Storia dell’estetica occidentale
L’estetica antica
La concezione di estetica, intesa come specifica trattazione dei problemi connessi alla percezione del bello, sarà presente solo dal XVIII secolo. Ciò però, non significa che prima non fosse presente. Essa, infatti, esiste dall’antica Grecia. Nel pensiero antico il “bello” aveva un carattere cosmologico, gnoseologico, religioso, etico e sociale, anziché soggettivo come nel pensiero moderno.
- Per i greci il bello è armonia, ciò che è ben congiunto e, in quanto ciò, si manifesta nell’ordine dell’universo. Perciò, si viene a creare tra natura e bello un forte legame: in virtù della struttura armonica che la pervade, la natura è bella.
- Il bello è anche identificato con la luce e lo splendore.
- I greci, per conoscere, si sollevavano verso l’invisibile cogliendolo intellettualmente e arrivando a capire l’intero cosmo e quindi la sua bellezza. Da ciò deriva il legame tra bellezza e verità.
- Per i greci fare il bene significa riportare ordine all’universo. Legame anche tra bello e buono.
- Il bello è connesso anche alla giustizia poiché il giusto ordine della città non è altro che l’ordine armonico dell’universo.
- Il bello è anche grazia riconciliatrice che suscita piacere e incanto.
La concezione filosofica del bello come armonia deriva da un fatto divino, dalla sconfitta da parte degli dei diurni sugli dei sotterranei, che ha permesso di creare un ordine dell’universo e di non farlo sprofondare nel caos. Questa provenienza divina fa sì che non si parli ancora dei techné.
Riguardo l’arte, per i greci essa è ovvero tecnica, intesa come attività umana connessa all’uso delle mani, alla trasformazione fisica di materiali e fondata su regole e procedimenti. Le materie artistiche (architettura, scultura e pittura) vengono considerate dai greci come tecniche, a differenza della poesia, della musica e della danza che rientrano nell’ambito della mousiké. Queste sono arti musive perché ispirate dalle muse, e colui che le pratica è il mousikos, che ispirato dalle muse, canta e mima le gesta degli eroi da ricordare accompagnandole con la lira.
Oltre che alla funzione religiosa, le arti musiche hanno una funzione politico-sociale perché le melodie sono capaci di affascinare tanto da disporre chi le riceve all’amore del bene e del giusto. La mousiké allontana dall’animo ogni dissidio che possa mettere l’essere umano in disaccordo con se stesso e gli altri, perciò ha anche un valore purificatore e catartico.
I greci sostengono che l’arte (sia tecnica che musica) sia mimesis ovvero imitazione. Va distinta l’imitazione, cioè il rispecchiamento dell’ordine divino inserito nel cosmo, dalla mera copia.
Sofisti
Questa concezione greca viene messa in crisi nel V secolo a.C. dai sofisti. Nella loro riflessione la bellezza smarrisce la sua valenza di legge cosmica e si trasforma in percezione sensibile di ognuno. Protagora individuò nel sentimento di piacere il principio del bello, negando che esista la possibilità di stabilire un criterio oggettivo per discriminare ciò che è bello da ciò che è brutto. Oltre alla soggettività dei sentimenti non si può prescindere dall’educazione e dall’ambiente in cui è cresciuto il soggetto. E non avendo alcun valore oggettivo, la bellezza non ha valore morale ed etico, ma è solo piacere.
L’arte per i sofisti non produce cose che non esistono in natura e, a differenza di questa, opera secondo determinate regole per la realizzazione di un fine. Protagora afferma che alcune arti sono finalizzate alla produzione di cose utili. Altre (scultura, pittura, poesia e musica) hanno come scopo la realizzazione di oggetti inutili, volti unicamente a suscitare piacere. Non conta, quindi, il contenuto quanto la forma.
Colui che tra i sofisti ha valorizzato di più la poesia in quanto tecnica dell’effetto e dell’inganno è Gorgia da Lentini, che identifica la poesia come seduzione, e ciò che genera diventa finzione, una messa in scena dell’illusione e dell’inganno. La poesia produce una realtà artificiale. Nella poesia il suo potere di suscitare nell’animo lo stupore, l’orrore, la gioia, il dolore ecc., dipende dalla capacità di introdurre l’uomo all’interno di mondi immaginari.
Una teoria simile a quella dei sofisti si ritrova in Democrito, che sostiene una teoria relativa del bello. Secondo lui i principi della realtà devono essere identificati in piccole e infinite particelle: gli atomi. Essi si distinguono tra loro solo per le proprietà quantitative (forma, grandezza, peso e posizione). Le cose sono quindi combinazioni di atomi, che vengono a contatto con l’uomo generando sensazioni e sentimenti diversi per ognuno. Ne consegue che il bello ha una valenza soggettiva.
Egli sviluppa anche una concezione edonistica delle arti figurative e musiche. Pur sostenendo come i sofisti che l’arte sia essenzialmente tecnica, egli ribalta il suo vincolo con la natura. Democrito sostiene che l’arte si divida in necessaria e superflua. Alcune arti, come la musica, la poesia e la danza sono sorte non dalla mancanza ma dall’abbondanza. La mousiké è nata per divertire e ha un valore edonistico. Le arti sono illusionistiche quando l’immagine artistica è una mimesis talmente perfetta della natura da perdere ogni carattere artificiale e presentarsi come reale, naturale.
Platone
Platone riprende il tema del bello ideale, nel senso di una forma intangibile che pur essendo nei fenomeni rimanda a una dimensione esterna, un mondo trascendente (Iperuranio), per il carattere di perfezione che esprime. Da questo pensiero si evince che l’idea del bello sia una conoscenza innata, presente in noi fin dalla nascita. Come spiegato nel “Fedro”, l’anima è immortale e prima di incarnarsi nel corpo vive nell’iperuranio dove ha la possibilità di venire a contatto con le idee. L’idea del Bello è collegata a quella del Vero e del Bene, come lo era per gli antichi greci. Ma mentre le altre idee sono difficilmente accessibili ai nostri sensi, l’idea del bello lo è attraverso la vista. Perciò, la bellezza sensibile è ciò che ridesta nell’anima il ricordo dell’iperuranio e il desiderio di tornarci. Questo desiderio è identificato con l’Eros, che ha la sua origine nella vista di un altro corpo bello. Perciò secondo Platone la dimensione sensibile è importante.
Come poi viene spiegato nel “Simposio”, l’amore per un corpo bello, passa all’amore per una pluralità di corpi belli, da questi all’amore per l’anima, le istituzioni politico-sociali e le scienze. Si tratta, dunque, di un’ascesa dal sensibile all’intelligibile, la quale una volta giunta al riconoscimento della bellezza intellettuale nelle scienze non trova il suo termine. Lo sguardo viene invitato a salire ancora più in alto verso ciò che viene definito come “il vasto mare del bello”, che indica l’indeterminatezza del bello.
Il bello si manifesta nel suo rapporto tra idea e fenomeno attraverso la proporzione, il principio che realizza l’armonia tra le parti e l’insieme. La bellezza viene intesa da Platone come ordine geometrico-matematico.
Platone è in disaccordo con il relativismo estetico dei sofisti poiché, secondo lui, ciò che muove il poeta non è la sua abilità ma l’entusiasmo, l’amore per il Bene e il Vero che non potendo essere sostituito da nessuna tecnica, può trovare il proprio principio solo nell’ispirazione divina. Il poeta diventa, quindi, un medium tra mondo umano e mondo divino. Così la sensazione provocata dalle belle parole di un poema non ha come scopo di suscitare un piacere fine a se stesso ma volto a trasformare la commozione emotiva in elevazione spirituale. Ma la poesia deve essere sottoposta a un’opera di cesura che non può far credere che Dio possa ingannare o essere causa di mali, o dare un’immagine troppo umana degli dei.
Tuttavia la poesia viene criticata nella “Repubblica” a favore della filosofia. Per Platone, infatti il pittore è semplicemente un imitatore incapace di andare oltre la mera manifestazione sensibile della realtà. Il pittore sarebbe anche presuntuoso, perché fermandosi alla superficie delle cose, pretende di possedere un sapere intorno ogni cosa. Allo stesso modo i poeti ci ingannano con le parole che sono semplicemente uno specchio del mondo che non sa arrivare al lato divino. L’unica buona poesia è quella che oltre a non esaurirsi nella rappresentazione del mondo, mantiene un’umiltà nella consapevolezza dell’incolmabile distanza tra il carattere divino di ciò che la ispira e il carattere umano della sua parola.
Nel “Sofista” distingue due tipi di mimesis: quella icastica volta a realizzare immagini fedeli alle cose imitate (positiva), e quella fantastica finalizzata a restituirci gli oggetti sotto forma di immagine illusoria (negativa).
Aristotele
Con Aristotele il bello perde la concezione platonica di idea trascendente per essere identificato come una bellezza formale che diventa riconoscibile quando una cosa raggiunge la sua interna perfezione. Secondo lui le idee non sono entità che trascendono la realtà ma sono immanenti ad essa.
Per Aristotele una cosa è bella quando rispetta:
- Materia e forma, o idea
- Finalità
- Proporzione
- Piacere e conoscenza
- Ordine
- Definizione e limitazione
Secondo Aristotele l’arte è mimesis della natura, ovvero agisce nello stesso modo in cui opera la natura, cioè ordinatamente in vista di un fine. L’arte, come la natura, è poiesis, ovvero téchne, produzione, ma l’arte, a differenza della natura, è ovvero disposizione produttiva accompagnata dalla ragione. Quindi una produzione fondata solo sull’istinto e non accompagnata da ragionamento non può essere considerata arte autentica. L’arte può anche migliorare e perfezionare la natura, grazie alla razionalità, sviluppando le potenzialità che essa non è riuscita a realizzare.
Ma per Aristotele la mimesis non è mero illusionismo come per Gorgia e Platone. La rappresentazione mimetica per Aristotele sviluppa le potenzialità insite nell’agire umano e riesce a farci conoscere i nostri comportamenti e le possibili conseguenze che ne possono derivare. Un’opera, come quella tragica, è bella e acquista il carattere di opera d’arte nella misura in cui condivide le stesse proprietà del bello, come l’ordine e la grandezza. Infatti essa deve presentare un coordinamento coerente tra tutte le parti e un’estensione proporzionale alla nostra memoria.
Sull’opera poetica, Aristotele afferma che l’oggetto proprio della poesia non è il reale ma il possibile. Si differenzia così dalla storia perché racconta le vicende andando al di là della semplice cronaca e registrazione dei fatti. La poesia deve avere un giusto equilibrio tra verità e finzione. In quanto rappresentazione di un’azione possibile la poesia è sicuramente finzione, ma in virtù dell’interna coerenza conferita ai fatti raccontati, è comunque finzione verosimile. Questo incrocio di realtà e finzione genera un sentimento di piacere, nella poesia, e di paura nella tragedia.
Plotino
Egli accentua a tal punto gli aspetti di carattere metafisico-religioso da trasformare la dimensione estetica in un’esperienza di carattere mistico destinata a condurre l’anima a farsi una sola cosa con il divino. La bellezza viene ricondotta al principio divino da cui proviene: l’Uno. L’Uno è ciò che conferisce forma e unità a tutto ciò che da lui discende comunicandosi all’intera realtà. Da esso procede l’Intelletto che rappresenta la ragione divina del mondo. Dall’Intelletto procede l’Anima che ordina e vivifica tramite esse la materia. L’estremo limite del processo è la materia che non ha una sua propria determinazione. Il bello consiste quindi nella visibilità di una forma e come tale è il tralucere dell’idea intelligibile nella materia, che in se stessa non possiede alcuna bellezza, venendo a coincidere con il brutto assoluto.
Il bello si caratterizza per la propria natura immateriale, indivisibile e semplice che presuppone qualcosa di composto e di divisibile, cioè di materiale. Se una cosa ci pare brutta è solo perché, pur nella proporzione delle sue parti, non ne riusciamo a cogliere quell’unità interiore e indivisibile che non lo costituisce come un composto meccanico, ma come un’unità organica. Toccato e colpito dal bello l’animo umano si allontana dal corpo e dalle passioni che esso suscita e si rivolge dal bello sensibile al bello intelligibile, fino a trasformarsi in contemplazione dell’idea. L’anima, quindi procede in direzione dell’Uno, principio di ogni forma e di ogni bellezza.
Il bello è una proprietà anche dell’arte. Esempio: se prendiamo un pezzo di marmo e lo confrontiamo con quello foggiato da uno scultore, risulta che la bellezza di una statua non dipende dal marmo di cui è fatta, cioè dalla sua materia, ma dalla forma che l’artista ha conferito ad essa sulla base di un’idea che risiedeva nella sua mente. L’arte, quindi, è mimesis di un’idea presente nella mente dell’artista. In quanto imitazione delle idee intelligibili, l’arte assume per Plotino una dimensione gnoseologica di carattere metafisico: nel conferire una forma unitaria alla materia essa, al pari del bello naturale, spoglia il mondo della sua apparente molteplicità e permette di ricondurlo alla radice trascendente da cui esso dipende: l’Uno. Ovviamente l’idea, una volta resa visibile nella pietra non rimane pura come quella dell’Uno.
L’arte medievale
Con il medioevo si entra in un ambito culturale permeato dalla religione cristiana che introduce il concetto di creazione. Il Dio cristiano infatti, è il creatore della materia stessa e l’ideatore del suo ordine. Il suo creato è contingente, non necessario, poiché è frutto della libera volontà di Dio, poteva essere come non essere. L’intero universo acquista valore solo in rapporto al suo Creatore. Ogni cosa che arriva ai nostri sensi viene concepita dagli uomini medievali come un simbolo di Dio, attraverso l’analogia. La relazione proporzionale tra mondo sensibile e mondo spirituale si fonda sul principio che il mondo reca i segni del proprio artefice.
Secondo i medievali, la bellezza non può essere appartenente al mondo creato da Dio, rappresentando una delle proprietà costitutive del suo essere. Ma la bellezza appartiene a tutte le cose create da Dio, poiché egli ha messo al suo interno un briciolo del suo essere. Il bello, per i medievali, è qualcosa di oggettivo perché le cose non sono belle perché ci piacciono, bensì ci piacciono perché sono belle in quanto create da Dio. Stolto è colui che, fermandosi alla bellezza esteriore dell’opera, non risale alla potenza di colui che l’ha fatta. “Dio contemplò tutto quello che aveva fatto e vide che era molto buono”. Partendo dalla bellezza sensibile, quindi, possiamo risalire sia all’ordine che Dio ha imposto al mondo, sia a Dio stesso. Questa concezione risale alla teoria platonica del bello fenomenico come riflesso del bello ideale, ripresa da Agostino e Dionigi L’Areopagita. Agostino riprende l’idea antica del bello come armonia fondata sulla proporzione, o consonantia: “Dio, una volta creato il mondo dispose tutto secondo ordine, peso e misura”. La proporzione stabilisce una relazione di congruenza tra le parti ed il tutto, facendo sì che tutto sia ordinato, e quindi bello. Dio è l’unico essere che si presenta come proporzione assoluta, e quindi come suprema bellezza. L’altra ripresa dell’idea platonica è quella della luce, o claritas. La sapienza ordinatrice viene spesso paragonata a una luce perenne che è “più bella del sole e supera ogni costellazione degli astri”.
Riguardo l’arte, la cultura medievale nega all’artista umano qualsiasi forma di creazione, poiché riservata completamente a Dio. L’uomo, pur essendo capace di dar vita a nuove forme in quanto creato a immagine e somiglianza di Dio, può imparare o produrre qualcosa in arte solo se lavora umilmente sotto la guida dello Spirito Santo. I medievali considerano l’arte come un dono di Dio e accentuano il ruolo servile dell’artista, destinato all’anonimato e considerato un semplice imitatore dell’ordine divino della creazione.
Concepita come imitazione dell’opera divina, l’arte assume la sua stessa funzione di guida spirituale in senso simbolico-allegorico. Essa ha un fine pedagogico-contemplativo e le sue opere acquistano valore solo in quanto assumono un significato che va al di là del semplice piacere sensibile. L’architettura, con le cattedrali, è l’arte per eccellenza che avvicina a Dio. La pittura e la scultura sono, invece, destinate ad abbellire la casa di Dio, in più hanno la funzione di illustrare ed educare i discepoli nelle Sacre Scritture. La poesia viene concepita utile all’apprendimento della parola divina. Il poeta deve essere espressamente ispirato da Dio. La musica costituisce una delle più alte discipline filosofiche e viene pitagoricamente e platonicamente concepita dai medievali come scienza dell’armonia.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.