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Filosofia del diritto

Varie forme di giustizia

Catallatica: si estrinseca nella forma di uno scambio e di un dono, non c'è necessità della presenza di un terzo (politico o giudice); c'è sotto l'idea di comunità, cioè la concezione classica per cui degli individui si rapportano in nome di un principio comune.

Prudenza

Prudenza corrisponde all'uso che della ragione nel diritto si fa come avviene per il regolo lesbio, cioè l'adattamento della regola al caso concreto non può avvenire per via deduttiva. Il giurista in generale e il giudice in particolare devono tenere conto del fatto che ciascun caso concreto presenta delle particolarità che possono sì anche farlo rientrare in una regola generale, ma magari allo stesso tempo lo distinguono anche.

È una caratteristica che riguarda certamente la ragion pratica, non quella analitica-modello delle scienze deduttive: infatti sempre di verità si tratta, ma non ambisce a una certezza analitica, bensì che si ricerca empiricamente, che consente di adattare la regola alle pluralità del caso concreto. Prudenza è il modo in cui si usa una ragione diversa da quella delle scienze deduttive, ma sempre di ragione si tratta. Molto usata dalla giurisprudenza romana.

Ragione in Aristotele

Capacità di essere rivolta ad un fine-teleologica, come in San Tommaso (per certi versi è un pensatore classico, appartenente al giusnaturalismo classico... per altri versi è già pensatore moderno, influenzato dal neoplatonismo: idea del metodo di una deduzione forte + problema della creazione ex nihilo attribuito a Dio — pensatore a metà tra pensiero classico e moderno).

Renato Cartesio

Fine Cinquecento-pieno Seicento, vive nell'età moderna, è il fondatore del razionalismo. In lui ritroviamo fortemente due delle caratteristiche del pensiero moderno: il dualismo metafisico e la matematizzazione del sapere (l'altra è l'egualitarismo politico)

Opera più importante: Il discorso sul metodo 1637 (in francese). Poi anche Le meditazioni 1641-44 (sempre in francese). Ha inventato la geometria analitica, che ci consente di rappresentare lo spazio attraverso i numeri — c'è l'idea di mettere insieme la matematica e la geometria — rispecchia la volontà di creare un nuovo metodo per fondare una scienza universale — si semplificano i problemi e si cerca di trovare un unico metodo per risolvere ogni tipo di problema — i problemi geometrici vengono ridotti in equazioni algebriche (più facili da manipolare).

In Cartesio è evidente la tensione continua della costante riduzione del molteplice all'uno (frutto di quel lungo maturare del pensiero neoplatonico nelle forme del pensiero identitario moderno). Ed è con questi auspici che nel 1637 pubblica la sua opera principale, il cui titolo intero è: Discorso sul metodo per ben condurre la propria ragione e cercare la verità nelle scienze.

Opera sotto forma di autobiografia intellettuale, in cui l'autore dice di essersi reso conto durante la sua vita che alcuni uomini riescono a risolvere i problemi, e altri no. Ma allora si chiede: "Ma poiché siamo tutti dotati della medesima ragione, perché alcuni risolvono i problemi e invece per altri risultano insoluti? Dipende dal metodo, non dalla ragione... perché la ragione ce l'abbiamo tutti... ciò che in qualcuno difetta non è la capacità razionale, ma una capacità di tipo metodico. Poiché tutti siamo dotati della medesima ragione, se tutti fossimo in grado di trovare il giusto metodo, tutti noi saremo in grado di trovare la verità. Il metodo deve essere universale, in modo da essere applicato per trovare la verità in tutte le scienze, non solo in una.

  • Non accogliere per vera alcuna cosa che non conoscessi essere tale con evidenza — caratteristica-precetto dell'evidenza — "Evitare diligentemente la precipitazione e la prevenzione + non abbracciare nei miei giudizi nulla più di ciò che si presentasse alla mia intelligenza così chiaramente e distintamente da non avere occasione alcuna di porlo in dubbio" — ci sono delle cose di cui noi possiamo avere una certezza da non poter essere messa in dubbio, si presentano alla nostra intelligenza con un'evidenza assoluta — raccogliere come punti di partenza precetti che io sapessi essere veri senza alcun dubbio.
  • Sciogliere ognuna delle difficoltà che esaminassi in tante piccole parti quanto fosse possibile e richiesto per meglio risolverle — caratteristica-precetto della scomposizione — quando incontri un problema scomponilo nelle parti più piccole che la cosa in sé da risolvere ti consente e parti da quelle.
  • Condurre per ordine i miei pensieri, cominciando dagli oggetti più semplici e più facili, per salire poco poco per gradi alla conoscenza dei più complessi, e supponendo un ordine, tra quelli che non derivano naturalmente gli uni dagli altri — caratteristica-precetto dell'ordine — scomponi il problema in problemi più piccoli e parti a risolvere quelli più semplici; una volta risolti i più semplici passi a risolvere quelli più complessi; se non c'è un ordine naturale tra di loro, ce lo mette la ragione, e l'ordine che mette è sempre di tipo gerarchico-deduttivo.
  • Fare ovunque enumerazioni così complete e rassegne così generali da essere certo di non omettere nulla — caratteristica-precetto dell'enumerazione — parti da cose che sai essere certe e vere su cui non dubiti, hai un problema lo scomponi in problemi più piccoli, parti da quelli più semplici e poi passi a quelli più generali, se non c'è un ordine che ti si presenta immediatamente lo fai tu, e devi essere sicuro con questo metodo di non tralasciare nulla di quello che hai davanti.

Sono regole di buonsenso, che tutti possono seguire; questo metodo mi consente di ottenere la verità. Cartesio scrive poi di aver notato che il metodo usato dai matematici consente di conoscere con verità tutto di quel settore — se usiamo questo metodo, nulla che cada sotto la conoscenza umana resterà nascosta... basta guardarsi bene dall'accogliere per vera qualcosa quando non lo sia e osservare sempre l'ordine necessario per dedurre una cosa da un'altra (es. in matematica ci sono gli assiomi, precetti di evidenza indiscutibili, da cui partiamo e deduciamo tutto lo scibile matematico) — con questo metodo possiamo ottenere la verità non solo nella scienza matematica, ma in tutte le scienze, e se c'è qualcosa che ancora non conosciamo per vero, con questo metodo riusciamo a ottenere tutta la verità — idea del progresso della conoscenza — "Un giorno tutto andrà meglio" scrive Voltaire.

Ed è qui tutta la distanza da un sapere di tipo contemplativo-la filosofia e un sapere di tipo operativo-le scienze. Nelle scienze c'è l'idea di progresso... è la scienza stessa che garantisce il progresso. Nella filosofia c'è progresso nel senso che le argomentazioni potranno essere migliori, ma non c'è mai progresso nel senso che le domande sono sempre le stesse (sono le stesse da cui siamo partiti nel mito)... vero che sia io sia le situazioni intorno sia le persone che ho davanti cambiano continuamente, ma essendo la domanda filosofica totalizzante, questa si ripresenta uguale a sé stessa nella sua immutata tragicità. Invece nella scienza ci sono cose su cui a un certo punto non dubito più; i modelli scientifici sono fermi sui loro assunti: se cambio assunti allora cambio modello, cambio tipo di scienza e creo un nuovo modello. Però se vogliamo restare in un tipo di scienza, gli assunti che ho raggiunto in un contesto valgono sempre e comunque (se cambio fondo proprio una nuova scienza... anche se alcuni fondamenti non si mettono più in ogni caso in discussione).

Le cose cambiano, ma in generale possiamo dire che nella filosofia non abbiamo quel tipo di progresso che possiamo avere nelle scienze. Cartesio: un giorno conosceremo tutto, non ci sarà nulla su cui non potrò ottenere la conoscenza — idea moderna del progresso — posso raggiungere la conoscenza totale. Scienza: partendo da assiomi autoevidenti, dei quali per definizione non si può dubitare, potrò conoscere tutta la verità. Filosofia: non ci sono assiomi autoevidenti su cui non possiamo esercitare il dubbio, essa domanda continuamente proprio su i suoi assunti e persino su se stessa in quanto sapere problematico. Cartesio dice che potremo conoscere tutto in quanto, essendovi una sola verità di ogni cosa, chiunque la trovi ne sa tanto quanto se ne può sapere — idea della modernità — c'è un metodo per cui si può essere sicuri di avere trovato della cosa che si ha davanti tutto ciò che l'intelletto umano potrebbe conoscere.. e nulla residua al di fuori di essa — c'è una sola verità per ogni cosa e chiunque la trovi ne sa tanto quanto se ne può sapere. Inoltre ciò per Cartesio è possibile in quanto il metodo che insegna a seguire il vero ordine ed ad enumerare esattamente tutte le circostanze di ciò che si cerca, contiene tutto ciò che dà certezza alle regole dell'aritmetica: le regole dell'aritmetica sono l' esempio del metodo; il metodo contiene tutta la certezza dell'aritmetica.

Quindi se lo usi conoscerai la verità su ogni cosa, tutta la verità. È una concezione molto distante dall'idea di un sapere filosofico in cui la verità non si svela e non si dà mai tutta; infatti nella filosofia non possiamo avere un progresso in quanto non ci sarà mai una questione totalmente risolta... al massimo può essere sospesa per cause accidentale.. ma la verità residuerà sempre. Invece la concezione cartesiana ci dice che prima siamo ignoranti, poi se adottiamo il metodo riusciamo a conoscere tutta la verità in quanto verità=oggetto della mia conoscenza — si distacca molto anche da Sant'Agostino, il quale sosteneva che la verità è ciò che precede la mia conoscenza.. ed è proprio l'amore che la verità suscita in me che mi muove alla ricerca della verità stessa. Differenze nette.

Nella postmodernità si mette in discussione la pretesa totale della ragione moderna, senza però ritornare a una concezione classica — non c'è più l'idea di una verità che si manifesta problematicamente, ma c'è l'idea di qualcosa che non è verità che si manifesta puntualmente... non riusciamo a distinguere ciò che è vero e ciò che è falso in quanto la verità non esiste.

Metodo moderno di Cartesio

Ordine e disposizione di cose a partire da verità innegabili ed autoevidenti. Problemi: come faccio a conoscere queste verità autoevidenti? Come faccio ad essere sicuro che siano certe? Unica risposta che Cartesio poteva dare (non si preoccupa di essere metafisico): le conosco tramite intuizione; poi da queste, applicando il metodo deduttivo, ottengo certezza.

Diverso da Platone, qui la verità è un prodotto del metodo. Problema dell'intuizione di verità prime ed autoevidenti: sembra questione vecchia ma anche Gottlob Frege (fondatore della logica moderna) nella sua opera-monumento "Grundlagen Der Arithmetik" dice che nella logica ci sono verità che non troviamo altrove: "Ci sono verità e verità.. e le verità che troviamo nella logica sono verità su cui non è possibile dubitare" (es. A=A principio d'identità-formula autoevidente della logica formale-non è possibile metterlo in discussione.. non esistono logiche non identitarie.. invece alcune negano benissimo altri principi come quello di non contraddizione).

Tuttavia questa non è la risposta di Cartesio, anche se egli si è posto il problema della certezza: Perché le verità prime da cui noi partiamo sono verità? Se la verità la otteniamo solo dopo aver applicato il metodo, come facciamo a partire da queste verità che ci appaiono autoevidenti? Io posso anche dire che mi appaiono autoevidenti, ma come facciamo a dire che sono effettivamente vere? Tutti noi possiamo dire che il principio d'identità è autoevidente; Hiddegard dubitava di questo: in un saggio sulla rivista Aut Aut scrive che A=A non afferma l'identità dell'ente con sé stesso, poiché nel formalismo matematico l'A a destra non è la stessa di quella a sinistra; quindi sostiene che per avere la concezione di qualcosa di identico a sé stesso devo costruire il diverso: per poter dire A=A devo mettere una A giustapposta ad A — anche il formalismo del principio di identità, che sembrerebbe escludere la diversità, la implica. Infatti l'identità assoluta non può essere affermata, pena discorso contraddittorio.

Cartesio: queste verità autoevidenti sono certe perché vengono da Dio — anche con Galilei, il pensiero moderno non nasce laico, non nasce ateo... ma nasce religioso, implica necessariamente l'idea dell'esistenza di Dio (per un pensiero ateo bisogna aspettare l'Illuminismo e i Giacobini). Cartesio: ma nel momento in cui conosciamo una verità come autoevidente e certa, chi ci assicura che Dio non ci sta ingannando? Ma noi non possiamo pensare a un Dio ingannatore. Dio è la garanzia che ciò che noi conosciamo tramite intuizione come certo e vero, è vero... su queste certezze da cui infatti non applichiamo quel metodo che invece applichiamo a ciò che conosciamo partendo da quelle stesse certezze. O meglio, nonostante Dio sia per definizione infinitamente buono, potrebbe succedere che un demone maligno si introduca tra noi e Dio, facendo sì che noi partiamo da cose che ci sembrano vere ma che in realtà non lo sono? No perché Dio è per definizione infinitamente buono e noi siamo le sue creature predilette: Dio non permetterebbe che noi fossimo ingannati. Ma come faccio ad esserne proprio certo? Sono certo che Dio non permetterebbe che noi ci inganniamo, tanto che consente a noi uomini la capacità di dubitare, cioè ci consente, di fronte all'errore o alla falsità, di dubitare e di superare l'errore, per poi trovare la verità; se ci volesse veramente ingannare non ci consentirebbe di dubitare — è il dubbio cartesiano: è un dubbio metodico, cioè è ciò su cui si fonda il metodo — lo esercito su tutto metodicamente — mi interrogo se ciò che ho davanti sia vero o falso; ma è anche un metodo che si fonda sul dubbio.

Problema: se io posso esercitare il dubbio su tutto, allora lo posso esercitare su tutto anche su tutto ciò che è stato detto fin qui; ma questo invece di mettere in difficoltà Cartesio, gli porta la convinzione che, qualunque sia l'estensione di tale dubbio, non viene mai meno la certezza che io dubiti (che io dubito è l'unica cosa veramente ferma e sicura: io posso dubitare di dubitare di dubitare.. ma qualcosa resta sempre fermo) — allora c'è la certezza che io dubito e che esisto in quanto dubito — io sono in quanto dubito — cogito ergo sum.

Ecco tutta la distanza tra il pensiero classico (il dubbio è causato dalla verità... è lei che mi spinge a dubitare-domandare delle cose) e il pensiero moderno (la verità è prodotta dal dubbio... che io dubito è l'unica certezza che ho). Nella costruzione moderna però tutto però sta in piedi solo se non metto in dubbio che Dio esiste, altrimenti queste certezze da dove mi vengono? — Dio viene ridotto a una mera ipotesi necessaria... Dio non è che esiste, deve esistere!! La modernità non rinnega assolutamente l'esistenza di Dio. Dio stesso diventa un oggetto a disposizione della mia ragione — per far sì che l'uomo diventi un Dio, l'uomo supera Dio; alla fine del ragionamento di Cartesio, l'uomo attraverso il metodo diventa padrone della natura: produce la tecnica con cui modifica il mondo; se nelle cose non c'è un ordine naturale, ce lo metto io... ma poiché l'ordine è prodotto dalla ragione, l'ordine è quello che decido io (mentre nella concezione medievale l'ordine nelle cose è quello inscritto da Dio — è un ordine fuori dalle mie possibilità — aristotelico). L'ordine che io metto non è un ordine che osservo, non è l'ordine del creato a cui io mi adatto... ma è il creato che si adatta al mio ordine; non è un ordine naturale... o meglio è naturale nella misura in cui sta nella mia mente. La tassonomia non è più la classificazione di ciò che vedo, ma di ciò che penso (concezione che nasce da Proclo, neoplatonico e cultore dell'alchimia e della magia... prime volte in cui l'uomo tenta di creare cose che in natura non esistono, sovvertendo l'ordine naturale delle cose).

Quindi se Dio è ridotto a una mera ipotesi, non è più qualcosa al di fuori di me e che limita la mia ragione — la mia ragione è onnipotente, non conosce limiti. Anche questa è un'ipotesi necessaria: dubito ergo cogito (PM) io è perché dubito, che penso cogito ergo sum e quindi è perché penso, che sono. È ipotesi necessaria poiché se io dico "Sono in quanto penso, penso in quanto dubito", vuol dire che io, essere essente, quando penso, cioè dubito, mi concepisco come essere imperfetto: perché lo stato del dubbio in cui costantemente so...

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Scienze giuridiche IUS/20 Filosofia del diritto

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ilaria.baisi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Trento o del prof Manzin Maurizio.
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