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Appunti Filologia, prof. Paola Vecchi Galli

Appunti di Letteratura e Filologia Italiana basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. Vecchi Galli dell’università degli Studi di Bologna - Unibo, facoltà di Lettere e filosofia, Corso di laurea magistrale in italianistica, culture letterarie europee, scienze linguistiche. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Letteratura e filologia italiana docente Prof. P. Vecchi Galli

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2- È stato trovato, però, il cognome Grasso. Esiste, infatti, un Tommaso Grasso, di origine

messinese che nel 1326 si era imbarcato a Bologna per tornare a Messina. Parte con una

cassa di libri di diritto, come Tommaso da Messina aveva fatto studi giuridici.

3- Insieme ai libri di diritto porta con sé altri manuali: “Etimologia di Isidoro” (libro

enciclopedico), “legenda Santorum” (libro di devozione).

4- Coincidenza: anche Petrarca a Bologna comprò l’ “Etimologia di Isidoro”

vidi il buon Tommaso ch’ornò

5- Citazione di Tommaso da Messina nel “Trionfo D’Amore”:

Bologna ed or Messina impingua: gioco di parole Grasso-impinguare (prova Esterna).

Forse Tommaso Grasso e Tommaso Caloiro sono la stessa persona.

6- Tommaso, nel sonetto, chiama Lauretta la donna di Petrarca: strano, il vezzeggiativo e il

nome stesso di “laura” circolava poco fa i contemporanei. solo le persone più vicine a

Vita Petracchi

Petrarca potevano sapere questo nome (attesto nella di Boccaccio)

7- Questo son. è stato attestato da pochi testimoni: vi è una variante

importante(Selvaggia/Costanza: la prima era l’amata di Cino da Pistoia, la seconda di

Francesco da Barberino – lectio difficilior). Sicuramente i falsi circolavano dopo la morte di

Petrarca, dunque viene spontaneo domandarci come mai un falsificatore si fosse servito

proprio del nome di Tommaso da Messina per il suo componimento, non c’era bisogno di

inventarsi una corrispondenza falsa. Come mai nel sonetto è stata inserita la varianti

semisconosciuta di Costanza? In pochi conoscevano l’amata di Francesco da Barberino, e

fra questi pochi c’era Petrarca.

8- Tommaso, nel suo sonetto, crea un piccolo canone poetico: cita le donne dei poeti del

Trecento.

Deve essere riattribuito anche il son. “Non veggio oma’ rimedio alla fedita” (nel ms.

 Laurenziano-strozzi 178: composto a fine 300/inizi 400, vi sono presenti vari autori, fra

cui Petrarca. Non è un ms. molto ampio, sono presenti sono 137 carte: sono incluse

“Donna mi vene” e “Quel che a nostra natura in sé più degna” (inviata a Azzo da

Correggio nel 1341, molto simile a “Italia mia” e per questo esclusa), canzoni attribuibili a

Petrarca. Ms. dunque sembra attendibile)

Nella III/IV sezione ci sono 30 sonetti con doppia attribuzione (Petrarca e Boccaccio)

1. I’ ho già mille penne e più stancate (B 17; S III) 18. O dì felice, o ciel chiaro sereno (S IV; B 2)

2. Chi crederia giammai ch’esser potesse (B 12; S IV) 19. Gli occhi, che m’hanno il cor rubato e messo (S

3. Le nevi sono e le piogge cessate (S III; B 19) III; B 8)

4. S’io quello specchio potessi tenere (S IV; B 11) 20. Il mar tranquillo, producer la terra (S III; B 10)

5. Iscinta e scalza, con le trezze avvolte (S IV; B 1) 21. Prati, giardini, vaghi balli o canti (S III; B 6)

6. Se quelle trecce d’or che m’hanno il core (S IV; B 22. I’ solea spesso ragionar d’amore (S III; B 24)

13) 23. Lasso, s’io mi lamento, io n’ho ben donde (S III; B

7. I’ avea già le lagrime lasciate (S III; B 18) 30)

8. Se io credesse, Amor, che in costei (S III; B 26) 24. S’io avessi in mano gli capegli avvolti (S IV; B 15)

9. Per certo, quando il ciel con lieto aspetto (S IV; B 25. Levasi il sol talvolta in oriente (S III; B 4)

20) 26. Se io, che già più giovine provai (S III; B 25)

10. Perché ver me pur dispermenti invano (S III; B 27) 27. Degli occhi, dei quai nacque el foco ond’io (S III;

11. Io mi credea troppo ben l’altrieri (S IV; B 9) B 21)

12. I cape’ d’or di verde fronde ornati (S III; B 5) 28. I’ vo, sonetto, i mie’ pensier fuggendo (S III:

13. Cadute son degli albori le foglie (S III; B 14) sovente in luogo di sonetto; B 22)

14. O ch’Amor sia, o sia lucida stella (S III; B 28) 29. Rotto è il martello, rott’è quella ’ncugge (S III; B

15. Ecco, madonna, come voi volete (S III; B 16) 29)

16. D’oro crespi capelli e annodati (S IV; B 3) 30. Amore, pur convien che le tue arme (S III; B 23)

17. La volontà più volte è corsa al cuore (con le

stesse rime di RVF 84) (S III; B 7) Di ridere ho

Nella V Sezione sono introdotte le “Frottole attribuite a Petrarca” (forse vera “

gran voglia”: il componimento più ampio inserito nella raccolta Solerti e per questo

sottoposto a corpose verifiche testuali/formali. )

Nella VI Sezione Solerti introduce le “Rime di altri autori attribuite a Petrarca”.

Le rime disperse e la critica del Novecento

Per una nuova ed. delle estravaganti petrarchesche: Dante Bianchi

 (1928.1954) impegno rivolto all’intero corpo solertiano, ma la sua interpretazione al

problema lo ha indotta ad approcci disuguali.

Indagini sulle Disperse di Annarosa Cavedon: impegnata per anni a ridisegnare il

 settore della tradizione delle Disperse, valutando le attribuzioni. Al saggio “Intorno alle

rime stravaganti” (1983) la studiosa ha fatto seguire un gruppo di saggi intenti a definire

la tradizione veneta dei msi. La questione su cui punta Cavedon non è solo l’attribuzione

petrarchesca: il punto del suo studio si sposta sulla provenienza e sui modi della

propagazione della tradizione manoscritta veneta (11 manoscritti: dalla loro

comparazione ha ricavato la monocellula V, divisa in 2 famiglie). Da V è possibile risalire

ad un nucleo originario di 30 componimenti che rappresentano la struttura primogenita

della tradizione veneta dell’estravaganti/Disperse. Anche se rimangano dubbi

sull’attribuzione è un dato rassicurante il fatto che essi risultavano già antologizzati

quando Petrarca era ancora vivo: possiamo dirlo perché erano interpolati a copie dei rvf

in fasi redazionali intermedie.

Ed. Chiorboli: aveva proposto una scelta di 23 disperse, fissando un piccolo repertorio

 Ed. Sapegno: attingendo molti testi dall’ed. Solerti denuncia i limiti di incertezza delle

 poesie pubblicate, per alcune delle quali si ipotizza una categoria di Rime Probabili e

dubbie.

Ed. Laura Paolino: edizione con intento opposto rispetto all’ed. Solerti. Paolino è

 orientata a verificare quale sono le disperse veramente attribuibili a Petrarca: qui, se

confrontiamo tale ed. a quella di Solerti, si resta colpiti dalla rarefazione dei reperti (26).

Questa edizione ci conferma che da un lato dobbiamo venire a patti con le Rime

estravaganti (autografe, dunque certe), dall’altro con il corpus delle apocrife (incerte, con

casi di doppia attribuzione).

Estravaganti, Disperse, Apocrifi Petrarcheschi (paola V. Galli)

Si può dire “estravagante” quanto della produzione di Petrarca non fa parte di un libro, o non

si chiude come progetto: ciò che non è finito è fragile, prossimo all’errore e alla fuga del

tempo. Già per Dante esisteva l’agg. Stravagante (Rime, Convivio, De Vulgari eloquentia). La

poetica della dispersione non competa a Dante, essa è prerogativa petrarchesca. Il Petrarca

nell’estravaganti sperimenta, nel Canzoniere crea l’opera intera, integra. In Petrarca i gesti

dell’ordinare e del disperdere acquistano significato simbolico: indicano la mobilità della sua

scrittura e l’inquietudine del suo animo (Silvanus, pelegrinus ubique, sono tutti appellativi che

indicano una persona che non trova requie). L’opposto della dispersione è l’unità: secondo le

parole di S. Agostino (Secretum) l’unico modo per dissipare il caos interiore è ribellarsi alle

passioni terrene e fare ordine per uscire dal labirinto. Laura, simbolo della poesia, fa parte

delle passioni terrene che il protagonista deve eliminare dal suo percorso per ritrovare la retta

via: per questo cercherà di riunire in un solo libro tutti i Fragmenta, per dare ordine alla

materia informe del suo animo. Le estravaganti testimoniano le “preistoria lirica del

Canzoniere”, sono il laboratorio che Petrarca ha usato per formare l’opera compiuta

(paratesto), molto utile alla filologia d’autore: con esso capiamo come procedeva Petrarca

nelle sue creazioni poetiche (intenso labor limae). Nelle disperse ritroviamo il Petrarca

estemporaneo, che varia il suo stile. Dunque, l’etichetta di monolinguismo individuata da

Contini nei confronti del poeta volgare dovrà essere rivista: è immotivato negare a priori, a

Petrarca, la possibilità di far proprio un linguaggio e uno stile estraneo a quello lirico del

canzoniere.

Sillogi estravaganti (annarosa Cavedon, AAVV)

La tradizione manoscritta delle disperse conosce due famiglie che tramandano nutrite

raccolte di sonetti.

La prima famiglia è quella veneta (v): formata da 11 mns. La seconda è formata da solo

quattro mnsi (Z1).

Le due famiglie a confronto: entrambe introducano le disperse in fondo alla rime “ufficili” dei

rvf, le antologie sono riconducibili a un solo autore: Petrarca ufficiale e disperso.

Post fazione Paola v. Galli

Uno degli ultimi revisori del testo Solertiano, Alessandro Pancheri, ha affermato che in termine

di “certezze raggiunte” il quadro delle disperse non appare molto mutato rispetto alla

“stravagante”

proposta del 1909. Con intendiamo le poche poesie che con tutta sicurezza

“Disperse”

sono attribuibili a Petrarca, mentre, con il termine vanno definite quelle poesie

che non sono sicuramente attribuibili a Petrarca e che, quindi, entrano a far parte dei

componimenti del “Secolo senza poesia”.

Le Rime di Giovanni Boccaccio

Le Rime: Padri Dispersi. Fra p. e b. non ci fu nessuna corrispondenza poetica sia in

giovinezza che in età adulta. Non sappiamo il periodo preciso in cui B si avvina a P, ma già

Vita Petracchi

dal tempo della gli sono noti alcuni componimenti dei RVF: viceversa, Petrarca

non si incuriosì mai del lavoro di Boccaccio prima del loro incontro. Una serie di sonetti

caudati (forse originali) vede impegnati B e P a ragionare intorno all’eclissi di sole avvenuta

nel 1354 (pubblicata da Branca). La poetica delle Rime di Boccaccio è attentissima alla

poesia petrarchesca: ma il disegno di un possibile Canzoniere fu abbandonato dopo alcuni

tentativi. Le rime di Boccaccio appartengono più alla storia della cultura italiana che a

quella lirica, in quanto poesia filiale, aperta cioè alla lezione dei Padri (sperimentale) : Primo

manierista del Trecento. Le Rime di Boccaccio, poiché non seguono un vero e proprio

Macrotesto sono più esposte alla Dispersione rispetto a quelle dei due padri. Non c’è dunque

da meravigliarsi se proprio intorno alle sue rime è nato un caso complesso di “groviglio

attributivo”, che riguarda in particolare il nome di Petrarca. Del B. Lirico sappiamo poche

cose: restano ombrose i confini cronologici e le circostanze grazie alle quali venne a

conoscenza dei RVF. Pregiudizi: la poesia di B. non è muta, anche se in tono minore rispetto

CVII-

ai due pari, Boccaccio è in grado di lanciar qualche segnale verso il futuro. Nei son.

CVIII vi sono le riflessioni di un poeta già avanti con gli anni che ammette l’insuccesso del

proprio ingegno poetico, spogliato dalla corono d’alloro. Anche il son. CXXVI, che chiude la

prima parte, si riscontra un grande epitaffio per il magister morto (annuncia il canone

letterario trecentesco). Le scelte tematiche di Boccaccio variano dal tema dell’amore

cortese (stilnovistico, dantesco e petrarchesco), al bozzetto galante e giocoso, dall’elegia

alle riflessioni morali e spirituali. Le sue Rime rispecchiano l’eclettismo della Lirica Italiana

(petrarchismo eclettico/espressionista). Costanti stilistiche: spiccato registro narrativo,

non funzionale alla forma-libro, sistema linguistico ricco di opzioni sino all’espressività, rari

commenti intratestuali. Boccaccio, a differenza di Petrarca, si misurò sempre con i modelli,

assimilati più che emulati: netta impronta dantesca (Vita Nova, Petrose, Commedia), vettore

di primo piano nelle sue Rime. Scontato e pervasivo il riflesso del Canzoniere, reinterpretato

e filtrato attraverso uno stile che punta alla medietà, attenuando le istanze ideologiche di P.,

come la profonda introspezione dell’Io e il percorso morale del protagonista. La

lingua/lessico: Boccaccio allarga il campo linguistico/semantico. Usa parole mai usate da

Petrarca, molte delle quali già usate in Dante. Si limita invece nelle scelte tecniche più

complesse: il Boccaccio della prima parte non va, infatti, oltre alla forma semplice del

Sonetto(116)/ballate e madrigali (14), abbracciando metrici schemi già altamente

consolidati. La Poesia di Boccaccio si muove a stretto contatto con quella dei padri,

confermando la loro fortuna. Spesso la sua poesia si avvale di un andamento descrittivo, che

bilancia l’intensa introspezione del “Canzoniere”. Boccaccio fu un divulgatore consapevole

dei Mitologemi petrarcheschi e un testimone precoce della sua imitazione.

Intorn'ad una fonte, in un pratello.

- I: Dante presente già nel primo sonetto, dove

balena il ricordo di “Guido, i vorrei che tu, Lapo ed io”: sono rappresentate tre angiolette

intorno ad una fonte che parlano dei loro amanti e di quanto sarebbe bello stare con loro.

Non è sicuramente un sonetto introspettivo, piuttosto è legato al tema galante di

ambiente tardo-gotico, l’ambientazione è un locus amenus primaverile, in cui 3

angiolette (fanciulle) siedono su un prato.

All'ombra di mill’arbori fronzuti.

- II: Presente il termine “angiolette”, variante della

parola angioletto, prototipo stilnovista. In questa poesia la donna amata, oltre ad aver

intrappolato l’amante, ha reso suoi schiavi anche pesci e uccelli: è lei che gestisce le

trappole in cui cattura gli amanti. Viene citato Amor, da cui il protagonista non può

scampare: riferimento S. 3 RVF, ma il lessico di Boccaccio è molto meno lirico di quello di

p. anche l’immagine della Primavere che appare in questo sonetto si differenzia da

quella petrarchesca: nel Son 3 la primavere coincide con il Venersì Santo, giorno della

morte di Cristo, quindi di penitenza. Per Boccaccio invece la Primavera è una stagione

felice.

Il Cancro ardea, passata la sext' hora.

III: Il cancro ardea, stagione estiva: sembra che

- il poeta parli della sua stagione napoletana, e di una donna che non porta il velo.

Durante la stagione estiva, difronte alla bellezza della donna, avviene la pietrificazione

dell’amante (mito atteone e Diana/ Medusa. Mitologemi del Canzoniere). Predisposizione

alla mitologia marina.

XXIII:

- Questo amoroso fuoco è sì soave. Ambizione ad una vita più alta e, dunque, più virtuosa

(mutatio vitae). Metafora della fenice, uccello che rinacque dalle sue ceneri. Ripresa la simbologia

della nave/vita infranta sugli scogli (80 RVF-Inf. XXVI). Rispetto alla sestina di Petrarca vi è una

tastiera ritmica allargata, uso narrativo del sonetto. Le terzine finali vengono spesso utilizzati per

diffondere toni di stampo elegiaco.

Come in sul fonte fu preso Narciso.

- XXXIII: Madrigale che risente dei mitologemi

petrarcheschi: racconto ovidiano di Narciso, Apollo e Dafne). Tessera sostanziale del

Canzoniere che convive con alcune corrività dantesche.

nte, se tu nell'amorosa spera.

- CII: Uno dei son. più famosi di Boccaccio: dedicato a

Da

Dante e Fiammetta (parallelo 126). Dante è presentato come Paraninfo di B, dovrà

andare al terzo cerchio a convincere Fiammetta a pregare che il suo amante presto la

raggiunga.

Le rime, le quai già fece sonore

- CIV, . una delle poesie più alte di Boccaccio, testimonia

la presenza in B. di Dante e Petrarca, le rime chiocce (inf. XXXII) di ascendenza dantesca

convivono con la ripresa dei RVF 293 di Petrarca. Riprende i s. 46/76 RVF (dello

“specchio”). Le rime sonore/giovanili sono diventate chiocce negli anni della vecchiaia:

ripresa delle poesia aggiunte dopo la forma Chigi, poesia del pianto (293)

Il vivo fonte di Parnaso et quelle

- CVIII . Tema che interessava principalmente Petrarca,

anche la vita di Boccaccio pone molta attenzione sul grande mito della poesia e

dell’alloro poetico. In questo son., che da v. 1 a v.7 costituisce un’unica frase sintattica,

ritroviamo molti sostantivi legati al mito apollineo. Il finale è tutto petrarchesco: richiamo

del pianto e della morte, il tempo che fugge insieme alla giovinezza, tema della vita vista

come un cammino aspro e selvaggio.

Assai sem raggirati in alto mare.

- CX: sempre presente la metafora della Nave nel mare

in tempesta. Mescolanza dei due registri poetici: nelle due quartine si nota il periodo

lungo e “narrativo”/prosastico con l’inserzione delle stilema sintattico della commedia

(Inf XXVI). Eco petrarchesco ses. 80.

Già stanco m'ànno et quasi rintuzato.

- CXXIV Prevale la presenza dantesca: le parole

rima Vergogna-Bologna si ritrovano in Dante (inf. XXIII). Evidente che Boccaccio si sia

fatto influenzare dall’influenza della poesia astrologica propria di Dante (LXXXII).

Or sei salito, caro signor mio.

- CXXVI: In questo sonetto si comprende molto della

poesia di Boccaccio: Petrarca, innanzitutto è chiamato “Caro Signor Mio”, avvore padrone

dell’anima poetica del figlio. In questo sonetto, infatti, viene ricordata la morte del

maestro: Boccaccio esprime tutto il suo dispiacere per l’infausto evento e spera che il

suo magister sia salito in cielo da “Lauretta”, il pensiero poi si muove sulla sua donna

amata “Fiammetta”, che fa nascere in lui il desiderio di morire per raggiungerla.

Edizioni delle Rime di Boccaccio:

Ed. Baldelli (1802): è la prima raccolta delle Rime di Boccaccio a stampa (PRINCEPS).

 Non segue le regole della moderna filologia: non riporta in modo sistematico tutti i

codici, bensì inserisce solo quelli controllati dall’editore.

Ed. Massera (1914): ha un approccio più scientifico/filologico ma non segue le regole

 del metodo di Lachmann, perché in quel periodo ancora non era diffuso in Italia.

L’ed. si basa sul ms. Bartoliniano 93. Mette in appendice 29 poesie di dubbia

attribuzione: questa ed. accresce il numero delle Rime di Boccaccio, in più propone

un vasto elenco di codici, successivamente studiati da Branca.

Ed. Branca (1939): è stata pubblicata in più edizioni ed è la più citata. Vi è presente

 una recensione dei codici ben fatta, segue la moderna filologia. Il ms. Bartoliniano è

quello che contiene più componimenti, in tutto 103 (53 in esclusiva). La raccolta dei

componimenti segue l’ordine teorizzato da Messera: egli ordinò le Rime

artificiosamente seguendo una specie di trama “romanzesca”, che ricostruisce una

sorte di biografia sentimentale del poeta. Il Messera ha sconvolto l’ordine

cronologico della Rime e ha cercato di vedere tra i sonetti legami intratestuali

inesistenti. Branca accettò l’ordine del Massera solo per praticità: era difficile datare i

componimenti e metterli in ordine cronologico. Il volume è diviso in due parti: la

prima raccoglie le Rime sicuramente attribuite a Boccaccio (126), la seconda,

invece, le Rime dubbie (49, di cui 30 legate alla doppia attribuzione P e B).

Ed. Lanza (2010): formula un nuovo ordina delle Rime, seguendo un ordine

 contenutistico e non cronologico come le ed. precedenti.

Ed. Leporatti (2015): nuovo ordinamento delle rime, in più discute delle rime di

 Dubbia attribuzione, segue in modo capillare il metodo di Lachmann. A norma

De Robertis ha pubblicato un articolo importante in Studi di Filologia Italiana:

 di stemma, in cui avanza dei dubbi sul modo di procedere di Massera e Branca,

riportando la questione sul metodo lachmanniano, che però non è sempre applicabile

in maniera rigida e schematica. Difficile per le Rime di Boccaccio usufruire del metodo

filologico: la maggior parte delle Rime sono contenute in un unico ms. e, dunque, non

possono essere confrontare.

Summa del rapporto Boccaccio e Petrarca (Pet. padre di Boc.)

Prima epis. Di B a P: EP. II (1339) “mavortis miles extrenue, concluso con un clliopeus

carme”

Prima epistola di Pet. a Boc.: 2/11/1350: Fam, XI,1 “Ad Joannem de Certaldo”

Ep. Fam XXI, 15: Risposta all’invio della Commedia da parte di Boc.

Ep. Sen V, 2:

Ultime Epistole: 6/06/1374: Sen. XVII 3-4 (poco prima di morire)

Padri e Patrie. Entrambi pensano a una letteratura dopo Dante (Padre di entrambi),

cercando di superare la paralisi creata dal confronto con la Commedia dantesca. Pochi

anni separano la nascita dei due, ma P. sarà sempre considerato pater/preceptor da B. li

accumuna la madrepatria fiorentina, la stessa che diede i natali a Dante. Ma, mentre B.

marcava tale origine comune poiché intendeva creare un canone poetico fiorentino (Le

cosiddette “Tre corone”), Petrarca si distaccò sempre da Firenze, tanto da rifiutare la

cattedra universitaria presso lo studio fiorentino(1350), preferendo rimanere in Veneto,

fra Padova e Venezia. Boccaccio amava definirsi Fiorentino, proprio come il primo padre

Dante, mentre Petrarca non si definì mai come tale, egli era “Pelegrinus ubique”, non

voleva che la sua fama e la sua poesia fossero associati alla stessa città di Dante.

Proprio il rapporto con Dante divide Boccaccio e Petrarca. Per Boc. Petrarca è il padre in

grado di reggere i passi del figlio, mentre Dante è il padre morto da venerare. Per

Petrarca il confronto con Dante fu più duro: come poteva creare un proprio linguaggio

dopo quello onnicomprensivo della divina commedia? Nel 1350 Boccaccio inviò a P. un

manoscritto della Commedia, sollecitandolo a confrontarsi con il padre della letteratura

italiana. All’invio del codice P. risponde con la lettera fam. XXI, 15 (1359), piena di

omissioni e sottointesi: nega di aver mai letto in passato la commedia, mentre ha già

Trionfi

compiuto la forma Correggio, piena di topoi danteschi. Nei la ripresa della

Commedia è evidente (dagli anni 50 ai 60), così come lo è nella prima redazione del

Canzoniere composta nello stesso periodo. Ammette, però, di aver messo le mani sul

poema Dantesco in età matura, assumendolo in sé integralmente: è venuto il momento

di riconoscere Dante. Petrarca, uscendo allo scoperto, si sottrae alle accuse di invidia e

pone se stesso al centro della questione.

2 progetti distinti per P e B: Petrarca cerca di farsi riconoscere poeta italiano dopo

Dante; Boccaccio tenta di testimoniare il primato di Firenze. Se B si fa largo fra passato

e presente cercando di confrontarsi coi i modelli dei suoi due padri letterari. Petrarca

invece non ha ne pari ne patria: lui guarda al futuro della poesia italiana. Nella Sen. V, 2

P. dice di meritare il terzo posto dei poeti volgari, e afferma che con felicità cede il

secondo posto all’amico, che intendeva bruciare le sue Rime giovanili. Sembra che

voglia fare un gesto benevolo nei confronti di B, ma in realtà il terzo posto lo allontana

dall’ingombrante padre, sempre il primo in classifica. (nel 1361, nel trionfo cupidinis IV,

Petrarca aveva già creato un Canone, mettendo al primo posto Dante, cino, guittone). In

questa lettera Petrarca riprende il filo dell XXI,15:nella famigliare si trattava soprattutto

Trionfi,

di dare spazio ai assumendo consapevolezza della Commedia. Nella senile, il

poema dantesco è messo da parte, Petrarca vuole mettere in primo piano la questione

delle Rime, che già si stavano diffondendo nella forma Correggio. In questa lettera, mai

come in nessun altra, Petraca cerca di definire il tono, gli obiettivi e il pubblico della sua

poesia volgare, e lo fa minimizzando il padre. Da parte di Boccaccio, invece, la

Ep. XX

questione sulla poesia italiana andava avanti: la sua (1372) a Pietro Piccolo

ritorna ancora sul canone poetico già citato nella lettera a Petrarca. In questa missiva

ridimensiona la censura sulle proprie Rime, che pativano il confronto con quelle dei due

Padri. Finalmente Boccaccio parla apertamente delle sue poesie e, tra mille turbamenti,

si colloca al secondo posto. Dopo aver ricevuto l’Ep. V,2 Boccaccio porterà a termine

l’albero genealogico della poesia italiana, mettendo in ordine l’ultima tappa del culto

dantesco e Petrarchesco: tra il 1363-66 Boccaccio scrive 2 cod. manoscritti (Chigiano

LV176/LVI 213), inserendo e accostando le opere e le vite dei due grandi maestri al

figlio, creerà così il canone delle “Tre Corone Fiorentine”, elevando Firenze a culla della

letteratura italiana. Nelle Genealogie (1367) Dante e Petrarca, i due padri, vengono

appaiati in un ideale Phanteon fiorentino. s.2 “per fare una leggiadra sua vendetta”

S. 3 “era il giorno ch’al sol si scoloraro”

S. 5 “ Quando io movo i sospiri a

chiamar voi”

Son. 6 “si traviato è il folle mio desio”

Son. 7 “la gola il somno e l’oziose

piume”

Frammenti 11-21

Ball. 11 “Lassar il velo o per sole o

per ombra”

Ball. 14 “Occhi miei lassi, mentre

ch’io vi giro”

Son. 16 “Movesi il vecchiarel canuto e

bianco”

Son. 20 “Vergognando talor che ancor

si taccia”

Frammenti 22-30

Ses. 22 “A qualunque animal alberga

in terra”

Can. 23 “Nel dolce tempo della prima

etade”

Son. 27 “Il successor di Carlo, che la

chioma”

Can. 28 “O aspetta in ciel beata e

bella”

Ses. 30 “Giovane donna sotto un

verde lauro”

Frammenti 31-40

Son. 31 “Questa anima gentil che si

diparte”

Son. 34 “Apollo se ancor vive il bel

desio”

Son. 35 “Solo e pensoso i più deserti

campi vo misurando”

Son. 39 “Io temo si de’ begli occhi

l’assalto”

Frammenti 41-52

Son. 41 “Quando dal proprio sito si

rimove”

Son. 45 “Il mio adversario in cui

vedere solete”

Can. 50 “Ne la stagione che ‘l ciel

rapido inchina”

Son. 51 “Poco era ad appressarsi agli

occhi miei”

Frammenti 53-69

Can. 53 “Spirto gentil, che quelle

membra reggi”

Ball. 55 “Quel foco ch’i pensai che

fosse spento”

Son. 60 “L’arbor gentil che forte amai

molt’anni”

Son. 62 “Padre del cielo, dopo i

perduti giorni”

Ses. 66 “L’aere gravato e

l’importunata nebbia”

Frammenti 70-73

Can. 73 “Lasso me, che io non so in

Frammenti 1-10 quale parte pieghi”

s.1 “voi ch’ascoltate in rime sparse il suono” Son. 175 “Quando mi vène inanzi il

Frammento 74-104 tempo e ‘l loco”

Son. 79 “S’al principio risponde il fine Son. 184 “Amor, Natura, e la bella

e’l mezzo” alma umile”

Ses. 80 “Chi è fermato di menar sua Son. 189 “Passava la nave mia colma

vita” di oblio ”

Son. 87 “Si tosto come aven che Son. 190 “Una candida cerca sopra

l’arco socchi” l’erba” (“giunta Giovanni”)

Son. 90 “Erano i capei d’oro all’aura

sparsi” Frammenti 191-207

Son. 93 “Più volte Amor m’avea già Son. 191 “Sì come eterna vita è veder

detto «scrivi,” Dio”

Son. 96 “Io son de l’aspectar omai sì Son. 194 “L’aura gentil, che rasserena

vinto” i poggi”

Son. 100 “Quella finestra ove l’un sol Son. 199 “O bella man, che mi

si vede” destringi ‘l core”

Son. 101 “Lasso ben so che dolorose Son. 211 “voglia mi sprona, Amor mi

prede” guida e scorge”

Son. 221 “Qual mio destin, qual forza

Frammenti 106-118 o qual inganno”

Son. 107 “Non veggio ove scampar Son. 224 “S’una fede amorosa, un cor

mi possa omai” non finito”

Son. 108 “Aventuroso più d’altro

terreno” Frammenti 231-239 (ultime poesie

Son. 112 “Sennuccio, io vo’ che sapi “forma Malatesta”)

in qual maniera” Son 231 “I’ mi vivea di mia sorte

Son. 113 “Qui dove mezzo son, contento”

Sennuccio mio,” Son 234 “O cameretta che già fosti un

Son. 118 “Rimansi a dietro il porto”

sestodecimo anno” Ses. 239 “Là ver’ l’aurora, che si

dolce l’aura”

Frammenti 119 - 124

Can. 119 “Una donna più bella assai Frammenti 240-263

che ‘l sole” Son. 243 “Fresco, ombroso, fiorito e

Son. 122 “Dicesette anni ha già verde colle”

rivolto il cielo” son. 246 “L’aura che il verde lauro e

Frammenti 125-129 l’aureo crine”

Can. 126 “Chiare fresche e dolci son. 260 “In tale stella duo belli occhi

acque” vidi”

Can. 128 “Italia mia, benché il parlar son. 263 “Arbor Victoriosa

sia indarno” triumphale”

Frammenti 136-138 Seconda parte

Son. 138 “fontana di dolore, albergo

d’ira” Frammenti 264-266

can. 264 “I vo pensando, e nel penser

Frammenti 139-142 (fine “Forma m’assale”

Correggio”) son. 266 “Signor mio caro, ogni

Ses. 142 “A la dolce ombra delle belle pensier mi tira”

frondi”

Frammento 143-190 (inzio/fine giunta Frammenti 267-269

“Chigi”) Son. 267 “Oimè il bel viso, oimè il

Son. 143 “Quand’io v’odo parlare sì soave sguardo”

dolcemente” Can. 268 “Che debb’io far? Che mi

Son. 144 “Né così bello il sol già mai consigli Amore”

levarsi” Son. 269 “Rotta è l’alta colonna e il

Son. 152 “Questa umil fera, un cor di verde lauro”

tigre o d’orsa”

Son 158 “Ove ch’i’ posi gli occhi lassi Frammenti 270-292

o giri” Can. 270 “Amor, se vuoi ch’io torni al

Son. 166 “S’i fussi stato fermo a la giogo antico”

spelunca” Son. 271 “L’ardente nodo ov’io fui

Son. 168 “Amor mi manda quel dolce d’ora in ora”

pensiero”

Son. 278 “Ne l’età più bella e più

fiorita”

Son. 286 “Se quell’aura soave de’

sospiri”

Son. 287 “Sennuccio mio, benché

doglioso e solo”

Son. 292 “Gli occhi di ch’io parlai si

caldamente” (fine “forma Correggio”)

Frammenti 293-304 (giunta “forma

Chigi”)

Son. 293 “S’io avessi pensato che sì

care”

Son. 302 “Levommi il mio penser in

parte ov’era”

Son. 304 ”Mentre che ‘l cor dagli

amorosi vermi” (fine “giunta Chigi”)

Frammenti 305-318 (inizio “giunta

Giovanni”)

Son. 305 “Anima bella da qual nodo

sciolta”

Son. 318 “Al cader di una pianta che

si velse” (fine “giunta Giovanni”)

Frammenti 319-336 (inizio autografo

VL 3195)

Can. 323 “Standomi un giorno solo

alla finestra”

Can. 332 “Mia benigna fortuna e ‘l

viver lieto”

Son. 336 “Tornami a mente, anzi v’è

dentro quella”

Frammenti 337-358

Son. 337 “Quel, che d’odore e di color

vincea”

Son. 347 “Donna che lieta con

principio nostro”

Son. 349 “E’ mi par d’ora in ora udire

il messo”

Son. 353 “Vago augelletto che

cantando vai”

Son. 357 “Ogni giorno mi par più di

mill’anni”

Frammenti 359-360

Can. 360 “Quell’antico mio dolce

empio signore”

Frammenti 361-366

Son. 361 “Dicemi spesso il mio fidato

speglio”

Son. 364 “Tennemi Amor anni

ventuno ardendo”

Son. 365 “I’ vo piangendo i miei

passati tempi” sol

Can. 366 “Vergine bella, che di

vestita”


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in italianistica, culture letterarie europee, scienze linguistiche
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gisella.governi92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura e filologia italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Vecchi Galli Paola.

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