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Appunti Filologia Italiana

Appunti di filologia italiana basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Lorenzi dell’università degli Studi Ca' Foscari Venezia - Unive, facoltà di Lettere e filosofia, Lettere e filosofia. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Filologia italiana docente Prof. C. Lorenzi

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ESTRATTO DOCUMENTO

come ciera. leuastemi loriso. Lemani uostre elagola. colglio chi mi | da(n)no gola. tanto auedere sio

Il . usato sotto la lettera era utilizzato per espungere, cioè indicava l’eliminazione nella lettura, ma nella trascrizione diplomatica và

riportato.

Attraverso l’analisi delle stanze individuiamo diverse varianti formali e sostanziali.

Credeam: è variante di sostanza: con e senza pronome (me)

Quando abbiamo parlato di come comportarci di fronte alle varianti formali abbiamo capito che non possiamo utilizzare lo stemma

perché ogni copista sovrappone la propria patina linguistica, è quindi necessario affidarsi ad un codice e basta, per avere uniformità. In

questo caso è necessario scegliere il codice L (fine ‘200), poiché pisano: Galletto è originario di Pisa. Dovendo scegliere è assolutamente

perfetto affidarsi ad L, al quale siamo molto vicini, geograficamente e temporalmente.

Considerazioni linguistiche

In quest’epoca, all’interno della stessa toscana vi sono varietà differenti, il volgare è diversificato. Nel codice L sono quindi presenti

alcune delle caratteristiche del pisano del ‘200, simile al dialetto di Lucca e molto diverso dal Fiorentino: caratteristica peculiare dei

dialetti toscani occidentali è la perdita dell’elemento occlusivo delle consonanti affricate /z/, sorda o sonora, cade quindi la /t/ /d/ come

per Tiziano o zuzzerellone, sostituite dalla sibilante /s/, sorda o sonora. Questo ha conseguenze grafiche: il segno che rappresenta la

/z/, spesso indicato con la ç, a questo punto va a distinguere la /s/ sorda dalla /s/ sonora, quindi avremo la /s/ sorda rappresentata con

s e la /s/ sonora rappresentata da z. Negli altri testimoni (V, P) si ritorna alla forma normale di s (uiso, viso).

Altro elementi tipico dei dialetti occidentale è per esempio la forma pio che sta per più. Altro è la forma faite, che sta per fate o vo miran

che sta per vi miran. Sono tutte spie linguistiche di un copista di area pisana-lucchese. Notiamo che abbiamo visto come di viso non sia

rimasta traccia negli altri manoscritti, diversamente per esempio da faite che rimane in P, oppure da vo, che rimane anch’esso. Questi

tratti di fatto rimangono per alcuni tratti sporadici perché il testo originario essendo scritto in pisano permane per sovrapposizione agli

altri tratti linguistici. Altro tratto toscano occidentale è la forma autro, che velarizza altro.

Collazione

Immaginiamo quindi di proseguire nella collazione, cioè nel confronto sistematico del testo tramandato dai testimoni. Per avere

sott‘occhio la tradizione è trascrivere porzioni brevi di testo in modo che siano visibili le differenze, con la registrazione delle stesse.

Una volta fatta la collazione dovrei avere il quadro delle differenze del testo.

Edizione critica Credeam esser lasso!

L’edizione di questo testo, fatta da Marco Berisso nel volume dei Meridiani, in cui è contenuto anche il sonettodi Giacomo da Lentini, e

collocato nella sezione dei siculo-toscani.

Per assimilazione, nel passaggio dal latino al volgare, il raddoppiamento sintattico si manifesta tra per esempio ad casam, che produce

‘accasa, non registrato però graficamente. In antico i copisti, non sistematicamente, registravano questo raddoppiamento inteso in

realtà come allungamento consonantico, presente nella canzone di Pisano in che.ssi, evidenziato però dal copista con il punto. Ù

Rime equivoche (parole identiche senso diverso): servo, servo – gola, gola

Commento all’edizione nell’introduzione (prima pagina)

Indica con edizioni tutte le edizioni che precedono la sua, con la nota metrica indica lo schema delle rime.

Con l’indicazione di discussione testuale riprende una nota di Contini, presente ne “I poeti del Duecento” : afferma che in opposizione V

e P sceglie il codice L, in virtù dell’errore al v. 36 di V e P; questa lezione di V e P non può funzionare perché in V il verso è ipermetro e

in P, toglie il ne, per farlo tornare metricamente esatto. V e P hanno lo stesso errore che P tenta di correggere (da ottonario a

settenario).

È presente poi una rima per l’occhio. 24/02/18

24/02/18

Abbiamo finito di vedere la canzone di Galletto Pisano trascrivendo i tre manoscritti e abbiamo visto come si fa una collazione, vedendo

poi la nota al testo. Berisso individua al meno un errore d’Archetipo, al verso 56, per cui due codice hanno “ad assai” V e L e l’alto solo

assaia.

Pariamo quindi di diffrazione in assenza, cioè una situazione per cui tutti i testimoni noti presentano un problema dovuto a un luogo

particolarmente ostico nel testo iniziale da cui è copiato e ognuno copia e scrive in maniera sbagliata, secondo varie modalità e quindi

guardando il risultato mi trovo di fronte ad una serie di lezioni sbagliate ma che dipendono tutte da un testo iniziale, quindi diffrazione

perché tutti si differenziano in assenza perché nessuno dei testimoni conserva l’edizione buona.

Diverso sarebbe stato il caso di diffrazione in presenza, cioè il caso in cui almeno un codice reca la lezione buona mentre tutti gli altri

variano. In caso di diffrazione dobbiamo quindi pensare quale fosse il testo buono ed originale che ci permetta anche di ipot izzare le

modalità e le motivazioni he hanno portato alla formazione di lezioni alternative. In questo caso la soluzione che propone Berisso per

Credeam esser lasso! è la lezione d’assai, che ha il pregio di spiegare abbastanza bene le modalità di arrivo a quella situazione:

se immaginiamo chela lezione iniziale fosse adassai, il problema era per i copisti legato al legame con la preposizione di piuttosto che a

(legarsi a qualcosa e non di qualcosa), quindi i copisti intervengono in V e L con ad, salvando la d e procedendo con la forma adassai,

che produce un’ipermetria del verso, il copista di P invece arriva a dare solamente assai, di fronte magari alla forma iniziale a assai o,

altra possibilità, è che difronte ad un possibile ad assai ipermetro lo rende regolare. Fatto sta la soluzione proposta dall’editore Berisso

effettivamente ci spiega perché si è arrivati a questa diffrazione. La difficoltà iniziale era quindi questa vergenza, poi i copisti non

capiscono e propongono soluzione diverse. Questo è quindi il caso in cui c’è un errore condiviso da tutta la tradizione, cioè un errore

d’archetipo. Un altro errore d’archetipo che Berisso aveva proposto era al verso 41. Sostanzialmente quindi si afferma l’esistenza

dell’archetipo e che V e P a loro volta presentano errori congiuntivi, ma anche degli errori, come al v.36 per ogni. Finora quindi c’è

l’archetipo e l’apparentamento di due testimoni sulla base di errori congiuntivi.

Altra cosa è ciò che l’editore diceva a proposito del verso 39, e cioè il fatto della rima per l’occhio: al pè, cioè al piede che in questo caso

ne parla nella discussione testuale dicendo che si distanzia dal testodelle altre edizioni, attennendosi a ciò che tramanda uno dei tre

codici, giustificandosi che in questo caso la rima per l’occhio, rima che graficamente funziona perché è uguale ma he dal punto di vista

orale cambia la posizione dell’accento e non funziona più. Per il v.39 avremo infatti al pè e successivamente alpe che rima solo per

iscritto. Berisso dice che nel verso al pè se il copista non si rende conto che è una rima per l’occhio ma una rima identica, può credere

che il verso non sia settenario ma senario, perché ovviamente il v.39 è un settenario tronco con accento sull’ultima ed ha quindi 6

sillabe; se il copista non si rende conto che appunto è difronte ad una rima per l’occhio e l’accento cade sulla e ma pensa che cada

sempre su a, allora può ritenere che si tratti di una caso di ipometria aggiungendo una sillaba e infatti V e L hanno aggiunto una sillaba.

Quello che ci resta da vedere sono i singoli codici, che hanno errori separativi:

• Al v. 49 abbiamo nel testo lo vostro amor mi cura, in V abbiamo invece l’occhio strano mi cura e in P abbiamo mincura. Si

tratta quindi di un errore separativo, un errore che l’altro copista non poteva certamente correggere da V o da P.

• Al v. 59 abbiamo nel testo ch’amo in V abbiamo invece commo perdico, cioè una lezione che non ha senso per P.

• Al v. 60 per il testo abbiamo ch’a ciascun ne do matto diventa per P a ciascun ne dico matto , anche in questo caso un errore

perché perde un po’ di senso ma oltretutto si dimostra anche un errore di ripetizione perché dico è anche al verso precedente.

A brevissima distanza il copista ripete due parole simili ed è quindi un errore separativo

Abbiamo quindi:

➢ Un errore congiuntivo di V e P d’archetipo

➢ Singoli errori separativi di V contro P e di P contro V e L contro V e P

Siamo quindi sicuri dell’indipendenza dei due testimoni. Oltretutto ci resta da vedere per completezza L che ha sua volta è

indipendente, come è facilmente evidenziabile al v. 60 che omette a e presenta solo che ciascun ne do matto. Arriviamo quindi ad uno

stemma semplice, con l’originale, l’archetipo, l’apparentamento tra V e P e un altro ramo in cui sta L.

X

O

V P L

A questo punto Berisso conclude dicendo che l’edizione avrà come base L in quanto testimone con patina pisana.

Vediamo quindi come ha usato l’apparato:

▪ al v. 17, und’ardo come cera, dove V ha ondardo come cera di patina pisana con sostituzione di u con o, ma nel caso di P

abbiamo invece eardo più che cera, che è di fatto una variante adiafora perché ha senso se sostituita (se avremo solo P), ma

che è stata facilmente scartata in questo caso perché ovviamente è una lezione singolare: L e V contengono undardo,

parimenti

▪ al v. 21 tanto a veder s’i’miro come lezione di L, dove P ha dipiù guardar s’i’miro lezione adiafora ma di nuovo scartabile

tenendo conto dello stemma e V ha vedere. Per legge di maggioranza la lezione veder è presente nel 75 % della tradizione,

cioè in L (50%) e in V (25%).

Grazie allo stemma possono quindi essere prese delle scelte meccaniche.

Conclusa l’analisi di questo testo quindi ci imbattiamo nel concetto di errore e abbiamo già visto alcune tipologie di errore, ma vediamo

le più frequenti che nella collazione troviamo:

Vediamo ora qualche altro esempio di edizione e lettura di testo e di apparato.

Senuccio del Bene

Il caso che analizziamo è quello di Senuccio del Bene, rimatore del ‘300, interessante perchè si colloca secondo i dati documentari tra il

1270 ca. a Firenze e il 1349, vivendo la prima metà del ‘300. Nonostante essendo un rimatore minore e collocandosi in un periodo in

cui vi sono tanti autori fu amico di Petrarca, che aveva conosciuto probabilmente ad Avignone, nel corso dell’esilio, diversi sono i testi

indirizzati a Senuccio da Petrarca. Molto probabilmente Senuccio fu anche in contatto con Boccaccio.

La sua produzione si inserisce vicino allo stilnovo dantesco e rientra nel gruppo degli epigoni dello stilnovismo, che dopo la morte dei

grandi dello stilnovo, ripropongono i temi stilnovisti così come lo stile di scrittura; anche se in età senile si apre ad una serie di altri

temi che esulano dallo stilnovismo, come quelli politici o mlto vicini allo stile comico realistico, basso dal punto di vista linguistico e che

si contrappone all’elevatezza stilnovista.

Come vediamo nell’edizione del Piccini, pur essendo un autore minore, ha goduto di grandissima fortuna nel ‘300 e nel ‘400,

testimoniata dalla importante tradizione come notiamo dai codici menzionati nell’edizione dei Piccini

Sennuccio_del_Bene%20(ed.%20Piccini).

Se analizziamo

Notiamo innanzitutto che Piccini fa riferimento ai diversi testimoni che tramandano il testo: uno della Nazionale di Firenze, uno nella

Laurenziana ecc.

Dimostra subito l’esistenza dell’archetipo.

Dopo una lunga dimostrazione propone lo stemma tripartito:

Rispetto al sonetto che avevamo visto di Giacomo da Lentini notiamo che sì le terzine sono sottoposte a grade varietà rimica, ma qui la

differenza macroscopica è data dalla rima ABBA delle quartine, che tra ‘200 e ‘300 è strano perché normalmente avremmo la rima

alternata ABAB e non la rima incrociata ABBA; segno che il passaggio al cambio di rima avviene a quell’altezza. Per rima derivativa

intendiamo la presenza della stessa uscita con desinenza (es: amava-adorava), per rima leonina intendiamo un’uguaglianza che non si

limita a dopo l’accento tonico, ma c’è anche prima dell’accento tonico, quindi più ricca.

Notiamo poi riportato in breve lo stemma con sigle delle edizioni a stampa.

Nella prima parte del sonetto il poeta vuole guardare negli occhi della donna ma i suoi occhi dicono di non guardare che c’è qualcun

altro che riluce nei suoi occhi ma il poeta vuole capire se è veramente, così va a vedere, ma scopre che è vero che negli occhi della

donna c’è già qualcun altro, che è in realtà nient’altro che il marito; concludendo che quando si rese conto di ciò e che il suo amore era

solo nei confronti del marito allora tenga lontano ogni altro amante.

In apparato notiamo quindi l’esistenza di lezioni singolari, o

➢ di errori di dittografia come nel caso di Vr al v.3, al v. 4 sempre Vr fa un altro errore, ed è possibile dedurre che sia un

testimone che fa capo ad un testimone particolarmente innovativo.

➢ Al v. 6 nel testo critico abbiamo credo ch’io fallisse invece notiamo che α ha credo che fallisse, eliminando il pronome

personale io: l’editore Piccini tra le due lezioni adiafore mette a testo critico la formula credo ch’io fallisse con il pronome

personale perché credo che fallisse di α è la lezione di un solo ramo, contro un 66% che danno gli altri rami con ch’io fallisse.

➢ Notiamo poi al v.9 che per il testo critico abbiamo de’stare, mentre i codici Mg instare e stare il Red. Abbiamo quindi un

errore d’archetipo, che hanno tutti i codici, con la caduta di de’

➢ Al v. 10 abbiamo poi nel testo critico umil, e la variante adiafora fedel di Vr, ma con lo stemma Vr rappresenta una lezione

singolare e la scarta

➢ Al v. 14 abbiamo nel t.c tegno mentre α ha tengo come errore di ripetizione di tegno del v. precedente.

Andando a leggere l’apparato accanto lo stemma possiamo notare diverse informazioni dei testimoni, capendo gli interventi

dell’editore. Il caso del Convivio

Altro caso che vediamo è quello del testo in prosa, cioè di un autore noto cioè Dante con il Convivio nell’edizione critica ultima e che fa

testo, per quanto in alcuni discussa, cioè a cura di Franca Ageno che ha pubblicato quest’edizione nel 1995, Il Convivio è un prosimetro

enciclopedico al pari della Vita Nova, ma in cui prepondera la prosa, come commento che Dante fa a tre sue canzoni, cioè Voi che

'ntendendo il terzo ciel movete, Amor che ne la mente mi ragiona e Le dolci rime d'amor ch'i' solìa. Consta di 4 libri, il cui primo è un

introduzione, altra cosa importante da dire è che il Convivio è un opera rimasta interrotta. È stato scritto poco dopo l’esil io, a Bologna

1303 o 1304, fino al 1308, parzialmente coincidente la composizione del De vulgari eloquentia.

È rimasto interrotto poiché doveva contenere il commento di 14 canzoni ma conserva una tradizione di ben 44 testimoni molto tardi

poiché solo 2 sono trecenteschi, il grosso della tradizione risale ad oltre un secolo dopo la stesura dell’opera. 28/02/18

Stemma dell’edizione del Convivio

C’è un archetipo e vi sono anche codici interpolati che introducono parti del testo non originali, le linee tratteggiate indicano la

contaminazione. La tradizione di 44 manoscritti è ricca, tutti di area toscana/fiorentini e quasi tutta la tradizione è molto tarda: Solo

due codici sono ‘300eschi e tutta la tradizione è quattrocentesca. È rilevante inoltre che il Convivio sia un opera interrotta, il fatto che

rimanga interrotta e che Dante non la compia ha conseguenze filologiche: questo significa che Dante non aveva in mente di pubblicarla

o diffonderla, ciò significa che non avrà allestito una copia conclusa e pronta per essere diffusa e questo si potrà riverberare sulla

tradizione, significa cioè che l’archetipo sarà di fatto il codice particolarmente danneggiato, una copia inizialmente di lavoro che poteva

presentare diversi problemi, non risolti dallo stesso Dante.

In effetti l’archetipo presenta un altissimo numero di errori e tutto fa pensare che derivi da una copia dell’originale ad uno stato di

elaborazione provvisorio

Il filosofo è chiaramente Aristotele e la prima filosofia è la metafisica. Se leggiamo l’apparato ed il testo critico notiamo subito un errore

d’archetipo X alla riga 3. È facile capire che l’errore si è formato nell’archetipo perché tutto sommato erano a contatto due lettere o note

tironiane identiche, è molto facile che uno “salti” l’ed.

Notiamo poi che α al posto di prima presenta propria, commettendo un errore di anticipazione del propria successivo e alla riga dopo

omette il propria (lo anticipa prima e lo omette poi). Può anche essere che sia un errore di lettura di un titulus o la presenza di una r

abbreviata.

Codici singoli commettono poi altri errori Pn e R.

Il veramente iniziale ha valore avversativo latino di ma, è quindi latinismo e introduce che tanti di questa perfezione per cause che

dentro all’uomo o al di fuori lo allontanano dall’abitudine o dalla scienza, come classico esempio di prosa filosofica. Ora spiega quindi

che dentro dall’uomo possono essere due difetti o impedimenti, uno del corpo quando le membra non sono ben disposte e non possono

ricevere nulla, l’altro dell’anima, quando la malizia domina in essa cosicché l’anima si fa seguitatrice a viziose dilettazioni, nelle quali

riceve tanto inganno a confronto di quelle disprezza ogni cosa.

Se guardiamo l’apparato notiamo che diversi codici fanno delle aggiunte, ma è interessante l’errore d’archetipo X e l’editrice con il

corsivo indica una correzione su qualcosa che già c’è: l’archetipo ha e impedito, ma la cosa non ha senso e la correzione è piuttosto

semplice e corregge con impedimenti, il titulus viene letto male dal copista: diversi codici correggono cercando di dare un minimo di

senso. Un altro codice Ot omette presentando lo stesso errore ma integra a margine.

Questo evidenzia che dopo poche righe diversi sono gli errori d’archetipo, che segnano un alto tasso di danneggiamento.

Limiti del metodo di Lachmann

Una prima distinzione è che il metodo di Lachmann si può applicare purché la tradizione sia quiescente, per contro a tradizione attiva

o caratterizzante cioè che nei passaggi di copia non si evidenziano intenzioni innovative da parte dei copisti che commettono

ovviamente degli errori ma non manifestano delle intenzioni correttive spiccate e la tradizione quiescente tutto sommato, al di là

dell’individuazione degli errori non è correttiva. Al contro si pone la tradizione attiva o caratterizzante, nella quale i copisti tendono ad

intervenire correggendo modificando cogliendo ecc. Siamo nel medioevo e non esiste il diritto d’autore o il fatto che un testo di un

determinato autore vada lasciato così com’è. Un esempio di tradizione attiva è quella dei Cantari, cioè scritti in ottave, e l’origine

dell’ottava rima è molto dibattuta fra Boccaccio o qualche cantare, e cioè testi di natura fantastica, cavalleresca, o religiosa del 300 e che

hanno una circolazione inizialmente orale, raccontano cioè storie e vengono poi registrate secondo una tradizione attiva o perché gli

autori stessi intervengono spesso modificando per adattamenti a diversi tipi di pubblico perché i copisti a loro volta intervengono

molto con riscritture ed aggiunte, quindi quella dei cantari è tecnicamente attiva e in questi casi l’edizione migliore è quella fatta su

singoli testimoni.

Ovviamente il Lachmann garantisce la possibilità di individuare i rapporti fra testimoni a partire dal tipo di errori ma al contrario se i

copisti intervengono con varianti o correzioni sarà molto difficile progettare uno stemma affidabile, soprattutto nei casi di interventi

raffinati o particolari. Nel caso di tradizioni attive si preferisce scegliere un singolo o gruppo di manoscritti che tramandano una stessa

redazione.

Contaminazione o trasmissione orizzontale

Altro aspetto che crea difficoltà è la contaminazione o tradizione orizzontale evidenziata dalle linee tratteggiate quando un copista

copia e sta copiando da un codice ma se ne procura un altro, corregge passi guasti del testo che sta copiando andando a vedere com’è il

test in un altro testimone e attraverso quello correggere l’altro testimone oppure che il testo che sta copiando dalla copia ha delle

correzioni interlineate, altro casi di contaminazione. In questi casi di mescolamento di lezioni e varianti ed eliminazione di errori si

perde la possibilità di ricostituire i rapporti tra testimoni

Se immaginiamo il caso O

α β

A B-------------- C D

casa magione mangione mangione

Questo significa che B ha fatto ricorso a C per correggere errori ereditati da A

Per legge di maggioranza la lezione giusta sarebbe mangione ma in questa situazione potrebbe essere che anche B avesse casa ma B ha

preso mangione per confronto con testimone C che aveva magione, non avremo più maggioranza assoluta.

Se io sto lavorando con le copie in presenza di contaminazione sarei in forte difficolta perché la contaminazione tende ad eliminare

errori e quindi ad eliminare la possibilità di ricostruire lo stemma quindi se immaginiamo che il codice B dipende da A e che ricorre a C

corregge tutti gli errori di A, a quel punto il B è difficile da posizionare perché non trovando gli errori di A non riesco a collocarlo

giustamente. Probabilmente lo metterei in un ramo a sé.

La contaminazione crea quindi un grosso problema.

Di fronte a tradizioni molto contaminate sarebbe l’edizione interpretativa di un solo testimone, non scelto a caso ma che abbia

particolare rilievo perché sembra avere una posizione prominente o perché è significativo per ragioni storiche o linguistiche. A quel

punto sarebbe opportuno proporre l’edizione di un singolo testimone.

Lai de l'ombre

Joseph Bèdier

Università\Filologia\Per approfondire Bédier e Lachmann-20180228.zip

Tutto ciò si ricollega alle critiche mosse da Joseph Bédier al metodo di Lachmann. Il filologo francese aveva lavorato su testi (fine ‘800)

francesi con il metodo di Lachmann e nel 1890 aveva iniziato a studiare la tradizione di un poemetto francese Lai de l’ombre che

risultava avere uno stemma bipartito e ne aveva fatto l’edizione. Quest’edizione fu recensita dal suo maestro, cioè Gaston Paris e fa

alcune obiezione, cioè ritiene che Bédier avesse sbagliato la classificazione del manoscritto e lo stemma non era bipartito, ma tripartito,

portando conseguenze importanti: se lo stemma è tripartito posso applicare la legge della maggioranza, diversamente dal bipartito che

propone maggioranze complete o 1:1. Bédier quindi riapre la questione successivamente e arriva nel 1913 a proporre la questione con

intenti metodologici: afferma che in effetti lo stemma che aveva proposto era buono ma era plausibile anche quello di Paris, insomma

non è possibile dire quale stemma sia il migliore, perché la nozione di errore aveva in sé un aspetto di soggettività: vi sono casi in cui

editori diversi considerano soggettivamente gli errori e Bédier poi arriva nel 1913 a prendere tutte le edizione di Lachmann fatte fino a

quel momento, circa un centinaio, e scopre questa legge sorprendente che su 110 stemmi, 105 siano bipartiti. Questo secondo Bédier era

dovuto ai filologi: a suo avviso i filologi dato che il metodo di Lachmann doveva servire a rendere meccaniche le scelte i filologi tendono

ad introdurre la soggettività trasformando inconsciamente tute le tradizioni come bipartite poiché in un rapporto di 1:1 deve essere il

filologo a scegliere la lazione, per avere quindi mano libera nella scelta delle varianti. Bédier dice che i filologi preferiscono poter

continuare a scegliere e dalle idee e dal saggio di Bédier.

Bédier quindi proponeva :dato che non era possibile ricostruire il testo originale che è in questo senso inattingibile, non aveva senso

dare origine ad un testo mai esistito, nel senso che un’edizione critica è un testo ricostruito dall’editor che non ha però mai avuto

circolazione e piuttosto di proporre un testo mai storicamente esistito preferisco dare un testo con una sua storia e di conseguenza,

scegliendo un manoscritto che ritendo il migliore cioè il bon manoscript a fondamento dell’edizione, cioè secondo Bédier analizzare la

tradizione e scegliere il migliore editandolo solo con la correzione di errori evidenti.

Dettaglio rilevante è che Bédier aveva classificato i manoscritti attraverso il metodo di Lachmann, comunque quindi facendo

un’indagine classica e solo successivamente aveva individuato il codice buono. Molte furono le reazioni che cercavano soprattutto di

recuperare Lachmann.

Importanti studiosi italiani hanno discusso le idee di Bédier, in particolare Giorgio Pasquali, classicista importante latino e greco anche

se poi dal punto di vista formativo ha ampliato anche al campo romanzo, e sosteneva che cercava di correggere la meccanicità del

metodo di Lachmann puntando a considerare soprattutto le caratteristiche specifiche di tutta la tradizione, studiando quindi non solo il

metodo il ne ma la specifica tradizione a cui è applicato, applicandolo con una certa flessibilità di fatti il più importante lavoro teoriche

è Storia della tradizione e critica del testo 1934 ca.) dove già nel titolo si evidenzia la necessità di fare la critica del testo al pari dello

studio della tradizione la verifica dei singoli manoscritti e dei copisti che li hanno copiati, avendo un quadro il più preciso possibile.

Altro intervento di quello di Timpanaro Università\Filologia\Timpanaro_Genesi_metodo_Lachmann_1963.pdf

Ma importante fu soprattutto l’intervento di Barbi Università\Filologia\Barbi_La_nuova_filologia_1938.pdf, editore della Vita Nova con

un’edizione esemplare per metodologia e scelte. L’introduzione è molto interessante

Barbi sta qui citando in ristretto le posizioni di Bédier, riguardanti la necessità di fare l’edizione di un solo manoscritto. Barbi di fatto

critica la facilità e la varietà di casi a cui si applica il metodo di Lachmann.

In alcuni casi le tradizioni dei testi romanzi sono diverse da quelli classici ma non è sempre così 07/03/18

L’Orlando Innamorato

Proseguiamo con la questione della filologia dei testi a stampa con il cado dell’edizione critica di un testo la cui tradizione è quasi

esclusivamente a stampa e che quindi presenta peculiarità dovute alla sua complessa tradizione: l’Orlando Innamorato, o meglio,

Innamoramento di orlando , poema cavalleresco in ottava rima come tutti i poemi cavallereschi, metricamente costruita in versi ottavi

la cui lunghezza sillabica è endecasillaba che segue uno schema metrico prima alternato ABAB e poi in rima baciata ABCC.

l’Orlando Innamorato è scritto da Matteo Boiardo, attivo alla corte estense a partire dagli anni ’70 del ‘400, che introduce un tema

diverso dal solito: Orlando non è più protagonista di gesta eroiche ma di un innamoramento. L’opera rimane interrotta per la morte nel

1494 al IX canto del III libro e quest’invenzione dell’Orlando innamorato da l’avvio ad una serie di poemi come per esempio l’Orlando

furioso.

l’Orlando Innamorato ebbe subito grande fortuna di pubblico e ciò significa che venne stampato numerosissime volte, anche a distanza

di breve tempo. Nei ’50 anni successivi alla sua realizzazione ebbe numerosissime ristampe. La prima pubblicazione è del 1482-83

poiché non la possediamo direttamente la datazione è imprecisa, e conteneva solo i primi due libri.

Nel corso del ‘500 questa grande fortuna ha fatto si che ebbe origine una certa sfortuna delle condizioni del testo, nel senso che l’opera

era rimasta incompiuta, quindi sospesa e che ha fatto si che nel corso del ‘500 si proponessero numerose giunte per la prosecuzione del

testo; l’altra questione si lega alla questione linguistica: dopo le Prose di Bembo si afferma sempre di più idea Bembiana che fa sì che

questo testo scritto dal Boiardo, emiliano, che aveva scritto in una lingua che aveva numerosissimi tratti padani, ricca di elementi

cortigiani nonostante comunque tendente al toscano. l’Orlando Innamorato soprattutto nell’edizione critica, ha recuperato molto della

sua forma originaria, ricca di tratti settentrionali e che ha fatto sì che si recuperassero edizioni toscaneggianti, fra queste quella di

Francesco Berni, che si impose anche sotto il profilo linguistico. I due elementi, di giunte e di riscritture, ha fatto sì che nel corso del

‘500 il testo circolasse in versioni variamente restaurate da giunte, revisioni linguistiche ecc., di un testo ben lontano dalla sua origine.

In qualche modo tra ‘500 e ‘700 le versioni del poema soppiantavano l’originale, in relazione proprio alla sua immensa fortuna.

A partire dlal’800 si fa un primo tentativo di tornare al testo autentico, in particolare per l’edizione inglese del 1830 curata da Antonio

Parizzi, che produce un’edizione, prima del Lachmann, di filologia proto lachmaniana: propone un edizione che fa ricorso a 7 edizioni a

stampa del ‘500 su cui fonda il proprio testo, che comincia ad avvicinarsi all’originale.

Tra ‘800 e ‘900 l’opera attraversa un altro momento sfavorevole, di fortuna critica: il De Sanctis., autore della Letteratura Italiana, dà

un giudizio molto pesante sul testo che produce o un recupero del Panizzi o ad una nuova vulgata che fa a capo sì alla tradizione a

stampa ma anche ad un manoscritto Trivulziano 1094 (Milano, Castello Sforzesco).

Un’edizione finalmente critica è quella del 1999, curata da Antonia Benvenuti e Cristina Montagnani, che recupera già il titolo assegnato

dal Boiardo, cioè l’innamoramento di Orlando. Le editrici, di fronte alla complessa situazione, hanno vagliato la tradizione per lo più a

stampa:

Troviamo all’inizio la prima stampa, la princeps, r che è tra parentesi quadre poiché no abbiamo nessuna copia ma la conosciamo per

via indiretta; ci rimane una sua riedizione del 1487, siglata P, una stampa Veneziana, il more veneto è un metodo di datazione veneto

che prevedeva che l’inizio dell’anno fosse il 1^ marzo e fa sì che ci sia discrepanza tra le date (il 19 febbraio 1486 è 1487), conservato

alla Marciana.

Passiamo alla prima edizione completa a stampa cioè s, che conosciamo indirettamente così come v, la veneziana in folio, che

conosciamo anch’essa indirettamente. l’edizione R del 1506 è la prima edizione a stampa completa (in testa)

La situazione che le due editrici ricostruiscono attraverso la collazione è che era diversa la tradizione per i primi 2 libri, rispetto al 3

libro e che per quanto riguarda i primi due libri, l’esame degli errori delle stampe più antiche ha permesso di dividere la tradizione in

due rami, uno costituito da P del 1487 e dall’altro Y che comprende r, t il Trivulziano, z. Hanno anche rinvenuto un archetipo X a onte,

che doveva essere molto guasto e che era di fatto la copia di servizio su cui Boiardo ha continuato a lavorare e che derivava da una

copiatura degli autografi dei copisti che Boiardo aveva a servizio e che presentava una serie di interventi, nonché varianti si stato.

Per i primi due libri avremo quindi O

X

P (Q III libro) Y

R T Z

Per il III libro abbiamo da un lato la stampa Q veneziana che è però parziale, dall’altra invece continua a rimanere Y, tutto ciò con la

vertenza che Boiardo continua a lavorare sul testo (non possiamo escludere che alcune varianti siano d’autore).

Proviamo quindi a leggere la nota al testo:

Tenendo conto delle modifiche d’autore e dei rimaneggiamenti delle stampa, per i primi due libri si è deciso di seguire sostanzialmente

P, tenendo conto degli interventi d’autore e dei rimaneggiamenti del ‘500, corrette quando possibile con Y o, se non possibil e, con

interventi delle editrici, ma con il rispetto delle lezioni adiafore e dell’assetto grafico-fonetico di P. questo caso è tipico, in presenza fi

una tradizione complessa, di costruzione dell’edizione critica su un unico testimone, dopo un attenta analisi dei rapporti stemmatici.

Per il III libro, secondo lo stemma, la scelta sarebbe quella di seguire Q (nello stemma al posto di P), ma Q è fortemente lacunoso quindi

risulta opportuno ricostruire Y, (MIN.36) in questo caso l’apparato ha una forte rilevanza perché alcune varianti possono essere

varianti di autore (concomitanza con lezioni adiafore) evidenziate in neretto.

l’apparato che giustifica il testo, da anche conto dei movimenti

nella tradizione a stampa più antica. Compaiono prima tutte le lezioni rifiutate di P.

I testimoni più tardi cinquecenteschi, sono di scarsissima utilità a fronte del processo di intervento e ricostruzione molto attivo, ma di

fronte ad errori d‘archetipo permettono talvolta di ricostruire la lezione originaria, meglio che secondo supposizioni autoriali.

tra parentesi (…) abbiamo menzionati manoscritti meno

affidabili. Le lezioni singolari che tendenzialmente si escludono, vengono registrate talvolta perché possono avere una valenza per

capire un determinato testimone. Altre stampe, C in quanto ristampa di P,V e R2 sono ristampe di R, ma in qualche caso compaiono in

apparato solo quando presentano una lezione diversa dall’antigrafo da cui derivano.

O

X

P (Q III libro) Y

C R T Z

R2 V

Min. 44

Con P* si mettono le lezioni che si ricavano sotto restauro. T1 e T2 presentano correzioni marginali registrate. Nel caos i testimoni tardi

come Z (1528), la sigla z* indica una diversificazione ampia che non può essere confrontata con il testo originale.

Il fatto che in molti casi si arrivi a situazioni di scelta difficoltosa (due varianti perfettamente adiafore) si ricorre al iudicium

dell’editore.

Leggiamo qualcosa da P di cui è stata prodotta un’edizione anastatica che riproduce fedelmente il testo:

file:///C:/Users/Giorgia/Downloads/16_Inamoramento_Orlando%20(1).PDF

È presente il titulus anche nell’edizione a stampa, che riproduce la struttura dei manoscritti. La prima parte è un’introduzione, la prima

ottava comincia sotto.


PAGINE

50

PESO

5.21 MB

PUBBLICATO

6 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze del testo letterario e della comunicazione
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giorgiabuso di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Lorenzi Cristiano.

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