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avanzava pretese come avveniva nella chiesa cattolica, e egli risolve la questione nel seguente modo, analizzando la

sacra scrittura: afferma che il regno di dio non è di questo mondo e che cristo è soltanto venuto a predicare, insegnare e

non comandare, il salvatore non ha indicato nessuna legge circa il governo dello Stato ma solo quella di appunto,

obbedire alle leggi dello Stato. Infatti S. Tommaso è giudicato male da Hobbes quando dice di essere fedele al sovrano

ma non può seguirlo oltre il punto in cui prevarica il Signore. Riaffermato che il concetto deve essere unico, Hobbes

identifica che esistano si, due sfere diverse di potere, uno temporale e uno spirituale ma quello della legge spetta solo

allo Stato; identificare la differenza tra spirituale e temporale avviene ad opera della ragione, di conseguenza fa capo al

potere temporale. Non vi può essere in uno Stato solo una Chiesa riconosciuta dallo Stato, che divengono la stessa cosa!

(dov’è la libertà religiosa?)

Procediamo ora a una conclusione di Hobbes e dello stato moderno: piace? Quali sono i pregi e quali i difetti?

È moderno perché siamo nella modernità, è innovativo perche pensa lo Stato che parte dal basso con l’innegabile

presenza dell’individuo. Abbiamo la forma dello Stato assoluto, non un totalitarismo che presuppone una concezione di

verità, Hobbes è uno scettico, cinico. Condannò i partiti come forme di demagogia e vermi della società e predicatori

esaltati. È gia una forma di secolarizzazione, quei compiti che erano presenti nella Chiesa vengono secolarizzati nella

politica, la salvezza degli uomini sta nelle mani della politica. Categorie tradizionalmente religiose vengono ricondotte a

forme politiche. Fuori dallo Stato c’è guerra, incuria, barbaria, ignoranza, povertà: extra Status nullam salus. L’uomo

non può salvarsi da solo, qui vediamo come Hobbes sia fuori da ogni forma di libertà, in realtà però non è poi cosi

stretto, vediamo infatti che afferma che è il Re che stabilisce cosa sia la proprietà, tramite una legge. Al tempo di

Hobbes se uno sta quieto non gli succede nulla (chi vuole stare in ombra qualunque sia il sovrano è fuori dal periodo).

Ritenne che non vi fosse altro rimedio al potere di tutti che al potere di uno solo, credeva troppo poco alla razionalità

degli uomini. Eccesso per eccesso era da temere meno l’eccesso di uno che di molti, questa è un’innovazione.

Passiamo alla seconda figura, John Locke, è il padre del liberalismo, ha gli stessi problemi di Hobbes: come si

costruisce uno Stato? La si partiva da una situazione brutta e con i patti si risolveva; qui lo stato di partenza non è cosi

negativo, più che inesistente è inefficiente dove i diritti, non è che non esistano come diceva Hobbes, hanno dei

contenuti esistono già, sono definiti e lo Stato nasce come tutela dei diritti. Come si passa da questo stato di natura, dove

l’uomo anche qui è un individuo, a quello positivo? Anche qui è necessario il contratto ma ci si ferma al pactum

societatis, e si costituisce cosi la società civile; poi si fa un successivo patto e si crea una società politica o Stato. Questo

significa che le due cose si suddividono, qui potrebbe crollare lo Stato e non si torna però allo stato ‘zero’. Il cuore del

discorso sta nel concepire il tipo di patto, il contenuto. Con Hobbes il contenuto era la rinuncia a tutti i diritti, qui non

c’è rinuncia a diritti e allora non potendo essere l’individuo protagonista diretto della vita politica viene scelto il

governante. I governati sono quelli che hanno il potere, il potere lo ha il popolo (non si parla di moltitudine come con

Hobbes, qui è un’idea più ricca), di scegliere i governanti in loro nome e che sono controllati e se sono ingiustificati

vengono rimossi e sostituiti e se per caso resistono significa che c’è un rischio della guerra civile (cosa che in Hobbes

non c’era). Locke sarà inoltre per la divisione dei poteri e quindi il rapporto dei poteri Chiesa-Stato non lo risolve

nell’istituzione di una Chiesa di Stato. Altro problema che analizzerà sarà il come fare le leggi, senza un’autorità

irrevocabile indivisibile? Indirettamente parlerà della legge naturale non come Hobbes che la riduce a rispettare i patti,

si crea quindi un anti-Hobbes pur avendo un punto di partenza simile. Non è assolutamente un’esponente dello Stato

assoluto. Rispetto alla storia odierna quella di Locke è la disciplina più vicina, punto di distacco grosso è pero ancora la

partenza dall’individuo e non dalla persona; punto di connessione è invece il fatto che Locke apprezza come noi oggi i

corpi intermedi cosa che Hobbes identificava come i vermi della società.

Quali sono le forme di governo secondo Locke? Sono tre:

- governo paterno: va bene in casa ma funziona finchè il figlio è minorenne, non si può applicare alla politica!

- governo politico: è quello dove sono i governati scelgono i governanti che ricevono un mandato fiduciario

- governo dispotico: è per lui sinonimo di assoluto e arbitrario.

Il governo politico è quello corretto secondo Locke; da sapere che il diritto alla proprietà è per Locke riconosciuto come

(oltre vita e libertà) il più importante e sintetico. A proposito della proprietà, in Locke, il principio è legato al lavoro

perché nel lavoro l’uomo lascia un’impronta di se, viene così preferito il borghese che lavora rispetto al ‘rentier’ ossia

colui che vive di rendita. È il lavoro il titolo della proprietà che si raffigura non in un diritto ma in un ‘fare’. È il lavoro

che conferisce valore alla ‘cosa’.

Con quale criterio si fanno le leggi positive? In Hobbes c’era la volontà del sovrano, qui con Locke invece si vede una

legge naturale che è una volontà razionale per volontà divina ma l’uomo può capire e non deve solo obbedire, se non c’è

un principio razionale, ossia se una legge è comandata, non serve andare a cercare le ragioni. Locke è per l’accordo fra

rivelazione e ragione. Più che di legge naturale si dovrebbe parlare di legge razionale ma non nel senso della ragione

insita in tutti gli uomini, l’uomo la può anche non capire per molte ragioni, non ultima quella data dal suo ‘non

interesse’ ossia che non gli conviene. La ragione ragionante dimostra la legge naturale, Locke è pro law-finding e contro

la law-making (Hobbes).

Con il governo politico il diritto naturale continua a essere vigente perché il fondamento dell’approvazione della legge

non sta nella stessa approvazione ma nella loro non contraddizione con il diritto naturale, in piena antitesi a Hobbes che

riduce tutto al fatto che ciò che è comandato è giusto. Qui lo Stato serve per far valere il diritto naturale! Locke cerca la

legittimità della legge positiva a la ancora nel diritto naturale che trova cosi la sua sanzione nel diritto positivo. Nel caso

di legge ingiusta allora appare una nuova sanzione che è il diritto alla rivoluzione, ci si può ribellare, con una forma di

resistenza, allo Stato. Esempio: l’istituto di obiezione di coscienza in Hobbes non può esistere, in Locke può esistere.

Locke è il rappresentante della democrazia rappresentativa, un nuovo aspetto che deve essere messo a tema è il come si

stabilisce un’autorità, quella che in Hobbes era la sovranità. Con Locke dobbiamo tornare alla solita storia: come si

costituisce una città? Il punto di partenza non è cosi negativo come in Hobbes, qui c’è un certo diritto, come la

proprietà. Ma non è sufficiente, perchè se c’è prepotenza e non ce difesa del diritto c’è un problema, per cui si dice che

il punto di partenza è insufficiente. Il popolo si mette assieme costituendo una società civile che da origine a soggetti

nuovi; non è ancora la società politica, le due vanno tenute distinte (cosa che non succedeva in Hobbes). Questa società

civile, e non politica, si articola innanzitutto nelle famiglie, poi nelle comunità e nelle città subordinate al

commonwealth; di questa società civile fanno parte ogni genere di associazione, comprese le chiese e le sette (La chiesa

per Locke è una modalità di libera associazione), ma anche società costituite da filosofi per la scienza, società per azioni

di commercianti, ecc. ecc., sono queste società a costituire il tessuto connettivo della società civile, con il potere di

costituire leggi ma sempre con la sovranità del potere politico.

La società nasce da liberi patti.

Passiamo ora alla società politica o Stato: qui c’è una forma di contratto sociale che è il solo strumento o forma

giuridica per formare un governo basato sul consenso. L’oggetto del contratto è la garanzia della vita, della proprietà e

della libertà dell’individuo da ogni minaccia. Per questo gli individui rinunciano alla indipendenza naturale. Il fine è

quello di avere una legge promulgata, fissa e conosciuta o un giudice conosciuto e imparziale che decide in base alla

legge e un potere che dia esecuzione alla sentenza. Sono tutte queste cose che devono essere fatte da un terzo, non da

chi è parte del conflitto. I famosi tre poteri che in Hobbes erano assieme, qua sono ben divisi, anche se si può verificare

il conflitto. Il potere legislativo non è onnipotente, è limitato dal diritto naturale oltre che dal patto che l’ha istituito e

non può operare come un potere dispotico; è un potere che ha i suoi limiti, inoltre la rappresentanza deve esprimere il

consenso a ogni forma di tasse e tributi. Avendo costituito questi rappresentanti, chi resta il titolare del potere?

- il potere legislativo in Locke trae la sua legittimità solo in quanto è un potere rappresentativo eletto dal popolo

del quale è un mandatario fiduciario, dato che il potere resta sempre e comunque nel popolo

- mentre il patto di unione richiede il consenso di tutti i consociati, nella rappresentanza vige il principio della

maggioranza, per Locke, pena la paralisi, è indispensabile seguire la forza maggiore. Questa non è tirannia,

rappresentanza e regola della maggioranza sono necessarie in una società in cui il lavoro distoglie l’attenzione dalla

politica.

Abbiamo quindi questa società civile intenta ai propri interessi, vivace e abbiamo Stato con parlamento che ha potere

legislativo, dal governo che ha il potere esecutivo e infine potere giudiziario.

Nuova, in Locke, è la divisione del potere verticale, tra governo e legislativo da un lato, e fra il legislativo e la società

civile dall’altro, tutta determinata dal fatto che il potere politico sale dal basso ma, a differenza di Hobbes, che rimane

sempre nel basso. Quindi ogni potere risulta vincolato e dipendente da quello che lo precede, nel caso vi sia conflitto tra

legislativo ed esecutivo, nel senso che il Re non esegua la legge o abusi della prerogativa (serie di diritti riservati al Re)

o fra il popolo e il legislativo nel caso che l’oligarchia politica agisca contro i diritti naturali dei cittadini, non vi è un

giudice sulla terra, non c’è più una previsione del diritto, non resta che l’appello al cielo ossia il diritto alla rivoluzione

per combattere un potere illegittimo in quanto non rilasciato dal popolo. È questo un diritto antecedente e superiore a

tutte le leggi positive umane da esercitarsi come estrema ratio contro un potere senza diritto che è soltanto tirannia. Il

diritto alla rivoluzione sembra una contraddizione di termini, forse in quanto diritto alla rivoluzione appartiene più alla

prerogativa del popolo che lo interpreta come un’esigenza della salus populi. Non è un atto illegittimo!

Avviamoci ad una valutazione conclusiva del pensiero di Locke: questo autore ci da le coordinate di quello che sarà lo

stato liberale che poi troverà applicazione nell’Europa continentale, sarà il grande ispiratore della rivoluzione

americana non che della sua espressione politica. Libertà per le Chiese nell’ambito di uno stato libero (negli stati uniti

non ci sono concordati), perché politico, quindi una soluzione laica. Netta separazione del potere filosofico, economico

da quello politico. Locke supera l’antitesi tra ragione e fede e la sua soluzione è attuale, difende l’autonomia della

ragione umana, ma non è questa assoluta e autorizzante e non è conscia dei suoi limiti, riconosce il soprannaturale, vede

nel cristianesimo il fondamento dell’etica. Nel confronto con Hobbes ci sono punti di contatto:

- entrambi sono di fronte a un fatto assolutamente nuovo: la crescita dello stato moderno e si pongono il

problema dello stato razionale, ma lo risolvono in modo differente e opposto: concezione forte di Stato in Hobbes e

debole in Locke

- il concetto di sovranità vero cardine di Hobbes è l’antitesi e manca totalmente in Locke

- Hobbes parte dalla ostilità assoluta, dalla guerra e proprio per questo l’integrazione politica deve essere

assoluta nel Leviatano, in Locke non avviene questo, il che vuol dire che in Hobbes c’è il primato del politico sulla

società civile (esattamente il contrario con Locke)

- Il principio di sussidiarietà in Hobbes è impensabile, e così anche un po’ in Locke perché la sua idea di Stato è

più di arbitro, non che promuove, questo è infatti il limite dello stato liberale

- Locke nel suo governo politico mantiene lo stato di natura (vita, libertà e proprietà rimangono cardine) e il

conflitto viene relativizzato attraverso due poteri, supremazia della legge e rappresentanza sempre con il fondamento nel

diritto naturale. Il potere di chi è legittimato deve sempre esere sottoposto alla legge, tutti sono ingabbiati dalla legge,

non esiste chi ha il potere in origine

- In ogni pensatore esistono grandi antinomie e antitesi, per Hobbes è quella fra la guerra e la pace (anarchia o

Stato, passioni o ragione, paura o insicurezza, bestialità o socievolezza), per Locke l’antitesi è tra consenso e violenza,

diritto o dispotismo, potere di diritto o di fatto, socievolezza o arbitrio, legge naturale o tirannia. Tenendo conto di

queste antitesi si possono cogliere le teorie della razionalità dello Stato, in Hobbes lo Stato c’è solo per la pace con

protezione e difesa al bene della vita dei sudditi, per Locke la razionalità è in vista di un valore che è l’individuo che

preesiste allo Stato e da esso non si lascia assimilare; lo Stato sborra si presenta come limitato e garantista e non

assoluto. Il vero soggetto di sto cazzo storico resta l’individuo e non lo Stato come per Hobbes.

Dopo un autore come Locke, passiamo a Rousseau che per certi esiti il suo Stato è ancora più che assoluto, addirittura

totalitario ma che presenta come punto di partenza la libertà, ma non nella forma di Locke, perché è contro una certa

forma di uguaglianza. La sua ambizione è quella di tenere assieme libertà e autorità. Il punto di partenza è lo Stato di

natura, qui è positivo però, poi diviene negativo e un in un terzo momento ritorna positivo o fatto per uscire dal secondo

momento. Qui i momenti rispetto ai due autori sono tre, e non due. Il primo momento è lo stato di natura in cui siamo in

una condizione paradisiaca perché tutti hanno tutto, i frutti sono abbondanti, la gente è in pace. Un certo giorno, arriva il

peccato (rilettura dei passi biblici) ossia quando uno ha cominciato a dire “questo è mio” cioè si è introdotto un presunto

diritto di proprietà: questo è il peccato originale nella lettura di Rousseau. È qui che può essere paragonato a Hobbes,

tralasciando il momento radioso precedente. Il terzo momento identifica il pensiero di R. ossia l’arrivo del momento

politico con la società politica.

Non passando attraverso la democrazia rappresentativa, bensì attraverso la democrazia diretta si risolve il problema. “

Riesco a tenere libertà e autorità assieme solo se io ubbidisco a un altro come se fosse me stesso”, questa è la soluzione

per passare al terzo momento, devo delegare a una persona che esprima la mia vera volontà: questo è il principio della

volontà generale. Avendo abbandonato i concetti di rappresentanza, come la mettiamo con la storia della maggioranza e

minoranza? È superata anche quella, rimane solo una modalità tra le altre. Immaginiamo di essere in un’assemblea e

dobbiamo deliberare: qui il problema è che la minoranza non può obbedire alla maggioranza altrimenti perdo la libertà,

posso obbedire in quanto interprete della volontà generale, alla quale faccio parte anche io. È per questo che in R. si

parla di esponente di liberalismo etico in una buona interpretazione, mentre in un’ottica più negativa, vista di mal

occhio è quella di democrazia totalitaria, che è si una democrazia perchè tutti dicono la loro ma diviene totalitaria

quando emerge la volontà generale alla quale devo obbedire perché nonostante le apparenze è la mia vera volontà.

Esempio: c’è da discutere su una questione religiosa nella Chiesa cattolica, a un certo momento il Papa interviene e dice

il dogma e chi era dell’opinione contraria lo accetta, cambia idea e si giustifica dicendo che si stava sbagliando, questo

può succedere dove c’è un’autorità forte come quella del Papa nella Chiesa, questo schema non si può trasferire in

politica, diviene pericolosissimo. A volte però la volontà generale viene dai pochi, da qualcuno carismatico che dice la

sua, e questo può essere un problema. Rousseau scrisse il contratto sociale, il pedagogista è sensibile ai temi

dell’educazione, se questa sensibilità viene trasferita in politica, sono guai, lo Stato diviene etico ed è lui che educherà,

che deciderà ciò che è bene e ciò che è male.

Nell’ipotesi di identificare Rousseau come uno studioso di stampo liberale, lo è allora sotto forma di liberalismo etico,

non politico come quello di Locke, ma è ancora meglio definirlo sotto la democrazia totalitaria.

Perché può essere chiamato etico questo liberalismo? Qui la chiave è la volontà generale nel tentativo di riuscire a far

quadrare libertà e autorità (libertà sacrificata in Locke, e autorità sacrificata in Hobbes), ma creando un concetto di

libertà alquanto particolare. Da una parte si dice che l’individuo segue solo il suo pensiero e quindi è libero ma dall’altra

parte gli viene richiesto un criterio oggettivo nella decisione. Ricordiamo Kant che parlava di due forme dell’io: l’io

empirico quello che mira ai propri interessi e che esprime il proprio egoismo e quindi connotato negativamente (è preda

delle passioni); l’io trascendentale. L’uomo in R. è ancora più libero in quanto libero dal suo istinto naturale (l’io

empirico). L’uomo diviene davvero libero quando fa la volontà generale, ogni esercizio di questa volontà costituisce una

riaffermazione della volontà dell’uomo, al punto che se un individuo non la compie va addirittura rieducato, non viene

visto come un’ individuo che la pensa diversamente. Questo può valere nella Chiesa, sì, ma non nella politica dove ci

sono maggioranza, minoranza e dialettica continua. Egli concepì il problema come il dilemma di conciliare la libertà

con un ideale esterno assoluto: sembrava impossibile porre l’individuo come giudice, in quanto la volontà generale è

l’unico giudice, ci si deve sempre riferire al bene generale. Chi è in disaccordo con la volontà generale rinnega la sua

umanità e si classifica come ‘snaturato’, cattivo cittadino e se insiste va costretto. Rousseau si limita a condannarlo, ma

nell’applicazione c’era anche la ghigliottina (in Francia). La volontà generale deve chiarire all’uomo fino a quale limite

egli deve essere cittadino e quando gli conviene vivere o morire e pone i limiti di tutti i doveri e obblighi. È qualcosa di

simile ad una verità matematica, esiste sia che sia o non sia accettata, compresa solo però dai pochi, illuminati.

Rousseau diceva: “se la mia opinione personale avesse vinto io avrei raggiunto l’opposto di ciò che era la mia volontà”

ossia come dire “per fortuna che ho perso” e in tal caso “non sarei stato libero”. La libertà é la capacità di liberarsi

dalle considerazioni, interessi, preferenze, pregiudizi individuali e collettivi che oscurano ciò che è oggettivamente

buono e che se sono fedele alla mia vera natura devo volere. L’egoismo umano deve essere estirpato e la natura umana

cambiata; tutta la mira della vita politica è educare gli uomini senza fare sentire il concetto di costrizione. L’idea di

fondo è quella che un uomo si slava nella comunità, tutti e tre gli scrittori partono dall’individuo, in Locke rimane

individuo, qui in R. l’individuo si perde nella comunità, l’individuo cede il posto al collettivismo e l’egoismo alla virtù

che consiste nell’adesione alla volontà generale. Il legislatore deve togliere le risorse all’uomo e dargliene di estranee

tali da essere sfruttate solo con altri uomini, lo scopo è di far portare all’uomo con docilità il giogo della felicità

pubblica al fine di creare un nuovo tipo di uomo, puramente politica, senza interessi parziali. In questo ultimo aspetto

(creare un nuovo uomo) R. è rivoluzionario!

Guardiamo ora a fondo la volontà generale, essa si manifesta in un assemblea quando qualcuno dotato di carisma

(avvocati spesso in Francia) trascina alla volontà generale, anche se parte dalla minoranza. Queste assemblee non sono

quindi rappresentative, ma si può dire, persuasive. Ciò segnò la nascita della nuova religione laica come fede

appassionata. È estremamente importante rendersi conto che quello che oggi è ritenuto un fatto essenziale e

concomitante della democrazia cioè la diversità di opinione e interessi era ben lontano dall’essere considerato essenziale

nell’800 dove i pilastri erano l’unità e l’unanimità, lo schema maggioranza/minoranza era ancora provvisorio, arrivò più

tardi, troppo tardi. Se esiste una volontà generale la sovranità non può essere divisa solo che al posto del sovrano

assoluto, R. mette il popolo (per quello non si può parlare di stato assoluto come in Hobbes). Rousseau è estremamente

riluttante a riconoscere la maggioranza come la volontà generale, egli non indica neppure come riconoscerla. Il popolo

vero è quello che segue la volontà generale, chi non si adegua resta fuori e non fa realmente parte della nazione, esso è

estraneo. Per R. si può essere costretti ad essere liberi, con la rivoluzione o tramite la costrizione. Il popolo che insorge

diviene il legislatore di Rousseau, e così viene da pensare a democrazia, totalitaria per le ragioni sopra spiegate. È

interessante che l’eliminazione di individui che non concordano con la volontà generale, anche fisica, non avviene con

odio ma per la sua semplice condizione di ostacolo: si diceva infatti “per fare la frittata bisogna rompere le uova”.

Come avviene:

- si procede alla eliminazione di dissidenti

- si procede alla rieducazione della giovane nazione per abituarla a volere la volontà generale

- si crea un uomo nuovo, con nuovi valori e ambizioni

Va bene, ripetiamo, nella Chiesa questo procedimento ma non nella politica.

C’è un autore, Isaiah Berlin che scrive un’opera intitolata “la libertà e i suoi nemici” dove tra i nemici della libertà ne

mette tanti, ma soprattutto Rousseau che vede come l’arcinemico della libertà, visto come bestia nera. Una tesi come

quella di R. produce fascino ma può anche essere a dimostrazione di chi ha utilizzato questo potere come paradosso

(Robespierre, Hitler, Mussolini) che gli uomini non sanno quello che davvero vogliono.

Excursus sulla differenza tra la rivoluzione francese e quella americana, anche se è improprio parlare di rivoluzione nel

secondo caso. La rivoluzione americana non è una rivoluzione perché gli elementi di una rivoluzione sono radicali, a

partire dal fine (come quello in Rousseau di creare un’umanità nuova), e per fare questa novità è necessario un

ribaltamento (ad es. il ribaltamento e la rottura con l’ ancième regime in Francia dove si arriverà addirittura alla

scansione del calendario). Negli USA i padri pellegrini quando scappano dall’Europa non stanno facendo una cosa

rivoluzionaria, stanno scappando per motivo di libertà religiosa e non intendono creare una società nuova, ma sottrarsi e

liberarsi dall’ipoteca della madre patria chiedendo libertà economica e indipendenza politica ma non c’è nulla contro la

tradizione dalla quale venivano. Questo comportamento segna ancora il rapporto che c’è tra chiesa e stato ancora oggi

in USA, differente dal rapporto che c’è oggi in Francia. Non si confonda Parigi con Philadelphia.

Analizziamo oggi un documento, di pessima fama nel mondo degli anticlericali, e di cui si sono vergognati anche alcuni

cattolici: Sillabo di Pio IX. È un documento molto frainteso, sillabo significa collezione, e non è un documento

autonomo, viene messo in appendice ad un’enciclica del 1864 e si compone di ottanta proposizioni condannate dal

Papa. Queste proposizioni riguardano tanti punti della cultura: indirizzi filosofici, politici, libertà di educare della

Chiesa, seminari dove deve studiare chi diviene prete, il matrimonio. Non viene aggiunto nulla di nuovo, le proposizioni

vengono da encicliche precedenti sue o di altri pontefici.

Analizziamone alcune:

- la fede di Cristo urta la ragione umana e la rivelazione divina non solo non giova a nulla ma nuoce altresì al

perfezionamento dell’uomo: qui si dice che credere in Cristo vuol dire non ragionare e ispirare la propria vita alla

liberazione divina significa nuocere a se stessi. Erano gli anni in cui si affermava il concetto di progresso e la fede era

un elemento di impedimento al progresso.

- Ogni uomo è libero di abbracciare e professare quella religione che con il lume della ragione reputi vera: il

Papa la condanna (oggi con il Vaticano II invece si insegna questo), bisogna distinguere il lato obiettivo dove “non e

vero che tutte le religioni sono uguali e sono vere (e questo è quello che intendeva il Papa)” dal punto di vista soggettivo

dove ‘occorre rispettare la libertà di coscienza e non obbligare nessuno a seguire la propria religione’. Occorre che

l’affermazione della libertà di coscienza e della libertà religiosa non venga equiparata all’indifferentismo religioso.

- La Chiesa non ha un diritto nativo legittimo di acquistare e di possedere.

- Possono istituirsi chiese nazionali sottratte all’autorità del romano pontefice e del tutto separate: vuol dire

distruggere la Chiesa cattolica come chiesa unica, che non si frantuma nelle chiese di Stato.

- Lo Stato come origine e fonte di tutti i diritti gode di un diritto tale che non ammette confini: qui si afferma che

non esiste un diritto naturale.

- L’autorità civile può immischiarsi delle cose concernenti la religione, i costumi, i governi spirituali, quindi può

giudicare delle istruzioni che i pastori della Chiesa pubblicano per loro uffizio a regola delle coscienze.

- L’autorità laica ha per sé stessa il diritto di presentare i vescovi (oggi lo fa il Papa) e può da essi esigere

l’assunzione dell’amministrazione della diocesi prima di ricevere l’approvazione della Santa Sede: queste cose

avvenivano in tutte le forme di Stati ‘pesanti’.

- L’ultima, la numero 80 e la più nota è. Il romano pontefice può e deve con il progresso e il liberalismo e la

moderna civiltà venire a patti e accettare: non c’è da scandalizzarsi di questa frase se si analizzano il progresso, il

liberalismo (più di 100 diocesi italiane nell’800 erano senza vescovi) e a moderna civiltà.

Storia della dottrina sociale della Chiesa: parliamo della Rerum Novarum (1891). Siamo nel 1878 quando viene eletto

Papa Leone XIII, eletto a 68 anni per un periodo di 25 anni, questo Papa aveva avuto una gioventù interessante,

trascorsa in Belgio intorno ai ’30. Il Belgio è una nazione vivace che si era separata dalla monarchia protestante degli

‘Orange’, paese vivo anche sotto il profilo economico. Quando Leone diventa Papa nel ‘78 mette a frutto l’esperienza e

la ricchezza appresa in Belgio nella sua gioventù: nella prima enciclica (programmatica) ‘eterni patris’ rilancia lo studio

del ‘tomismo’ e S. Tommaso diviene l’autore di riferimento della dottrina sociale della Chiesa. In questi anni si

confronta con le dottrine politiche, il merito che più gli si può attribuire è quello di cambiare ‘registro’ con diverse

encicliche (Rerum Novarum, Immortale Deii). La più importante è la RERUM NOVARUM del 1891 che tratta la

questione operaia. L’idea di lavoro diffusa allora era la seguente: il lavoro è una merce, come tutte le merci è sottoposto

alla legge della domanda e dell’offerta, così si ferma il suo prezzo. Il contratto di lavoro avviene, sembrerebbe

liberamente, tra il datore e colui che il lavoro lo presta. Il salario si determinava secondo questa logica: ‘il salario

corretto è quello che serve a pagare tutto ciò che ricostituisce le forze che il lavoratore ha sprecato nel suo lavoro’.

Questa idea non si spinge oltre, famiglia, tempo libero. Il lavoro del Papa in questo senso è chiarire che il lavoro umano

non è una merce, come tale ha un altro significato, che deve essere valutato e trattato in un’altra maniera e rappresenta

una sfera della personalità. Il salario quindi deve essere calcolato con altri criteri, per esempio: ‘non basta a legittimare

il salario il fatto che le parti lo abbiano sottoscritto nel contratto, si dice giusto quel salario che consente all’operaio

sobrio di mantenere sé e la sua famiglia e anche con il risparmio di acquisire una determinata proprietà’. Questa

definizione è entrata, pressochè identica, nel l’art.36 della Costituzione italiana. Il Papa non vede positivamente la lotta

di classe e ad una prospettiva di conflitto preferisce una logica di cooperazione, ma spiega anche che lo Stato (che in

genere cerca di tenerlo fuori), qualora le parti non riuscissero ad accordarsi, deve intervenire in tutela di chi è più

debole. Così come lo Stato deve stare fuori dalla logica della famiglia. Nella RERUM NOVARUM c’è poi il capitolo

dei sindacati, visti come organizzazione lecita a difesa dei diritti del lavoratori, ma si evidenzia una preoccupazione

rispetto all’argomento sciopero, con il timore che da esso possa avvenire disordine e violenza, è così mal visto e risulta

l’estremo rimedio possibile. Un altro punto, superato dal tempo, era l’illiceità di costituire un sindacato cattolico al cui

interno vi erano protestanti. Papa Leone XIII muore nel 1903 al fianco di Mariano Rampolla del Tindaro, segretario di

Stato, con il quale aveva cercato di recuperare un buon rapporto con la Francia. Quando si è tenuto il conclave nel 1903,

viene eletto appunto il Cardinale Rampolla, si alza l’arcivescovo di Cracovia che impone il veto a nome

dell’imperatore; viene rifatta l’elezione e viene eletto Papa un veneto, Pio X che rimarrà in carica fino al 1914. Questo

Papa non ha scritto, per i nostri studi, encicliche importanti. È ricordato per la battaglia contro il modernismo visto

come movimento culturale, filosofico e teologico che cercava di ridurre la fede cristiana a sentimento religioso,

svuotandolo dall’elemento della rivelazione. Fu Papa X a istituire la comunione ai bambini in giovane età. Morirà nel

1914 poco prima che iniziò la I guerra mondiale con l’attentato di Sarajevo. Viene eletto il nuovo papa, Benedetto XV,

cardinale Giacomo Dalla Chiesa che fu segretario del Cardinale Rampolla del Tindaro, questo pontificato dura fino al

‘22, drammatico e occupato dalla guerra. Benedetto XV è stato testimone del tremendo genocidio degli armeni (v.

Massoneria delle allodole) e cercò di fare finire la guerra, ma venne irriso, era visto come quello che voleva salvare gli

imperi centrali. Il papa scriverà una lettera ai paesi belligeranti, identificando la guerra come un’inutile strage, ma

comunque non considerata. Fu un grande Papa, finita la guerra con i trattati di Versailles, non potè mandare un

rappresentante a Versailles ma fu fermato dall’italia, ma fece comunque sapere la sua intenzione con una frase famosa:

“non umiliate la Germania”. L’umiliazione fu commessa, con ingenti danni da pagare a carico della Germania e

firmando questi trattati si posero le basi di quella che sarà la II guerra mondiale. In questa occasione venne smembrato

l’impero asburgico, la lungimiranza del Papa si vide anche qui: evitò di creare uno Stato cattolico nel cuore dell’Europa

a danno della Germania. Il Papa muore dopo 8 anni di pontificato e siamo nel Febbraio del ‘22 quando diventa papa Pio

XI, primo Papa lombardo, nato a Desio. Prima di diventare Papa era stato prefetto della biblioteca ambrosiana, divenuto

prefetto della biblioteca vaticana e poi stette a Varsavia dove rimase impressionato dalla rivoluzione bolscevica, dei

comunisti; da Varsavia diviene arcivescovo di Milano, dove rimarrà solo 6 mesi perché poi diviene Papa. Il suo

pontificato dura 17 anni, per i nostri argomenti questo Papa è importante, il pontificato è tra le due guerre e affronta quel

fenomeno diffuso dei totalitarismi. L’enciclica importante è del 1931 e si chiama la “quadragesimo anno”, quarantesimo

anno dalla RERUM NOVARUM, due anni prima era avvenuto il celebre crollo di Wall Street e la firma dei patti

lateranensi. In questa enciclica il Papa denuncia la colpa della finanza nella crisi ed è in questa enciclica che viene

formulato il principio di sussidiarietà (ciascuno è responsabile delle cose che gli competono, qualora non fosse possibile

lo Stato ha il dovere di intervenire in forma sussidiaria). Ancora, nel 1931, viene stilata un’enciclica breve ma

importante e scritta in italiano, perché riferita al Governo italiano dal titolo ‘non abbiamo bisogno’: il regime fascista

voleva chiudere le sedi dell’azione cattolica e il Papa avrebbe cancellato il patto, si arriva ad un compromesso con il

regime dove il Papa non avrebbe dovuto fare politica. Arriviamo al ’37 che è l’anno più importante e simbolico per i

nostri studi: nel ’37 in tre settimane scrive tre encicliche sui temi di carattere politico. La più importante è in tedesco,

pubblicata nella domenica delle Palme intitolata “con cura bruciante”, fatta stampare clandestinamente in Germania e ne

viene letta una parte a messa quella domenica nelle chiese tedesche. Poco dopo esce la “divini redentoris” contro il

comunismo ateo nell’unione sovietica e qualche giorno dopo la “no es muy conocidas” per la questione messicana dei

‘cristeros’ perseguitati. Nel ’38 cominciano le leggi razziali, prima in Germania e poi in Italia, il Papa è subito molto

chiaro a riguardo dicendo che “siamo tutti semiti” e sempre in quell’anno ci fu il trionfale viaggi di Hitler a Roma e il

Papa andò a Castelgandolfo ne periodo di soggiorno di Hitler a Roma. Nel ’39 a Febbraio, sarebbero stati 10 anni dalla

firma dei patti lateranensi, il Papa muore la notte precedente e si dice che sarebbe stato pronto a denunciare il

concordato.

Torniamo ai regimi totalitari: si realizza uno Stato totalitario quando lo Stato occupa tutto lo spazio, è onnipervasivo e

normalmente prende tutto l’uomo e ha l’ambizione di fare un uomo nuovo, lo Stato si sente oltre che gestore, educatore.

L’unione sovietica, il regime di Hitler, sono esempi di totalitarismi. Il caso dell’Italia è un po’ più controverso, il

fascismo è considerato un totalitarismo da alcuni, per altri no. Sembra che il totalitarismo non si sia realizzato per le

forze della monarchia e della Chiesa, quindi il fascismo ha aspirato a divenire un totalitarismo (pensiamo all’idea di

educare i balilla) ma non ci è riuscito.

Veniamo a Pio XII, figura importante e controversa soprattutto su una questione, il pontificato va dal ‘39 al ‘58,

pontificato che si può dividere in due parti. La prima parte è segnata dalla guerra ‘calda’ e la seconda dalla guerra

fredda. In queste condizioni, soprattutto nei primi anni, non fa encicliche sulla dottrina sociale, piuttosto si concentra sul

tenere fuori dalla guerra l’Italia che entrerà infatti solo nel ’40. La prima preoccupazione del Papa è quella di aiutare e

tenere il raccordo di notizie tra chi è al fronte e chi è a casa. Sul finale della guerra, ricorre ad un genere letterario

diverso dalle encicliche, infatti utilizza i messaggi radio per Pentecoste e Natale ogni anno. Nel ’44 quando si intuisce

che la guerra volge alla fine in maniera rovinosa per le potenze dell’asse, il Papa comincia a parlare del tema della

democrazia, dicendo che è la democrazia ciò che potrà salvare da ulteriori esperienze totalitaria, ma perché ci sia

democrazia occorre che ci sia un popolo e non una ‘massa’. Poi dopo la guerra calda, avviene la guerra fredda e sono

anche questi anni difficili, soprattutto per la Chiesa nell’Europa orientale. La Chiesa in Oriente ha patito molto questa

situazione e in questo periodo ebbe quella che si chiamerà Chiesa ‘del silenzio’, che non poteva parlare, perseguitata,

con sacerdoti incarcerati, costretti a lavori miseri. La nazione che forse più riusciva ad avere più libertà era la Polonia,

ma anche lì la mano del regime era molto forte. Il Papa muore nel ’58, i problemi per lui, però vengono dopo, a partire

dal ’63 con l’accusa di essere stato il Papa di Hitler, ad una più moderata nel non denunciare la Shoah. Quest’accusa

nasce da un’opera degli anni ’60 intitolata “il vicario”. La colpa del Papa è quella che pur sapendo non avrebbe

condannato. È vero che non ha condannato? Questa è la questione: Xères parla di un sofferto silenzio da parte di Pio XII

che documenti provano fosse contrario a Hitler che considerava come un indemoniato; inoltre studi dimostrano che

c’era anche una lettera pronta alle sue dimissioni nel caso in cui venisse catturato da Hitler. IN realtà Pio XII ha parlato,

ma in maniera silenziosa per evitare di far scatenare ancora di più il “mostro” come chiamava Hitler, se avesse parlato

dal balcone in piazza S. Pietro avrebbe peggiorato le cose. Testimonianze che Pio XII abbia parlato vi sono nelle

reazioni del regime, evidenti. Importanti sono i discorsi di Pentecoste e Natale dove Pio XII parla in modo generico,

senza far riferimento al popolo ebreo. Quello che fece poi in una rete di interventi, è notevole, in molti conventi a Roma

ospitava gli ebrei. Papa Pio XII era assolutamente critico sulla questione comunista, ma ebbe anche atteggiamento

critico nei confronti americani. Morto nel ’58, Pio XII con Giovanni XXIII si apre il pontificato successivo, durerà 5

anni e ci importa per due eniccliche, la prima del ’61 “mater et magistra”, la seconda del ’63 si intitola “pacem in

terris”. Altro merito di Giovanni XXIII è quello di avere indetto il concilio vaticano secondo che durerà per 4 anni dal

’62 al ’65. Nel Giugno del ’63 morirà e il concilio sarà portato avanti da Paolo VI. IL pontificato di Giovanni XXIII è

molto importante anche se breve: la prima enciclica (viene 70 anni dopo la RERUM NOVARUM) vede la sua parte

importante nella trattazione del principio di sussidiarietà in economia dove il Papa dice la sua a riguardo. Nel ’63

invece vi è la seconda enciclica e più famosa, sul tema politico della pace, evidenzia i pilastri sui quali questa si fonda.

Scrive l’enciclica due mesi prima di morire, ciò che lo spinge a farlo è da ritrovare nel ’62 quando la guerra fredda stava

per diventare “calda” nuovamente con scontro fra Kruchov e Kennedy per la questione di Cuba, che voleva essere

riempita di missili per tenere sotto scacco gli stati del Sud degli USA. A un certo momento Kennedy fa il blocco navale

(ultimatum) e spiega che le navi nemiche o tornano indietro oppure sarebbe riniziata la guerra, i Russi decidono così di

ripiegare e ritirare le navi. Ultimo merito è come abbiamo detto il concilio vaticano secondo, si crea una pace con il

mondo cattolico per questioni rimaste aperte. Quando muore, sale Papa Paolo VI con un pontificato che durerà 15 anni

dal ’63 al ’78. Per le nostre tematiche vanno ricordati due documenti:

- uno del 1971 intitolato “octogesima advienens”, lettera apostolica (non propriamente un’enciclica)

- un’enciclica del 1977 intitolata “populorum progressio” , che ha una prospettiva nuova nel senso che tratta i

problemi economici a livello planetario (non più a livello di Stato o continente), perché in quegli anni il mondo era

diviso tra Est e Ovest ma anche tra Nord e Sud. Ci sono alcuni passaggi interessanti nel definire anche quale sia il

livello di concorrenza giusta, corretto.

Siamo ora nel ’67, il concilio è finito e Paolo VI lo porta a termine; muore nel ’78 e la dottrina sociale della Chiesa

attraversa un momento difficile perché in quegli anni anche nel mondo cattolico si era diffusa l’idea che il futuro del

mondo si sarebbe risolto nel marxismo, molti pensavano che la dottrina sociale della Chiesa fosse superata e il Papa

nuovo viene dall’Est e quindi conosce il marxismo, soprattutto ne conosce i limiti. Da questo punto di vista Giovanni

Paolo II, il successore, si può definire come il Papa della dottrina sociale, il primo viaggio che compie è in America

Latina e rilancerà la dottrina sociale della Chiesa. Giovanni Paolo II fonderà due importanti accademie, quelle della

Vita e delle Scienze sociali; infine ha scritto tre encicliche importanti:

- la prima è del 1981 ed è intitolata “laborem excersens”, delle tre è quella che ha scritto in maggiore parte da

solo senza aiuti, tratta il grande tema del lavoro, parla del suo significato, dei diritti dei lavoratori ma non solo, delle

dimensioni del lavoro che definisce la chiave della questione sociale. Questa enciclica porta data 14 Settembre (data

insolita, solitamente le encicliche sono a Maggio, ma quell’anno il 13 maggio il Papa viene attentato), è lunga e con

stile polacco, i concetti vengono ripresi molte volte. In quegli anni c’è in Polona il movimento di Solidarnoch e il Papa

apre a riguardo un importante capitolo sul sindacato.

- La seconda è del’87, vent’anni dopo la populorum progressio, intiolata “sollecitudo rei socialis”, tradotto:

sollecitudine della questione sociale. Questa enciclica tratta la questione economica a livello mondiale (pre-

globalizzazione), il concetto è l’interdipendenza (a breve verrà poi scoperto Internet).

- La terza è del ’91, cento anni dopo la RERUM NOVARUM, intitolata “Centesimus Annus” collegata ai fatti

dell’89 con la caduta del muro di Berlino e la caduta dell’unione sovietica. La parte introduttiva cita il marxismo come

un errore antropologico, che aveva fallito in economia proprio per questo, cioè aveva sbagliato nell’identificare chi

fosse veramente l’uomo e aggiunge un’altra cosa, dei due grandi giganti che si combattevano, uno ha perso, il

comunismo reale probabilmente intendeva, con vittoria del neo-liberismo, ma induce a stare attenti a pensare però che

l’altro sia il paradiso. L’enciclica tratta molte cose: ad esempio una parte a livello dell’impresa, un apprezzamento

dell’economia di mercato, una trattazione lunga sul principio di sussidiarietà (già c’era nella quadragerimo annus e

mater et magistra) con critiche verso lo stato assistenziale.

- Nel ’95 scriverà “evangelium vitae” con temi politici e non economici sul come si faccia a disciplinare con la

legge problematiche come l’aborto, eutanasia, fecondazione artificiale.

Trattiamo ora l’enciclica di Benedetto XVI, salito pontefice nel 2005 e che a distanza di parecchi anni scrive nel 2009 la

“caritas in veritate”, resta l’ultima enciclica sociale ad oggi. Il tema di questa enciclica si evince dal sottotitolo

“sviluppo umano integrale”, si parla del ‘dono in economia’ e della finanza.

Architettura della dottrina sociale della Chiesa

Il punto di partenza è il principio ‘personalista’, dal compendio 105-107.

105. la chiesa vede in ogni uomo l’immagine di Dio stesso, nella tradizione cristiana il primato della persona è

legato a due elementi: al passo biblico secondo cui solo l’uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio (aspetto in

comune con la tradizione ebraica) e anche al fatto che in Gesù Cristo Dio si è fatto uomo (è il dogma fondamentale della

nostra fede, scandaloso per altre tradizioni). I richiami sono sostanzialmente quindi due, il passo di genesi e poi il

vangelo che ruota intorno a Gesù e alla sua incarnazione, se Dio si è fatto l’uomo, allora l’uomo è importante

106. Tutta la vita sociale è espressione della sua inconfondibile protagonista: la persona umana. Il rispetto della

persona è quindi la misura delle istituzioni, sia sociali che economiche. A tal proposito, torna utile citare un

radiomessaggio di Pio X secondo: “la società umana è oggetto della dottrina sociale della chiesa dal momento che essa

non si trova nel di fuori nel di sopra degli uomini ma esiste per essi e in essi. Questo discorso spiega l’affermazione:

‘lungi dall’essere l’oggetto e un elemento passivo della vita sociale , l’uomo deve esserne e rimanerne il soggetto.

107. L’uomo colto nella sua concretezza storica rappresenta il cuore e l’anima dell’insegnamento sociale della

Chiesa. Tutta la dottrina sociale si svolge infatti a partire dal principio che afferma l’intangibile dignità della persona

umana. La chiesa ha inteso tutelare la dignità di fronte a ogni tentativo di proporne immagini riduttive e distorte (si

pensi ad esempio alle diverse modalità riduzionistiche che vedremo poi, come ad esempio dire che l’uomo è solo

materia, o che è solo consumatore e produttore). La chiesa ha spesso denunciato le molteplici violazioni di questa

dignità. Più il potere politico diventa assoluto e più esso minaccia la persona.

L’ideologia è una visione ridotta della realtà che viene scambiata per il tutto.

124. Facendo tesoro del mirabile messaggio biblico, la dottrina sociale della Chiesa si sofferma anzitutto sulle

principali ed inscindibili dimensioni della persona umana, così da cogliere le più rilevanti sfaccettature del suo mistero e

della sua dignità. Infatti, in passato non sono mancate molteplici concezioni riduttive, di carattere ideologico o dovute

semplicemente a forme diffuse del costume e del pensiero accomunate dal tentativo di offuscarne l’immagine mediante

la sottolineatura di una sola delle sue caratteristiche a scapito di altre (Paolo VI). La persona non può mai essere pensata

solo come assoluta individualità perché un soggetto in continua relazione.

125. Gli individui non ci appaiono slegati tra loro ma bensì legati in armoniche relazioni con altri individui, l’uomo non

può essere inteso come un semplice elemento e una molecola dell’organismo sociale. Questo lo affermerà anche Kant

(protestante, pietista)dicendo che tutte le cose hanno un prezzo mentre l’uomo ha una dignità e il lavoro non può essere

definito solo merce perchè vi è all’interno la dignità del lavoro prestato dalla persona. Il primato della persona non

corrisponde una visione individualistica massificata, le persone si mettono in società ma non possono costituire una

massa ma un popolo e ogni persona è in un ceto senso un fine in se stesso (la chirurgia funziona sulla base che per la

salvezza del tutto si sacrifica la parte, questo esempio non vale nel rapporto nella società, perché la persona è fine e non

mezzo, fine incomparabile.

126. La fede cristiana si pone al di sopra e all’opposto delle ideologie, la dottrina sociale si fa carico delle

differenti dimensioni dell’uomo che è anche un essere della società.

130. Quando si è innamorati di qualcuno e si diventa gelosi. La gelosia è una forma di amore insicuro perché ipotizza

che il patner preferisca una persona migliore. Per uscire dalla gelosia, bisogna far scoprire al patner la propria

singolarità.

132. Una società giusta….. ? … L’ordine delle cose deve essere misurato in base all’ordine delle persone. L’ordine

sociale e il suo progresso devono sempre far prevalere il bene delle persone. Bisogna considerare il prossimo come un

altro se stesso.

133. In nessun caso la persona umana può essere strumentalizzata per un qualche scopo.

Lezione 24/4: dopo aver studiato il concetto di persona nel soggetto della specie umana (l’embrione e il neonato vanno

trattati come tali) avevamo poi introdotto la tematica relativa alla famiglia come società naturale (art. 29 della Cost.)

fondata sul matrimonio, importante per la persona, per la società (eravamo arrivati al 214).

Adesso seguono numeri che saltiamo che sono riflessioni sul matrimonio (n. 219) come sacramento, come il 221

sull’amore e la formazione di una comunità di persone. Cominceremo a dire qualcosa dal n. 224 sul tema della famiglia.

Oggi è controversa la definizione di famiglia, dove la dottrina sociale si scontra con altre culture, con una posizione

però condivisa di fatto da molte posizioni che non sono di ‘credenti’. La questione oggi è ‘che cos’è la famiglia’, fino a

20 anni fa questo quesito non era un problema, oggi pone dei problemi perchè si richiedono tutele di diritto anche per

posizioni in contrasto con quelle della dottrina. Interessa ora valutare la convivenza come ad esempio le coppie di fatto

sotto l’aspetto della rilevanza sociale. Un po’ di anni fa il fatto c’era ma nessuno richiedeva particolari riconoscimenti,

ad esempio gente dello stesso sesso che richiede eventuale equiparazione a coppie eterosessuali. Ora la cultura attuale

spinge al riconoscimento alla coppia anche eterosessuale di fatto gli stessi diritti che ha la coppia eterosessuale che si è

impegnata attraverso l’istituto (anche solo civile) del matrimonio. Perché dovrebbero essere discriminati (si parla

sempre dell’art 2 e 3 della Cost.) ci si chiede? La risposta che può essere d’aiuto sta nel fatto che nell’istituto di

matrimonio ci sono dei doveri, cosa che nell’altro caso non avviene e questo comporta qualche forma di

discriminazione/svantaggio. Quando ci si sposa, nasce un nuovo soggetto, la famiglia che è tutelata, se non avviene si

crea un’esperienza di fatto. Possiamo dire che ci sia qualche svantaggio, ma non possiamo parlare secondo la dottrina

sociale di discriminazione.

L’altro grosso capitolo è quello delle convivenze omosessuali (fenomeno impressionante dal punto di vista della

sincronia con la quale stanno avvenendo i fatti, tra gennaio e marzo in Inghilterra e Francia si sono votate le nozze gay

con il diritto di adottare, così come in Spagna e in Portogallo, in America con Obama, in America Latina): qual è la

questione in gioco? La dottrina anche qui non incide direttamente sull’omosessualità ma sulla possibilità del

matrimonio tra omosessuali, quello che viene perso di vista è la differenza dei generi (iniziata in America negli anni

’70) che possono essere di più (rispetto ai DUE sessi) e che vengono a formarsi sia dalla nascita che in corso di vita (ad

esempio, rispettivamente, ermafroditismo e transessualismo). La teoria del ‘gender’ vorrebbe realizzare la vera

eguaglianza, una delle conseguenze è che in fondo questa teoria nega la differenza antropologica. La posizione dela

Chiesa non è isolata, la Francia ad esempio in una delle sue metà sostiene la contrarietà del matrimonio gay (anche tra

non cattolici) appoggiandosi all’idea della dottrina sociale della Chiesa. La dottrina sociale della Chiesa tiene fermo il

valore della famiglia, senza fondamento strettamente rivelato, questi argomenti sono fatti propri condivisi da altri non

cattolici.

Analizziamo ora il numero 238 sul diritto che hanno i genitori di educare, diritto primario che non compete allo Stato, il

quale può intervenire in maniera suppletiva qualora i genitori non dovessero riuscire. Questo riguarda ad esempio il

diritto di mettere in piedi le scuole secondo definite identità (es. scuole cattoliche), pubbliche non statali.

Un altro capitolo importante è l’educazione, ad esempio parlando di Zapatero che ha introdotto un corso di educazione

alla cittadinanza che insegna valori per crescere buoni cittadini, ad esempio cercando di eliminare l’omofobia; in

Francia il governo Hollande introduce un corso di etica imposto a tutte le scuole con contenuti simili (Papa Giovanni

Paolo II diceva che anche i regimi democratici possono essere totalitari).

Lezione 29/4

Vedere da il Foglio: il pluriabortista, infanticida seriale sotto processo a Philadelphia il dottor Gosnell e i suoi interventi

a nascita parziale, ma l’America è distratta”

Proseguiamo con il tema della famiglia…

Ai n° 246-247 vediamo la famiglia protagonista della vita sociale. È importante qui la parola protagonista perché alcune

istituzioni non riconoscono la posizione soggettiva e vedono la famiglia come soggetto passivo, nel 247 si dice che le

famiglie possono e devono diventare soggetto delle attività di politica, in tal senso le famiglie devono crescere nel senso

di essere protagoniste della politica familiare e assumersi il dovere di cambiare la società. Le famiglie hanno diritto di

legare associazioni con altre famiglie per proteggere i diritti e rappresentare gli interessi della famiglia; sul piano

economico giuridico deve essere riconosciuto il diritto delle famiglie e delle associazioni della famiglia.

Famiglia, vita economica e lavoro: qui il bene principale è la famiglia al quale è finalizzato il bene lavoro, due beni

possono anche essere coordinati o subordinati in maniera rovesciata; la famiglia da molto al lavoro, in una prospettiva

non ideologica i due beni si compongono, in una prospettiva ideologica non si compongono! Una prospettiva ideologica

che minaccia il bene famiglia è il lavorismo ad esempio, quella secondo cui un uomo viene ridotto a produttore e/o

consumatore, nulla di più, questo vuol dire trascurare altri aspetti della persona che restando fuori vengono penalizzati;

un esempio è il caso di conflitto tra le esigenze del profitto e quelle di una famiglia nell’organizzazione di un’impresa,

se si tiene presente solo un aspetto (maggiore disponibilità del lavoratore) si minimizza la famiglia ad una forma

ideologica.

Ai n° 248-51 il rapporto che intercorre tra famiglia e vita economica è particolarmente significativo, da una parte infatti

l’economia è anta dal lavoro domestica e la casa continua a essere unità di produzione e centro di vita, il dinamismo

della vita economica si sviluppa con l iniziativa delle persone e si realizza in reti complesse, la famiglia va considerata

come una protagonista orientata non dalla logica del mercato ma da quella condivisione della solidarietà tra le

generazioni. Un rapporto particolare lega la famiglia al lavoro, infatti la famiglia rappresenta uno dei termini più

importanti di riferimento secondo cui tale rapporto affonda le sue radici nella relazione che intercorre tra la persona e il

frutto del suo lavoro e riguarda non solo il singolo come individuo ma la famiglia intesa come società domestica.

Al 251 nel rapporto tra famiglia e lavoro particolare attenzione va riservata al lavoro femminile.

Ai n° 252-254 si conclude il tema sulla famiglia nei confronti della società dove si deve riconoscere la priorità sociale

della famiglia, la società non deve venire meno nel suo compito di rispettare e promuovere la famiglia stessa; le

istituzioni statali nel rispetto della priorità della famiglia sono chiamati a garantire la genuina identità della vita

familiare e combattere ciò che la ferisce (fecondazione artificiale si pensi ad esempio), non devono sostituirsi o togliersi

del tutto da questo compito, bisogna quindi rispettare il principio di sussidiarietà. È essenziale il prerequisito del

‘riconoscimento’ della priorità della famiglia comporta il superamento delle concezioni meramente individualistiche. La

famiglia per la dottrina sociale è un pilastro.

In 397-400; 406-7; 567-74; Ev. 73 si parla di come i valori che sono presenti nel compendio possano essere riconosciuti

nell’ordinamento legislativo in una società pluralistica. Facciamo un esempio con l’aborto: se ci sono due opinioni di

contrasto si deve cercare un’opinione di compromesso, ma il compromesso lo si può fare su tutte le questioni? Papa

Benedetto ha introdotto questa terminologia (che a qualcuno da fastidio) sui principi irrinunciabili o valori non

negoziabili che sono la vita, la famiglia e la libertà d’educazione. Semplifichiamo in relazione alla vita: stabilire se

promuovere o meno l’aborto.

Illustriamo il principio di sussidiarietà: nell’architettura dell’etica sociale cattolica dopo il principio personalità e la

realtà importante della famiglia viene questo altro principio insieme a solidarietà e bene comune. Questi principi devono

ispirare sia la politica che l’economia.

Parliamo inizialmente di solidarietà e bene comune: nel mondo cattolico per esempio si potrebbe schematizzare i

cattolici di sinistra per la solidarietà e i cattolici di destra sono quelli per la sussidiarietà più vicini all’area liberale.

Questa affermazione non ha nessun senso nella dottrina sociale della chiesa perché il principio di sussidiarietà non è

l’antitesi di quello di solidarietà, anzi di questi due il primo che va affermato è quello di solidarietà perché gli individui

nascono in un’idea di comunità dove uno è responsabile anche dell’altro. Il sistema fiscale ad esempio è regolato

secondo un principio di solidarietà, per esempio, infatti chi ha tanto e guadagna tanto deve rendere di più, chi guadagna

meno deve rendere meno. La sussidiarietà è una modalità di applicare la solidarietà, se manca questo tipo di

applicazione non abbiamo un corretto concetto di solidarietà. La solidarietà è il principio più ampio che racchiude in se

una sua lettura nella sussidiarietà.

Veniamo al compendio: 417 c’è la dualità tra società politica e civile (non c’era in Hobbes, Rousseau, Locke ricordati

che è quello più vicino alla dottrina sociale della Chiesa) ma alla distinzione la chiesa ha contribuito nella figura

dell’uomo aperto alla trascendenza, relazionale e autonomo contrastata sia dall’individualismo e da quella totalitaria

tendenti a far finire l’identità nello Stato. La società civile è un insieme di relazioni e di risorse culturali e associative (in

Locke erano quelle associazioni che nascevano dai patti) relativamente autonome dall’ambito sia politico che

economico e in queste il fine è universale perché riguarda il bene comune cui tutti hanno diritto ognuno in una quota

parte dove i cittadini possono associarsi per difendere legittimi interessi e far valere i loro diritti fondamentali. La

società politica c’è perché la civile sia possibile, è un corollario diciamo… la comunità politica seppure collegata non è

uguale nella gerarchia infatti questa è al servizio della società civile e in ultima analisi (non avviene nei totalitarismi)

nelle persone e nei gruppi che la compongono. La civile ha preminenza perché in essa trova la giustificazione

dell’esistenza della politica. Lo Stato deve fornire una cornice adeguata al libero esercizio delle scelte individuali (chi

mette in piedi una scuola o qualsiasi altra cosa) rispettando il principio di sussidiarietà.

419) La comunità politica è tenuta a regolare i propri rapporti secondo il principio di sussidiarietà (perché la società

politica per sua natura tende a prevaricare), principio di difesa contro lo Stato che volesse fare il “di più” infatti presenta

due facce che vedremo. Le attività della società civile oltre quindi lo Stato e il mercato costituiscono le modalità più

immediate per esprimere la solidarietà della persona.


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Esame: Etica sociale
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e gestione aziendale (MILANO)
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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher PLANESET di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Etica sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Citterio Ferdinando.

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