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Filologia italiana

Sezione storica: la filologia in Italia

Il Duecento

Importanti da ricordare sono i testimoni della poesia delle scuole poetiche del XII secolo databili tra la fine del 200 e l'inizio del 300 come ad esempio il Palatino 418 (biblioteca di Firenze), il Rediano 9 (Firenze), e il Vaticano latino 3793 della biblioteca apostolica Vaticana (senza questo codice la produzione dei poeti fiorentini della generazione precedente a Dante ci sarebbe quasi del tutto ignota).

Il Trecento: Dante, Petrarca, Boccaccio

La filologia dantesca

Interesse dei filologi per Dante → condizioni peculiari in cui sono state trasmesse le sue opere. Di Dante mancano del tutto gli scritti autografi. La filologia dantesca è dunque “filologia della copia”: problemi di restauro testuale si pongono per tutte le opere di produzione dantesca. Per la Commedia il testo dovrebbe essere ricostruito dal confronto di 800 codici, ma la Vita Nova, il Convivio e il De Monarchia presentano una tradizione meno ricca ed è quindi possibile prepara nell'edizione con una metodologia di tipo lachmanniano.

La filologia di Petrarca

Petrarca per la ricerca di antichi codici e per le sue riflessioni nelle opere latine merita il titolo di iniziatore della filologia umanistica almeno per quanto riguarda la letteratura latina antica, classica e cristiana. La sua sensibilità filologica emerge nella cura che gli pone nell'allestimento del suo Canzoniere. Il manoscritto Vaticano Latino 3195 scritto in parte dal segretario di Petrarca e in parte da Petrarca stesso e controllato e corretto dall'autore fino agli ultimi anni della sua vita. Esso costituisce una vera e propria edizione: l'autore cura personalmente nei minimi dettagli perché diventi depositario della sua volontà, destinato a servire da modello alle copie future. Petrarca inoltre conservò con grande cura gli abbozzi della sua opera.

La filologia di Boccaccio

Si realizza un progetto filologico consapevole che ha come oggetto l'edizione e la diffusione dell'opera di Dante. Abbiamo quindi un Boccaccio editore di Dante. Su Dante Boccaccio intervenne con indebite correzioni congetturali e introdusse nel testo del Vaticano lezioni ricavate da altre fonti. Ne risulta un testo inaffidabile e contaminato. Per quanto riguarda la Vita Nova Boccaccio estrae dal testo e colloca ai margini le “divisioni” che Dante fa seguire di norma alle poesie: Boccaccio sacrifica il rispetto della volontà dell'autore all'esigenza di rendere l'opera più rispondente al gusto del lettore. Emerge qui la questione se all'editore sia consentito e fino a che punto intervenire sul testo per alterarne elementi grafici, linguistici, di contenuto e di struttura al fine di agevolare l'approccio a un lettore non specialista.

Opere del Boccaccio → autografia del codice Hamilton 90 che contiene il De Cameron. Questo manoscritto, di cui mancano 3 fascicoli, è poco curato e ricco di errori da parte dello stesso Boccaccio.

Il Quattrocento

La filologia umanistica → sono i cent'anni che separano la morte del Boccaccio dalla rinascita della letteratura volgare tra Firenze e Ferrara. La filologia umanistica rinnova gli studi classici. Da Oriente inizia, per culminare negli anni intorno alla caduta di Costantinopoli, l'afflusso di codici greci e con essi arrivano i dotti bizantini che recano ai nuovi studi un impulso decisivo. I testimoni manoscritti vengono interrogati con un nuovo metodo: si discutono e si confrontano lezioni, si riflette sulla genesi degli errori. La filologia umanistica è latina e più tardi anche greca. Ricordiamo che la filologia scientifica di stampo tedesco affonda le sue radici nella filologia umanistica e alla fine del 400 i protagonisti della filologia italiana applicheranno alla letteratura in volgare il risultato del lavoro svolto dai vecchi maestri latini e greci.

La tradizione della letteratura volgare → in volgare grazie all'opera delle 3 corone, vi è una grande produzione di manoscritti volgari. Contengono i capolavori del 300 come la Commedia, Il Canzoniere, I Trionfi e il Decameron ma anche rime amorose, morali e giocose. Nel 400 soprattutto a Firenze la dignità del volgare trova difensori prestigiosi come ad esempio Leon Battista Alberti con il suo Certame Coronario.

Ricordiamo inoltre l'impresa filologica che vide la collaborazione di Poliziano e Lorenzo de' Medici che allestirono tra il 1476-77 la “Raccolta Aragonese”, un'antologia lirica, inviata in dono a Federico d'Aragona: consta di una sezione dantesca e di varie poesia dei primi 3 secoli. Perduto l'originale, la raccolta è costruibile grazie alle diverse copie superstiti.

Il libro a stampa

Il XV secolo segnò la crisi del manoscritto e la nascita del libro a stampa. Quest'ultimo mise in crisi la produzione di libri manoscritti venali, allestiti su commissione da professionisti e quindi costosi. Sopravvisse invece il libro manoscritto messo assieme a uso proprio dal privato.

Conseguenze del passaggio dal libro manoscritto a quello stampato → cambia il concetto di edizione: l'edizione manoscritta si identifica in un esemplare unico: se non ne vengono tratte copie, la sua funzione di trasmettere il testo fallisce; se invece vi saranno altri esemplari manoscritti, questi recheranno qualche alterazione e errori e per il testo inizierà un processo di deterioramento; l'edizione a stampa, mettendo in circolazione un numero elevato di esemplari identici, fissa il testo in una forma più stabile, rendendone più facile la sopravvivenza e la diffusione.

A sorvegliare il testo nella sua realizzazione tipografica può essere lo stesso autore oppure un collaboratore che valuta le varie fonti disponibili e sceglie quella più autorevole. A volte il curatore lavora in fretta e senza scrupoli, limitandosi a riprodurre una stampa già disponibile o il manoscritto più agevolmente raggiungibile e interviene sul testo con aggiustamenti e modifiche. Lo scopo di chi stampa e vende libri è quello di soddisfare le esigenze del pubblico e quindi si sperimentano così le “correzioni coatte”.

A partire dal 500 si fa grande uso della censura, con cui le autorità civili e religiose colpiscono le opere del passato o del presente, vietandone la stampa. Molto importanti sono le prime stampe della letteratura volgare nella tradizione di un testo letterario: spesso il tipografo che ripubblica un'opera ricorre alla prima edizione (editio princeps) o ad un'altra stampa da essa derivata. Di norma la prima edizione è testimone utile al restauro testuale mentre la testimonianza delle successive edizioni a stampa che ripropongono con l'aggiunta di nuovi errori, la prima edizione, non ha alcun valore.

Nel 400 molti autori iniziano a occuparsi dell'edizione a stampa delle proprie opere; a volte però nelle tirature non sopravvive nessun esemplare e l'opera ci è quindi tramandata solo da manoscritti o da edizioni non originali (caso dell'“innamoramento di Orlando” di Boiardo).

Caso del Furioso → stampato sotto il controllo dell'autore nelle 3 edizioni e nell'ultima edizione gli errori di stampa identificati dall'Ariosto furono corretti prima che si completasse la tiratura, con il risultato che le copie residue del poema rivelano alcune differenze (sorte analoga quella dei Promessi Sposi). Non mancano tuttavia edizioni uscite senza che l'autore eserciti alcuna forma di controllo o contro la volontà dell'autore come il caso della Gerusalemme Liberata di Tasso.

Il Cinquecento

Conseguenza della rivendicazione del volgare e la ripresa da parte dei filologi di ricerca di codici volgari due-trecenteschi da parte ad esempio di Pietro Bembo. Ricordiamo Carlo Gualteruzzi (allievo del Bembo) che nel 1525 dà la prima edizione moderna del Novellino. L'impresa più importante per il recupero e la diffusione della poesia delle origini è l'allestimento curato da Bardo Segni dell'antologia “Giuntina di Rime antiche”. La Giuntina attinge a fonti diverse: la tradizione Boccacciana, liriche della Vita Nova e le canzoni dantesche.

Vincenzio Borghini → monaco benedettino, intese che i problemi della filologia greco-latina, che opera su testi in lingua letteraria e morta, affidati a una tradizione colta, non erano gli stessi di una “filologia moderna”, che opera su testi in lingua viva e dunque non regolata da una norma grammaticale cristallizzata e la cui tradizione è affidata a copisti diversi per interessi e cultura. Borghini dedicò gran parte delle sue cure editoriali a opere come il Decameron o il Novellino e la commissione da lui presieduta aveva il compito di “resettare”, cioè di ridurre in forma tale da soddisfare le esigenze della censura controriformistica.

Le sue riflessioni sul problema dell'edizione dei testi in prosa del XIII e del XIV secolo sono esposte nelle Annotazioni et discorsi sopra alcuni luoghi del Decameron e nell'incompiuta lettera intorno a' manoscritti antichi. Per quanto riguarda la ricostruzione del testo, Borghini sostiene la necessità di confrontare il maggior numero possibile di testimoni e il confronto deve consentire di riconoscerne i più attendibili. Bisogna indagare sulle origini delle alterazioni, tenendo conto del carattere e della cultura dei copisti. Questi si dividono in 3 tipi: quelli che scrivono i “libri a prezzo” e che per la loro ignoranza commettono spesso errori gravi, i saccenti e infine quelli che copiano per piacere che quando sono fedeli sono i migliori ma che spesso alterano il testo a proprio gusto. Punto centrale della sua riflessione è il rispetto per il testo come l'autore lo ha scritto e dunque la necessità che chi copia e chi pubblica un testo antico si astenga dal modificarlo per adattarlo alla mutata situazione linguistica come succedeva spesso nel 500 quando vari editori ammodernavano la lingua o i contenuti dei testi letterari dei primi 3 secoli (poema boiardesco riproposto al pubblico nel rifacimento del Berni e la cui veste linguistica originaria venne dimenticata fino al recupero ottocentesco).

Il Seicento e il Settecento

Nel 600 gli studi filologici sono quasi del tutto trascurati a causa della caduta di interesse da parte dei letterati e dei lettori per le opere del passato. Tuttavia è importante ricordare che nel 600 nascono le grandi biblioteche private e pubbliche come ad esempio quella Ambrosiana e la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, la Riccardiana e la Marucelliana (Firenze) e la Vaticana. Vi è l'affinarsi di discipline confinanti e “ausiliarie” e il riaccendersi di interesse per la letteratura antica stimola una ripresa dell'attività editoriale che produce spesso testi poco affidabili. Tuttavia in questo secolo vi è la stesura delle prime sistemazioni storico-letterarie di ampio respiro. Inoltre in alcuni settori si registrano progressi decisivi, ciò vale per la catalogazione e illustrazione delle raccolte dei codici delle grandi biblioteche e si assiste alla pubblicazione di testi inediti tre-quattrocenteschi.

Importante ricordare Bartolomeo Perazzini che per quanto riguarda la Commedia dantesca, contro quelli che non ritenevano di doversi discostare dal testo della vulgata aldina, egli sosteneva la necessità di procedere a un confronto sistematico di codici, di adottare il criterio della lectio difficilior e di studiare i testimoni. Egli sosteneva che un gruppo numeroso di codici di comune ascendenza non ha maggiore autorità di un testimone isolato e indipendente. Le sue considerazioni tuttavia non ebbero seguito.

Il primo Ottocento

La cura delle edizioni di letteratura antica e moderna fu spesso assunta da dilettanti poiché gli intellettuali dell'Italia neoclassica e romantica ebbero scarso interesse per le discipline filologiche. In questo periodo tocca ai puristi perseverare nella ricerca e nella pubblicazione di testi antichi. Per queste edizioni si ricorre a codici ma la mancanza di cataloghi sufficienti impedisce indagini sulla tradizione: anche quando si conoscono più testimoni, il confronto è condotto in modo sommario e si finisce per adottarne uno correggendolo qua e là con lezioni di altri e intervenendo con congetture e interpolazioni. Inoltre continuano a proliferare i falsi come la “Carte d'Arborea”, manoscritti di misteriosa provenienza inoltre sono presenti perdite di cognizioni acquisite in passato come ad esempio la nozione dell'autografia petrarchesca del codice Vaticano Latino 3195.

Il secondo Ottocento e la scuola storica

Negli anni 60 nasce la “scuola storica”: indicava nell'accertamento del fatto, nella ricostruzione oggettivamente documentata del quadro storico il compito primario dello studioso. Di conseguenza la filologia ha un ruolo centrale nella convinzione che la riflessione critica poteva trovare solido fondamento solo nella certezza del testo e nella consapevolezza che le edizioni dei classici erano inaffidabili. 1860, anno di svolta → la nascita dello stato italiano promuove un rinnovamento della politica culturale che restituisce il prestigio alle diverse istituzioni. Ricordiamo la fondazione della Commissione per i Testi di Lingua, affidata alla presidenza di Zambrini; il suo compito è quello di ricercare e pubblicare testi letterari dei primi secoli.

Contributi importanti per la scuola storica diede in questo periodo Carducci che lavorò su manoscritti fiorentini dimostrando notevoli qualità del giudicarne l'esattezza. Ricordiamo anche Alessandro d'Ancona che diede un'edizione interpretativa del Canzoniere delle origini, il codice Vaticano Latino 3793 che pubblicò nel 1888. Nel 1883 si assiste alla fondazione del “Giornale Storico della Letteratura Italiana”: accoglie contributi di storia e di erudizione e i titoli filologici dimostrano come in questo ambito ci si muove ancora con disagio e difficoltà.

Pio Rajna → fondatore in Italia della filologia romanza e massimo esponente della scuola storica. Ricordiamo la sua edizione critica del De vulgari eloquentia: qui per la prima volta viene applicato “il rigore del metodo”: i testimoni dell'epoca sono esaminati e confrontati sistematicamente; si definiscono i rapporti, si giustifica la scelta fra le varianti, si identificano e correggono con congetture ponderate gli errori del comune ascendente. Rajna è quindi il primo in Italia ad applicare senza incertezza il metodo di Lachmann e ne dà un'illustrazione nelle pagine intitolate “Testi critici”.

Alla fine del secolo si assiste al contributo al progresso delle discipline filologiche da un gruppo di studiosi tra cui ricordiamo Ernesto Giacomo Parodi con la sua edizione del Tristano Riccardiano e Michele Barbi alla sua edizione della Vita Nova in cui applicò il metodo lachmanniano e sostenne che l'aspetto fonetico andava del tutto salvaguardato e per non intralciare il lettore si doveva ridurre all'uso moderno quelle grafie che nei primi secoli erano state introdotte per adattare l'alfabeto latino ai suoni della lingua volgare. In altri termini, la lingua antica veniva scritta con la grafia moderna.

Il primo Novecento

In questo secolo si assiste alla crisi della filologia positivistica, dovuta all'affermazione di una nuova scuola fondata da Benedetto Croce, che si concentra sul giudizio del valore estetico dell'opera, mentre riduce a ausiliarie le discipline, come la filologia e la linguistica, che la scuola storica aveva ritenuto essenziali.

Si assiste inoltre all'accoglienza che ottengono in Italia le critiche del metodo formulato da Joseph Bédier; la difesa del codex optimus finisce per autorizzare soluzioni editoriali approssimative. Nel 1921 vi fu la pubblicazione delle Opere di Dante nel testo critico della Società Dantesca italiana. Vandelli ammise l'impossibilità di classificare e ordinare a tradizione e procedette alla ricostruzione testuale selezionando con finezza interpretativa le singole varianti; quanto alla lingua l'editore cercò di recuperare quella forma autentica del volgare toscano e fiorentino dell'epoca di Dante.

Nella sua “nuova filologia” il problema più grave che Barbi affronta è quello della sempre più scarsa considerazione in cui le nuove generazioni tengono gli studi filologici, un disinteresse che ha come conseguenza il diffondersi di edizioni che diffondono testi scorretti. Barbi inoltre esamina le critiche mosse in Francia da Bédier e da Quentin al metodo di Lachmann e conclude che vi sono casi in cui quel metodo può dare e dà eccellenti risultati in quanto consente di ricostruire un testo corretto e più vicino all'originale, ma poiché ogni opera si presenta con diverse caratteristiche è evidente che quel metodo potrà anche rivelarsi in certi casi inapplicabile e dovrà in ogni modo essere adottato senza pretendere che i problemi e le scelte possano essere sempre risolti in modo meccanico.

Il secondo Novecento

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/13 Filologia della letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nora96_96 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Lorenzi Cristiano.
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