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FILOLOGIA ITALIANA

Lorenzi Cristiano 07/02/18

INTRODUZIONE

Per filologia intendiamo la scienza che si occupa di ricostruire i testi nella loro forma originale, contaminata da errori derivati dalla

tradizione, soprattutto derivati dall’opera di copiatura dei testi, cui gli errori sono connaturati. La filologia, ricostruisce su criteri di

probabilità il testo nella sua forma originale in mancanza dell’originale fisico, al fine di renderli fruibili nella contemporaneità ma

soprattutto per indurre alla riflessione testuale: conoscere la filologia ci porta ad essere più avvertiti sulla natura del testo.

Il caso della Commedia è emblematico, poiché non corrispondente all’originale ma frutto di interventi di un copista moderno, che è

intervenuto nella scelta di lezioni e nell’inserimento della punteggiatura che spesso modifica il senso del testo (introdotta nei testi

antichi proprio dagli editori moderni), producendo così un testo mediato. La filologia in quanto metodo è volta all’attenzione del dato

materiale, una volta appreso, si applica anche ad altri campi (storico, artistico…)

La filologia italiana si occupa di testi scritti in lingua italiana o nei dialetti e quindi volgari antichi.

La rappresentazione testuale

I modi per rappresentare i testi traditi sono fondamentalmente due:

a. l’edizione diplomatica è la riproduzione, il più fedele possibile, del contenuto del manoscritto, esente da interventi. Riporta

fedelmente il testo e l’unico intervento che è possibile è lo svolgimento delle abbreviazioni, fra parentesi (in particolare il

titulus nasalizzante). L’edizione diplomatica è utile quindi in una prima fase ma soprattutto perché utilizzata per la

riproduzione dei documenti storici antichi delle cancellerie (detti diplomi). Nel ‘900 è stata utilizzata per codici importanti

come per esempio il Vat. Lat. 3793. Oggi con le moderne tecnologie ha un uso più ridotto a livello editoriale.

Esempio di diplomatica: sonetto Giacomo da Lentini Vat. Lat. 3793

La riproduzione è fedele. Le linee verticali indicano i punti in cui il testo andava a capo |. È presente anche il segno di

paragrafo per dividere quartine e terzine (C)

b. l’edizione diplomatico-interpretativa è invece un’edizione intermedia fra la diplomatica e la critica. Vengono introdotte la

divisione delle parole, la punteggiatura, minuscole e maiuscole ecc. al fine di renderla leggibile. L’edizione interpretativa è

usata soprattutto per testi a testimone unico, di cui si vuole dare un’edizione il più possibile fedele al manoscritto. L’edizione

diplomatico-interpretativa non corregge le ipometrie o le ipermetrie, così come lacune o errori di trascrizione.

Esempio di diplomatico-interpretativa: edizione del testo di Lentini in semidiplomatica in Concordanze della lingua poetica

italiana delle origini abbreviate in CLDIO, edite nel 1992 D’Arco Silvio Avalle che contengono un’edizione fondata sui singoli

manoscritti, di tutte le poesie contenute in manoscritti anteriori al 1300. Questo significa che se una poesia è tramandata da

due codici la troveremo due volte. Il grado medio-forte delle consonanti è mantenuto, gli è mantenuto in forme diverse.

Rende leggibile il testo e si cerca di dare conto del manoscritto.

Autografi e Idiografi

Il caso più semplice di ricostruzione è quello in cui vi è la presenza dell’autografo scritto dall’autore stesso, che l’autore ha licenziato e

che rispecchia la sua volontà. Caso simile è l’idiografo cioè un manoscritto redatto materialmente da un collaboratore dell’autore che

tuttavia ne sorveglia la realizzazione e che rispecchia il contenuto approvato dall’autore. In linea di massima l’autore non commette

errori ma questo solo in linea di massima: gli errori sono evidenti soprattutto nelle fasi di ricopiatura del testo, durante le quali l’autore

diviene copista di sé stesso.

Il caso di Petrarca, De Rerum volgarium fragmenta, codice Vat. Lat 3195 (p.12, 104-105

Il Vat. Lat. 3195 è parzialmente autografo ed idiografo è conservato nella Città del Vaticano, contenuto nella Biblioteca apostolica del

fondo vaticano (altri fondi sono l’urbinate, il barberiniano ecc.) latino, cioè che specifica che l’alfabeto utilizzato è quello latino. Il codice

è idiografo, scritto da Giovanni Malpaghini, copista ravennate che scrive sotto il controllo del Petrarca.

Il progetto che sta alla base del codice è la stesura di un’edizione del canzoniere che costituisse il capostipite della tradizione,

componendo un testo che ritenevano definitivo. Petrarca aveva la possibilità quini di creare un libro che contenesse il suo canzoniere

sotto la sua sorveglianza, nella seconda metà del ‘300, una decina d’anni prima della morte. È una situazione favorevole per Petrarca

che disponeva di un abile copista già sperimentato che viveva in casa di Petrarca occupatosi della trascrizione di altri codici. Poteva

quindi fornire al copista i testi da trascrivere e ricontrollare che il testo fosse corretto.

Malpaghini comincia a copiare i primi 190 testi (di 366 totali) e quindi la I parte del Canzoniere, lascia alcune carte vuote e copia i testi

della II parte (264-318). Fra la fine del 1366 e l’aprile del 1367 quando Malpaghini se ne va, Petrarca di sua mano completa la

trascrizione, riempiendo le carte fra 191 a 263, completando anche poi la parte finale (319-fine). Per questo abbiamo 1/3 autografo e 2/3

idiografo.

Esempio file 3, immagine manoscritto

La carta corrisponde al sonetto 85, trascritto al Malpaghini, che utilizza la scrittura gotica, della littera textualis e che nel caso di

Petrarca è addolcita e descritta semigotica. Tratti caratteristici della gotica sono per esempio la rappresentazione della s, definita “alta

sul rigo” e molto simile alla f, che però ha un’asta orizzontale. Lo scambio è frequente. La S maiuscola invece è più simile alla nostra.

Altra caratteristica è la sovrapposizione di tratti di lettere che hanno sviluppi in senso opposto come la de (riga 2). Altro caso è quello

della r che assume talvolta la forma di un 2, quando segue lettere che hanno una forma curva verso dx. Altro aspetto sono le lettere

orizzontali, molto spesso unite.

Il manoscritto è membranaceo, di pergamena, sono evidenti i segni del lato pelo, presenta iniziali colorate, in rosso e blu. Sono presenti

tituli, note tironiane che nella trascrizione diplomatica è presente in nota o sciolta tra parentesi (e/et), l u e le v non vengono

modificate. Vengono mantenute i per abbreviati in P. Al v. 6 la s, alta sul rigo, si adatta alla t producendo un legamento. Ç corrisponde

al suono della z, riportata nella diplomatica. 08/02/18

Trascrizione diplomatica del son. 85 dei Rerum vulgarium fragmenta (cod. Vat. lat. 3195, c. 19v)

Io amai sēpre. et amo forte anchora. Et son per amar piu di giorno ī giorno Quel dolce loco / oue piangēdo torno Spesse fiate / quando

amor maccora. Et son fermo damare il tempo 7 lora Chogni uil cura mi leuar dintorno. Et piu colei / lo cui bel uiso adorno Di ben far co

suoi exempli minnamora. Ma chi penso ueder mai tutti īsieme P assalirmi il core / or quindi or quīci / Questi dolci nemici / chi

tantamo. Amor con quanto sforço oggi mi uinci. Et se nō chal desio cresce la speme I cadrei morto / oue piu uiuer bramo.

Come leggiamo il sonetto nell’edizione moderna? L’edizione più nota del Canzoniere è la Gianfranco Contini, la cui ultima edizione è

del 1964 e successivamente ripresa anche in altre edizioni commentate con apparato, per esempio quella dei Meridiani a cura di Marco

Sant’Agata, che in quella di Contini mancava. Il testo nell’edizione Contini era accompagnato dal commento di un allievo di Contini.

Un’altra edizione è curata da Enaudi (Bettarini).

Il testo di Contini è tutt’ora quello di riferimento: egli, dovendo prendere in considerazione il caso di autografo/idiografo di Petrarca,

compie scelte particolari, cioè oltre a quelle più classiche si mantiene molto fedele al manoscritto, più del normale, anche in relazione

agli usi grafici del manoscritto.

Contini chiarisce in che vi sono comunque errori dovute al fatto che gli errori sono stati commessi dal Malpaghini nella copiatura del

testo, che Petrarca non ha corretto. Contini fa una scelta molto importante poiché condiziona la stessa lettura del Petrarca nel corso

degli anni, recuperandone anche gli aspetti grafici che potrebbero essere interessanti anche coloro che non sono specialisti. Contini si

attiene molto di più all’uso grafico di Petrarca poiché lo ritiene significativo.

Edizione Contini

L’edizione di Contini rispetta i nessi latineggianti e introduce segni diacritici, fra i quali l’accento circonflesso al v. 6 in levar, introdotto

al fine di evidenziare che starebbe per “levaro” 3^ persona plurale dal latino, e quindi non infinito ma 3^ pl.

Al v. 1 per indicare il suono velare /k/ viene inserito il ch, mantentuo nell’edizione di Contini, in rispetto dell’abitus grafico.

Edizione Stroppa

L’edizione di Contini, a lungo di riferimento, è stata diversa per Sabrina Stroppa, che ha proposto all’interno della collana Einaudi i

Classici Tascabili, con un proprio commento ma facendo una scelta diversa, rimettendo in discussione la scelta di Contini: ha proposto

il testo in un ammodernamento grafico eliminando i latinismi ecc. sostenendo che la raccolta è indirizzata ad un lettore medio.

La Stroppa ammette che nell’italiano antico l’esistenza della polimorfia permetteva la compresenza di più tipi di grafie, ad oggi non

ammesse. L’edizione critica secondo la Stroppa è legata alla fruibilità di un testo antico per un lettore moderno. Il risultato

dell’applicazione dei criteri della Stroppa è data da un testo depurato dei latinismi ed altri elementi che in Contini sono presenti. Viene

mantenuto l’accento ^ in levar, così come la dieresi che serve al lettore per percepire la divisione in sillabe e la regolarità

dell’endecasillabo (l’ultimo accento è sempre in 10^ posizione) non necessariamente di 11 sillabe. Se il verso ha come ultima parola una

parola tronca allora il verso avrà 10 sillabe ma l’accento è sull’ultima sillaba; se la parola è sdrucciola l’accento è sulla 3^ ultima sillaba.

Strumenti di approccio ai testi antichi

Le grammatiche storiche ed i dizionari storici permettono di indagare sui fenomeni linguistici in diacronia, nonché gli usi morfologici

delle parole nel corso del tempo.

Il principale vocabolario storico è il cartaceo Grande Dizionario della Lingua Italiana, GDLI, chiamato Battaglia, fondatore e curatore,

prodotto fra gli anni ’60 e i ’90.

Abbiamo poi il TLIO, Tesoro della lingua Italiana delle origini, http://www.vocabolario.org/ opera online, la cui costruzione è ancora in

corso, che copre la fase fino alla morte del Boccaccio. Il vocabolario si fonda su un corpus di testi la cui particolarità è di essere

apertamente consultabile. 9/02/18

Le grammatiche storiche spiegano gli aspetti morfologici e fonologici in diacronia. Tra i più importanti strumenti di studio

riconosciamo:

1. La Grammatica dell’italiano antico, che consta di due volumi ed è edita da Giampaolo Salvi e Lorenzo Renzi

2. E la Grammatica storica della lingua italiana e i suoi dialetti, curata da Rolfhs

Codice Hamilton 90 http://digital.staatsbibliothek-

berlin.de/werkansicht?PPN=PPN725545607&PHYSID=PHYS_0002&DMDID=

Il fondo è quello della Biblioteca statale di Berlino, nel quale sono conservati diversi codici italiani, fra i quali il più importante è la copia

del Decameron, scritto per mano del Boccaccio, quindi autografo, riconosciuto tale negli anni ’60 del ‘900. Boccaccio scrive il codice

negli ultimi anni della sua vita, probabilmente a partire dal 1370. Il codice è membranaceo ed è la bella copia di un altro codice, scritto

dal Boccaccio stesso che, in tal senso, diviene copista di sé stesso, questo spiega infatti il perché sebbene il testo sia autografo, esso sia

ricco di errori. Il codice presenta rubriche e le lettere di inizio verso sono in rosso e blu. La scrittura è semigotica, ricca infatti di tratti

più morbidi.

Trascrizione diplomatica di Decameron I 8, 1-3 (cod. Hamilton 90, c. 11r)

Guiglielmo borsiere con leggiadre | parole trafigge lauaritia dimesser hemino de gri | maldi rubrica ;

| Sedeua appresso philostrato lauretta la quale | poscia cheudito ebbe lodare landustria di berga |

mino. 7 sentendo allei co(n)uenir dire alcuna cosa sen | ça alcuno comandamento aspectare

piaceuolme(n)te | cosi comincio ad parlare. La precedente nouella ca | re compagne minduce ad

uoler dire come unualente | huomo dicorte similmente 7no(n) sença fructo pugnesse | dun

ricchissimo mercatante la cupidigia laquale p(er) | che leffecto della passata somigli no(n) uidoura

p(er)cio esser | men cara pensando cheben nadiuenisse alla fine

Edizione Branca del codice Hamilton 90

L’edizione principale è stata curata da Vittore Branca che dopo aver riconosciuto “la mano” del Boccaccio nel inizia il lavoro editoriale,

nel 1976.

Le differenze che imperversano fra l’edizione a cura di Contini e quella a cura di Branca sono anzitutto riguardanti la veste grafica,

profondamente mantenuta da Contini, ma analizziamo i criteri utilizzati da Branca:

• L’edizione è un’operazione scientifica e non meccanica

• Diversi sono gli ammodernamenti grafici apportati (il fine è l’ampia diffusione dell’edizione)

• Interviene negli errori accidentali (es. Ermino, Hermino o Hernino, è un errore non volontario ma accidentale) 14/02/18

Codice Biblioteca Nazionale Francese, it. 482 Manoscritto BNF it.482

Il codice Hamilton 90, autografo realizzato dal Boccaccio in tarda età, è privo di tre fascicoli e cioè di più carte rilegate insieme (duerno,

ternione, quaternione). Ovviamente la tradizione del Decameron di Boccaccio è ricca ed in particolare, fra questi, ce ne sono altri due

molto significativi nella tradizione, in quanto codici realizzati in tempi molto vicini al periodo di attività del Boccaccio e biograficamente

vicini al Boccaccio, scritti da copisti vicini al suo ambiente: il codice della Biblioteca Nazionale Francese, del fondo it. 482; il codice è

stato copiato in tempi molto antichi, probabilmente negli anni ’60 e addirittura quindi prima dell’Hamilton (anni ’70). È un codice di

cui conosciamo il copista, Giovanni d’Agnolo Capponi, copista fiorentino che viveva nello stesso quartiere di Santo Spirito di Boccaccio.

Il manoscritto è cartaceo, con rubriche in rosso e diversi disegni, on proprio miniate ma comunque presenti e frutto di dibattito perché

erano stati assegnati allo stesso Boccaccio, che aveva una certa capacità artistica, in diversi autografi abbiamo disegni, ma questa

attribuzione è in realtà molto discussa. Ci sono anche interventi interlineari o marginali del copista ma anche di Boccaccio in alcuni

casi. Questo codice non è tuttavia esattamente identico, a livello testuale, all’Hamilton 90, contiene cioè numerose varianti, che Branca

suppone appartenenti ad una redazione precedente: dobbiamo quindi che questo codice fotografi una redazione proposta da Boccaccio

alla fine degli anni ’40. La scrittura è mercantesca, non troppo posata, corsiva e veloce quindi con molte legature.

(lettura pagine manoscritto con confronto con l’Hamilton) Boccaccio nell’autografo aveva fatto un errore, corretto nell’it.482. Le

differenze sono minime, soprattutto grafiche.

Una differenza testuale e di lezione si riscontra in “mi induce a dover dire”, mentre nell’Hamilton abbiamo “voler…”, varianti che è

difficile determinare se di pungo del Boccaccio o del copista.

Firenze, Biblioteca Mediceo-Laurenziana, cioè il Plut. 42.1.

L’altro codice significativo è quello conservato a Firenze, Biblioteca Mediceo-Laurenziana, cioè il Plut. (eo) 42.1. È espressamente datato

al 1384 e sottoscritto dal copista Francesco d’Amaretto Mannelli. Tutti i codici plutei hanno una copertina di cuoio rossa, con il simbolo

della famiglia Medici e sono definiti plutei, perché essi erano dei banchi ai quali erano legati dei libri, incatenati. Il codice è cartaceo, con

minime decorazioni, la scrittura è ancora mercantesca. Rispetto al codice parigino, che registra una redazione diversa rispetto

all’Hamilton, questo codice registra la medesima redazione dell’Hamilton e molto probabilmente il copista, molto vicino al Boccaccio,

attinge allo stesso codice al quale attinge Boccaccio nel fare la sua copi, questo perché a volte contiene i medesimi errori e a volte invece

la lezione corretta.

Il problema è che l’Hamilton è privo di tre fascicoli e dovendoli integrare sceglieremo il Plut.42.1 che contiene la stessa redazione

dell’Hamilton, utilizzato da Branca per colmare le lacune dell’Hamilton 90.

Originale’ Originale’’

Archetipo (X) Archetipo (X’’)

Parigino Mannnelli (Mm) e Branca (B)

Maurizio Fiorilla ha rivisto l’edizione Branca tenendo conto che tra la prima redazione e la seconda cambiano alcuni passi, ma per la

maggior parte del testo esso è identico.

Quindi la situazione sarebbe questa Originale 1-2

Parigino (P) α

Mm B

Se immaginiamo questa situazione fra la prima relazione e la seconda cambiano alcuni passi, ma per la gran parte del testo esso è

identico: se Boccaccio interviene su una singola novella allora tutto sarà uguale, il grosso del testo potrebbe quindi essere riassunto in

questo stemma. Per tutte le parti uguali da O1 a O2 avrei questa situazione e Fiorilla ha proposto di intervenire con alcuni cambiamenti

tenendo cinto del fatto che se Mm e B concordano contro P evidentemente in P c’è un errore, fatto dallo stesso Boccaccio, che tendeva a

sbagliare molto. Casi di testi

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/13 Filologia della letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giorgiabuso di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Lorenzi Cristiano.
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