rispetto alla società e allo stato la si vede nell'enciclica di Leone XIII.

La famiglia, infatti, almeno nella sua funzione procreativa, è la condizione stessa dell'esistenza delle altre

due istituzioni. Infatti senza la famiglia non ci sarebbe stata la società (società naturale). Nelle altre funzioni

a vantaggio dei suoi membri, essa precede per importanza e valore, le funzioni che società e stato devono

svolgere. La famiglia è soggetto titolare di diritti inviolabili: diritto di educare (non tocca allo stato), diritto

all'accudimento dei figli. La legge contro l'omofobia è un esempio di stato che vuole insegnare qualcosa

contro l'opinione di alcuni genitori.

La famiglia trova la sua legittimazione nella natura umana e non nel riconoscimento dello stato. Lo stato

riconosce dei diritti, non li concede. Riconoscere dei diritti significa trovarli e apprezzarli. Essa non è quindi

per la società e per lo stato, bensì la società e lo stato sono per la famiglia; e la famiglia è per la

persona. Ogni modello sociale che intenda servire il bene dell'uomo non può prescindere dalla famiglia.

Società e stato, nelle loro relazioni con la famiglia, hanno l'obbligo di attenersi al principio di sussidiarietà.

Per questo non possono sottrarre alla famiglia i compiti che essa può svolgere bene da sola (educazione,

cura dei figli) o liberamente associata con altre famiglie. Inoltre lo stato deve assicurare quegli aiuti che

servono alla famiglia per svolgere in maniera buona i suoi compiti.

Lo stato può molto indirettamente, infatti datore di lavoro diretto è l'imprenditore; datore di lavoro indiretto è

per esempio lo stato. Le leggi possono favorire o sfavorire le assunzioni.

224-225 227-229 compendio

Trattano il matrimonio, le coppie di fatto, le unioni eterossessuali e omosessuali.

La formalità con cui vengono trattate tali questioni è nella prospettiva di un etica pubblica, non privata.

238 compendio

Il compito educativo: con l'opera educativa la famiglia forma l'uomo alla pienezza della sua dignità in tutte

le sue dimensioni, compresa quella sociale. Il benessere della famiglia rifluisce su molti aspetti. La famiglia è

una scuola di vita. Se la famiglia riesce nella sua funzione fa un'opera eccellente a costo zero, non entra nel

PIL pur essendo ricchezza. Le persone sono aiutate in famiglia a crescere nella libertà e nella responsabilità,

premesse indispensabili per l'assunzione di ciascun qualsiasi compito nella società.

240-241 compendio

Trattano il tema dell'educazione

240: i genitori sono i primi ma non gli unici educatori dei loro figli. Essi sono i primi, non possono essere

esclusi. I genitori hanno il diritto di scegliere gli strumenti formativi rispondenti alle proprie convinzioni (anche

nell'ambito spirituale). Essi possono anche rinunciare a questo diritto, ma comunque tale diritto deve essere

garantito dalle autorità pubbliche. Ci deve essere collaborazione tra famiglia ed istituzioni scolastiche.

241: ci sono prospettive ideologiche, che vedono la loro prospettiva e ignorano che la loro soluzione rifluisce

negativamente su un altro aspetto della vita, che minano la famiglia. Si tratta di esternalità negative se una

certa preminenza dell'economia fa si che siano penalizzati altri aspetti dell'uomo.

I genitori hanno il diritto di fondare e sostenere comunità educative. Le autorità pubbliche devono far si che i

pubblici sussidi siano stanziati in maniera che i genitori possano esercitare questo diritto senza incorrere in

oneri ingiusti. Quando lo stato rivendica a se il monopolio scolastico oltrepassa i suoi diritti. Lo stato non può

non aiutare anche le scuole private, perché offrono un servizio alla società.

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Articolo sull'Avvenire: il marito diventa donna, i giudici: il matrimonio è valido

Ogni caso è a se. La sentenza non dice quale sia la soluzione, si deve tutelare il patrimonio di affetti che i

due hanno avuto fino a che erano di sessi diversi. Non può più essere chiamato matrimonio perché per la

legge italiana il requisito è l'eterosessualità.

Il tribunale di prima istanza riteneva che il matrimonio perdurasse, la corte di Bologna invece pensava che il

matrimonio fosse finito e figurava il caso di divorzio imposto. Alla fine la cassazione l'ha dichiarato valido.

In un altro articolo si propone di rendere il trattamento ormonale, chirurgico o psicologico a totale carico del

servizio sanitario pubblico. Questo per rendere accessibile a tutti il cambiamento di genere.

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246-247 compendio

Le famiglie devono assumersi la responsabilità di trasformare la società. La famiglia non è solo termine e

oggetto di cura, ma è anche soggetto. In quanto soggetto è attiva nelle politiche familiari.

Famiglia, vita economia e lavoro: l'economia ha un suo obiettivo, che può essere giusto o sbagliato

(l'efficienza). Il fine dell'economia non è discutibile, ma si devono analizzare i mezzi per raggiungerla. Si

deve pensare a chi viene sacrificato o a cosa viene sacrificato per raggiungere l'efficienza.

Organizzazione del lavoro e tutela della famiglia (Stefano Fugazzo): in passato il lavoro minacciava

meno la famiglia perché a lavorare era il capo famiglia e la famiglia era curata dalla moglie. Oggi, invece,

anche la donna si afferma professionalmente e si devono ricreare degli equilibri che si sono rotti. La chiesa

ha sempre sostenuto il salario familiare. Esiste anche un tipo di familismo amorale, ad esempio anche la

mafia si definisce una famiglia. Alcuni sostengono che la cura della famiglia è un elemento di mortificazione

del PIL perché le ore che una donna dedica alla cura della casa e della famiglia vengono sottratte alle ore di

lavoro. Però se per incrementare il PIL si devono avere dei contraccolpi in altri ambiti questo non è giusto.

L'identificazione della persona solo con la dimensione lavorativa, non è imposto dal sistema ma è diventato

un fatto quotidiano. La preoccupazione della dottrina della chiesa è far si che l'economia sia attenta agli altri

aspetti della realtà, come ad esempio la cura della famiglia. Non si devono censurare gli aspetti della realtà,

si deve rispettare la realtà nel suo insieme complessivo. Si deve eliminare una visione parziale della realtà

che può essere chiamata visione ideologica.

"Un elemento ulteriore, quando si rispettano tutti gli elementi le cose funzionano. All'impresa conviene

tutelare la famiglia". Quando si è lungimiranti si capisce che conviene rispettare certi elementi, se non si

chiede al lavoratore di sacrificare la sua famiglia per l'impresa egli sarà più felice. "Una tutela che deve

essere rivolta a garantire in primo luogo un equilibrio tra tempi di lavoro e tempi per la famiglia, perché un

maggior tempo speso per lavorare porta con sé minore produttività. Una tutela inoltre che non può non

considerare la qualità del lavoro". Un mancato equilibrio potrebbe portare allo stress che si può riversare in

entrambe le dimensioni: sia quella lavorativa sia quella familiare.

Il 50% dei lavoratori europei denuncia una sovrapposizione tra il ruolo famigliare e quello lavorativo, la

responsabilità maggiore viene imputata al lavoro.

"Serve allora attivare un processo di sintesi socio-economica in cui le esigenze di conciliazione dei lavoratori

e le esigenze di incremento dell'azienda siano messe a fattore comune per ottenere un beneficio in entrambi

i casi". La lungimiranza è quella di saper rispettare la realtà e tenerne insieme tutti gli elementi, e non

pensare di poter sacrificare una dimensione a beneficio di un'altra. Se un uomo si sacrifica diventa infelice e

quindi meno produttivo in tutti gli ambiti. L'uomo è uno, non si può isolare il lavoratore e il consumatore dal

resto.

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Corriere della Sera: Dario Antiseri

A chi ha paura e perché degli istituti confessionali

La vera libertà c'è, gli istituti confessionali possono essere scelti. L'indirizzo è quello confessionale. Questa

questione è ancora circondata dal pregiudizio. I soldi alle scuole private sono considerati ancora la causa

della rovina delle scuole pubbliche.

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284 e 286: compendio

Questi numeri sono tratti dal capitolo intitolato "per un'economia ordinata". Trattano il tema del diritto al

riposo. Si deve avere il diritto al giusto riposo quando si lavora. Il riposo festivo non è la stessa cosa del

riposo. La chiesa sottolinea come un valore, che sarebbe sbagliato perdere, proprio il riposo festivo.

Riposo: si parla di tempo libero dal lavoro. L'uomo non è una macchina e quindi ha bisogno di tempo per

• ricreare le energie spese. La libertà che viene concessa dal lavoro non fa uscire dalla logica del lavoro. Ciò

che definisce è il lavoro, poi ci sono delle pause dal lavoro in vista del lavoro.

Riposo festivo: la festa, tradizionalmente, è un concetto religioso. Non è un momento di pausa dal lavoro

• ma è il rimando ad un'altra realtà. Rompe il cerchio del lavoro e dice che l'uomo ha anche altre dimensioni.

La differenza è grande, la prima definizione non teorizza altre dimensioni dell'uomo oltre al lavoro. Il lavoro è

il centro di tutto, il riposo è finalizzato alla ricreazione delle forze.

Oggi ad essere minacciato è il riposo festivo.

Il rispetto della domenica: si intendeva introdurre il cosiddetto ciclo continuo. Se l'impresa lavora 7 giorni

su 7 (in modo da aumentare la produttività, la competitività) si sacrifica la domenica. In questo modo si

poteva aumentare l'occupazione e il lavoratore non perde tempo di riposo (perchè introducendo il ciclo

continuo si possono assumere più lavoratori che riposano in giorni differenti). Potrebbero essere antitetici e

non convergenti il tempo libero e il rispetto del giorno festivo.

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Il valore del riposo festivo è presente a meno di sposare una concezione dell'uomo che lo induce alla sola

concezione economica.

Se si introduce il ciclo continuo aumenta il tempo libero, ma viene sacrificata la festa. La festa però critica e

rompe la visione dell'uomo inserito solamente nel contesto economico. Inoltre ha anche un riferimento alla

famiglia; in una famiglia normale se ogni fabbrica funziona a modo proprio potrebbe succedere che non ci

sia un giorno comune di riposo (es. la mamma riposa il martedì, il padre il giovedì, i figli sono a scuola).

Prima era proibito il lavoro servile la domenica, questa distinzione ora è passata. Ovvero non si potevano far

lavorare gli operai mentre il datore di lavoro poteva lavorare.

Se ci sono delle esigenze si deve lavorare, non è un dogma senza eccezioni; si pensi all'ospedale, ai mezzi

pubblici. La critica nasce quando il lavoro non è necessario.

In questo modo si sta mostrando il rapporto tra etica ed economia ribadendo che l'economia non è tutto,

questo perché l'uomo è costituito da altre dimensioni oltre a quella economica.

Tempo fa c'è stata una richiesta dell'Unione Europea affinché ogni stato indicasse in giorno di festa; l'Italia

ha scelto la Domenica. Il giorno di festa viene scelto in base alla cultura dominante.

3. LA COMUNITÀ POLITICA

Lo stato è pura organizzazione o costituisce una forma di comunità? Se si rianalizza la parte storica si

potrebbe dire che "lo stato siamo noi". Secondo la concezione di Hobbes lo stato non erano i singoli uomini

ma era la sovranità: i singoli uomini erano sudditi. Secondo Rousseau lo stato è costituito di soli individui che

rispettano la volontà generale, gli altri sono esclusi. Secondo Locke si distingue il governo politico e la

società civile; al punto che si può dissolvere il governo politico ma la società civile non si dissolve. Secondo

Hegel lo stato è il vertice, perché solo all'interno dello stato l'uomo può raggiungere la sua piena

realizzazione. Per lui lo stato è il Dio in terra. Il singolo è una parte dello stato, lo stato è la salvezza.

La dottrina sociale della chiesa ha una posizione mediana; lo stato non è sola organizzazione (come

sarebbe nella concezione liberale estrema) ma è una forma di comunità. Una comunità che è al servizio

della società civile, non è il vertice.

Se lo stato non fosse anche una qualche comunità, se fosse solo pura organizzazione non si potrebbe

parlare di solidarietà, sussidiarietà e di bene comune che sono i principi della dottrina sociale. Questi

principi fanno riferimento ad uno stato comunitario.

Per gli individualisti la parola solidarietà non è contemplata, come anche il principio sussidiario e di bene

comune. Il bene comune non esiste perché ciascuno è artefice del proprio bene. Lo stato al massimo svolge

la funzione di arbitro, se qualcuno ruba lo stato come organizzazione interviene per evitare l'ingiustizia.

Secondo la Costituzione Italiana lo stato non difende solo i diritti ma è anche promotore di diritti.

Per la dottrina lo stato non è semplice organizzazione, è una forma di comunità. Non è la più alta

nella scala gerarchica. Dato che è una forma di comunità si formano gli altri tre principi della dottrina

(per ora si è analizzato quello personalistico).

Principio di solidarietà

La solidarietà, come ogni principio, è reciproca. Il principio di solidarietà dice che siccome si fa parte della

comunità statuale, ciascuno nel suo agire deve tenere presente le ricadute del suo agire sugli altri.

Il dovere di studiare bene, di lavorare bene e di fare cose buone è un dovere verso la comunità in cui si vive.

La solidarietà non è la carità, è una concezione della vita e della propria attività che ha sempre presente il

prossimo. Se non si fa ciò non si dà alla comunità quello che ha diritto di aspettarsi. Questo non significa non

essere più liberi ma significa che non esiste una libertà irresponsabile. Dire questo annuncia la solidarietà

che non è la carità o l'elemosina. Non si tratta nemmeno di buonismo perché non favorisce la pigrizia.

C'è un'enciclica dove questo tema è stato trattato in maniera ampia: Sollicitudo rei sociali di Giovanni Paolo

II. Solidarietà ed interdipendenza sono considerati sinonimi.

Il primo principio della dottrina sociale della chiesa è proprio quello della solidarietà. Se la prospettiva è

quella di una comunità di persone si capisce che lo stato ha una funzione di promozione dei diritti e non solo

di tutela di quelli che ciascuno ha.

Principio di sussidiarietà

Un elemento della sua essenza è che non è l'antitesi della solidarietà. Però spesso viene inteso così.

La sussidiarietà è una modalità particolare del principio di solidarietà, che soprattutto ne limita l'abuso.

Sembra antitetica perché laddove c'è l'abuso della solidarietà la sussidiarietà si oppone. Però in realtà è

anch'essa un'espressione di solidarietà.

185-188 compendio

Origine e significato della sussidiarietà: la sussidiarietà è tra le più costanti e caratteristiche direttive della

comunità sociale della chiesa. È presente fino dalla prima grande enciclica sociale (Rerum Novarum); è

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interessante però che il termine sussidiarietà non compare in Leone XIII; però c'è il principio applicato a degli

esempi.

Leone XIII dice, per esempio, che per quanto riguarda la famiglia lo stato la deve rispettare, non può

intromettersi. Può solo sostenerla se non dovesse riuscire a raggiungere i propri obiettivi con le sole sue

forze. In questo modo ha applicato il principio di sussidiarietà senza formularlo.

Sussidiarietà negativa e sussidiarietà positiva sono due elementi dello stesso principio inscindibili.

I critici liberali non vogliono la sussidiarietà positiva: lo stato deve sempre star fuori.

I critici statalisti non vogliono la sussidiarietà negativa: lo stato deve sempre star dentro.

Un altro esempio di Leone XIII è quello relativo ai rapporti tra imprenditori e salariati. L'enciclica dice che in

prima battuta compete a questi due soggetti di stipulare il contratto; non deve intervenire lo stato. Se però

uno dei due soggetti (quello più debole) fosse al punto di firmare un contratto sotto obbligo allora lo stato

deve intervenire.

Tutela la libertà della società civile, la lascia esprimere. Questo è l'ambito della società civile.

La realtà rivela l'originalità, la creatività dell'uomo che si attiva da solo o insieme ad altri e lo stato non deve

mortificare nulla di tutto questo. A meno che questa vivacità sia lesiva di beni di altri e può intervenire anche

per disciplinare questa libertà in modo tale che non diventi pregiudizio per un altro.

L'esigenza di tutelare e di promuovere le espressioni originarie della comunità è sottolineata nell'enciclica

Quadragesimo anno; in cui il principio di sussidiarietà è indicato come principio importantissimo della

filosofia cristiana. L'enciclica è del 1931 e proprio qui si ha la formulazione del principio. In Italia c'è una

dittatura e si rivendicano delle libertà.

Siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e con l'attività propria per

affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere ad una maggiore società quello che dalle minori società si

può fare. Questo è sia un grave danno che uno sconvolgimento della retta società.

Questo principio è ripreso anche nell'enciclica Centesimus annus. Nel 1991 Giovanni Paolo II con questa

enciclica torna su questo tema rimettendone in luce il valore e denunciando che è stato molto trascurato.

Nel 1961 l'enciclica Mater et Magistra applica il principio di sussidiarietà all'economia. La funzione

dello stato nell'economia è quella di stato-mercato.

La funzione di questo principio è impedire che lo stato assorba in sé la società civile.

In base a tale principio tutte le società di ordine superiore devono porsi in condizione di aiuto; quindi di

promozione, sostegno e sviluppo rispetto alle società minori. In tal modo i corpi sociali intermedi (realtà che

nascono spontaneamente dalla società; famiglia) possono svolgere le funzioni che a loro competono senza

dover decedere ingiustamente ad altre aggregazioni sociali di ordine superiore.

Il principio di sussidiarietà è un principio di responsabilità.

186-188: Nel principio di sussidiarietà si ha la tutela della persona che viene difesa dall'invadenza dello stato

ma allo stesso tempo garantisce il suo intervento a determinato condizioni.(vd appunti di lunedì).

Lo stato quindi non deve intervenire perché limita la persona nell' esprimersi. (la cosiddetta soggettività dei

singoli),dove appunto lo stato deve dare la possibilità di esprimersi alla persona,

perché la negazione e la limitazione del principio, limita o annulla lo spirito di iniziativa.

Gli Statalisti sono contrari a questo principio perché la libertà senza intervento dello stato può essere causa

di disuguaglianza.

In realtà in questo modo si va contro l uguaglianza, uno stato accentratore è contro il principio di

sussidiarietà e rispetto al primato della persona e della famiglia.

Lo stato deve promuovere la libertà e l economia per un liberista. Si deve poter agire liberamente ma lo stato

deve poter intervenire. Il principio di sussidiarietà ha due diverse visioni: una contrastata dai Liberisti e l altra

invece dagli Statalisti.

61-91: é diventato sempre più frequente lo stato assistenziale, dove esso è il più grande imprenditore.( vedi i

conti dello stato, ed il debito pubblico raggiunto). Con la lega Nord si ha avuto l avvento del tema del

Federalismo in Italia.

Federalismo vs Decentramento vs sussidiarietà

Federalismo: i problemi che man mano si verificano devono essere risolti a chi compete.

E in questo caso spetta alle organizzazioni locali, perché nel Federalismo viene rivendicato la competenza

delle organizzazioni locali. 36 di 61

No allo Stato accentratore ma si alla distribuzione locale delle competenze.

Decentramento: La risoluzione dei problemi spetta a colui che è stato decentrato. In sostanza il potere viene

spostato a organizzazioni governative subordinate o semi-indipendenti.

Lo stato decentrato è molto simile a quello federale con la differenza che uno parte dal basso mentre l altro

dall'alto( federalismo dislocazione di funzioni dall'alto).

Sussidiarietà: La sussidiarietà si suddivide in due rami: una orizzontale e l altra verticale. La sussidiarietà

come il federalismo dice che il soggetto è competente e libero. Invece si differenzia al principio di

sussidiarietà perché per il federalismo è importante rivendicare la libertà locale, segue una logica sua.

Sussidiarietà orizzontale: Rapporto qualsiasi tra lo stato e i suoi cittadini. Chiedo allo stato la libertà di

intraprendere e la libertà per poterlo fare.

La sussidiarietà orizzontale si svolge nell’ambito del rapporto tra autorità e libertà e si basa sul presupposto

secondo cui alla cura dei bisogni collettivi e alle attività di interesse generale provvedono direttamente i

privati cittadini e lo stato interviene in funzione ‘sussidiaria.

Sussidiarietà verticale: si esplica nell'ambito di distribuzione di competenze amministrative trai diversi livelli

di governo territoriali.( si occupa della stessa sfera di cui si occupa il federalismo)

Stato sussidiario: principio di sussidiarietà ai mercatisti puri dovrebbe suonare strano. Lo stato nel mercato si

può fare ma a termine e con piano. La storia recente degli USA racconta come l'industria dell’auto è stata

salvata grazie al suo intervento, non tenendo in vita delle imprese in stato temporale però facendo quello

che il mercato non avrebbe fatto. Dopo di che, ripartita la macchina, lo stato si e ripreso i soldi investiti e tutto

è tornato nella normalità. Quello che accade è che come sempre il fenomeno può degenerare.

Obiezioni alla sussidiarietà:

Negli anni 90 era tutto un passare dal centro alle autonomie locali. Queste non sempre hanno avuto buon

esito.

Una delle obiezioni dice: ma questo principio fa riferimento all’autonomia locale, qui allora non si può più fare

niente. Supponiamo che tutta la popolazione della Val di Susa sia contraria ad un impresa di questo genere.

l’obiezione è allora che non si può più fare niente perché tocca alla comunità decidere. In realtà non è così

perché la competenza è vero che aspetta ad esempio al comune, ma se la decisione interessa non solo la

popolazione in questione ma interessa anche la comunità in generale allora gli interessi devono essere

contemperati.

Il principio di sussidiarietà non è per frenare le cose.

[Storia dei rifiuti: nessuno li vuole a casa sua e così si mandano nella terra dei fuochi. Da qualche parte

bisognerà pur metterli ma la decisione deve essere argomentata e non viziata da pregiudizi].

La sussidiarietà prevede quindi che se l’argomento riguarda solo una determinata comunità è giusto che

decidano solo questi, se invece l’argomento riguarda anche tutti gli altri cittadini italiani allora anche questi

ultimi devono essere ascoltati.

STATO SOCIALE: trascurare il principio di sussidiarietà, per cui lo stato fa tutto, ha dilatato lo STATO

ASSISTENZIALE che poi alla lunga non è sostenibile. La critica è mossa da ragioni antropologiche in quanto

depaupera la comunità, i singoli, del loro diritto di fare. Lo stato assistenziale aumenta la burocrazia.

Salviamo lo stato sociale ma un'impostazione eccessivamente individualista non permette di salvarlo. Certi

servizi che prima faceva lo stato possono essere svolte dalla società stessa. È importante superare

l'opposizione tra stato e società, antitesi. La soluzione più giusta è invece una convergenza tra i due in base

alle esigenze dei beni che si devono produrre e ai tempi. [anni 90 : + mercato - stato. Anni 90 sono stati gli

anni delle privatizzazioni].

L’importante è il non essere ideologici. Non c’è un unico schema, siamo critici dello stato assistenziale ma

riconosciamo lo stato sociale che deve però riconoscere il principio di sussidiarietà.

Sussidiarietà orizzontale: riguarda i rapporti tra lo stato, o uno dei suoi enti, e soggetti concreti della

società civile.

Sussidiarietà verticale: riguarda le competenze tra i vari organi dello stato.

Chi apprezza la sussidiarietà orizzontale (che è la + importante) riconosce anche quella verticale. Ma i

federalisti che riconoscono quella verticale non è detto riconoscano anche quella orizzontale.

397- 400, 406-407, Evangelium vitae, 567-574 (come il cattolico deve comportarsi quando nel suo stato-

parlamento si sta facendo una legge che a lui non piace)

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4. BENE COMUNE : [164-169 Compendio: leggerli da soli]

[è legato agli altri 3 elementi cardine: persona, solidarietà etc ]

Bene comune suppone una concezione di comunità politica come una vera comunità, la quale si unisce su

un insieme di valori ed un insieme di beni che cerca di produrre. Bene comune non è sinonimo di beni

comuni (i beni comuni rientrano nel bene comune che però è vero che li comprende ma li supera. Ambiente,

acqua sono tutti beni comuni).

Bene comune è un concetto tipico della dottrina sociale cattolica. È un concetto difficile da definire.

DEFINIZIONE BENE COMUNE: è l’insieme di quelle condizioni, beni, in presenza delle quali ciascun

soggetto se vuole può raggiungere i suoi obiettivi, può realizzare se stesso.

Esempi :

- Un elemento del bene comune è ad esempio l’organizzazione del sistema scuola. Possiamo avere una

buona organizzazione del sistema scuola, ad esempio con sussidi. Pur potendo laurearsi tutti comunque

non tutti si laureeranno. Quindi uno non può dire: ecco non riesco a realizzarmi perché mancano le

condizioni.

- Un altro esempio è il sistema sanitario.

- Pagare le tasse

Il bene comune è sempre funzione della persona. È un concetto che si declina storicamente nel tempo e

nello spazio. Il bene comune per uno stato in Europa è diverso dal bene comune per uno stato africano.

Ogni bene costa e qualcuno deve pagarlo. C’è quindi una gerarchia di beni. Questo bene comune non è il

bene dello stato ma è una condizione. È un bene a cui possono parteciparvi tutti senza che nessuno possa

portarlo via (bene non rivale e non escludibile). Per la produzione del bene comune fondamentale è l’opera

dello stato, d’altra parte è un bene che si incrementa grazie alla partecipazione anche dei singoli. Un

individuo concorre a partecipare al bene comune se si sente partecipe di una comunità. In una posizione

individualista invece il bene comune diventa un bersaglio.

166: la responsabilità di tutti per il bene comune. Vengono presentati esempi (l’impegno per la pace, la

salvaguardia dell’ambiente ecc.)

“il bene comune è conseguente alle più elevate inclinazioni dell’uomo, ma è un bene arduo da raggiungere

perché richiede la costante ricerca del bene altrui come se fosse il bene proprio”

169: “laddove non ci fosse lo stato è difficile dire che si sta realizzando il bene comune”. Lo stato ha il

compito di comporre interessi. [Ad esempio il sindaco con la giunta guardando il bilancio deve stabilire le

priorità]

Il bene comune è anche un mettere in gerarchia i beni a seconda della loro importanza.

164 Dalla dignità, unità e uguaglianza di tutte le persone deriva innanzi tutto il principio del bene comune, al

quale ogni aspetto della vita sociale deve riferirsi per trovare pienezza di senso. Secondo una prima e vasta

accezione, per bene comune s'intende « l'insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia

alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente ».

346

Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo

sociale. Essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è

possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro. Come l'agire morale del singolo si

realizza nel compiere il bene, così l'agire sociale giunge a pienezza realizzando il bene comune. Il bene

comune, infatti, può essere inteso come la dimensione sociale e comunitaria del bene morale.

165 Una società che, a tutti i livelli, vuole intenzionalmente rimanere al servizio dell'essere umano è quella

che si propone come meta prioritaria il bene comune, in quanto bene di tutti gli uomini e di tutto l'uomo.347

La persona non può trovare compimento solo in se stessa, a prescindere cioè dal suo essere « con » e « per

» gli altri. Tale verità le impone non una semplice convivenza ai vari livelli della vita sociale e relazionale, ma

la ricerca senza posa, in forma pratica e non soltanto ideale, del bene ovvero del senso e della verità

rintracciabili nelle forme di vita sociale esistenti. Nessuna forma espressiva della socialità — dalla famiglia, al

gruppo sociale intermedio, all'associazione, all'impresa di carattere economico, alla città, alla regione, allo

Stato, fino alla comunità dei popoli e delle Nazioni — può eludere l'interrogativo circa il proprio bene

comune, che è costitutivo del suo significato e autentica ragion d'essere della sua stessa sussistenza.348

b) La responsabilità di tutti per il bene comune

166 Le esigenze del bene comune derivano dalle condizioni sociali di ogni epoca e sono strettamente

connesse al rispetto e alla promozione integrale della persona e dei suoi diritti fondamentali.349 Tali

esigenze riguardano anzitutto l'impegno per la pace, l'organizzazione dei poteri dello Stato, un solido

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ordinamento giuridico, la salvaguardia dell'ambiente, la prestazione di quei servizi essenziali delle persone,

alcuni dei quali sono al tempo stesso diritti dell'uomo: alimentazione, abitazione, lavoro, educazione e

accesso alla cultura, trasporti, salute, libera circolazione delle informazioni e tutela della libertà religiosa.350

Non va dimenticato l'apporto che ogni Nazione è in dovere di dare per una vera cooperazione internazionale,

in vista del bene comune dell'intera umanità, anche per le generazioni future.351

167 Il bene comune impegna tutti i membri della società: nessuno è esentato dal collaborare, a seconda

delle proprie capacità, al suo raggiungimento e al suo sviluppo.352 Il bene comune esige di essere servito

pienamente, non secondo visioni riduttive subordinate ai vantaggi di parte che se ne possono ricavare, ma in

base a una logica che tende alla più larga assunzione di responsabilità. Il bene comune è conseguente alle

più elevate inclinazioni dell'uomo,353 ma è un bene arduo da raggiungere, perché richiede la capacità e la

ricerca costante del bene altrui come se fosse proprio.

Tutti hanno anche il diritto di fruire delle condizioni di vita sociale che risultano dalla ricerca del bene

comune. Suona ancora attuale l'insegnamento di Pio XI: « Bisogna procurare che la distribuzione dei beni

creati, la quale ognuno vede quanto ora sia causa di disagio, per il grande squilibrio fra i pochi straricchi e gli

innumerevoli indigenti, venga ricondotta alla conformità con le norme del bene comune e della giustizia

sociale ».354

c) I compiti della comunità politica

168 La responsabilità di conseguire il bene comune compete, oltre che alle singole persone, anche allo

Stato, poiché il bene comune è la ragion d'essere dell'autorità politica.355 Lo Stato, infatti, deve garantire

coesione, unitarietà e organizzazione alla società civile di cui è espressione,356 in modo che il bene comune

possa essere conseguito con il contributo di tutti i cittadini. L'uomo singolo, la famiglia, i corpi intermedi non

sono in grado di pervenire da se stessi al loro pieno sviluppo; da ciò deriva la necessità di istituzioni

politiche, la cui finalità è quella di rendere accessibili alle persone i beni necessari — materiali, culturali,

morali, spirituali — per condurre una vita veramente umana. Il fine della vita sociale è il bene comune

storicamente realizzabile.357

169 Per assicurare il bene comune, il governo di ogni Paese ha il compito specifico di armonizzare con

giustizia i diversi interessi settoriali.358 La corretta conciliazione dei beni particolari di gruppi e di individui è

una delle funzioni più delicate del potere pubblico. Non va dimenticato, inoltre, che nello Stato democratico,

in cui le decisioni sono solitamente assunte a maggioranza dai rappresentanti della volontà popolare, coloro

ai quali compete la responsabilità di governo sono tenuti ad interpretare il bene comune del loro Paese non

soltanto secondo gli orientamenti della maggioranza, ma nella prospettiva del bene effettivo di tutti i membri

della comunità civile, compresi quelli in posizione di minoranza.

170 Il bene comune della società non è un fine a sé stante; esso ha valore solo in riferimento al

raggiungimento dei fini ultimi della persona e al bene comune universale dell'intera creazione.

5. AUTORITÀ POLITICA [ 397-400 compendio ]

L’autorità ha il compito di fare le leggi, ma il diritto è di fonte naturale. Con Benedetto XVI si parla di valori

non negoziabili davanti alle legislazioni trasgressive, in particolare sul tema della famiglia e con valori non

negoziabili Benedetto rimanda al fatto che l’autorità comunque ha dei limiti.

Si pone la questione ad esempio: ma chi mi da il diritto di autorizzare un altro a sopprimere una vita

innocente? Non si tratta di arroganza ma è una domanda onesta. Se alcuni lo vogliono fare lo fanno, chi non

vuole invece non lo fa. Ma in realtà non è così perché se si emana una legge uno può fare questa azione.

Ma chi da a me l’autorità di autorizzare un altro?!

Vuol dire che la legge non può legiferare su tutto.

DEMOCRAZIA [406-407 compendio]

La chiesa apprezza la democrazia come la miglior forma politica perché consente la partecipazione di tutti.

Poiché siamo partiti dalla persona, il sistema democratico è quello più coerente con la figura della persona,

in quanto ognuno può dire la sua. Tuttavia, come ricorda il papa, è vero che la democrazia ascolta il parere

di tutti ma comunque non prescindere da contenuti sostanziali.

Compendio 330-335 : tema economico

RAPPORTO TRA ETICA ED ECONOMIA 39 di 61

Il rapporto fra etica ed economia, che così come viene illustrato dal compendio non è solo il rapporto tra

etica ed economia, è analogo ad altri settore del comportamento umano (etica e scienza ad esempio). Il

giusto principio è rispettare l'autonomia dei singoli ambiti che però non possono essere separati da un

discorso etico generale.

È caratteristica della modernità la rottura di una visione unitaria, e l'autonomia del metodo ha fatto si che si

passasse la misura e diventasse l'indipendenza della scienza da altre. Prima c’era l’invadenza della teologia

nelle altre scienze.

Ad un certo punto si è detto ai teologi di non parlare delle cose che non conoscono.

Il criterio è: siccome l'uomo è un'unità, è importante che ogni ambito regionale della sua vita (scienza,

politica, economia) non perda di vista e non si confonda con il tutto.

Certo che il buon scienziato vuole il progresso della scienza, ma come si può ottenere tale progresso? La

scienza è mirata allo sviluppo dell’uomo.

In economia l’efficienza, che è la sua finalità, tuttavia diventa l’esasperazione del concetto.

6. MORALE ED ECONOMIA

330: bisogna saper coniugare l’indipendenza del metodo di ciascuna delle discipline (la legge della domanda

e dell’offerta ha una sua naturalità, non la si può contraddire. Oppure il posto di lavoro non si tocca è una

sciocchezza. Chi dicesse che questo invece è un dogma fa moralismo o retorica ovvero dicono grandi cose

sfuggendo dal confronto con la realtà [diverso dalla morale]). Ci sono quindi leggi che non si possono

toccare. Riconosciuta l’autonomia delle diverse discipline però non si può perdere il punto di vista sintetico

che viene preservato dall’etica. L’etica impedisce che un ambito si gonfi così tanto da non potersi comporre

con il resto.

“ Gli affari sono affari”: frase classica che separa l'economia dall’etica. In base a questa affermazione i

principi normali dell’etica sono sospesi. Ovvero i principi che valgono normalmente nell’etica non valgono

nell’economia. [non rispettare la parola data mi da dei vantaggi economici, ma tuttavia è un principio morale,

della dignità dell’uomo]. Interpretazione errata.

C’è l'idea di verità sinfonica: le cose si devono armonizzare se sono trattate e studiate bene.

L’economia ha una finalità e questa finalità è vista come giusta se si compone con la finalità più

grande che l’uomo ha. Occorre che l’attività dell’uomo, che ha una sua autonomia di metodo, non allontani

l'individuo dal suo fine ma sia un mezzo per giungere a quel fine. Il fine quindi è presente in tutta l’attività. In

ogni mia attività perseguo un fine proprio, il quale però deve comporsi con il fine globale.

Il rapporto tra economia ed morale è necessario ed intrinseco “ a volte si deve lavorare come il freno di

un’altra attività”

Il comandamento viene visto come un vincolo, un limite alla libertà. Ad esempio “ non rubare” non deve

essere visto in modo negativo come un limite, ma come morale, etica, il comandamento non è un freno

alla riuscita settoriale ma è un argine. L’etica se riconosciuta in economia consente all’economia di

non degenerare [l’argine non è un limite del fiume ma è ciò che consente al fiume di non straripare].

L’etica non è una cosa estrinseca, ma bensì è intrinseca e necessaria all’economia.

L’attività economia e comportamento morale si compenetrano. La distinzione tra morale ed economia

comporta una reciprocità importante e non una separazione. Non si riduce l’economia nella sua originalità a

qualcosa che l’assorbe, però la misura della buona economia non è nell’economia stessa.

331: “come in ambito morale si deve tener conto delle ragioni e delle esigenze dell’economia, così

nell’economia si deve adattare alle istanza sociali". Anche nell’economia occorre promuovere la dignità

sociale. L’uomo infatti è l’autore del centro e del fine di tutta la vita economia sociale. Si deve dare il peso

giusto alle ragioni dell’economia. Il fine dell’economia non sta nell’economia stessa ma nella

destinazione sociale ed umana. Abbiamo bisogno di una buona economia perché concorre al bene

dell’uomo.

Diffusa è l'idea che per operare nell’economia non si deve guardare la morale, l’uomo deve vivere scisso e

per tanto infelice. Ma l’uomo non può vivere per sempre infelice e quindi o smette di operare in quel campo

oppure c’è una soluzione che accomoda tutti ed è la rassegnazione.

[Esempio: “il posto di lavoro non si tocca” è un affermazione sbagliata].

La morale costitutiva della vita economia non è né oppositiva (ovvero non è li per mortificare l’economia ma

è per tenerla in riga) né neutrale. La buona etica è elemento di efficienza, magari non nell’immediato ma

alla lunga. Decisivo in economia è l’elemento della fiducia, che è un capitale che uno acquisisce ed utilizza

quando necessario. Occorre distinguere tra il guadagno immediato e quello che costituisce invece un bene

duraturo. Non è vero che la furbizia è sempre la miglior trovata, ma importante è fare le cose bene. È un

dovere svolgere in modo efficiente l’attività di produzione del bene, in caso contrario si sprecano risorse. Lo

spreco è sia anti economico, sia anti etico. Fondamentale è l’ambizione di creare ricchezza a cui possono

partecipare in tanti, creare realtà economiche grandi a cui possano partecipare in tanti.

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335: è la chiave: si occupa della seguente questione: secondo la dottrina sociale della chiesa qual è il

sistema economico supportato da essa? La dottrina della chiesa non ha un suo sistema economico, ma a

patire dalla sua antropologia apprezza quei sistemi economici che sono costruiti in un certo modo. Noi

veniamo da una tradizione in cui due erano i sistemi economici: capitalismo e collettivismo. Con la caduta

del muro di Berlino il collettivismo crolla. [Nella “ Centesimus Annus” Giovanni Paolo II evidenzia come il

Marxismo sia crollato. Il fatto che uno dei due sia crollato non implica che l'altro sia perfetto, Giovanni Paolo

II aveva ragione. Infatti dal liberalismo è nato il capitalismo e poi il finanzi-capitalismo]. La dottrina sociale

non si riconosce in un sistema economico collettivista, si riconosce in quello capitalista ma con

delle precisazioni. La chiesa vuole un sistema economico capitalista ma tra virgolette. Se lo schema è

proprio capitalismo o collettivismo allora la chiesa sta dalla parte del capitalismo, ma tuttavia non è

propriamente capitalista. Questo emerge dal 335: “si può dare un giusto apprezzamento alla valutazione

morale che la dottrina sociale offre sull’economia di mercato o semplicemente economia libera“. C’è una

lunga citazione che deriva da “Centesimus Annus" nel 1991 e viene dopo il crollo del muro di Berlino “ se

con capitalismo si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa,

del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità dei mezzi di produzione (nel

collettivismo non ci sono questi elementi), della libera creatività umana (mortificata invece dal collettivismo)

allora la risposta è positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di economia di impresa, o di

mercato o di semplicemente economia libera. Tuttavia la parola capitalismo ha diverse modalità di realizzarsi

e fa riferimento ad un termine che è ambiguo: il capitale. Quindi se per capitalismo intendiamo un sistema

dove il primato è del capitale e la sua finalità è la crescita di esso ed è infastidito e non curante delle regole

allora la chiesa non è più capitalista. Se si parla invece di economia libera o di mercato allora la chiesa è a

favore del capitalismo. Ovvero se l’economia non vuole stare al suo posto, non c’è più l’armonia, allora la

risposta della chiesa al capitalismo è negativa. [Nel passato è vero che alcuni uomini hanno trovato grandi

vantaggi fiscali ma non c’è la voglia di lavorare perché nel sistema sovietico non c’era nessun incentivo. Si

era atrofizzata l’intraprendenza]. Il mercato è ideale per lo scambio di tanti beni, ma ci sono beni che per loro

natura non possono essere allocati dal mercati nel migliore dei modi.

[ESEMPIO IMPORTANTE: in un economia ordinata occorre LAVORO e CAPITALE. Spesso chi ha il

capitale non ha il lavoro e chi ha il lavoro non ha il capitale. Sono due fattori che devono incontrarsi. Ma

prevale il lavoro o il capitale? Nel capitalismo che la chiesa non apprezza, che però è nel suo senso più

proprio, la priorità è del capitale. La chiesa invece vede il lavoro come prioritario, ovvero secondo lei la

ragione del capitale è quello di creare il lavoro. Ovvero la chiesa vede il lavoro come ricchezza che viene

succhiata per incrementare il capitale].

La dottrina sociale della chiesa apprezza una sistema economico non collettivista, ma di libero

mercato e di libera creatività. Però nel senso proprio del termine, il capitalismo vede prevalere il capitale. Il

capitale è una causa strumentale, mentre il lavoro è una causa formale. Non si può dire che il fine della vita

è incrementare il capitale. A volte i due sistemi opposti si assomigliano. Il collettivismo era motivo di

alienazione per l’uomo. Marx elabora la sua teoria per riscattare l’uomo alienato dalla rivoluzione industriale.

Ma nella rivoluzione industriale l’uomo era alienato perché prevaleva il capitale. Il risultato è stato che nel

comunismo russo l’uomo comunque è rimasto alienato. Il capitalista ha la forza di occupazione se non lo si

controlla. “Il denaro deve servire, ma non comandare”: PAPA FRANCESCO. PROF : L’economia

sociale di mercato, potrebbe essere un modello di economia di mercato liberale, non collettivista ma

anche sociale. Ci devono essere quindi delle attenzioni sociali.

330 La dottrina sociale della Chiesa insiste sulla connotazione morale dell'economia. Pio XI, in una pagina

dell'enciclica « Quadragesimo anno », affronta il rapporto tra l'economia e la morale: « Sebbene l'economia

e la disciplina morale, ciascuna nel suo ambito, si appoggino sui princìpi propri, sarebbe errore affermare

che l'ordine economico e l'ordine morale siano così disparati ed estranei l'uno all'altro, che il primo in nessun

modo dipenda dal secondo. Certo, le leggi, che si dicono economiche, tratte dalla natura stessa delle cose e

dall'indole dell'anima e del corpo umano, stabiliscono quali limiti nel campo economico il potere dell'uomo

non possa e quali possa raggiungere, e con quali mezzi; e la stessa ragione, dalla natura delle cose e da

quella individuale e sociale dell'uomo, chiaramente deduce quale sia il fine da Dio Creatore proposto a tutto

l'ordine economico. Soltanto la legge morale è quella la quale, come ci intima di cercare nel complesso delle

nostre azioni il fine supremo ed ultimo, così nei particolari generi di operosità ci dice di cercare quei fini

speciali, che a quest'ordine di operazioni sono stati prefissi dalla natura, o meglio, da Dio, autore della

natura, e di subordinare armonicamente questi fini particolari al fine supremo ».691

331 Il rapporto tra morale ed economia è necessario e intrinseco: attività economica e comportamento

morale si compenetrano intimamente. La necessaria distinzione tra morale ed economia non comporta una

separazione tra i due ambiti, ma, al contrario, una reciprocità importante. Come in ambito morale si deve

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tener conto delle ragioni e delle esigenze dell'economia, operando in campo economico ci si deve aprire alle

istanze morali: « Anche nella vita economico-sociale occorre onorare e promuovere la dignità della persona

umana e la sua vocazione integrale e il bene di tutta la società. L'uomo infatti è l'autore, il centro e il fine di

tutta la vita economico-sociale ».692 Dare il giusto e dovuto peso alle ragioni proprie dell'economia non

significa rifiutare come irrazionale ogni considerazione di ordine metaeconomico, proprio perché il fine

dell'economia non sta nell'economia stessa, bensì nella sua destinazione umana e sociale.693

All'economia, infatti, sia in ambito scientifico sia a livello di prassi, non è affidato il fine della realizzazione

dell'uomo e della buona convivenza umana, ma un compito parziale: la produzione, la distribuzione e il

consumo di beni materiali e di servizi.

332 La dimensione morale dell'economia fa cogliere come finalità inscindibili, anziché separate e

alternative, l'efficienza economica e la promozione di uno sviluppo solidale dell'umanità. La morale,

costitutiva della vita economica, non è né oppositiva, né neutrale: se ispirata alla giustizia e alla

solidarietà, costituisce un fattore di efficienza sociale della stessa economia. È un dovere svolgere in

maniera efficiente l'attività di produzione dei beni, altrimenti si sprecano risorse; ma non è accettabile una

crescita economica ottenuta a discapito degli esseri umani, di interi popoli e gruppi sociali, condannati

all'indigenza e all'esclusione. L'espansione della ricchezza, visibile nella disponibilità di beni e di servizi, e

l'esigenza morale di una equa diffusione di questi ultimi devono stimolare l'uomo e la società nel suo insieme

a praticare la virtù essenziale della solidarietà 694 per combattere, nello spirito della giustizia e della carità,

ovunque ne sia rivelata la presenza, quelle « strutture di peccato » 695 che generano e mantengono

povertà, sottosviluppo e degradazione. Tali strutture sono edificate e consolidate da molti atti concreti di

egoismo umano.

333 Per assumere un profilo morale, l'attività economica deve avere come soggetti tutti gli uomini e tutti i

popoli. Tutti hanno il diritto di partecipare alla vita economica e il dovere di contribuire, secondo le proprie

capacità, al progresso del proprio Paese e dell'intera famiglia umana.696 Se, in qualche misura, tutti sono

responsabili di tutti, ciascuno ha il dovere di impegnarsi per lo sviluppo economico di tutti: 697 è dovere di

solidarietà e di giustizia, ma è anche la via migliore per far progredire l'intera umanità. Se vissuta

moralmente, l'economia è dunque prestazione di un servizio reciproco, mediante la produzione di beni e

servizi utili alla crescita di ognuno, e diventa opportunità per ogni uomo di vivere la solidarietà e la vocazione

alla « comunione con gli altri uomini per cui Dio lo ha creato ».698 Lo sforzo di concepire e realizzare

progetti economico-sociali capaci di favorire una società più equa e un mondo più umano rappresenta una

sfida aspra, ma anche un dovere stimolante, per tutti gli operatori economici e per i cultori delle scienze

economiche.699

334 Oggetto dell'economia è la formazione della ricchezza e il suo incremento progressivo, in termini non

soltanto quantitativi, ma qualitativi: tutto ciò è moralmente corretto se finalizzato allo sviluppo globale e

solidale dell'uomo e della società in cui egli vive ed opera. Lo sviluppo, infatti, non può essere ridotto a mero

processo di accumulazione di beni e servizi. Al contrario, la pura accumulazione, anche qualora fosse per il

bene comune, non è una condizione sufficiente per la realizzazione dell'autentica felicità umana. In questo

senso, il Magistero sociale mette in guardia dall'insidia che un tipo di sviluppo solo quantitativo nasconde,

perché la « eccessiva disponibilità di ogni tipo di beni materiali in favore di alcune fasce sociali rende

facilmente gli uomini schiavi del “possesso” e del godimento immediato... È la cosiddetta civiltà dei

“consumi”, o consumismo... ».700

335 Nella prospettiva dello sviluppo integrale e solidale, si può dare un giusto apprezzamento alla

valutazione morale che la dottrina sociale offre sull'economia di mercato o, semplicemente,

economia libera: « Se con “capitalismo” si indica un sistema economico che riconosce il ruolo

fondamentale e positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente

responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell'economia, la

risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di “economia

d'impresa”, o di “economia di mercato”, o semplicemente di “economia libera”. Ma se con

“capitalismo” si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell'economia non è inquadrata in un

solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come

una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è

decisamente negativa ».701 In tal modo viene definita la prospettiva cristiana circa le condizioni

sociali e politiche dell'attività economica: non solo le sue regole, ma anche la sua qualità morale e il

suo significato. 42 di 61

[Esempio: il capitalismo in senso stretto o improprio sono come due risotti. Gli ingredienti sono uguali ma

dipende quale è la priorità. In base a quale ingrediente do la priorità, il sapore cambia].

7. LAVORO 267-290

Articolo di giornale: FEDE E CAPITALISMO PER I PNEUMATICI. [ Michelin è un imprenditore e non un

padrone]

Emergono idee tipiche del nostro percorso etico. “ non c’è dipendente o padrone ma ciascuno dipende

dall’altro ( da qui emerge che non è un padrone ma è un imprenditore) in fabbrica, e tutti dipendiamo dagli

altri fattori ( come ad esempio la materia prima ).” Con la morte di Michelin se ne è andato un grande

imprenditore francese, i suoi pneumatici sono famosi in tutto il mondo. Egli ha ereditato la fabbrica negli anni

50 e ha reso i suoi prodotti internazionali. Orfano come Ferrero, anche egli morto recentemente. Entrambi

hanno fatto crescere le loro imprese.

Nel 2013 Michelin spiega il fondamento del suo agire e dell’impresa “ tutto quello che si costruisce crolla, e

allora si pone la domanda a Dio e si capisce che la risposta arriva da un’altra parte” . Si confronta con il

marxismo e la filosofia ma si rende conto che solo il cristianesimo gli da la forza di mettere sempre in

positivo le cose. Egli è un capitalista realista ( i soldi stanno ad un uomo come un pianoforte ad un

pianista)” . A differenza degli altri dirigenti egli aveva l’ufficio in fabbrica e dice che quando uno è sul punto di

mollare guardando i dipendenti capisce il perchè vale la pene andare avanti. L’uomo pensa di poter creare il

mondo, ma si rende conto Michelin che occorre rispettare la realtà e riconoscere quale è il punto di partenza.

Solo in questo modo non ci si fa male . esempio dei 3 portatori di pietre : ci si chiede cosa stanno facendo.

il primo risponde : che sta trasportando una pietra

il secondo . sto facendo una scultura

il terzo : sto costruendo una cattedrale.

Da qui emerge che il senso del lavoro è la prima cosa da scoprire. Una buona busta paga non basta, ma se

non si comprende questo non si sarà mai soddisfatti. Ci sono tre modi di interpretare la stessa forma. Il

primo fa un lavoro senza sapere il perchè.

In Germania dice Michelin, hanno rinunciato alla lotta di classe e accettato l economia sociale di mercato,

mentre questo non è accaduto in Francia. L’idea che il cliente è il padrone dell’azienda. La verità è che non

si può mai fare a meno degli uomini e non si può non amare quello che si fa.

267: apprezzamento Rerum Novarum. 270: si parla della dignità del lavoro e non di prezzo del lavoro. Il

prezzo è tipica delle cose, mentre la dignità delle persone. Rapporto tra lavoro e capitale verrebbe declinato

in maniera opposta nel capitalismo puro e quello invece soft appoggiato dalla chiesa.

Il lavoro titolo di partecipazione e quindi si tratta il rapporto tra lavoro e proprietà privata. abbiamo la festività,

poi abbiamo i diritti. Il lavoro è un diritto, è necessario. Si deve guardare lo stato che deve favorire il lavoro,

la figura della donna.

Costo del lavoro, organizzazione del lavoro le guardiamo da un punto di vista economico. Tuttavia queste

prospettive vanno contestualizzate.

Si dice spesso che il salario è una variabile indipendente, ma indipendente da cosa ?

Gia dire che il lavoro è una dimensione che ha che fare con la dignità dell’uomo e non solo un prezzo e un

costo dal punto di vista filosofico è grande. Bisogna riconoscere il + possibile la realtà del lavoro umano

perchè se si disconosco questa realtà prima o poi mi si ritorce contro. Si può tornare alla definizione di

salario di Leone.

Un terzo della nostra vita va al lavoro in senso assoluto.

La prima questione del compendio di dimensione soggettiva ed oggettiva è un elemento tipico della dottrina

sociale. Due dimensioni del lavoro :

- oggettiva che è dato dall’attività che fai, dal prodotto che costruisci o dal bene-servizio che realizzo,

dall’insieme delle macchine.

- soggettiva è invece la tua crescita personale. Anche il lavoro che non piace e che pesa ( e che quindi si

può cambiare) comunque se è un lavoro utile ha un suo significato. Occorre recuperare il senso del

lavoro.

A volte il lavoro c’è ma i giovani non lo prendono. Oggi si cerca il lavoro in cui si lavora il meno possibile

prendendo il + possibile. Con ciò non bisogna pensare che sia giusto venire sfruttati ( non c’è dignità a

lavorare in call center sfruttati). Ma un elemento fondamentale del lavoro è la possibilità del soggetto di

essere utile agli altri. Il lavorare è sempre un lavorare “con” ed un lavorare “per”: Il lavoro è sempre un

prodotto per un altro e non per te. Si tratta di un elemento di solidarietà mentre da noi è sempre stato visto

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come un conflitto di classi. Ma in se il lavoro on è un luogo di conflitto ma di solidarietà in quanto si lavora

sotto un altro e per un altro.

[ Cardinale Martini : esempio del meccanico che sistema un macchina e viene pagato. Con i soldi va a

mangiare. È vero che il lavoro vien pagato ma per certi aspetti il lavoro è impagabile. Ovvero la

soddisfazione + grande è avere risolto un problema, è il sapere di essere stato utile.]

“ intorno all’agora nasce la polis” ovvero introno al mercato nasce la città.

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Luca Tobagi: articolo sul tema del lavoro

Solo l'etica può nobilitare la fatica. Bisogna dare un senso al lavoro altrimenti non potrà essere solo motivo di

soddisfazione il maggior salario. La lotta nell'800 è stata sul salario ma questo ha impoverito il concetto di

lavoro. Prima una sedia doveva essere ben fatta ma non per il padrone, non per i clienti; ma doveva essere

ben fatta in sé, per sé e nella sua stessa natura. Quindi il lavoro ha un fine in sé stesso. Prima l'operaio non

era servo ma il lavoro lo nobilitava, lo rendeva orgoglioso del suo operato; non lavorava per il salario. La

sedia non doveva essere ben fatta in maniera proporzionale al salario ma doveva essere ben fatto proprio

per soddisfazione personale.

Il lavoro si nutre della sua dignità, per se stesso.

Il lavoro è una virtù, e come ogni virtù sciaguratamente trascina con sé due vizi: uno per eccesso e uno per

difetto. Il difetto per eccesso è la concezione che il lavoro è tutto, quello per difetto è lavorare il meno

possibile.

Con questa lettura si chiarisce sia la dimensione soggettiva che oggettiva del lavoro.

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La dimensione oggettiva del lavoro è il frutto del lavoro. Ha un prezzo, ci si preoccupa di venderlo.

La dimensione soggettiva è che mentre si produce qualcosa questa azione ad extra ha un suo

corrispondente ad intra. Mentre si produce questo incide anche sulla persona stessa. La fa crescere o

decrescere.

271: qualsiasi forma di materialismo e di economicismo che tentasse di ridurre il lavoratore a semplice forza

lavoro finirebbe per snaturare irrimediabilmente l'essenza del lavoro privandolo della sua finalità più umana.

La persona è il metro della dignità del lavoro. La persona è il criterio per giudicare tutto. Il lavoro umano ha

un suo valore etico (l'etica può nobilitare la fatica) il quale rimane legato al fatto che colui che lo compie è

una persona.

La tradizione della storia dell'800 ha fatto mettere al centro il discorso del lavoro salariato ma questo non è

giusto. Nella definizione di lavoro a rigore non si esplicita la dimensione del salario, infatti la definizione di

lavoro è la seguente: ogni attività umana svolta con metodo al fine di produrre un bene o un servizio

per il prossimo.

Si trova piuttosto l'elemento del metodo, che distingue un professionista dal dilettante. Se si fa volontariato

assiduamente e con metodo si parla comunque di lavoro anche se non si ha una retribuzione.

Il lavoro è un'attività dell'uomo svolta con dedizione, che è totalitaria e identifica l'uomo.

Produrre un bene o un servizio per gli altri identifica la dimensione sociale del lavoro.

Ridurlo a lavoro retribuito o dipendente è un impoverimento. Il discorso della retribuzione è comunque

importante, perché le persone vivono del proprio lavoro; ma non è l'unica dimensione da considerare.

Svolgendo un lavoro l'uomo giustifica anche la propria posizione nel mondo. Non lavorare è una forma di

povertà ma non solo economica, non avere un lavoro significa non avere un posto, essere emarginato.

Se ci si deve mantenere con il lavoro si deve svolgere un lavoro richiesto, quindi si deve rispettare la legge

dell'economia della domanda e dell'offerta. Questo mette in luce il fatto che la definizione di lavoro è ricca,

non piatta. Il lavoro comporta fatica, infatti è una delle due maledizioni dopo il peccato: una è lavorare con

fatica e la seconda è partorire con dolore.

Giovanni Paolo II dice che il lavoro è un bene arduo. Evidenzia la sua dimensione di fatica e impegno.

Se si coltivano degli interessi che il mercato non assorbe non si può accusare lo stato o il governo. Si deve

avere un senso della propria dignità.

Rapporti tra lavoro e capitale

Il capitalismo in senso stretto e il concetto di capitalismo attuale si scontrano. Nel capitalismo la proprietà è il

capitale, nell'economia libera d'impresa invece la priorità è il lavoro.

Oggi si usa in maniera diffusa anche il termine di capitale umano; però diventa sinonimo di lavoro. La

distinzione era tra la persona che lavora e gli strumenti di lavoro. Se si parla di capitale umano le due cose si

mescolano. Però il termine capitale umano indica che, in un'economia sempre più sofisticata, l'uomo è il

primo capitale. 44 di 61

Il termine capitale sociale indica la capacità di collaborazione di una comunità frutto di un investimento in

legami e fiducia reciproca.

Tra i due termini la priorità è del lavoro, perché lavoro significa attività dell'uomo. Il resto è un mezzo anche

se necessario. Il lavoro ha una priorità intrinseca sul capitale. Nel processo di produzione il capitale,

essendo un insieme dei mezzi di produzione, rimane uno strumento o la causa strumentale. L'uomo è la

causa efficiente. La causa efficiente è più importante della causa strumentale. La causa più importante è la

causa finale che nel lavoro è la volontà di dare un contributo alla società a partire da ciò che si conosce e da

ciò che si è.

Dire causa strumentale non significa che può esserci o meno, deve esserci perché senza capitale non si può

realizzare molto.

Quindi si nota la priorità del lavoro sul capitale. Tra lavoro e capitale ci deve essere complementarietà,

che però non esclude la gerarchia. Si deve superare l'antinomia tra i due per ottenere una coordinazione.

Nel capitalismo dell'800, ovvero nella prima forma di capitalismo, l'antinomia si pone.

La capacità dell'imprenditore deve essere quella di coordinare le capacità che vengono dal capitale e quella

delle persone. L'idea di sfruttare il lavoratore è sbagliata, alla lunga può essere anche non economico.

Il tempo in cui all'interno di un sistema economico meno complesso il capitale ed il lavoro salariato

identificavano non solo due fattori produttivi ma anche due concrete classi sociali la chiesa affermava che

entrambi sono in sé legittimi. Questo significa che la chiesa ha sempre difeso la proprietà privata dei mezzi

di produzione. Non si può ridurre la bipolarità ad una sola realtà, questo lo si è visto nell'esperienza del

socialismo reale.

280: non si deve erroneamente ritenere che il processo di superamento della dipendenza del lavoro dalla

dipendenza sia capace di per sé di superare l'alienazione dal lavoro e sul lavoro. La parola alienazione viene

dal vocabolario di Hegel, poi la si ritrova anche in Marx che era suo discepolo. Ognuno che adora un idolo è

alienato, quindi anche chi adora il lavoro.

Il riferimento non è solo alle tante sacche di non lavoro, di lavoro nero, di lavoro minorile e sottopagato ma

anche alle nuove forme più sottile di sfruttamento di nuovi lavori, di superlavoro (il lavoro è tutto), al lavoro

carriera che talvolta ruba spazio a dimensioni altrettanto necessarie per la persona, alla eccessiva flessibilità

del lavoro che talvolta rende difficile la vita familiare, alla modularietà lavorativa che rischia di avere gravi

ripercussioni sulla stabilità delle relazioni familiari.

Il lavoro titolo di partecipazione

Il riferimento è al lavoro dipendente. Storicamente anche nella dottrina sociale della chiesa c'è stato un

grande dibattito. Il salario è titolo di giustizia o è insufficiente?

Alcuni dicono che il salario è poco; per quella che è l'opera dell'uomo il salario è poco. Questo significa che

deve esserci la partecipazione della persona in qualche altro modo.

Secondo Pio XII il salario giusto è titolo di giustizia di per sé sufficiente. Questo significa che non si può

pretendere altro. Il lavoro è un titolo di partecipazione.

Non è detto che un contratto firmato dalle parti sia giusto, dipende in quali condizioni di libertà stanno le due

parti; soprattutto la parte più debole. La giustizia non è il fatto che anche la parte più debole sia d'accordo; la

giustizia non dipende dall'accettazione che un individuo fa in un contratto; anche perché le due parti possono

essere in posizioni squilibrate.

L'oggetto del contratto non è sempre rimesso alla libertà dei contraenti. Si devono rispettare delle condizioni

di giustizia nello stipulare un contratto.

La chiesa, già a partire da Pio XI nella Quadragesimo anno, dice che sono da favorire forme di

partecipazione. Si tratta di una linea che la chiesa incoraggia ma a cui non vincola e che lascia

indeterminata nelle sue modalità.

La Germania ha una sua tradizione riguardo questo argomento, ovvero la cogestione delle decisioni.

Riguarda il diritto che hanno i lavoratori in un'impresa di dire la loro opinione su certe decisioni dell'impresa.

Ci sono alcune questioni riguardanti l'impresa e il suo futuro, che devono essere prese anche con il

consenso dei dipendenti. In Germania prevale l'idea dell'impresa come un bene comune, non sono rinnegate

le gerarchie ma idealmente si ascolta il più possibile la voce di tutti.

Più facile è un'altra maniera di partecipazione: la cogestione agli utili, anche se il salario giusto è

sufficiente. Si ha una flessibilità nei rapporti tra imprenditori e dipendenti; termina la contrapposizione tra i

due e si apre un'ottica di cooperazione.

Il rapporto tra lavoratore e impresa è importante, il lavoratore non deve essere estraneo ma deve

partecipare.

Il rapporto tra lavoro e capitale trova espressione anche attraverso la partecipazione dei lavoratori alla

proprietà, alla sua gestione e ai suoi frutti. Questa è un'esigenza troppo spesso trascurata che invece deve

essere valorizzata. Ognuno in base al proprio operato deve considerarsi come comproprietario del grande

banco di lavoro a cui partecipa. Lo sforzo che si deve fare è rendere ciascuno sempre meno alienato. Una

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via verso tale traguardo potrebbe essere quella di associare, per quanto è possibile, il lavoro alla proprietà

del capitale e di dar vita ad una larga di corpi intermedi che godano di una propria autonomia.

Il lavoro dipendente nasce dall'idea di qualcuno che intraprende, quello indipendente nasce dall'iniziativa

personale. Nel lavoro dipendente invece occorre che qualcuno inserisca del capitale e che abbia un

progetto; questa è la funzione dell'imprenditore che è il datore di lavoro diretto. Lo stato ha una funzione di

supplenza. Inoltre c'è anche il datore di lavoro indiretto che è lo Stato. Poi ci sono delle eccezioni; anche lo

stato è datore di lavoro diretto (si pensi all'esercito, al campo della sanità pur aprendo possibilità alla sanità

privata). Concettualmente però lo Stato non è l'imprenditore, ma l'imprenditore è un soggetto o un gruppo di

soggetti attivi sul mercato che hanno un'idea e del capitale da investire.

La dottrina chiarisce che normalmente non tocca allo stato intraprendere. Esso però è datore di lavoro

indiretto; si intende che crea le condizioni che il datore di lavoro diretto giudica favorevoli e sufficienti per

attivarsi. (es. lo stato può snellire la burocrazia che rende difficile iniziare un'attività).

(Il Jobs Act è un esempio in cui lo Stato si comporta da datore di lavoro indiretto; al di là del contenuto un

atto legislativo di questo genere è fatto per favorire le assunzioni).

Il rapporto tra lavoro e proprietà

Anche nelle forme di compartecipazione la proprietà è ben identificata. In realtà oggi un dipendente può

detenere delle azioni, quindi la distinzione non è più così netta.

Salva la proprietà la questione è: le forme di proprietà sono tutte uguali?

Per esempio essere proprietario di un residence ed essere proprietario di una fabbrica sono due forme di

proprietà indifferenti?

Il diritto di proprietà dice che un bene appartiene a qualcuno ed esclude ogni altro soggetto da quel diritto.

Viene chiamato dai giuristi "il terribile diritto".

Il diritto li considera più o meno identici. Essere proprietario di un residence autorizza a disporne come si

desidera. Essere proprietario di un'impresa per il diritto è la stessa cosa. Secondo alcuni invece non è la

stessa cosa; essa è un bene privato che però ha dei risvolti che vanno oltre la proprietà. Nella Laborem

Exercem il Papa dice che bisognerebbe sottoporre il diritto di proprietà ad una profonda religione.

[es. un'azienda funziona bene e ha un futuro davanti. Il proprietario decide di chiudere perché il terreno su

cui è collocata è molto fruttifero. Quindi in una logica di puro profitto sarebbe più conveniente. Gli operai però

si oppongono perché essi hanno maturato delle capacità e hanno lì il loro posto di lavoro. Secondo il diritto

può farlo. Però così viene tolto un diritto a dei soggetti in un'azienda che è sana. Questo esempio riguarda il

rapporto lavoro-capitale; perché alla fortuna dell'impresa ha concorso anche il lavoro dei dipendenti].

282: i mezzi di produzione non possono essere posseduti contro il lavoro e nemmeno per possedere. Il loro

possesso diventa illegittimo quando la proprietà non viene valorizzata o serve per impedire il lavoro di altri.

[es. una forma di proprietà che al proprietario non interessa sfruttare in un certo modo perché è più

conveniente così è quella del latifondo in America latina].

La libertà che tutela la proprietà si esercita in tutti i casi alla stessa maniera? Questa sarebbe un'ingiustizia.

Stiamo parlando della priorità del lavoro. Abbiamo istituito un rapporto tra lavoro e capitale, ovvero tra lavoro

e proprietà privata. 282 : decisivo per capire il rapporto proprietà-lavoro

“ il magistero sociale della chiesa articola il rapporto tra lavoro e capitale anche in relazione alla proprietà

privata e il relativo diritto. il principio della proprietà privata è subordinato al principio della subordinazione

universale dei beni e non deve costituire impedimento al lavoro. La proprietà che si acquista mediante il

lavoro deve servire al lavoro. “

Il diritto alla proprietà privata viene difeso fin dalla Rerum Novarum, tuttavia non deve impedire lo

sviluppo della società. Il lavoro ha una dimensione soggettiva che lo rende fondamentale in quanto l uomo

si realizza con il lavoro, per questo occorre far in modo che ci sia il lavoro. Bisogna creare veri posti di

lavoro.

La proprietà privata viene difesa dalla chiesa, ma occorre considerare un punto. Ovvero c’è una differenza

tra il pensiero della chiesa ed il capitalismo puro in quanto quest’ultimo non riconosce la destinazione

universale del bene.

“I mezzi di produzione non possono essere posseduti contro il lavoro, e nemmeno possono essere posseduti

per possedere. il loro possesso è illegittimo quando impedisce lo sviluppo di altri o quando non viene

valorizzata”.

La proprietà privata c’è per creare lavoro.

ESEMPIO : fondatore proprietario della MIVAR una grande fabbrica di televisori. Egli ha costruito un enorme

edificio ad Abbiate Grasso. Egli entra in polemica con tutti ed affermava il padrone sono io. Il diritto forse da

ragione a lui dicendo che di ciò che è suo può far quel che vuole. Ma da un punto di vista etico non tutte le

proprietà sono della stessa specie. 46 di 61

Se uno stabilimento viene chiuso non perché non c’è + lavoro ma perché l’imprenditore vuole ottenere

maggior profitto dalla vendita del terreno allora questo diritto non viene giustificato dalla chiesa.

ESEMPIO 2: Esempio a livello macro economico applicabile all’America Latina. la proprietà fondiaria che è

motivo di ricchezza per chi possiede, è invece motivo di povertà per tanti altri e globalmente è motivo di

povertà per la nazione stessa. ( Principio della Mano morta: la chiesa non sapeva far fruttare al meglio i beni

di suo possesso e quindi nel passato gli sono stati sottratti beni con questa giustificazione. Nella chiesa non

c’è una mentalità di efficienza economica. )

Ci sono delle forme di proprietà di cui si avvantaggia il proprietario ma che sono contro lo sviluppo di un

popolo, di una regione. Ci sono forme di proprietà che sono contro l’economia. In genere la proprietà viene

vista come un elemento dello sviluppo economico, ma tuttavia ci sono anche forme di proprietà che

impediscono lo sviluppo perché impediscono il lavoro.

La proprietà dipende anche dai beni di cui si è proprietari. Dalla dottrina emerge come i beni sono

destinati a tutti, si può fare un ulteriore riflessione

ESEMPIO PETROLIO : l’occidente a tutt’oggi non ha creato energia alternativa sufficiente. Se oggi si

chiudessero i rubinetti del petrolio l’occidente sarebbe finito. Supponiamo che ci sia qualcuno nel mondo che

abbia in mano una grande quantità di petrolio da cui dipende la nostra vita. Nella logica economica chi si

rifiuta di venderlo è un suicida dal punto di vista economico. Ma al mondo non esiste solo la logica

economica, se chi detiene il petrolio non h l’ambizione di arricchirsi ma di distruggere il resto del mondo.

Cosa succede? Nel tema della proprietà fondamentale è il problema della destinazione universale dei beni.

Non è un esempio così lontano dalla realtà. Se vale il principio che i beni hanno una destinazione universale

allora si giustifica l’azione mossa dall’occidente per prendersi il petrolio. Non si tratta di una rapina, di uno

sfruttamento o di colonialismo ma quel bene ha la funzione positiva di creare lavoro. Non si sta rapinando

nessuno perché noi siamo disposti a pagarlo, ma se il proprietario non è disposto a concedere il petrolio

nemmeno se glielo paghiamo allora la nostra azione è giustificata. [ soluzioni alternative ma peggiori :

guerra, colonialismo.].

Se i beni hanno una destinazione universale, senza che questo smentisca il concetto di proprietà privata,

allora non sto facendo nessuna rapina ma sto prendendo qualcosa che è per me vitale.

287: il lavoro è necessario —> per lo sviluppo della persona. Senza lavoro non si può vivere, non si può

fare famiglia. Ma in un ottica di dottrina sociale il lavoro è necessario per lo sviluppo della mia persona. Io ho

bisogno del lavoro perché io voglio realizzarmi. Se non ho il vincolo del salario potrò fare il lavoro più bello

del mondo, posso regalarlo, lo farei con metodo per gli altri realizzando me stesso. Perché l’assenza di

lavoro è una forma di povertà? non solo perché non si hanno le risorse per vivere ma senza il lavoro una

persona si sente mortificata. Ecco che emerge la dimensione soggettiva dell’uomo

289 : “ chi è disoccupato o sotto occupato subisce le conseguenze fortemente negative che tali condizioni

determinano nella personalità e rischio di esser posto ai margini della società, di diventare una vittima

dell’esclusione sociale”.

Dal lavoro deriva anche una fierezza, ecco l’aspetto antropologico del lavoro (tutto ciò che fugge dallo

scambio non rientra nel PIL). Mentre l’aspetto economico del lavoro rientra nel PIL. Senza lavoro si è

incompiuti, mi sento inespresso.

Anche la Costituzione parla di diritto al lavoro [ Italia è una repubblica fondata sul lavoro, è un diritto

inesigibile], ma tuttavia lo stato non può garantire a tutti e certamente tale diritto. Uno stato intelligente ha

questo come obiettivo. Da un lato è un diritto, perché è un bene così importante che non può essere

aleatorio, ma d’altra parte non è sempre disponibile, ecco perché bisogna creare posti di lavoro mediante

l’iniziativa d’impresa.

In linea di principio l’attore dell’economia è l’imprenditore, e non lo stato. Tuttavia anche lo stato ha un suo

ruolo

291: “ Allo stato compete il dovere di promuovere politiche attive del lavoro, incentivando a questo il mondo

produttivo. Il dovere dello stato non consiste tanto nell’assicurare direttamente il diritto al lavoro di tutti i

cittadini ma piuttosto il dovere consiste nell’assecondare l’attività delle imprese, creando condizioni che

assicurino occasioni di lavoro.”

296:”pure nella consapevolezza che in alcuni paese ancora ora il contributo portato dai bambini nel binario

famigliare e alle economie nazionali è irrinunciabile, e che cmq alcune forme di lavoro svolte in tempo

parziale possono essere fruttuosi per i bambini stessi

la dottrina sociale denuncia l’aumento del lavoro minorile in caso di sfruttamento.”

La chiesa si trova impotente nei confronti del lavoro minorile. C’è un lavoro minorile che si può apprezzare,

ma altri no. Questo si verifica soprattutto dei paesi sotto sviluppati. Lo sfruttamento minorile non è

apprezzato dalla chiesa.

8. SINDACATI 47 di 61

20: Laborem Exercens : è il testo più recente nella dottrina sociale su questo tema. Negli anni 80 abbiamo gli

anni del sindacato polacco che ha messo in movimento la caduta del regime comunista in Polonia.

Il tema viene ripreso anche da Benedetto XVI con In Cariats Veritate.

Per la dottrina sociale della chiesa il sindacato è una realtà che deve difendere i diritti dei lavoratori.

Difenderei diritti dei lavoratori tenendo conto però del contesto della situazione. Non può essere sempre una

difesa corporativa a prescindere. Non si può prescindere, ma la difesa del tuo diritto deve essere inserito in

un contesto + ampio.

Ci sono diversi sistemi :

- mondo anglosassone: il sindacato ha avuto meno importanza rispetto che in Italia

- mondo tedesco : il sindacato è un partner dell’impresa

- in Italia. in base ad una concezione marxista è anti impresa. IN alcuni casi in Italia ha fatto anche cadere il

governo.

É una realtà importante, ma non deve avere lo spirito della rivincita o di voler far fallire l’impresa.

Il sindacato nella storia italiana fa da cinghia di trasmissione dei partiti, in particolare durante il comunismo.

[ESEMPIO : 2005 c’è stato il referendum per abrogare o meno la legge 40 sulla fecondazione artificiale. Il

sindacato si schierò ufficialmente per l’abrogazione della legge, un sindacalista di lecco lasciò il sindacato

dicendo che queste battaglie non competono al sindacato. La questione posta era : va bene o non va bene

questa legge? In questo referendum cosa c’entra l’intromissione del sindacato? Non si trattava infatti di un

caso di tutela per la donna lavoratrice].

Per la dottrina sociale restano alcune raccomandazioni che si trovano al numero 306 e 307 del compendio.

306: Il sindacato ha una funzione di lotta, ma Giovanni Paolo II afferma che è una lotta per la giustizia e non

uno strumento della lotta di classe nel quadro della dottrina marxista. Siccome nell'impresa convergono due

elementi. lavoro dipendente e capitale, ciascuno cerca di fare il suo interesse. La lungimiranza di entrambe

le parti deve essere di cercare di compensarsi. La lotta non deve essere per distruggere l'altra classe, ma si

devono distribuire meglio i frutti del profitto che scaturisce dalla produttività.

La dottrina sociale della chiesa dà una definizione di salario giusto che deve garantire alcune finalità. C'è un

passo di Pio XI che dice che il salario non può prescindere dalle esigenze dell'impresa e a volte chiedere un

salario troppo alto che l'impresa non può sostenere non è giusto.

307: il sindacato non deve concepirsi come un partito politico. Nella storia dell'Italia la CGL è stata per tanto

tempo un'emanazione del partito comunista. Il sindacato deve assumere una funzione di collaborazione con

gli altri enti sociali. Le organizzazioni sindacali hanno il dovere di influenzare il potere politico per

sensibilizzarlo ai problemi del lavoro e ai diritti del lavoro. I sindacati, tuttavia, non hanno il carattere di partito

politico e non devono avere con i partiti politici legami troppo stretti, altrimenti perdono di vista la loro natura.

Inoltre in questo caso si incrinerebbe anche il sistema democratico. Il sindacato ha la finalità di

rappresentare i cittadini in quanto lavoratori, si devono evitare anche prospettive corporative.

9. PROPRIETÀ PRIVATA

Proprietà privata nell'orizzonte della destinazione universale dei beni [IMPORTANTE]

Il diritto di proprietà privata nell'orizzonte della destinazione universale dei beni si collega al principio

persona. Infatti è un bene per la persona, per la sua libertà, è una condizione del dispiegarsi delle sue

capacità.

Inoltre si ricollega anche al principio del bene comune, e a quello della solidarietà.

C'è un diritto di tutti ai beni fondamentali, quindi la proprietà privata deve strutturarsi all'interno di

questo orizzonte e non a prescindere da esso.

171-181: si nota la destinazione universale dei beni. Tra le molteplici implicazioni del bene comune (è uno

dei compiti dello stato favorire il bene comune, ma deve essere anche un'attitudine di ciascuno) immediato

rilievo assume il principio della destinazione universale dei beni. La prima ricchezza è la terra e Dio l'ha data

a tutti. La terra è il luogo in cui tutti dovrebbero poter crescere, moltiplicarsi e vivere. La persona non può

fare a meno dei beni materiali per soddisfare i suoi bisogni primari. Poi la vita di ciascuno si diversifica in

base a diversi elementi (buona salute o meno, pigro o attivo ecc).

La terra non è solo un bene di tutti i presenti, ma anche delle generazioni future. Chi maltratta la terra e chi

la sfrutta è un ladro perché ruba ciò che spetta a chi verrà.

Il principio della destinazione universale dei beni della terra è alla base del diritto universale all'uso dei beni.

Si tratta di un diritto universale e naturale iscritto nella natura dell'uomo e non solo di un diritto positivo legato

alla contingenza storica, inoltre tale diritto è originario: esso inerisce alla singola persona ed è prioritario

rispetto ad ogni intervento umano sui beni.

Inoltre deve esserci uno sforzo comune teso ad ottenere per tutte le persone e per tutti i popoli uno sviluppo

integrato. 48 di 61

La destinazione universale dei beni non è solo l'orizzonte e la cornice in cui poi si parla di proprietà

privata, ma la stessa proprietà privata è apprezzata dalla dottrina sociale perché viene vista come la

modalità che concretamente favorisce lo sviluppo e che può giovare a tutti.

Destinazione universale non significa che i beni sono di tutti. Nei casi estremi (es. uno non ha da mangiare),

per il diritto non è consentito (infatti si dice che il diritto privilegia la certezza sulla giustizia), si possono

prendere beni di altri. Secondo la morale questo non è furto.

[Esempio: in Germania, dopo la guerra non c'era da mangiare. Se il vicino di casa ha un albero di albicocche

se le prende un'altra persona per la morale questo non è furto].

Ci sono casi di necessità in cui l'appropriarsi non è furto.

La proprietà, che la chiesa ha sempre difeso da San Tommaso in poi, come si acquista?

Una delle modalità è il lavoro. Con il lavoro si lascia un'impronta sulle cose, ecco perché così si acquista la

proprietà (come dice Locke). Mediante il lavoro l'uomo riesce a dominare la terra e a farne la sua degna

dimora.

Un'altra modalità è l'eredità.

La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto il diritto alla proprietà privata come assoluto e intoccabile, ma

lo riconosce perché è un'espressione della libertà. Secondo Locke uno dei tre diritti fondamentali è proprio la

proprietà. Ci sono comunque dei limiti, infatti non è un diritto assoluto. I beni del creato devono rimanere

finalizzati allo sviluppo di tutti gli uomini. Il principio della destinazione universale dei beni non si oppone a

quello della proprietà, ma evidenzia il bisogno di limitarlo. Non è un fine ma è un mezzo. Essendo un mezzo,

la proprietà privata, deve essere valutata la sua pertinenza al fine.

Il principio di proprietà è relativo al principio della destinazione universale dei beni.

[Se non sai amministrare un bene hai un titolo a possederlo? Però chi misura la buona amministrazione? La

proprietà c'è dove si suppone che il proprietario abbia maggior cura e maggiore interesse di questo bene.

Però se un bene è trascurato ne viene uno svantaggio per tutti e non solo per il proprietario. Al di là del diritto

è un problema di coscienza morale. Il bene posseduto non deve essere un male degli altri].

178: L'insegnamento sociale della chiesa esorta a riconoscere la funzione sociale di qualsiasi forma di

possesso privato. Con i l chiaro riferimento alle esigenze imprescindibili del bene comune; l'uomo deve

considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non unicamente come sue proprie ma anche

come comuni. Nel senso che possono essere utili non solo a lui ma anche agli altri.

[Esempio dell'investimento: nessuno può essere obbligato a investire; al massimo il governo può rendere

appetibile l'investimento e quindi esortare ad esso. L'investimento da un punto di vista economico segue le

logiche dell'economia; ma c'è un dovere morale all'investimento? Il vizio capitale, quindi un atteggiamento

censurato sotto il profilo morale, che è contrario all'investimento è la cupidigia (non è uno dei 7 vizi capitali,

la cupidigia potrebbe anche essere una modalità che spinge all'investimento) ma anche l'avarizia. Nella

tradizione della morale cattolica l'avarizia è un vizio e l'avaro è colui che adora il suo tesoro, non lo investe.

Quindi questo vizio porta al "non fare". La morale denuncia l'avarizia, l'avaro ha un bene e lo tiene per sé e

ignora che questo suo bene potrebbe avere anche un'utilità per gli altri. L'avarizia è un vizio contro il bene

comune e contro la natura della proprietà oltre che contro l'economia. Secondo l'economia il denaro deve

sempre circolare].

La destinazione universale dei beni comporta dei vincoli al loro uso per i proprietari. I vincoli dipendono dalla

natura del bene. La singola persona non può operare a prescindere dagli effetti dell'uso delle proprie risorse.

Deve agire in modo da perseguire, oltre che il vantaggio personale e famigliare, anche il bene comune. Non

si devono tenere inoperosi i beni posseduti ma li si devono destinare ad attività produttiva, anche

destinandoli a chi li sa rendere operosi. Si esalta la responsabilità.

[Esempio: i brevetti farmaceutici sono una forma di proprietà, però si discute molto su quando devono

scadere e se devono esserci delle eccezioni per i paesi poveri].

La proprietà individuale non è la sola forma legittima di possesso. Riveste particolare importanza anche

l'antica forma di proprietà comunitaria che, pur presente anche nei paesi economicamente avanzati,

caratterizza soprattutto la struttura sociale di numerosi popoli indigeni.

Dato che la proprietà privata è un mezzo, se esiste un altro mezzo per raggiungere lo stesso fine e in un

determinato contesto il secondo mezzo è più consono, non occorre imporre per forza la proprietà privata.

Differenza tra matrimonio monogamico e proprietà privata: il matrimonio è un fine, la proprietà è un mezzo

suscettibile di una pluralità di modalità.

Resta sempre cruciale, specie nei paesi in via di sviluppo, l'equa distribuzione della terra. Questo perché la

terra è un bene particolare. In occidente tutti i paesi hanno passato il momento della riforma agraria quando

la terra era di pochi proprietari.

La proprietà è un titolo giuridico, per sé esistono forme di proprietà riconosciute senza il titolo

giuridico.

[nell'America latina c'è anche la proprietà, quello che manca è il titolo di proprietà. C'è un'arretratezza sotto il

profilo amministrativo. Come si fa a capire dove finisce la mia proprietà e comincia quella di un altro?

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Abbaiano cani diversi, il cane sa dove finisce la proprietà del suo padrone. Chi vive in un posto sa qual è il

suo terreno, ma non essendoci il titolo non si può far valere questo dato effettivo erga omnes. Nessuno di noi

comprerebbe un pezzo di terra della cui proprietà non si può disporre il titolo].

Avere il titolo di proprietà fa apprezzare molto di più il bene perché si hanno maggiori garanzie. Se non si

può disporre il titolo di un bene esso si deprezza, perché essendoci meno garanzie nessuno lo

acquisterebbe.

La differenza tra beni comuni e bene comune: se uno sostiene i beni comuni non coincide con l'idea

di bene comune della dottrina sociale. I beni comuni sono ambiente, aria, acqua ecc. Il bene comune

invece è un insieme di condizioni più ricco in cui si trovano anche condizioni morali, culturali e

spirituali.

10. IMPRESA

336: iniziativa privata ed impresa. La dottrina sociale della chiesa considera la libertà della persona in

campo economico un valore fondamentale ed un diritto inalienabile da promuovere e tutelare. Ciascuno ha il

diritto di iniziativa economica. Tale insegnamento mette in guardia dalle conseguenze negative che

deriverebbero dalla mancanza di tale diritto. L'esperienza dimostra che la negazione di tale diritto, in nome di

una pretesa eguaglianza (la negazione della libertà nel pensiero marxista era questa, perché la libertà crea

diseguaglianza) di tutti nella società riduce o addirittura distrugge lo spirito di iniziativa; ovvero la

soggettività creativa del cittadino.

La figura dell'imprenditore corrisponde a colui che ha un'idea, che ha i capitali o che li trova, e vuole

realizzare questa idea. Alla base di tutta la realtà economica c'è questa libertà di iniziativa. Nel Marxismo la

libertà economica era vietata.

La libertà di iniziativa risponde al principio personalistico della dottrina sociale della chiesa. In questa

prospettiva la libera e responsabile iniziativa in campo economico può essere anche definita come un atto

che rivela l'umanità dell'uomo. Tale iniziativa deve godere di uno spazio ampio, è bene che ci siano gli

imprenditori. Il datore di lavoro diretto, per la dottrina sociale della chiesa, è l'imprenditore.

Lo stato ha l'obbligo di imporre dei vincoli solo in ordine ad incompatibilità con il perseguimento del bene

comune.

337: La dimensione creativa è una dimensione essenziale dell'agire umano, anche in campo imprenditoriale

e si manifesta specialmente nell'attitudine progettuale e innovativa. Organizzare un tale sforzo produttivo,

pianificare la sua durata nel tempo e verificare che esso corrisponda in modo positivo ai bisogni che deve

soddisfare ed assumere i rischi che ne derivano è una fonte di ricchezza dell'odierna società. Così diventa

sempre più evidente e determinante il ruolo del lavoro umano, disciplinato e creativo.

Anche l'imprenditore è un lavoratore, anche se non è dipendente.

La principale risorsa dell'uomo, insieme con la terra è l'uomo stesso. La sua intelligenza fa scoprire

le potenzialità produttive della terra.

Solo l'intelligenza fa scoprire le potenzialità del dato naturale.

[Esempio: in montagna d'estate c'è un lago. Un imprenditore può pensare di incanalare l'acqua per creare

energia elettrica. Il lago ha tante potenzialità, dipende dall'occhio di chi guarda. È difficile vedere tutto. Un

poeta se guarda il lago scrive una lirica, un pittore lo dipinge. È l'intelligenza dell'uomo che ha visto che il

lago era un risorsa di energia, fino ad allora era solo un abbeveraggio per le mucche].

50 di 61

A volte si può notare un'identificazione tra piano economico e piano morale, altre volte una distanza; tutto

dipende dal tipo di vita che si desidera condurre. Anche produrre armi e suscitare conflitti ha una sua ragione

economica.

338: Cercando di produrre beni e servizi in una logica di efficienza essa crea ricchezza per tutta la società.

Quindi si ha simpatia per l'imprenditore. Crea ricchezza non solo per i proprietari ma anche per gli altri

soggetti interessati alla sua attività. Inoltre l'impresa svolge anche una funzione sociale creando

un'opportunità di incontro e di valorizzazione delle capacità delle persone. Un'impresa significa anche

valorizzare le persone, se il lavoro è un elemento di perfezione della persona e il non lavoro è un elemento

di povertà si capisce l'importanza dell'impresa. Ci sono tante esternalità positive. Specie quando si fa un

prodotto servono le competenze ed il lavoro di tanti, ecco perché Giovanni Paolo II diceva che è sempre "un

lavorare con ed un lavorare per"; senza la capacità degli altri non si realizza nemmeno quella individuale.

339: L'obiettivo dell'impresa deve essere realizzato in termini e con criteri economici (l'impresa non

occupa le persone senza avere un lavoro da dare; il criterio economico è imprescindibile anche se non si

può ottenere contro altre dimensioni) ma non devono essere trascurati gli autentici valori che

permettono lo sviluppo concreto della persona e della società. Si deve analizzare anche come l'impresa

è inserita nell'ambiente in cui opera, le condizioni dei suoi lavoratori: non si può prescindere da queste

analisi. In questa visione, personalista e comunitaria, l'azienda non può essere considerata solo

come una società di capitali essa al tempo stesso è una società di persone, è una comunità di

persone. Si deve tener fede al principio fondamentale, che è quello personalistico. Essa, al tempo stesso,

è una società di persone di cui entrano a far parte in modo diverso sia coloro che forniscono il

capitale necessario alla sua attività sia coloro che vi collaborano con il loro lavoro.

L'impresa e i suoi fini:

- produzione di beni e servizi utili. Nel perseguire questa utilità c'è anche l'utilità dell'impresa stessa

- l'impresa ha ulteriori valenze: è una società di persone, fa si che l'uomo si realizzi

I componenti dell'impresa devono essere consapevoli che la comunità in cui operano rappresenta un

bene per tutti e non una struttura che permette di soddisfare gli obiettivi personali di qualcuno.

Quando si è stabilito di parlare della responsabilità sociale dell'impresa la scuola di Chicago disse che l'unica

responsabilità sociale dell'impresa è di fare profitto. Però bisogna analizzare come è fatto il profitto e qual è

la sua destinazione. La destinazione di creare ulteriore lavoro è un conto, una destinazione diversa invece è

un'altra cosa. Il profitto non può essere considerato l'unico fine.

Solo tale consapevolezza permette di giungere ad un'economia davvero al servizio dell'uomo e di

elaborare un progetto di cooperazione tra le parti.

340: profitto. La dottrina sociale non è contro l'impresa e non punisce chi è più ricco; ma desidera che ci sia

maggior rispetto per la persona e più giustizia. Non viene predicata la povertà, infatti è meglio un mondo in

cui le persone stanno bene.

La dottrina sociale riconosce la giusta funzione del profitto come primo indicatore dell'andamento

dell'azienda. Quindi non è un fine, è il primo indicatore. Un'azienda che non fa profitto non funziona, non

ha futuro. Quando l'azienda produce profitto significa che i fattori produttivi sono stati

adeguatamente impiegati; il profitto è condizione necessaria (ma non sufficiente) ciò non offusca la

consapevolezza che non sempre il profitto segnala che l'azienda stia servendo adeguatamente la

società. È possibile ad esempio che i conti economici siano in ordine e che insieme gli uomini che

costituiscono il patrimonio più importante dell'azienda siano umiliati e offesi nella loro libertà. Questo

è quanto avviene quando l'impresa è inserita in sistemi socio-culturali inclini a sfuggire agli obblighi sociali e

a violare i diritti dei lavoratori. Il profitto dice l'interesse degli azionisti, perché se si fa profitto è la proprietà

che si avvantaggia ma questo non deve avvenire contro altri interessi. La teoria degli stake holder values

tiene conto proprio di questi altri interessi. È indispensabile che all'interno dell'impresa il legittimo

perseguimento del profitto si armonizzi con la difesa della dignità delle persone che operano

nell'impresa. Le due esigenze non sono in contrasto l'una con l'altra perché sarebbe irrealistico pensare di

garantire continuità all'impresa senza profitto, d'altra parte consentendo alla persona che lavora di crescere

si garantisce un maggior lavoro e una maggiore produttività. L'impresa deve essere una comunità solidale,

non chiusa negli interessi corporativi e contribuire al bene comune anche mediante la salvaguardia

dell'ambiente naturale.

Gli stake Holder che hanno a che fare con l'impresa sono tradizionalmente i dipendenti subordinati. Però

sono molti altri gli elementi che hanno a che fare con la vita dell'impresa e, potendone riceve beneficio o

maleficio, hanno un interesse nei suoi confronti. Ad esempio sono i fornitori, i clienti, la comunità in cui

l'impresa si trova. Il tema della responsabilità sociale ha trovato il suo sbocco in qualcosa che fino a 10-15

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anni fa non c'era; ovvero i codici etici dell'impresa. Oggi se un'impresa non ha il codice etico non può

ricevere le certificazioni a cui aspira; inoltre le grandi imprese accanto al bilancio economico d'esercizio

hanno sempre il bilancio sociale. La responsabilità verso l'ambiente oggi è manifesta e viene anche tutelata

dal diritto. Il profitto fatto da pochi veniva pagato da molti quando queste esternalità non venivano

considerate, mentre attualmente c'è più attenzione riguardo la responsabilità verso l'ambiente.

Problema del cliente e del fornitore: sul tema dei fornitori l'anno scorso in Lombardia c'è stato un accordo

sottoscritto da alcune imprese oltre che dalla regione che diceva che il dovere dell'impresa verso il fornitore

è il rispetto dei termini di pagamento al fornitore. Il pagare tardi consente all'impresa un grande vantaggio in

termini finanziari (gli interessi rimangono all'impresa su una somma che dovrebbe essere ormai al fornitore).

341: Se nell'attività economica e finanziaria la ricerca di un equo profitto è accettabile l'impresa oggi si

muove nel quadro di scenari economici sempre più ampi che induce le imprese a prendersi responsabilità

nuove e diverse rispetto al passato. Sono molti gli elementi che possono interessare ed essere coinvolti;

sempre nel tema della responsabilità sociale dell'impresa si parla del "consumatore cittadino". Il

consumatore, per esempio, desidera sapere alcune notizie di un prodotto (tracciabilità, carta d'identità). Il

consumatore una volta aveva il criterio di qualità-prezzo, oggi invece ci si chiede come è stato ottenuto il

rapporto qualità-prezzo, quindi si chiede dove, come e da chi è stato prodotto questo prodotto.

Il consumatore cittadino che desidera sapere come è stato fatto un prodotto attribuisce una responsabilità

sociale all'impresa che desidera verificare. C'è un condizionarsi reciproco tra consumatore e produttore, il

consumatore è molto importante.

Ruolo dell'imprenditore e dei dirigenti d'impresa: il primo elemento dell'impresa è l'imprenditore. Si

impara a fare l'imprenditore ma imprenditore si nasce; deve esserci il genio dell'imprenditore che spesso non

si trasmette di generazione in generazione. In questo processo sono coinvolte importanti virtù come la

diligenza, la laboriosità, la prudenza nell'assumere i ragionevoli rischi, la affidabilità e la fiducia nei rapporti

interpersonali (Fare l'imprenditore comporta assumere decisioni sul futuro, quindi si deve avere un'attitudine

al rischio. Rischio e azzardo non sono due sinonimi) l'accortezza nell'esecuzione di azioni difficili e dolorose

(come il licenziamento) ma necessarie per il lavoro comune dell'impresa e per far fronte ad eventuali rovesci

di fortuna (che non sempre sono colpa dell'inefficienza dell'imprenditore).

344: Gli imprenditori e i dirigenti non possono tener conto esclusivamente dei criteri dell'efficienza

economica, delle esigenze della cura del capitale come insieme dei mezzi di produzione. Il loro dovere è

anche il rispetto della dignità umana dei lavoratori che costituiscono il patrimonio più importante dell'impresa,

il fattore decisivo della produzione. Nelle grandi decisioni strategiche di acquisto e di vendita, di

ridimensionamento o chiusura d'impianti, nella politica delle fusioni non ci si può limitare esclusivamente a

criteri finanziari o commerciali.

Anche circa gli investimenti c'è una componete etica. La dottrina sottolinea la priorità del lavoro sul capitale,

si deve valorizzare il lavoro. C'è un criterio anche relativo ai beni da produrre ma non si tratta di

un'esortazione contro la logica economica perché l'investimento è ritenuto giusto quando le condizioni

economiche e ambientali sono favorevoli. La scelta di investire non è dettata solo dalla logica del mercato,

ma è dettata anche da una scelta morale.

Centesimus Annus numero 36: non è male desiderare di vivere meglio, ma è sbagliato lo stile di vita che si

presume essere migliore quando è orientato all'avere e non all'essere; che vuole avere di più e non essere

migliore. È necessario perciò adoperarsi per costruire stili di vita nella quale la ricerca del bello, del buono e

di una crescita comune siano gli elementi che determinano il motivo degli investimenti, dei costumi e dei

risparmi. C'è un rapporto reciproco tra il sistema economico ed il sistema globale di apprezzamento alla vita.

In proposito degli investimenti non posso ricordare solo il dovere della carità (la più grande carità in

economia la si fa con un investimento giusto) alludo al fatto che anche la scelta di investire in un luogo

piuttosto che in un altro, in un settore produttivo piuttosto che in un altro, è sempre una scelta morale e

culturale. Poste certe condizioni economiche e di stabilità politiche estremamente necessarie la decisione di

investire, cioè di offrire al popolo l'occasione di valorizzare il proprio lavoro, è determinata anche da una

certa simpatia verso il luogo o il popolo.

Non si ha solo il consumatore cittadino che desidera sapere la provenienza del prodotto, ma si ha anche

l'investitore. Nelle grandi banche ci sono i fondi etici, questo significa che l'investitore non desidera più solo

collocare i soldi dove il rendimento è più alto, infatti non è totalmente deresponsabilizzato ed esclude alcuni

settori. Se l'attività economica deve essere espressione di un comportamento degno le domande morali

compaiono ma non contro la logica economica; infatti non viene detto di investire per pura carità.

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Ci sono dei settori, quelli che producono dei beni con un criterio etico, che alla lunga sono molto redditizi per

che sono beni meno suscettibili di crisi. [es. Si investe nelle baleniere, quando nasce nella società un senso

di protezione verso le balene questo settore entra in crisi, se si investe in un settore etico questo non

accade].

Il mercato

335: apprezziamo un'economia libera di impresa e di mercato senza essere, per questo, capitalisti in senso

stretto.

346: Una delle questioni prioritarie in economia è l'impiego delle risorse cioè di tutti quei beni e servizi a cui

soggetti economici, produttori e consumatori privati e pubblici, attribuiscono un'utilità ad essi inerenti al

campo della produzione e del consumo. Come si fa a far passere più beni a più persone? Ci sono varie

maniere, una non naturale è il mercato che ha dei vantaggi nella prospettiva dell'efficienza. Un'economia

efficiente in fondo è nella linea della destinazione universale dei beni. Economia efficiente significa produrre

più beni. Efficienza significa disponibilità di beni per più persone. Le risorse sono nella natura

quantitativamente scarse, ciò implica che ogni soggetto economico debba escogitare una qualche strategia

per impiegarle nel modo più razionale possibile seguendo la logica dettata dal principio economico.

Definizione mercato: è il luogo d'incontro tra domanda e offerta. È una istituzione in cui si disciplina

lo scambio dei beni secondo la legge della domanda e dell'offerta.

Che cos'è il mercato? É il luogo dell'incontro della domanda e dell'offerta, più correttamente é una forma di

istituzione, nel numero 347 del compendio si insiste sul ruolo del libero mercato. Nella storia si è provato ad

avere economie senza mercato, l'economia della curtis medievale era senza mercato perché si produceva

ciò di cui si aveva bisogno. Una volta soddisfatto il bisogno del castello finiva tutto. Il mercato é un ottimo

strumento per la migliore allocazione delle risorse. Le risorse sono sempre poche a confronto dei bisogni. Il

ruolo del libero mercato non è mai stato condannato dalla chiesa, anzi l'ha apprezzato nella centesimus

annus. In linea di principio anche la globalizzazione é un fenomeno positivo, il mercato diventa più grande e

questo é un bene.

347: "Il libero mercato è un'istituzione socialmente importante per la sua capacità di garantire risultati

efficienti nella produzione di beni e servizi. Storicamente, il mercato ha dato prova di saper avviare e

sostenere, nel lungo periodo, lo sviluppo economico. Vi sono buone ragioni per ritenere che, in molte

circostanze, « il libero mercato sia lo strumento più efficace per collocare le risorse e rispondere

efficacemente ai bisogni ».La dottrina sociale della Chiesa apprezza i sicuri vantaggi che i meccanismi del

libero mercato offrono, sia per una migliore utilizzazione delle risorse, sia per l'agevolazione dello scambio

dei prodotti; questi meccanismi, « soprattutto, pongono al centro la volontà e le preferenze della persona che

nel contratto si incontrano con quelle di un'altra persona ».

Un vero mercato concorrenziale è uno strumento efficace per conseguire importanti obiettivi di giustizia:

moderare gli eccessi di profitto delle singole imprese; rispondere alle esigenze dei consumatori; realizzare

un migliore utilizzo e un risparmio delle risorse; premiare gli sforzi imprenditoriali e l'abilità di innovazione; far

circolare l'informazione, in modo che sia davvero possibile confrontare e acquistare i prodotti in un contesto

di sana concorrenza."

Tolti i limiti di un'ideologia di mercato anche il mercato é funzionale a una prospettiva individualistica. Se c'è

un monopolio non é un elemento positivo dell'economia perché vuol dire che un bene viene a costare più di

quello che é giusto. Il monopolio é un esempio di eccesso di profitto perché manca un elemento, cioè la

concorrenza. Se c'è una competizione si è invogliati a innovare. L'elemento per far circolare l'informazione

una volta era la pubblicità tradizionale ora invece abbiamo anche la rete che ha innovato ampiamente il

modo di fare pubblicità. Il ruolo del mercato é imprescindibile, detto ciò se vogliamo evitare una visione

ideologica del mercato ci sono delle cautele da rispettare.

348: "Il libero mercato non può essere giudicato prescindendo dai fini che persegue e dai valori che

trasmette a livello sociale. Il mercato, infatti, non può trovare in se stesso il principio della propria

legittimazione. Spetta alla coscienza individuale e alla responsabilità pubblica stabilire un giusto rapporto tra

mezzi e fini. L'utile individuale dell'operatore economico, sebbene legittimo, non deve mai diventare l'unico

obiettivo. Accanto ad esso, ne esiste un altro, altrettanto fondamentale e superiore, quello dell'utilità sociale,

che deve trovare realizzazione non in contrasto, ma in coerenza con la logica di mercato. Quando svolge le

importanti funzioni sopra ricordate, il libero mercato diventa funzionale al bene comune e allo sviluppo

integrale dell'uomo, mentre l'inversione del rapporto tra mezzi e fini può farlo degenerare in una istituzione

disumana e alienante, con ripercussioni incontrollabili."

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Stiamo parlando dei limiti e delle cautele del mercato. Anche il mercato non é un fine, é un mezzo e la bontà

di un mezzo si misura dalla sua capacità di raggiungere il fine. Ci sono dei beni per cui il mercato non é lo

strumento migliore. Ci sono beni che per loro natura non possono essere affidati al mercato, come i beni

comuni. Il mercato colloca bene ma esclude. Come si fa con una logica di puro mercato ad organizzare la

sanità? Molti sarebbero esclusi. Come si fa con una logica di puro mercato ad organizzare l'istruzione?

349: "La dottrina sociale della Chiesa, pur riconoscendo al mercato la funzione di strumento insostituibile di

regolazione all'interno del sistema economico, mette in evidenza la necessità di ancorarlo a finalità morali,

che assicurino e, nello stesso tempo, circoscrivano adeguatamente lo spazio della sua autonomia. L'idea

che si possa affidare al solo mercato la fornitura di tutte le categorie di beni non è condivisibile, perché

basata su una visione riduttiva della persona e della società. Di fronte al concreto rischio di un'« idolatria »

del mercato, la dottrina sociale della Chiesa ne sottolinea il limite, facilmente rilevabile nella sua constatata

incapacità di soddisfare esigenze umane importanti, per le quali c'è bisogno di beni che, « per loro natura,

non sono né possono essere semplici merci », beni non negoziabili secondo la regola dello « scambio di

equivalenti » e la logica del contratto, tipiche del mercato."

350: "Il mercato assume una funzione sociale rilevante nelle società contemporanee, perciò è importante

individuarne le potenzialità più positive e creare condizioni che ne permettano il concreto dispiegamento. Gli

operatori devono essere effettivamente liberi di confrontare, valutare e scegliere tra varie opzioni, tuttavia la

libertà, in ambito economico, deve essere regolata da un appropriato quadro giuridico, tale da porla al

servizio della libertà umana integrale: « la libertà economica è soltanto un elemento della libertà umana.

Quando quella si rende autonoma, quando cioè l'uomo è visto più come un produttore o un consumatore di

beni che come un soggetto che produce e consuma per vivere, allora perde la sua necessaria relazione con

la persona umana e finisce con l'alienarla ed opprimerla »."

La libertà economica non deve essere assoluta, non deve ignorare altri aspetti.

Il ruolo dello stato nell'economia è quello della sussidiarietà, non di imprenditore. Lo stato é datore di lavoro

indiretto. Lo stato ha compiti che solo lui può svolgere. Deve realizzare la giustizia distributiva. Nella

tradizione classica la giustizia è tripartita:

- giustizia commutativa, quella che noi chiamiamo buon prezzo, giusto prezzo

- giustizia legale, quello che io dò alla comunità il mio contributo. Un esempio é il sistema fiscale

- giustizia distributiva, per cui si dà secondo le proprie capacità e si riceve secondo i propri bisogni.

Poi c'è anche il problema dell'utilizzo, cioè di come lo stato utilizza ciò che ha incassato dalla tassazione. Un

esempio di solidarietà strutturale é la tassazione.

Anche i corpi intermedi, la famiglia, gruppi di famiglie, hanno dei ruoli, infatti sono capaci di attività anche

economiche in vista di raggiungere dei fini capaci di stare sul mercato ma non con la logica del puro profitto.

Organizzazione della sanità o anche della scuola. Perché deve farlo solo il mercato o solo lo stato? Accanto

al mercato e allo stato c'è quest'altro soggetto, cioè i corpi intermedi.

Poi abbiamo risparmio e consumo, importanza del consumatore. Incide nell'economia anche la nostra libertà

di acquistare.

Nel numero 360 si tratta il fenomeno del consumismo. Non é giusto criticare il sistema economico più del

dovuto. Il sistema economico segue anche il sistema culturale.

360: "Il fenomeno del consumismo mantiene un persistente orientamento verso l'« avere » anziché verso l'«

essere ». Esso impedisce di « distinguere correttamente le forme nuove e più elevate di soddisfacimento dei

bisogni umani dai nuovi bisogni indotti, che ostacolano la formazione di una matura personalità ». Per

contrastare questo fenomeno è necessario adoperarsi per costruire « stili di vita, nei quali la ricerca del vero,

del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che

determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti ».È innegabile che le influenze del

contesto sociale sugli stili di vita sono notevoli: per questo la sfida culturale, che oggi il consumismo pone,

deve essere affrontata con maggiore incisività, soprattutto se si considerano le generazioni future, le quali

rischiano di dover vivere in un ambiente naturale saccheggiato a causa di un consumo eccessivo e

disordinato."

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Volume di Marco Vitale: esempio di un economista che dice la sua opinione sull'impresa e sul mercato.

Non si vergogna di citare all'inizio dei capitoli passi della dottrina sociale della chiesa e sostiene delle idee in

perfetta coincidenza con quello che abbiamo trovato nel compendio.

Per una corretta concezione di impresa, cos'è l'impresa? Di chi é l'impresa? Quali fini ha l'impresa? Quali

sono i metri di misura per definire il successo duraturo dell'impresa? Quali responsabilità e quale ruolo

hanno gli attori interni ed esterni? A seconda delle diverse risposte emerge la concezione di fondo che non è

né uniforme né statica ma si evolve nel tempo e nello spazio. La concezione di fondo dell'impresa é molto

diversa. Vediamo le diverse concezioni di impresa:

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- Organizzazione di proprietà privata finalizzata a realizzare esclusivamente gli interessi della proprietà, io

imprenditore metto in piedi un'impresa, lo scopo è di massimizzare i profitti.

- Organizzazione pubblica, puro braccio operativo dello stato collettivista, impresa dell'Unione sovietica.

- Istituzione di interesse pubblico finalizzata esclusivamente all'accumulazione del capitale secondo le

scelte degli amministratori e del management. La finalità esclusiva é sempre l'accumulazione del capitale.

- Istituzione di interesse pubblico gestita come soggetto privato ma secondo ritmi guidati dallo stato sia

direttamente che indirettamente. Puro terreno di scontro tra capitale e lavoro.

- Istituzione di interesse pubblico a gestione privata strumento strategico e operativo per lo sviluppo

collettivo. Non compare la finalità del profitto. Istituzione di interesse pubblico, conferma l'idea che

l'impresa é un tipo di proprietà particolare.

Queste sono alcune delle principali definizioni di impresa, l'ultima configurazione é quella sulla quale noi ci

basiamo, é quella propria del nostro patto costituzionale. É quella propria di ogni democrazia industriale, é

quella su cui è bastato il grande sogno americano del capitalismo democratico. Prima l'uomo era a misura di

tutte le cose, poi si é passati alla produzione tralasciando l'uomo. Questa é una situazione di crisi. Nel

paradigma più antico c'era ancora l'idea che l'uomo è la misura, ciò significa dire un'idea della dottrina

sociale, il primato é della persona. L'impresa moderna non è solo un centro di produzione e accumulazione

c'è profitto, perciò coloro che la esaltano come pura produttrice di profitto, e come coloro che la descrivono

come una forma di oppressione sull'uomo, sbagliano.

La grande legittimazione dell'impresa sta nel fatto che essa é produttrice di sviluppo. La finalità dell'impresa

é lo sviluppo non il profitto, sia per Marco Vitale che per la dottrina della chiesa. Il profitto é un mezzo, un

buon indicatore del buon funzionamento. Se non c'è profitto l'impresa non funziona più. L'impresa é

produttrice di sviluppo, é come dire che l'impresa ha una funzione sociale. Almeno un economista, ma non è

l'unico, non ha trovato contraddizioni con la dottrina sociale.

L'impresa viene vista come un interesse comune, é un bene comune. I conflitti naturalmente ci sono però é

un conflitto che ha dei limiti saggi. Nessuno, né la proprietà, né il sindacato, hanno il diritto di distruggere

l'impresa. Ciò non deve avvenire. Ci sono alcune modalità di profitto non buone. L'obiettivo primario

dell'impresa è lo sviluppo, in questa dimensione il profitto é indispensabile e inderogabile ma non é l'obiettivo

primario dell'impresa che invece é lo sviluppo. Senza profitto non c'è sviluppo né in un'economia capitalista

né in un'economia collettivizzata. Il profitto però non é sufficiente per lo sviluppo. Ci sono diversi tipi di

profitto:

- Profitto senza qualità

- Profitto senza sviluppo

- Profitto senza progresso

- Profitto monopolistico

- Profitto che deriva solo da convivenze con chi gestisce le casse pubbliche

- Profitto che degrada le città

- Profitto solo apparente perché parte dei suoi costi di produzione si scaricano su bilanci diversi da quelli

dell'impresa

- Profitto sterile che non svolge più la sua funzione fecondatrice

- Profitto che é solo consumo di quanto altri hanno accumulato nell'impresa

- Profitti di guerra, di regime

- Profitto di speculazioni finanziarie

Il profitto é di tante specie.

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L'AUTENTICO SVILUPPO UMANO

1. Globalizzazione

361: le opportunità e i rischi. Ci si chiede perché si parla di un mondo globalizzato. Qual è la causa,

l'origine e la condizione. Essa può produrre effetti potenzialmente benefici per l'intera umanità intrecciandosi

con l'impetuoso sviluppo delle comunicazioni. Le condizioni affinché si possa parlare di globalizzazione sono

le nuove modalità di comunicazione. La caduta del muro di Berlino non è la vera condizione, la finanza è

globalizzata perché può avvantaggiarsi dello sviluppo della rete. Ogni volta che si scopre una nuova via di

comunicazione il mondo diviene più piccolo. La rete è la condizione per un mondo globalizzato. Rete

significa avere una vetrina in tutto il mondo, ecco perché la rete è condizione di globalizzazione anche del

commercio.

Tutto quello che è stato trattato fino ad ora andrebbe ritrattato nell'orizzonte della globalizzazione.

Globalizzazione = nuove modalità di comunicazione.

L'impetuoso sviluppo delle comunicazioni ha favorito la globalizzazione finanziaria, il progresso tecnologico e

hanno cambiato il mercato in cui operare. 55 di 61

La posizione della chiesa NON è di NO alla globalizzazione. Ha sempre apprezzato pur dando alcune

avvertenze. Non deve esserci la globalizzazione dell'indifferenza.

La globalizzazione non solo è un fenomeno positivo ma è anche irreversibile, se si nota che sta facendo dei

danni essi devono essere corretti. Però non si può essere nostalgici di un mondo pre-globalizzato, perché

essa è una condizione inevitabile ed irreversibile.

Opportunità:

- più il mercato è grande meglio è, tutti hanno maggiori opportunità

Rischi:

- chi è più forte ha una possibilità in più per trarre profitto, ecco perché la globalizzazione deve essere

regolata

361: sempre più decisivo e centrale diventa il ruolo dei mercati finanziari, perché è la parte del mercato

che si è globalizzata più facilmente e prima.

364: Il commercio rappresenta una componente fondamentale delle relazioni economiche internazionali e

qui si nota che viene citata la Populorum Progressium. Paolo VI nel 1967 aveva individuato anche certi

punti, nel commercio internazionale, meritevoli di essere corretti ma non è stato ascoltato.

Una serie di condizioni ha spinto il magistero a rischiarare l'importanza dei criteri etici che dovrebbero

orientare l'economia internazionale:

- perseguimento del bene comune

- destinazione universale dei beni

- equità delle relazioni commerciali

- attenzione ai bisogni dei più poveri

366: mette un elemento di criticità sulla globalizzazione. Soprattutto perché sarebbe un errore immaginare la

globalizzazione come un fenomeno che riguarda solo l'economia e la finanza in senso stretto, riguarda

invece fenomeni più ampi che vengono chiamati di costume o culturali. Basti immaginare che in tutto il

mondo si vedono certi prodotti televisivi. Anche Mc Donald è un fenomeno della globalizzazione.

Si deve essere globalizzati ma salvaguardando le specificità locali. L'estensione della globalizzazione

deve essere accompagnata da una più matura presa di coscienza dei nuovi compiti a cui sono chiamate le

istituzioni locali. Si deve collocare il processo di crescita dell'economia e della finanza su scala planetaria in

un orizzonte che garantisca i diritti dei popoli e un'equa distribuzione delle risorse tra paesi. La libertà degli

scambi non è equa se non subordinatamente alle esigenze della giustizia sociale (analogo a: il salario

non è equo se non subordinatamente alle esigenze della giustizia sociale).

La globalizzazione non deve essere un nuovo tipo di colonialismo, si deve garantire spazio all'autonomia

locale. Solo tutelando queste caratteristiche si favorirà lo scambio nel mondo. Nell'interesse di tutti deve

esserci quello di mantenere le proprie originalità, questo significa preservare la storia e continuare il

presente ed il futuro nel solco di quella tradizione.

367: si deve sottolineare la solidarietà tra le generazioni. La solidarietà tra generazioni è una forma inedita.

In passato la solidarietà tra generazioni era in molti paesi un atteggiamento naturale, oggi è diventato anche

un dovere della comunità. La solidarietà tra generazioni nella famiglia c'è, ma prima non era una prospettiva

della comunità politica o del mondo intero. Questo perché la capacità manipolativa dell'uomo non era tale da

compromettere l'abitat per le generazioni future quindi questo problema non c'era.

Oggi il problema si pone anche per la comunità politica globale, affinché la globalizzazione mondiale non si

verifichi a discapito dei più deboli. La destinazione universale dei beni rende illecito moralmente e

controproducente economicamente scaricare i costi attuali sulle generazioni future. Illecito

moralmente perché significa non assumersi le responsabilità, controproducente economicamente

perché la correzione dei danni è più dispendiosa della prevenzione.

Quando in Italia si è lasciato crescere il debito pubblico a dismisura non si è ragionato nell'ottica della

solidarietà tra generazioni.

Questo principio va applicato soprattuto nel campo delle risorse della terra e del creato. La globalizzazione

rende il pianeta un unico bene.

La prospettiva del bene comune è presente perché non è un'astrazione, è imprescindibile.

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2. Sistema finanziario

Nel grande ambito della globalizzazione il sistema finanziario è quello che si è globalizzato prima e meglio.

Non c'è il trasferimento di un bene da un posto all'altro, negli altri ambiti dell'economia si. La finanza è tutta

sulla rete. La finanza la si trova ovunque perché non si postano beni ma valori finanziari.

368: i mercati finanziari non sono certo una novità nella nostra epoca, già da molto tempo in varie forme essi

si sono fatti carico di finanziare attività produttive. Non si può crescere senza capitali ed i capitali vengono

proprio dalla finanza. Più la finanza è globalizzata più è meglio. L'esperienza storica attesta che in assenza

di sistemi finanziari adeguati non si avrebbe avuta una crescita economica adeguata.

Il risparmio è una virtù, implica una prudenza verso il futuro. Però il risparmio non deve portare avarizia, il

denaro deve circolare.

Se la creazione di quello che è stato definito il mercato globale dei capitali ha creato effetti benefici, grazie al

fatto che la maggior mobilità dei capitali grazie alla rete ha permesso alle attività produttive di avere più

facilmente disponibilità di risorse, l'accresciuta mobilità d'altra parte ha fatto aumentare anche il rischio di

crisi finanziaria. Più il fenomeno è grande più è difficile controllarlo.

Per questo è importante una regolamentazione. Prima il grande regolatore era lo stato, perché tutto si

svolgeva nei confini dello stato. La rete ora supera il confine, quindi si devono identificare delle autorità a

livello mondiale.

Anche chi non ha responsabilità viene coinvolto.

Lo sviluppo della finanza, le cui transizioni hanno superato di gran lunga quelle reali, rischia di seguire una

logica auto referenziale senza un collegamento con la logica reale dell'economia. Nell'ingrandirsi ha perso le

sue finalità.

Le finalità della finanza sono quelle di trasferire un capitale da chi lo detiene e non ha al presente

interessi ad utilizzarlo a chi ha bisogno del capitale per realizzare un progetto.

Non è vero che ogni forma di speculazione è cattiva, però c'è una speculazione immorale.

Il rischio è inevitabile in economia, però non bisogna essere spregiudicati.

369: Un'economia finanziaria fine a se stessa è destinata a contraddire le sue finalità poiché si priva delle

proprie radici e della propria ragione costitutiva, si è snaturata. Una finanza auto referenziale, ovvero fine a

se stessa, è una sorta di contraddizione. Se la priorità è il lavoro allora il capitale deve poter circolare fino ad

arrivare al lavoro.

Il quadro complessivo risulta ancora più preoccupante alla luce della configurazione fortemente asimmetrica

che contraddistingue il sistema finanziario internazionale. Chi è più forte ha nella globalizzazione un

vantaggio.

I paesi più deboli, esclusi dal guadagno, non sono comunque protetti dalle conseguenze negative.

È indispensabile introdurre un quadro normativo che garantisca stabilità, che promuova concorrenza

tra gli intermediari e che garantisca la massima trasparenza a vantaggio degli investitori.

Non si deve essere moralisti ma nemmeno indifferenti.

[Partendo dagli anni 90 è stato introdotto un atto in cui si faceva cadere la distinzione che vigeva dagli anni

30 nel sistema bancario tra banche commerciali e banche d'investimento. Gli svantaggi sono che svolgono

due attività diverse. La banca commerciale ha una finalità precisa sulla destinazione del capitale. La banca

d'investimento ha un'altra ottica].

[Il conflitto d'interesse, che viene sempre denunciato come un elemento che perturba il corretto mercato. In

questo mondo è all'ordine del giorno, infatti basti pensare che è stata un'agenzia di rating ad avere dato il

voto AAA+ alla L. Brother].

Prima deve esserci la dignità e l'onestà, poi il capitale.

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Riflessioni sulla finanza: UNA FINANZA PER LO SVILUPPO --> libro

Ci sono delle attività dove l'inclinazione a delinquere e a peccare, che l'uomo ha, è più facile che si manifesti;

una è la finanza. In questo libero viene detta la finalità della finanza, ovvero lo sviluppo sociale. Si analizza

cosa ha insegnato la crisi. La prospettiva è quella di una finanza buona, dove però si mescolano

considerazioni strettamente etiche (riflessioni sulla natura della finanza) e considerazioni più tecniche. Le

banche non possono diventare troppo grandi perché si creerebbe una condizione pericolosa: più si è grandi

meno si è responsabili (too big too fail). Le banche commerciale devono essere separate da quelle di

investimento, ovviamente questa scelta avrà dei pro e dei contro ma la giustizia deve prevalere. Alcuni

osservano che questa distinzione limita la libertà, però è più giusto.

Si parte dai piani più alti fino ad arrivare al credit crunch che tocca il piccolo imprenditore. Il piccolo

imprenditore che ha un'idea ma non ha capitale quando va in banca si vede negato il credito.

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3. Sviluppo sostenibile

Si analizza la crisi del rapporto tra uomini ed ambiente. I numeri del compendio di riferimento sono 461-487.

La ragione del problema è la capacità dell'uomo di incidere sul creato. Questa capacità dell'uomo ha anche

dei vantaggi perché può valorizzare le componenti del creato.

La tendenza allo sfruttamento sconsiderato alle risorse del creato è il risultato di un lungo processo storico e

culturale. Non si parla di scienza, ma è una certa cultura che utilizza la scienza in questo modo.

Non si deve pretendere di tornare ad una condizione dove non si poteva incidere sul creato; è bene che

l'uomo possa ma questa potenza nelle sue mani deve essere utilizzata con criteri etici, non per ottenere un

vantaggio immediato.

L'epoca moderna ha registrato una crescente capacità di intervento trasformativo da parte dell'uomo. Questa

capacità ha cominciato a minacciare la stessa capacità ospitale dell'ambiente. L'ambiente come risorsa

rischia di minacciare l'ambiente come casa. Pare che l'equilibrio uomo-ambiente abbia raggiunto un

punto critico.

La natura pare come uno strumento nelle mani dell'uomo. A partire dal presupposto, rivelatosi errato, che

esiste una quantità illimitata di risorse e di energia da utilizzare, che la loro rigenerazione sia possibile

nell'immediato, e che gli effetti negativi della manipolazione dell'ordine naturale possano essere facilmente

riassorbiti, si è diffusa una concezione negativa che legge lo sviluppo in chiave consumistica. Un simile

atteggiamento non deriva dalla ricerca scientifica e tecnologica, ma da un'ideologia tecnocratica e scientista

che tende a condizionare. La scienza e la tecnica con il loro progresso non eliminano il bisogno di

trascendenza.

Una corretta concezione dell'ambiente: viene denunciato l'atteggiamento di chi divinizza l'ambiente. Si

deve evitare la prospettiva divinizzatrice del creato, per cui non deve essere toccato. Si deve anche evitare

la prospettiva nichilistica (il creato è per la pura utilità dell'uomo). Il primato è l'uomo e non l'ambiente. Il

mondo è per l'uomo ma per un uomo intelligente. Il mondo è per l'uomo e per tutti gli uomini, lo sviluppo

deve essere per tutto l'uomo e per tutti gli uomini quindi anche per chi verrà. Non si deve eliminare la

differenza ontologica e assiologica tra l'uomo e le altre creature. Una visione dell'uomo e delle cose

slegate da ogni riferimento alla trascendenza ha portato a rifiutare il concetto di creazione e ad attribuire

all'uomo e alla natura un'esistenza del tutto autonoma. Se il mondo non fosse un dono ma il frutto del caso

non avrebbe la funzione di finalità. Un atteggiamento correttamente religioso, nella prospettiva

cristiana, condiziona il rapporto dell'uomo con il mondo. Il rapporto dell'uomo con Dio condiziona il

rapporto dell'uomo con il mondo. La prospettiva francescana, per esempio, non è una prospettiva che

manca di rispetto per il creato e non impedisce all'uomo di svilupparsi e di utilizzare il creato. L'importante

è l'equilibrio. Le visioni unilaterali sono errate. La realtà è un poliedro e si devono considerare tutte le sue

facce, non ci si può fissare su una cosa altrimenti si cade nell'ideologia.

Il legame che unisce il mondo a Dio è stato spezzato, tale rottura ha finito per disancorare dalla terra

anche l'uomo. L'essere umano si è ritrovato a pensarsi estraneo al contesto ambientale in cui vive. Il

rapporto che l'uomo ha con Dio determina il rapporto dell'uomo con i suoi simili e con l'ambiente. Ecco

perché la cultura cristiana ha sempre riconosciuto nelle creature che circondano l'uomo altrettanti doni di

Dio da custodire con senso di gratitudine verso il creatore. In particolare la spiritualità benedettina e

francescana testimoniano questa sorta di parentela con l'ambiente creaturale.

L'atteggiamento francescano di contemplazione e di povertà, è un'ideale di vita che però non può essere

proponibile come ideale di tutti. La spiritualità benedettina, invece è capace di formare una civiltà perché

propone preghiera e lavoro. I benedettini hanno trasformato il mondo ma sempre con rispetto.

Va messa maggiormente in risalto la profonda connessione esistente tra ecologia ambientale ed ecologia

umana.

Una comune responsabilità: l'ambiente è un bene comune da cui tutti attingono e a cui tutti dovrebbero

concorrete. Esso è di tutti e non è appropriabile da nessuno. La tutela dell'ambiente costituisce una sfida

per l'umanità intera: si tratta del dovere comunitario di rispettare un bene collettivo.

467: la responsabilità verso l'ambiente si estende non solo alle esigenze del presente ma anche a quelle del

futuro. Eredi delle generazioni passate noi abbiamo degli obblighi verso tutti e non possiamo disinteressarci

di coloro che verranno dopo di noi ad ingrandire la cerchia della famiglia umana. La solidarietà universale,

che è un fatto, per noi è un beneficio e altresì un dovere.

La solidarietà è strutturale, non è legata all'elemosina o alla carità (esempio di solidarietà: dovere di lavorare,

pagare le tasse, rispetto del creato). 58 di 61

468: la responsabilità verso l'ambiente deve trovare una traduzione adeguata a livello giuridico. È importante

che la comunità internazionale elabori regole uniformi per far si che gli stati possano controllare con

maggiore efficacia gli effetti negativi.

Il contenuto giuridico di un diritto all'ambiente sano e sicuro sarà il frutto di una graduale regolazione. Le

norme giuridiche tuttavia da sole non bastano, accanto ad esse devono maturare un forte senso di

responsabilità e di un cambiamento negli stili di vita.

470: la programmazione dello sviluppo economico deve considerare attentamente la necessità di rispettare

l'integrità e i ritmi della natura perché le risorse sono limitate a e alcune non sono rinnovabili.

La soluzione del problema ecologico richiede che l'attività economica rispetti maggiormente l'ambiente

conciliando le esigenze dello sviluppo economico con quelle della protezione ambientale.

Ogni attività economica che si avvalga delle risorse naturali deve anche preoccuparsi della salvaguardia

dell'ambiente e prevederne i costi che devono essere considerati come costi essenziali dell'attività

economica. Un'economia rispettosa dell'ambiente non perseguirà unicamente l'obiettivo della

massimizzazione del profitto. L'ambiente è uno di quei beni che i meccanismi del mercato non sono in

grado di difendere o di promuovere adeguatamente. L'utilizzo dell'energia chiama in causa le

responsabilità politiche degli stati e degli operatori economici che devono rifarsi all'idea di bene comune.

ULTIMA LEZIONE

Riprendiamo quanto scritto nel compendio attingendo da ciò che ha detto Benedetto XVI nella Caritas In

Veritate del 2009. Dal n. 48 a 51.

Il tema dello sviluppo è più ampio, ma comprende anche il tema dell'ecologia.

48: Il tema dello sviluppo è oggi fortemente collegato anche ai doveri che nascono dal rapporto dell'uomo

con l'ambiente naturale. Questo è stato donato da Dio a tutti, e il suo uso rappresenta per noi una

responsabilità verso i poveri, le generazioni future e l'umanità intera. Se la natura, e per primo l'essere

umano, vengono considerati come frutto del caso o del determinismo evolutivo, la consapevolezza della

responsabilità si attenua nelle coscienze. Nella natura il credente riconosce il meraviglioso risultato

dell'intervento creativo di Dio, che l'uomo può responsabilmente utilizzare per soddisfare i suoi legittimi

bisogni — materiali e immateriali — nel rispetto degli intrinseci equilibri del creato stesso. Se tale visione

viene meno, l'uomo finisce o per considerare la natura un tabù intoccabile o, al contrario, per abusarne.

Ambedue questi atteggiamenti non sono conformi alla visione cristiana della natura, frutto della creazione di

Dio.

La natura è espressione di un disegno di amore e di verità. Essa ci precede e ci è donata da Dio come

ambiente di vita. Ci parla del Creatore (cfr Rm 1, 20) e del suo amore per l'umanità. È destinata ad essere «

ricapitolata » in Cristo alla fine dei tempi (cfr Ef 1, 9-10; Col 1, 19-20). Anch'essa, quindi, è una « vocazione »

(115). La natura è a nostra disposizione non come « un mucchio di rifiuti sparsi a caso » (116), bensì come

un dono del Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci, affinché l'uomo ne tragga gli

orientamenti doverosi per “custodirla e coltivarla” (Gn 2,15). Ma bisogna anche sottolineare che è contrario

al vero sviluppo considerare la natura più importante della stessa persona umana. Questa posizione induce

ad atteggiamenti neopagani o di nuovo panteismo: dalla sola natura, intesa in senso puramente

naturalistico, non può derivare la salvezza per l'uomo. Peraltro, bisogna anche rifiutare la posizione

contraria, che mira alla sua completa tecnicizzazione, perché l'ambiente naturale non è solo materia di cui

disporre a nostro piacimento, ma opera mirabile del Creatore, recante in sé una “grammatica” che indica

finalità e criteri per un utilizzo sapiente, non strumentale e arbitrario. Oggi molti danni allo sviluppo

provengono proprio da queste concezioni distorte. Ridurre completamente la natura ad un insieme di

semplici dati di fatto finisce per essere fonte di violenza nei confronti dell'ambiente e addirittura per motivare

azioni irrispettose verso la stessa natura dell'uomo. Questa, in quanto costituita non solo di materia ma

anche di spirito e, come tale, essendo ricca di significati e di fini trascendenti da raggiungere, ha un carattere

normativo anche per la cultura. L'uomo interpreta e modella l'ambiente naturale mediante la cultura, la quale

a sua volta viene orientata mediante la libertà responsabile, attenta ai dettami della legge morale. I progetti

per uno sviluppo umano integrale non possono pertanto ignorare le generazioni successive, ma devono

essere improntati a solidarietà e a giustizia intergenerazionali, tenendo conto di molteplici ambiti: l'ecologico,

il giuridico, l'economico, il politico, il culturale.

Emergono i soliti concetti importanti: la destinazione universale dei beni, la solidarietà ecc. Nel concetto di

sviluppo e anche nel concetto corretto di ecologia si manifestano concetti precedenti. Come posso utilizzare

la terra? Per te cosa è la terra? Se mi dici che è un qualcosa trovato dal caso è un conto, se è frutto di Dio

creatore che è pensato come l'ambiente per l'uomo, allora il discorso cambia. Giocano in questo

atteggiamento, di rapina o di saccheggio, di utilizzo o rispetto, degli elementi fondamentali. L'uomo è creato

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Esame: Etica sociale
Corso di laurea: Corso di laurea in Economia
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher tatasarah di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Etica sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Citterio Ferdinando.

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