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Etica della comunicazione A.A. 2018/19

Bibliografia di riferimento per i frequentanti

  • G. Manetti, A. Fabris, Comunicazione, La Scuola, Brescia 2011.
  • P. Cesare Rivoltella, Le virtù del digitale. Per un'etica dei media, Morcelliana, Brescia 2015.
  • A. Fabris, Etica per le tecnologie dell'informazione e della comunicazione, Carocci, Roma 2018.

18.09.2018

Tutti quanti comunichiamo; siamo esseri comunicativi, è ciò che ci caratterizza, che ci accomuna e distingue dagli altri animali. Aristotele dà una definizione, una caratterizzazione, dell’essere umano: zoom logonechon, cioè l’essere umano è un animale che possiede il logos. Logos è una parola greca che ha diversi significati:

  • Discorso, parola
  • Calcolo
  • Proporzione
  • Ragione, struttura

L’ultimo significato di logos riguarda non solo delle azioni, delle cose che posso fare (parlare, calcolare proporzioni precise) ma riguarda anche la capacità che abbiamo di compiere queste azioni, la facoltà che ci permette di farle. Questa facoltà si chiama ragione che è anzitutto la capacità di esprimerci in maniera strutturata, in maniera comprensibile.

Perché si fa comunicazione? Per diventare competenti in qualcosa. Una capacità può essere messa in opera bene o male, adeguatamente o inadeguatamente, opportunamente o inopportunamente, appropriatamente o inappropriatamente. Queste sono tutte parole che implicano una valutazione, un giudizio, che mi permettono di distinguere. Le nostre azioni sono costituite dalla possibilità di giudicare, di valutare; questo giudizio si trova sempre tra due estremi sintetizzati in bene e male, parole di un’antica disciplina fondata 2500 anni fa da Aristotele nell’Atene del IV sec a.C.: etica.

Etica è la riflessione sui criteri, i principi del mio agire in modo tale che io possa distinguere in questo agire le azioni buone e quelle cattive e possa anche essere giustificato, motivato. L’etica dà i buoni motivi per scegliere qualcosa piuttosto che un’altra e li giustifica, li esprime in modo tale che possano essere argomentati. L’etica non individua mai principi soggettivi e individuali per l’agire di un essere umano, ma individua principi e criteri che possano essere condivisi, che possono diventare universali.

Per spiegare perché ciò avviene è necessario parlare della storia di Socrate, maestro di Platone e a sua volta maestro di Aristotele. Socrate andava in giro per Atene ponendo delle domande, insinuando il dubbio nelle persone; con questo intendeva far capire che ogni risposta definitiva poteva portare altre domande. Per questa ragione venne accusato di corrompere le menti e – nonostante Socrate argomentò di fronte al tribunale logicamente e razionalmente che fosse innocente – condannato. Gli venne data la possibilità di scappare ma lui non volle e bevve la cicuta per riaffermare il principio della convivenza comune e cioè che le leggi vanno rispettate.

Fu Platone a scrivere questa storia e a fondare la scuola, che era un luogo in cui si ritrovavano ragazzi e persone che imparavano ad argomentare la verità, a riflettere sulle cose del mondo.

La morale della storia di Socrate è che una persona giusta è stata condannata ingiustamente per una cosa che non aveva fatto. Questo è il punto di partenza per cui nasce l’etica e nasce la filosofia di Platone. Platone si trova davanti questo problema (un giusto condannato ingiustamente) e si domanda perché. Una prima risposta è che ci sono state delle persone che con la loro capacità retorica, persuasiva, hanno convinto i cittadini e i giudici a condannarlo; è tutto un gioco di potere e Platone si risponde che le cose non funzionano così, che se le cose stessero solo così vincerebbe sempre il più forte, chi ha il potere di comunicare in maniera più persuasiva o il controllo dei mezzi di comunicazione, o la persona che è più forte fisicamente o che ha una pistola. Lo scenario che ha provocato l’ingiustizia di Socrate è lo scenario di un conflitto in cui il più forte prende il sopravvento sul più debole. È questo l’unico scenario in cui noi esseri umani ci possiamo muovere? Platone dice no, c’è un’alternativa e la offre l’etica.

L’etica nasce per dare la risposta alla domanda perché un giusto è stato condannato ingiustamente? e la sua risposta è che questo giusto è stato condannato ingiustamente perché gli esseri umani si sono mossi nell’ottica di una serie di rapporti di forza in cui la persona più forte ha preso il sopravvento. La strada dell’etica è quella che dice riflettiamo, andiamo a vedere che cosa è davvero giusto, davvero buono, e comportiamoci in questo modo commisurati in questa condizione condivisa del giusto e del buono. La società non è composta da gruppi di persone contro gruppi di persone per avere il sopravvento. La scommessa di Platone è quella di individuare criteri e principi generali condivisi, argomentarli, farli capire a tutti per trovare quel terreno comune che permette a tutti di vivere nella maniera migliore. La seconda cosa è quella di far capire che il linguaggio non è solamente un tentativo di prendere il sopravvento, di fregarci, ma è invece creare uno spazio comune e condiviso in cui tutti quanti abbiamo diritto di parola e capacità di esprimerci. E questo spazio comune funziona se ognuno di noi dice la verità.

19.09.2018

Il discorso retorico funziona solo se noi non siamo in grado di analizzare l’equivocità dei termini che vengono utilizzati e che possono essere interpretati in maniera diversa da ciascuno.

La comunicazione è esclusiva dell’essere umano? Anche gli animali fanno comunicazione verbale e non verbale, ma non sono programmatici e non hanno lo “sguardo lungo” come noi. Comunicare rimanda sempre a una comunità, come dice anche la parola stessa, anche quando noi parliamo con noi stessi perché tratto me stesso come un altro interlocutore. Sant’Agostino (d’Ippona) ha un’espressione interessante per identificare questo comportamento: dialogo dell’anima con sé stessa. Questa è come una riconferma del mio essere sociale e del realizzare la mia socialità attraverso la comunicazione.

Gli animali comunicano in base a esigenze biologiche, gli esseri umani non necessariamente usano la comunicazione per questo. Ma la differenza sostanziale tra animali e umani è la parola, la capacità di creare un discorso articolato. Attraverso le parole abbiamo un grande strumento di analisi di distinzione e differenziazione, di disambiguazione, di disarticolare la differenza tra le cose; la comunicazione non verbale è più soggetta a fraintendimenti perché richiede un contesto interpretativo.

Un’altra differenza tra la comunicazione animale e quella umana è il carattere semantico della comunicazione umana. L’articolazione sintattica, ovvero la possibilità di fare un discorso articolato in cui possono essere messe in evidenza ed espresse le cose, ha la funzione di dire qualcosa sul mondo. Semantico significa significativo, un discorso semantico è un discorso che significa qualcosa.

  • Un discorso di tipo espressivo, che hanno anche gli animali
  • Un discorso che ha un significato, che si riferisce a un evento, a qualcosa che accade nel mondo attraverso le parole

Comunicazione in latino si dice communicatio, la cui etimologia è communis, che significa comune, ciò che è proprio di tutti, ciò che può essere compartecipato da tutti. Comunicazione verbale significa usare parole che vengono usate anche da altri. Le parole vengono condivise e servono per condividere pensieri, opinioni, ecc. Ovvero: il linguaggio da una parte è comune e dall’altra serve a mettere in comune. Solo grazie alla comunicazione può nascere una comunità (in latino communitas). Anche quando parliamo con noi stessi parliamo con qualcun altro, è un modo per esteriorizzare i nostri pensieri. Un’ulteriore conferma di questa tesi è che Aristotele diede due definizioni dell’essere umano: la prima è quella che abbiamo già trattato; la seconda è che l’uomo è un animale politico, dove per politica si intende la dimensione della polis, della città, della comunità. Questo per Aristotele corrisponde a dire che l’essere umano è un animale sociale: io sono un essere umano perché sono un essere relazionale.

L’essere umano può distaccarsi da alcuni aspetti della propria animalità, ha la capacità di riflettere sui propri comportamenti, sui “luoghi” (topos) in cui è inserito e può porsi in nuovi e alternativi scenari. Solo l’uomo ha un atteggiamento utopico (utopia: non essere nel luogo in cui mi trovo).

Benveniste sottolinea che communis come etimologia rimanda a munus che significa dono e in plurale è munera; sono le cose che noi mettiamo di nostro in uno spazio comune e allo stesso tempo sono anche i doni che ricevo, ad esempio in una comunicazione dono le mie parole.

24.09.2018

Le parole non sono neutrali, ci portano a pensare determinate cose. Non è un caso che si scelga una determinata parola invece che un’altra perché ogni parola ha suo un peso e questo peso delle parole è dato dalla loro etimologia, dalla storia dell’utilizzo che si sedimenta nel vocabolo stesso, il quale indirizza e guida il nostro pensiero e le nostre modalità espressive.

Il linguaggio dell’odio si ha quando definisco una persona in un determinato modo offensivo volutamente o non volutamente, in quest’ultimo caso per un uso incompetente delle parole.

Come ulteriore conferma del significato di comunicare abbiamo il termine tedesco mitteilung (mittailung) composto da mit che significa con e teilung che significa parte: letteralmente vuol dire con partecipazione, per cui: comunicare è compartecipare (come per i termini di origine neolatina).

Questa concezione della comunicazione che abbiamo trattato fino ad ora è stata alla base delle riflessioni di chi fa retorica. Il retore vuole compartecipare, condividere, rendere comune il suo discorso agli altri. La retorica è il tentativo di mettere in comune determinati argomenti, contenuti, informazioni che ha una persona e che li esprime difronte a un auditorium. Questo è ciò che fa un insegnante, che fa gli interessi della sua audience.

Diverso è il discorso nella pubblicità, dove vi è stato un grande sviluppo della retorica: deve essere efficace, farsi capire, raggiungere la propria audience con lo scopo di vendere il prodotto. Non c’è un rapporto di causa effetto, ma comunque un tentativo di attirare l’attenzione e convincere all’acquisto.

All’epoca della Seconda Guerra Mondiale, intorno alla prima metà del secolo scorso, viene sviluppata, sulla base di determinate funzioni, un’altra concezione della comunicazione. È un’idea di comunicazione molto semplice, ma per molti aspetti molto efficace.

Come nasce questa necessità? Per motivi bellici. Una determinata informazione o un messaggio veniva emesso da un emittente a un ricevente/destinatario in codice per impedire ai nemici di poterlo comprendere (Alan Turing). Da questo emerge un nuovo significato di comunicare: trasmettere un messaggio che può essere codificato e decodificato utilizzando uno specifico canale. Abbiamo un target (obiettivo, bersaglio) da colpire che è il ricevente, il quale dà un feedback che corrisponde alla conferma del ricevimento del messaggio. Se il ricevente risponde significa che il target è stato colpito ed il canale funziona. Nel caso in cui non funzioni significa che c’è rumore. Sia l’emittente che il ricevente devono conoscere il codice per far sì che la comunicazione riesca.

Questi concetti sono stati studiati da Shannon e Weaver (scennon e uiver), un ingegnere e un matematico colleghi di Turing. Nel 900 questa idea di comunicazione come trasmissione soppianta l’altra idea del comunicare mettere in comune. Questo perché intorno a noi abbiamo numerosi esempi che confermano questo concetto. Il nostro mondo è un mondo in cui la trasmissione dei dati è capillare per la nostra vita, tanto da indurci a pensare che ogni forma di comunicazione sia trasmissione di informazione.

Wiener (viner) è l’inventore della cibernetica, una teoria complessiva del mondo, che si basa sull’elaborazione della teoria di comunicazione come trasmissione. Wiener capisce che questa idea di comunicazione era il modo comune con cui potevano funzionare sia gli esseri viventi che le macchine. Nel 1948 pubblica il libro La cibernetica, ovvero il controllo e la comunicazione nell’animale e nella macchina. Quale è lo scopo di questo libro? Analizziamo il sottotitolo: la comunicazione è la trasmissione di dati da un emittente a un ricevente ed è il terreno comune di tutti gli esseri naturali e le macchine, il modo in cui potevano funzionare tutti gli animali e gli esseri artificiali; il controllo mi permette di comprendere animali e macchine, ovvero i processi possono essere controllati nel bene e nel male (es. controllare e prevenire malattie genetiche).

Il termine cibernetica deriva dal greco kybernetes, termine che indicava il timoniere della nave, il quale indirizzava, controllava la direzione della nave e i processi che avvenivano all’interno di essa (guvernator in latino).

25.09.2018

La semplicità di questo modello comunicativo è molto efficace e spiega cosa vuol dire comunicazione ben riuscita negli esseri viventi e non. Ma è davvero applicabile universalmente o è necessario complessificarlo in alcuni contesti?

Jakobson (iacobson), studioso russo delle scienze del linguaggio, ha applicato il modello di comunicazione come trasmissione all’ambito della linguistica generale e ha stabilito che è necessario inserire il contesto in cui viene collocato il messaggio poiché permette di comprenderlo. Infatti sono necessarie una serie di preconoscizioni per recepire un messaggio.

Tutto è comunicazione è un assioma di una scuola di studiosi americani, la scuola di Palo Alto, i quali elaborano una idea pragmatica della comunicazione (che riprenderemo più avanti): ogni segno, ogni elemento che viene espresso in ambito naturale e artificiale ha un significato e può essere decodificato. Noi non possiamo non significare/comunicare.

Jakobson identifica le funzioni specifiche del linguaggio umano, che per lui sono sei:

  • Funzione espressiva: l’essere umano esprime attraverso il linguaggio emozioni, sentimenti, attraverso l’uso di interiezioni (oh!, dè!) e può emergere anche dal modo, dal tono, dall’enfasi usati.
  • Funzione imperativa o conativa: un’espressione di volontà o desiderio, cioè posso usare il linguaggio per far fare qualcosa agli altri o far credere qualcosa agli altri, convincere gli altri di qualcosa per ottenere un qualcos’altro (un cambiamento nell’atteggiamento o delle credenze di una persona). Si tratta di quelle forme testuali del discorso politico, pubblicitario e della propaganda religiosa.
  • Funzione referenziale: è la più comune nel linguaggio e mette in gioco la semantica; dico qualcosa su uno stato di cose, cioè la funzione delle parole è quello di dire qualcosa che può essere verificato. (Si ritiene che oggi non ci sia più, che il linguaggio serva solo a far credere qualcosa. Ma cosa c’è di falso? Che di fatto la funzione referenziale viene ancora utilizzata ed è una funzione chiave. Ad essere scomparso è il corretto uso referenziale del linguaggio non verificando la veridicità delle cose).
  • Funzione contatto: il contatto è qualcosa in relazione con il canale, cioè ad esempio il “pronto” detto al telefono è un’espressione fatica di contatto. Tale funzione si realizza ogni volta che comunicando tentiamo di sottolineare che la relazione intersoggettiva c’è, nonostante che non ci sia niente da dire, come quando cerchiamo di dire qualche parola, magari parlando del tempo, con un conoscente in ascensore.
  • Funzione metalinguistica: si basa sulla capacità dell’essere umano di avere coscienza di ciò che fa, cioè il fatto che quando facciamo qualcosa sappiamo di farla, ne abbiamo consapevolezza; c’è una autoreferenzialità nel linguaggio che riflette ad esempio quella del tatto. Questo si manifesta nel quotidiano (quando durante un dialogo non comprendo quello che il mio interlocutore vuole dirmi lo interrompo e chiedendogli delucidazioni faccio un discorso sul discorso) e nell’analisi logica, grammaticale, del linguaggio. Abbiamo la capacità di autoriferirci.
  • Funzione poietica: sono i giochi di parole, gli scherzi attraverso il linguaggio; ciò che importa qui non è il messaggio che viene veicolato attraverso il linguaggio ma la pura e semplice espressione.

La funzione metalinguistica e quella poietica sono prettamente umane; una macchina non è in grado di assolvere a queste funzioni.

Lo studio delle discipline del linguaggio nasce nel 1916 quando venne pubblicato postumo il libro Corso di linguistica generale di De Saussure. Da lui dipende l’articolazione delle discipline che si occupano del linguaggio, che parte da un elemento fondamentale: il segno. Il segno è il mattone basilare delle comunicazioni, è qualsiasi cosa attraverso la quale noi comunichiamo (una parola, un gesto, un oggetto che assume una connotazione comunicativa). Il segno per De Saussure è un’entità bifacciale costituita da un significante e un significato (significante: pane; significato: “cosa fragrante che si mangia”).

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Skye07 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Etica della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Fabris Adriano.
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